La perfezione dello yoga

La perfezione dello yoga

di Sua Divina Grazia

A.C. Bhaktivedanta Swami Prabhupada

Sommario

Introduzione

Yoga come unione con Krsna.

Yoga come attività devozionale.

Yoga come meditazione su Krsna.

Lo Yoga rifiutato da Arjuna.

Yoga come controllo del corpo e della mente.

Yoga come liberazione dalla dualità e dalla falsa identificazione.

II destino dello yogi che fallisce.

La perfezione dello Yoga.

Noi non siamo il corpo.

Elevarsi al momento della morte

Liberarsi dai pianeti materiali.

Al di là dei limiti dell’universo.

Vivere in compagnia di Krsna.

Introduzione

Il termine yoga colpisce sempre piú spesso i nostri orecchi. Che cosa cela questa parola? Che cosa ricercano coloro che lo praticano ? Qual è il vero scopo che si propone?

La coscienza di Krsna è lo yoga piú elevato. Forse avrete letto, nel settimo capitolo della Bhagavad-gita, le parole che Krsna rivolge ad Arjuna quando questi rifiutava di praticare l’hatha yoga:

“E di tutti gli yogi colui che con grande fede dimora sempre in Me, e Mi adora servendoMi con un amore trascendentale, é il piú intimamente legato a Me ed è il più grande di tutti.” (B.g., 6.47)

Krsna è chiamato anche Yogesvara, il maestro di tutti gli yogi, perciò colui che è sempre assorto in Krsna diventa il piú grande degli yogi.

Esistono numerose categorie di yogi e diverse forme di perfezioni yoga (yoga-siddhi) -anima, laghima, mahima, pràpti, pràkamya, isita, vasita e kamavasayita. Lo yogi perfetto può compiere meraviglie. Può diventare piú piccolo del piú piccolo e piú grande del piú grande, o può creare pianeti a suo piacere. Può anche diventare piú leggero di una piuma e volare nello spazio senza alcun aiuto esterno. Tutti questi poteri sono chiamati siddhi. I Veda riferiscono inoltre che esiste un pianeta, detto Siddhaloka, i cui abitanti possono spostarsi attraverso gli spazi interplanetari senza servirsi di navicelle spaziali.

Krsna afferma, però, che il piú elevato di tutti gli yogi è colui che Lo glorifica dentro di sé con fede e amore: Lo scopo di tutti gli yoga, infatti, è unirsi -questa unione è definita samàdhi- a Dio, la Persona Suprema, Sri Krsna, che risiede nel cuore di ogni essere, come conferma la Bhagavad-gita:

“Il Signore Supremo è situato nel cuore di ognuno, o Arjuna, e dirige l’errare di tutti gli esseri viventi, che si trovano, ciascuno, come in una macchina costituita ‘di energia materiale.” (B.g., 18.61)

In realtà, ognuno di noi porta il Signore dentro di sé, ma solo chi ne è piena­mente consapevole può essere definito “cosciente di Krsna”. Di conseguenza, lo scopo del nostro Movimen­to, che è quello di ristabilire in ogni essere la coscienza di Krsna, è anche quello di fare di ognuno uno yogi per­fetto. Non dobbiamo credere che sia necessario stu­diare tutta la letteratura vedica o sottoporsi alle diverse pratiche yoga, come il dhyana, il dharana, l’asana, il prana, e così via. Queste pratiche presentano grandi difficoltà e non devono essere affrontate alla leggera. Già cinquemila anni fa Arjuna rifiutava di praticarle e disse a Krsna: “Ciò mi sembra impossibile.” Arjuna proveniva da una illustre famiglia di re ed era cosí ele­vato che aveva con Krsna una relazione di amicizia. Nonostante queste qualità eccezionali, Arjuna respinse questa forma di yoga, l’hatha yoga, perché si conside­rava incapace di metterlo in pratica.

Nessuno, nella nostra epoca, può dedicarsi con suc­cesso agli esercizi fisici dello yoga, date le difficoltà che essi presentano. Innanzitutto, si deve abbandonare la propria abitazione e cercare un luogo isolato dove prati­care le àsana in solitudine. Non si tratta di iscriversi a un “club di yoga”, come quelli che esistono in abbon­danza nelle grandi città. Tutti questi “club” che cono­sciamo in Occidente non fanno altro che portare fuori strada coloro che li frequentano.

Invece, la via del bhakti-yoga, raccomandata da Caitanya Mahaprabhu, è la piú facile: è sufficiente can­tare il mantra Hare Krsna e danzare con gioia per sentire subito che stiamo avanzando nella vita spirituale. Anche i bambini possono impegnarsi in questo metodo. Mi ricordo che quando cantavo da solo in Thompkins Square, a New York, numerosi ragazzi e ragazze si univano a me. Questo yoga si pratica cantando il maha-mantra

hare krsna hare krsna krsna krsna hare hare hare ràma hare rama ràma rama hare hare

È un metodo che può essere considerato rigorosamente scientifico in quanto Krsna, il nome di Krsna, la forma di Krsna, le qualità di Krsna, ciò che circonda Krsna e ciò che Gli appartiene o è in relazione con Lui, è tutto assoluto.

nama-cintamanih krsnas

caitanya-rasavigrahah

purnah suddho nitya-mukto

bhinnatvan nama-naminoh

(Padma Purana)

Questo è l’insegnamento dei Veda. Il termine caitanya significa forza attiva. Ci fa capire che Dio non è morto, non è qualcosa di inerte, ma è una forza vivente.

“Innumerevoli sono coloro che possiedono gli attributi di Dio, ma Krsna è il supremo tra tutti perchè nessuno può superarLo. Krsna è il Signore originale Govinda. Egli è la causa di tutte le cause e il Suo corpo eterno è pieno di conoscenza e di felicità” (Brahma-samhita, 5.1).

Krsna possiede dunque una forma eterna, piena di conoscenza e felicità (sac-cid-ananda-vigrahah). Questo è il modo di comprendere la conoscenza assoluta.

Vadanti tat tattva-vidas tattvam yaj jnanam advayam (S.B. 1.2.11).

La Verità Assoluta è advayam, cioè libera da ogni dualità. Qui, in questo mondo illusorio, che noi chiamiamo mondo relativo, tutto è dissociato. Se abbiamo sete non basterà pronunciare piú volte la parola “acqua” per dissetarci. Per soddisfare la nostra sete abbiamo bisogno della vera sostanza, l’acqua, per­ché, non essendo assoluti, il nome dell’acqua e la sostan­za in sé stessa sono differenti. Ma per quanto riguarda Krsna, la Sua Persona e il Suo nome sono tutt’uno, sono identici, o púrnam, cioè perfetti e assoluti. Krsna è completo in Sé stesso, e altrettanto lo sono il Suo nome e la Sua forma. Ecco perché noi adoriamo la forma di Krsna: perché è assoluta. Noi non pensiamo a KrSna e alla Sua forma come a due cose distinte. Se Krsna e la Sua forma fossero differenti l’uno dall’altra, le parole “Verità Assoluta” non avrebbero alcun signi­ficato. Per questa ragione le Scritture vediche condan­nano la persona che, entrando in un tempio, crede che la forma del Signore presente sull’altare sia una sem­plice statua di metallo, di legno o di pietra. Con l’aiuto della scienza vedica dobbiamo sapere con certezza che Krsna è, veramente presente sull’altare. È vero che per poterlo realizzare occorre avere raggiunto un certo

grado di maturità spirituale, ma il fatto è che non esiste alcuna differenza tra Krsna e la Sua forma. Questa forma scesa sulla Terra è detta arca vigraha; vigraha si­gnifica forma e arca adorazione. Grazie alla Sua onni­potenza, Krsna appare in questa forma affinché la per­sona sincera che desidera adorarLo possa percepire la Sua presenza. Nel nostro stato attuale, con i nostri sensi imperfetti, noi non possiamo vedere Dio in per­sona e il nostro orecchio materiale non può udire ciò che riguarda il nome spirituale di Krsna. Ma Krsna è cosí misericordioso che ci fa la grazia di scendere in questo mondo nella Sua forma arca. Krsna non è privo di forma. Egli vive eternamente nella Sua forma tra­scendentale:

“Adoro Govinda, il Signore originale, il primo degli antenati. Egli porta al pascolo le mucche e soddisfa tutti i desideri; i Suoi palazzi sono costruiti con pietre fi­losofali e sono circondati da milioni di alberi dei desi­deri. Un numero infinito di laksmi (dee della fortuna) e di gopi Lo adorano da sempre con grande venerazione e col piú profondo affetto” (B.s.,5.29).

I seguaci della scuola filosofica màyàvàda sosten­gono talvolta che Krsna è un personaggio immagina­rio, ma la loro conclusione è priva di fondamento. La Bhagavad-gita afferma che Krsna è la Verità Suprema e Assoluta:

“O conquistatore delle ricchezze, nessuna verità Mi è superiore. Tutto su Me (Krsna) riposa, come perle su un filo.” (B.g., 7.7)

Com’è possibile che Krsna sia sen­za forma? In realtà, Egli possiede una forma completamente spirituale, e la Brahma-samhita lo conferma:

“Adoro Govinda, il Signore originale, che suona il flauto a meraviglia. Il Suo viso risplende di bellezza e i Suoi occhi si aprono come petali di loto; la Sua pelle ha il colore bluastro delle nuvole, e il Suo capo è ornato di piume di pavone. La Sua grazia ineffabile affascina milioni di kandarpa (Cupidi) ” (B.s., 5.30).

Queste parole sono di Brahma, il dirigente dell’uni­verso: Krsna non è una figura immaginaria, nata dalla fantasia di un artista. Noi non adoriamo un miraggio, anzi, seguiamo scrupolosamente gli sastra, le Scritture vediche. La verità dev’essere appresa da queste Scrit­ture. Bisogna vedere l’intera creazione alla luce di questi sastra, proprio come vediamo il mondo alla luce del sole. I nostri occhi sono troppo deboli per poter abbracciare il mondo intero. Noi vediamo solo in con­dizioni particolari (principio che è applicabile del resto a tutti gli altri sensi). Non è possibile vedere Krsna con i nostri sensi imperfetti, ma gli sastra ci permettono di conoscerLo. In che modo? Indicandoci la via del ser­vizio di devozione e dell’abbandono a Krsna, il Quale dice a questo proposito:

“A coloro che sempre Mi servono e Mi adorano con amore e devozione dò l’intelligenza con la quale po­tranno venire a Me” (B.g., 10.10).

Senza questo amore è impossibile vedere Krsna. Invece, chi ravviva piena­mente il suo amore per il Signore può contemplarLo ad ogni istante.

“Adoro Govinda, il Signore originale che è chiamato Syamasundara. Egli è Krsna stesso e i Suoi innumere­voli attributi sono inconcepibili; i puri devoti che hanno gli occhi unti dal balsamo dell’amore e della devozione Lo vedono nel profondo del loro cuore” (B.s., 5.38).

Il Movimento per la Coscienza di Krsna è fondato su basi rigorosamente scientifiche. Nessuno deve sentirsi autorizzato a dire che si tratta di un Movimento ispi­rato a un vago sentimentalismo religioso. Per la grazia del Signore Caitanya, Krsna mostra alle anime cadute del nostro tempo una misericordia speciale. Per aver reso la coscienza di Krsna facilmente accessibile a tutti, Sri Caitanya è stato definito “l`avatàra piú’ magna­nimo”: namo maha vadanyaya krsna prema pradaya te.

Il termine vadanya significa caritatevole, e maha signi­fica grande. Caitanya Mahaprabhu è definito maha­vadànya perché ha distribuito con una generosità senza limiti l’amore per Krsna (krsna prema) a tutti gli esseri. Tale è la misericordia di Caitanya Mahaprabhu. Al mo­mento necessario Egli è venuto a salvare dall’abisso tutte le anime cadute, condizionate dalla materia. Ai miei discepoli è stato sufficiente cantare il mantra Hare Krsna per perdere le loro cattive abitudini e trasfor­marsi radicalmente. Oggi essi cantano e danzano pieni di amore per Dio. Ciò che fu possibile cinquemila anni fa è ancora attuabile ora, a patto che adottiamo il canto del mantra Hare Krsna.

Il Signore Caitanya ci raccomanda anche di pulire con cura lo specchio dei nostri pensieri, spazzando via le impurità che vi si sono accumulate: ceto-darpana­ màrjanam.

Tutti gli esseri sono parti integranti del Signore, e sono quindi della Sua stessa sostanza. Ma il loro cuore, contaminato dalle influenze della natura materiale, li mantiene prigionieri di questo mondo. Ciò è confermato da Krsna nella Bhagavad-gita:

Gli esseri viventi, nel mondo delle condizioni, sono Miei frammenti eterni. Ma essendo condizionati lot­tano duramente contro i sei sensi, tra cui la mente.” (B.g., 15.7)

Se Krsna è sac-cid-ànanda-vigrahah, anche noi lo siamo. Tuttavia, il corpo e la mente materiali oscurano attualmente la nostra vera, natura; per questo motivo dobbiamo purificarli. Non: è un compito impossibile; anzi, è facilmente realizzabile se si adotta il canto dei santi nomi di Krsna. Ricordiamoci che Krsna e il Suo nome sono una cosa sola, come del resto anche il Signo­re Caitanya ha confermato:

“O Signore, il Tuo santo nome può dare ogni benedi­zione agli esseri viventi, perciò Tu possiedi centinaia e migliaia di nomi, come Krsna e Govinda, e in questi nomi trascendentali hai investito tutte le Tue potenze trascendentali. Non ci sono rigide regole per cantare questi nomi. O Signore, nella Tua infinita misericordia, ci permetti di avvicinarTi facilmente col canto dei Tuoi santi nomi, ma io sono cosí sfortunato che non ho alcu­na attrazione per essi” (Siks.,2. 2).

Noi cantiamo Hare Krsna, ma se qualcuno desidera cantare un altro nome del Signore, è libero di farlo. Caitanya Mahaprabhu afferma che Dio ha innumerevoli nomi, ma questo non ci autorizza a inventare un nome a nostro piacere. Il nome che si sceglie dev’essere riconosciuto da unaScrit­tura autentica. Il nome di Krsna è cantato da tempo immemorabile; lo si ritrova nella Bhagavad-gita e nello Srimad-Bhagavatam, opere che risalgono a cinquemila anni fa. Anche l’Atharva-veda cita il nome di Krsna. Possiamo quindi essere sicuri che il nome di Krsna non è un’invenzione recente, e che noi non inventiamo niente cantando Hare Krsna. Krsna è il nome originale di Dio; questo è ciò che tutti gli sastra insegnano. Krsnas tu bhagavan svayam (S.B., 1.3.28)

Non dobbiamo neppure credere che Krsna sia un dio indiano, o indú, o che appartenga a una confessione religiosa piuttosto che a un’altra. In realtà, Krsna è il padre di tutti gli esseri:

“Sappi, o figlio di Kunti, che tutte le specie di vita hanno origine nella natura materiale, e Io ne sono il padre che dà il seme” (B.g., 14.4).

Esistono 8400000 forme di vita, che comprendono gli esseri acquatici, gli alberi, le piante, gli insetti, gli uccelli, i mammiferi e gli esseri: umani di ogni genere, e Krsna dichiara di essere il padre di tutti; come si può quindi limitarLo a una sola na­zione o a una sola religione? Perché del resto tante dif­ferenti religioni? La religione è una e indivisibile. Dal momento in cui ne appare una seconda, una delle due è necessariamente falsa. Esiste una sola religione, ed è quella dell’abbandono a Dio. Se manca l’abbandono a Dio e il mezzo per sviluppare il nostro amore per Lui, non ci può essere spiritualità. Molti praticano una for­ma di religione (dharma), ma senza poter valutare il loro progresso. Invece, i risultati dell’adesione alla Coscienza di Krsna possono essere immediatamente percepiti, perché questa è la vera religione. Quando abbiamo fame e mangiamo qualcosa è inutile domandare a qualcun altro se ‘il nostro appetito è stato soddisfatto. Similmente, le persone che hanno adottato la religione autentica, la co­scienza di Krsna, si, accorgono di progredire costantemente; altrimenti, perché mi seguirebbero? Che cosa rappresenta l’India, questo Paese di miserie, accanto alle loro ricche nazioni di origine? Non ho comprato né corrotto questi europei e questi americani, tutti nati in famiglie agiate. Essi sono stati incoraggiati unicamente dal loro progresso nella coscienza di Krsna. Essi colgo­no il vero significato della religione e si arrendono al de­siderio di Krsna espresso nella Bhagavad-gita:

‘Pensa sempre a Me, diventa Mio devoto, offriMi i tuoi omaggi e adoraMi. Perfettamente assorto in Me, certa­mente verrai a Me.” (B.g., 9.34) Purtroppo, molti leg­gono la Bhagavad-gita in edizioni commentate da indi­vidui che inducono in errore il lettore. La maggior parte dei falsi eruditi che commentano la Bhagavad-gita sono invidiosi di Krsna. Krsna ci informa, nella Bhagavad-gita stessa, del loro destino:

Gli invidiosi, i malvagi, i piú degradati tra gli uomini, Io li getto nell’oceano dell’esistenza materiale nelle sva­riate forme di vita demoniaca“. (B.g., 16.19)

Nel settimo capitolo della Bhagavad-gita è detto che tutti coloro che non si abbandonano a Krsna sono naràdhama (i piú degradati tra gli uomini). Perché? Perché la vita umana è destinata a permetterci di svilup­pare la nostra coscienza di Krsna, a interrogarci su Dio i1 Bràhman Supremo; anche il Vedànta-sútra afferma la stessa cosa. Perciò, colui che non sviluppa in sé la coscienza di Krsna si degraderà al livello delle piú basse specie viventi.

Il Movimento per la Coscienza di Krsna è importante perché offre a ciascuno l’opportunità di rendere perfet­ta la propria vita: Krsna stesso dice:

“Dopo averMi raggiunto, le grandi anime, yogi colmi di devozione, mai piú torneranno in questo mondo temporaneo e pieno di sofferenza, poiché hanno ottenuto la perfezione piú alta,” (B.g., 8.15)

Avvicinare e comprendere Krsna è dunque la piú alta perfezione dell’ esistenza:

La nostra umile richiesta è che ciascuno adotti la coscienza di Krsna, qualunque sia la sua posizione o la sua condizione sociale. La verità, affermata da tutte le Scritture e da tutti i Veda, è che si può avvicinare Krsna indipendentemente dalle nostre origini e dalla nostra situazione. È sufficiente fare lo sforzo di comprendere Krsna perché la nostra vita s’illumini.

Due sono le vie per poter comprendere Krsna: si può tentare di conoscerLo attraverso il jnana, la ricerca filosofica, ma è soprattutto la bhakti, il servizio di devo­zione, che conferisce la conoscenza perfetta:

“Dopo numerose nascite e morti, colui che ha la vera conoscenza si sottomette a Me sapendo che Io sono la causa di tutte le cause e tutto ciò che esiste. Un’anima cosí grande è molto rara.” (B.g., 7.19)

In questo verso, il termine màhatma o grande anima, designa il fedele servitore del Signore, Sri Krsna, colui che ha una fede incrollabile in Krsna, o Dio, e perciò dev’essere considerato un sadhu, un uomo santo.

Dobbiamo sviluppare il nostro amore per Dio. Allo stato attuale non possiamo percepire Krsna, occorre innanzitutto purificare i sensi.

Sa vai pumsam paro dharmo yato bhaktir adhoksaje: la vera religione è quella che ci permette di sviluppare il nostro amore per Dio, che è situato al di là della percezione dei sensi. Il modo per adorarLo è molto semplice. Krsna stesso ce lo indi­ca nella Bhagavad-gita:

“Se qualcuno Mi offre, con amore e devozione, una fo­glia, un fiore, un frutto e dell’acqua accetterò la sua offerta.” (B.g., 9.26)

Noi chiediamo a tutti di adottare il canto del mantra Hare Krsna. Cantando questo mantra il nostro cuore a poco a poco si purificherà e questa purificazione ci permetterà di avvicinare Krsna. Io non ho chiesto ai giovani americani ed europei che mi hanno seguito di diventare miei discepoli; essi l’hanno fatto di loro pro­pria volontà dopo aver cominciato a cantare il mantra Hare Krsna. Allora ho chiesto loro di non mangiare piú carne, pesce e uova, di non aver piú relazioni ses­suali illecite, di non fare alcun uso di sostanze intossi­canti o eccitanti (compresi il tè, il caffè e il tabacco) e di non dedicarsi ad alcun gioco d’azzardo. Se credete nel valore di questi principi e potete seguirli, accetterò an­che voi come discepoli. Noi non cerchiamo di fare discepoli per aver successo agli occhi della gente. Se io permettessi ai miei discepoli di fare tutto ciò che voglio­no, avrei milioni di discepoli, ma a causa di queste rego­le di vita, il loro numero è ridotto. Tuttavia, il numero non è un criterio di giudizio. Non cerco molti discepoli; se anche solo un persona comprenderà Krsna, il mio piú grande desiderio sarà soddisfatto. Questo è lo scopo della mia missione. Vi prego, cercate semplicemente di capire Krsna. Questo è tutto ciò che vi chiedo. Il meto­do è molto semplice. E’ sufficiente che cantiate il mantra Hare Krsna perché il vostro cuore si purifichi. Allora comprenderete Krsna. Se siete desiderosi di conoscere Krsna, Egli vi darà l’intelligenza necessaria. Non la­sciatevi sfuggire questa opportunità. Non sprecate la vita umana dimenticando Krsna. Cercate di compren­dere, sviluppate la vostra coscienza di Krsna e siate felici.

(A.C. Bhaktivedanta Swami)

Yoga come unione con Krsna

Abbiamo spesso sentito parlare dello yoga. La Bhagavad-gita approva la pratica dello yoga, ma con lo scopo di raggiungere la purificazione. Lo scopo dello yoga è triplice: controllare i sensi, purificare le attività e unirsi a Krsna in una relazione reciproca.

La Verità Assoluta può essere realizzata in tre stadi, come brahman impersonale, come Paramatma localiz­zato (l’Anima Suprema) e infine come Bhagavan, Dio, la Persona Suprema. In ultima analisi, la Verità Assolu­ta è una Persona, ma è anche l’Anima Suprema onni-presente, situata nel cuore di ogni essere vivente e in ogni atomo, ed è anche il brahmajyoti, lo sfolgorio della luce spirituale. Bhagavan Sri Krsna, Dio, la Per­sona Suprema, possiede tutte le perfezioni, ma allo stesso tempo possiede ogni rinuncia. Nel mondo mate­riale colui che ha molte ricchezze non è incline a rinun­ciarvi, ma Krsna può rinunciare a tutto e rimanere com­pleto in Sé stesso.

Quando leggiamo la Bhagavad-gita sotto la guida di un maestro spirituale autentico non dobbiamo pen­sare che egli stia presentando le sue opinioni. Non è lui che parla, in realtà egli è solo uno strumento, chi parla è Dio, la Persona Suprema, che Si trova sia dentro di lui sia fuori di lui. Nel sesto capitolo della Bhagavad-gita, all’inizio del Suo discorso sullo yoga, Sri Krsna dice:

“II sannyasi, il vero yogi, è colui che compie i suoi doveri senza attaccamento ai frutti delle sue azioni, non colui che non accende il fuoco e si sottrae all’azione.” (B.g., 6. 1)

Tutti lavorano per ottenere un risultato, tanto che qualcuno potrebbe chiedere quale sia lo scopo del lavoro se non ci si deve aspettare alcun risultato in cambio. Chi lavora pretende sempre una ricompensa o una paga, ma in questo verso Krsna afferma che si può lavorare anche solo per dovere, senza aspettarsi alcun risultato in cambio; chi agisce in questo modo è veramente un sannyasi, una persona nell’ordine di rinuncia.

Secondo 1a cultura vedica esistono quattro stadi di vita: il brahmacarya, il grhastha, il vanaprastha e il sannyasa. Il brahmacarya è il periodo dedicato agli studi ed all’acquisizione della conoscenza spirituale sotto la guida di un maestro spirituale autentico. Il grhastha è il periodo di vita familiare in conformità con le Scrittu­re; è seguito dal vànaprastha, in cui l’uomo, giunto all’ età di cinquant’anni, lascia la casa e i figli e viaggia con la moglie nei santi luoghi di pellegrinaggio. Infine l’uo­mo lascia anche la moglie per dedicarsi completamente alla conoscenza di Krsna; questo stadio è il sannyasa, o l’ordine di rinuncia. Ma Krsna aggiunge che la rinuncia non è tutto, bisogna impegnarsi in qualche dovere. Qual è dunque il dovere del sannyàsi, di colui che ha rinuncia­to alla vita familiare, e non ha piú obblighi materiali? Il suo dovere è il piú importante di tutti: lavorare per Krsna. In realtà, questo è il vero dovere di tutti gli uo­mini, a qualunque stadio di vita appartengano.

Nella vita ognuno ha la possibilità di scegliere di servire l’illusione o di servire la realtà. Colui che serve la realtà è il vero sannyasi, mentre colui che serve l’illusione, è ingannato da maya, ma in un caso come nell’ altro si è sempre costretti a servire. O si serve l’illusione o si serve la realtà. La posizione naturale e originale dell’esserle vivente è quella di essere un servitore e non un padrone, perciò anche se ci illudiamo di essere pa­droni, in realtà siamo sempre servitori. Quando si ha una famiglia si può credere di essere padroni della pro­pria moglie, dei figli, della casa, del lavoro e cosí via, ma è un’idea falsa, perché in realtà si è sempre servitori della moglie, dei figli e del lavoro. Anche se il presiden­te di uno Stato può essere considerato il padrone del Paese, in realtà egli ne è il servitore. La nostra posizio­ne è sempre quella di servitori: o servitori dell’illusione o servitori di Dio. Ma rimanere servitori dell’illusione significa sprecare la propria esistenza. Naturalmente nessuno crede di essere un servitore, tutti pensano di lavorare per il proprio interesse. Sebbene i frutti del lavoro siano illusori ed effimeri, essi spingono l’uomo a diventare servitore dell’illusione, cioè servitore dei pro­pri sensi. Ma quando l’uomo risveglia i suoi sensi tra­scendentali e si situa nella conoscenza, diventa servitore della realtà. Una volta giunto sul piano della conoscen­za, l’uomo comprende che in ogni circostanza rimane un servitore e non gli sarà mai possibile diventare un padrone, perciò preferisce servire la realtà piuttosto che l’illusione. Quando l’uomo acquisisce questa consape­volezza significa che ha raggiunto il piano della vera conoscenza ed è diventato un vero sannyàsi.

Il sannyàsa, l’ordine di rinuncia, non è dunque una posizione sociale, ma un livello di realizzazione.

È dovere di tutti diventare coscienti di Krsna e ser­vire la causa di Krsna. Chi comprende questa verità è considerato un mahàtmà, una grande anima. Nella Bhagavad-gita Krsna afferma che dopo molte nascite chi possiede la vera conoscenza si sottomette a Lui, per­ché capisce che Vasudeva (Krsna) è tutto, vasudevah sarvam iti. Ma Krsna aggiunge che tale anima è molto rara. Perché? Se una persona intelligente arriva a capire che il fine ultimo della vita è sottomettersi a Krsna, perché dovrebbe esitare? Perché non si sottomette im­mediatamente, invece di aspettare di nascere ancora in questo mondo? Chi arriva al punto di sottomettersi completamente a Krsna diventa un vero sannyasi. Krsna non costringe nessuno ad abbandonarsi a Lui. L’ab­bandono a Krsna è il risultato dell’amore, di un amore trascendentale. Dove c’è costrizione non c’è libertà, perciò non può esserci amore. Una madre, per esempio, non ama il proprio figlio perché vi è costretta o perché si aspetta qualcosa in cambio.

L’amore per il Signore Supremo può manifestarsi in vari modi; possiamo amare il Signore come nostro mae­stro, come nostro amico, figlio o marito. Esistono cin­que rasa o relazioni fondamentali che ci legano eterna­mente a Dio, e quando giungiamo allo stadio perfetto della conoscenza, possiamo comprendere quale partico­lare relazione o rasa ci unisce a Lui.

Questo livello di conoscenza è chiamato svarupa-siddhi, o realizzazione della nostra vera identità. Ogni essere ha una relazione eterna con Dio, una relazione di servitore verso il mae­stro, o di amico verso l’amico, o di padre verso il figlio, o di moglie verso il marito, o di amante verso l’amato. Queste relazioni esistono eternamente, e la perfezione dello yoga consiste nel risvegliare in noi il ricordo della nostra relazione con Dio. Nel mondo materiale la no­stra relazione col Signore Supremo è riflessa in modo di­storto. In questo mondo la relazione tra padrone e ser­vitore è basata sul denaro, sulla forza o sullo sfrutta­mento, e non certamente sull’amore. Questa relazione, riflesso distorto di quella che ci unisce al Signore, conti­nua solo finché il padrone paga il servitore, ma appena il pagamento cessa, la relazione finisce. Anche in una relazione di amicizia, appena nasce un piccolo disaccordo l’amicizia si rompe e l’amico diventa un nemico. Per una divergenza d’opinione tra figlio e genitore, il figlio ab­bandona la casa e la relazione è troncata. La stessa cosa accade tra marito e moglie: un piccolo contrasto e subi­to il divorzio.

Nel mondo materiale nessuna relazione è reale o eterna. Dobbiamo ricordare che tutte queste relazioni effimere non sono altro che riflessi distorti della relazio­ne eterna che ci unisce a Dio, la Persona Suprema. Un oggetto riflesso in uno specchio non è reale; sembra reale, ma quando lo tocchiamo ci accorgiamo che è solo un vetro. Dobbiamo capire che queste relazioni di ami­co, genitore, figlio, padrone, servitore, marito, moglie o amante sono solo riflessi della relazione che ci unisce a Dio. Quando arriveremo a comprendere questa verità avremo raggiunto la perfezione della conoscenza; capi­remo allora di essere servitori di Krsna e di avere con Lui un’eterna relazione d’amore.

In questa relazione d’amore non si pretende una ri­compensa in cambio, ma la ricompensa c’è, ed è molto piú grande di tutto ciò che possiamo guadagnare in questo mondo col nostro lavoro. Non c’è limite alla ricompensa che Krsna può offrire. A questo proposito si può citare l’episodio di Bali Mahàràja, un re molto potente che aveva conquistato numerosi pianeti. Gli abitanti dei pianeti celesti, che erano stati vinti da que­sto re demoniaco, si rivolsero al Signore Supremo per­ché venisse in loro aiuto. Udite le loro suppliche, Sri Krsna prese le sembianze di un giovane brahmana nano e si avvicinò a Bali Maharaja dicendo: “Caro re, tu sei un grande sovrano e sei famoso per la tua generosità verso i brahmana, perciò sono venuto a chiederti qual­cosa in carità.

-Ti darò tutto ciò che vorrai, rispose Bali Maharaja.

-Vorrei avere solo quel pezzo di terra che sono in gra­do di coprire con tre passi, disse il giovane.

-Questo è tutto? E che ne farai di un pezzo di terra cosí piccolo?

-Anche se è piccolo, Mi basterà, replicò il giovane sor­ridendo.”

Bali Maharaja accettò, e il giovane nano con due passi coprì l’intero universo. Poi chiese a Bali Maharaja dove avrebbe potuto fare il terzo passo, e Bali, intuendo che i1 Signore Supremo gli stava mostrando il Suo favore, rispose: “Caro Signore, ora ho perso ogni cosa, non possiedo altro che la mia testa, perciò se vuoi puoi met­terci sopra il Tuo piede.” Sri Krsna fu molto soddifatto di Bali Mahàràja e gli chiese di esprimere un desiderio. Ma Bali Maharàja rispose: “Quando ho saputo che volevi qualcosa da me Ti ho dato tutto, ma non voglio niente in cambio.

-Anch’Io, da parte Mia, ho qualcosa da darti, rispose il Signore. Rimarrò per sempre alla tua corte come tuo servitore e messaggero.”

Cosí i1 Signore Supremo diventò il custode del pa­lazzo di Bali Maharaja, e questa fu la ricompensa che gli offri. Se noi offriamo qualcosa al Signore saremo ri compensati milioni di volte, ma non dovremmo preten­derlo. I1 Signore è sempre desideroso di ricompensare il servizio dei Suoi servitori. Chiunque pensi che servire il Signore sia il suo primo dovere, possiede la conoscenza perfetta e ha raggiunto la perfezione dello yoga.

Yoga come attività devozionale Abbiamo sentito parlare di moltissimi tipi di yoga e di yogi, ma nella Bhagavad-gita Krsna dice che il vero yogi è colui che si è completamente sottomesso a Lui, e afferma inoltre che non c’è differenza tra rinuncia (sannyàsa) e yoga.

“Non si può separare lo yoga, l’unione con l’Assoluto, dalla rinuncia, perché senza abbandonare ogni desiderio di godimento materiale nessuno può diventare uno yogi.” (B.g., 6.2)

Nella Bhagavad-gita sono delineati tre fondamentali tipi di yoga: il karma-yoga, il jnana yoga e il bhakti­yoga. I vari metodi di yoga possono essere paragonati a una scala; una persona può trovarsi sul primo gradino, un’altra a metà, oppure sull’ultimo gradino, e secondo il grado di elevazione sarà un karma yogi, un jnàna-yogi, e cosí via. II servizio al Signore è sempre presente, l’unica differenza è nel grado di elevazione della per­sona che lo pratica. Sri Krsna dice dunque ad Arjuna che non c’è differenza tra la rinuncia (sannyàsa) e lo yoga perché senza essere liberi dal desiderio per il pia­cere dei sensi non si può diventare né uno yogi un sannyasi.

Alcuni yogi praticano lo yoga per ottenere un gua­dagno, ma questo non è il vero yoga. Ogni cosa deve essere usata al servizio del Signore. Non importa se siamo semplici lavoratori, sannyasi, yogi o filosofi, qualunque cosa facciamo dev’essere fatta in coscienza di Krsna. E quando siamo assorti nel servizio di devozione ed agiamo in coscienza di Krsna, siamo veri sannyàsi e veri yogi.

Per coloro che si trovano sui primi gradini della scala dello yoga è necessario agire; è un errore pensare che praticare lo yoga significhi cessare ogni attività.

Nella Bhagavad-gita Krsna chiede ad Arjuna di diven­tare uno yogi, ma non gli dice di smettere di combattere, anzi, proprio il contrario. Ma come può una persona essere uno yogi e un guerriero allo stesso tempo? Gene­ralmente si crede che praticare lo yoga significhi iso­larsi in un luogo solitario e concentrarsi tenendosi seduti col busto eretto, con le gambe incrociate e gli occhi socchiusi, fissi sulla punta del naso. Com’è possibile dunque che Krsna chieda ad Arjuna di diventare uno yogi e allo stesso tempo di partecipare a un’orribile guerra civile? Questo è il mistero della Bhagavad-gita: si può essere un guerriero e allo stesso tempo lo yogi e il sannyàsi piú elevato. Ma ciò è possibile solo nella co­scienza di Krsna. È sufficiente combattere per Krsna, lavorare per Krsna, mangiare per Krsna, dormire per Krsna e dedicare ogni attività a Krsna. In questo modo possiamo diventare gli yogi e i sannyàsi piú elevati. Questo è il segreto.

Nel sesto capitolo della Bhagavad-gita Sri Krsna istruisce Arjuna sulla pratica dello yoga della medita­zione, ma Arjuna dichiara di essere incapace di appli­care questo tipo di yoga e quindi lo rifiuta. Come pos­siamo dunque considerare Arjuna un grande yogi? Eppure, nonostante il rifiuto di Arjuna, Krsna definì Arjuna il piú grande di tutti gli yogi perché, Egli disse, “Tu pensi sempre a Me”. Pensare a Krsna, infatti, è l’essenza di tutti gli yoga, come l‘hatha, il karma, il jnana e la bhakti, e di tutti i sacrifici e gli atti di carità. Tutte le attività raccomandate per la realizzazione spirituale si concludono nella coscienza di Krsna, cioè nel pensare sempre a Krsna. La vera perfezione della vita umana consiste nell’essere sempre coscienti di Krsna, qualunque siano le nostre attività.

All’inizio, chi intraprende lo yoga dovrebbe essere sempre impegnato in qualche attività per il piacere di Krsna; dovrebbe cercare qualche occupazione perché restare inattivi anche solo per un secondo non è consi­gliabile. Quando poi si avanza sul sentiero spirituale grazie a questa attività, la mente resterà sempre assorta in Krsna, anche se il corpo non è sempre impegnato in qualche attività fisica. All’inizio, però, è consigliabile impegnare tutti i propri sensi al servizio di Krsna. Le attività che si possono compiere per servire Krsna sono innumerevoli e l’Associazione Internazionale per la Coscienza di Krsna si propone di aiutare coloro che de­siderano impegnarsi in queste attività. Le ore della giornata sembrano sempre insufficienti a coloro che operano nella coscienza di Krsna; c’è sempre qualcosa da fare, giorno e notte, e gli studenti del Movimento per la Coscienza di Krsna s’impegnano con gioia. Questa è la vera felicità: il costante impegno per Krsna e per la diffusione della coscienza di Krsna. Nel mondo mate­riale se qualcuno lavora continuamente si stanca molto, ma nella coscienza di Krsna possiamo cantare Hare Krsna e impegnarci nel servizio di devozione ventiquat­tro ore al giorno e non ci stancheremo mai. Anche se facciamo vibrare qualche suono materiale ci sentiamo ben presto sazi, ma non è così per le vibrazioni spiritua­li, perché il piano spirituale è assoluto. Nel mondo materiale tutti lavorano per la soddisfazione dei sensi e il guadagno viene speso a questo scopo, ma il vero yogi non desidera alcun guadagno, desidera solo Krsna, e Krsna soddisfa questo suo desiderio.

Yoga come meditazione su Krsna

In India esistono luoghi sacri dove gli yogi vanno a meditare in solitudine, secondo il metodo prescritto nella Bhagavad-gita. Generalmente lo yoga non può essere praticato in luoghi pubblici, ma questa regola non vale per il kirtana o mantra yoga, cioè lo yoga del canto del mantra Hare Krsna,

hare krsna hare krsna krsna krsna hare hare hare ràma hare ràma ràma ràma hare hare

perché piú numerosa è la gente presente e meglio è. Quando Caitanya Mahaprabhu eseguiva il kirtana in India, cinquecento anni fa, Egli organizzava gruppi di sedici persone che conducevano il canto e migliaia di persone cantavano con loro. La partecipazione al kirtana, il canto pubblico dei nomi e delle glorie del Signore, è facilmente attuabile in questa era, mentre è molto difficile praticare lo yoga della meditazione. La Bhagavad-gita dichiara che per praticare lo yoga della meditazione occorre ritirarsi in un luogo santo e solita­rio; in altre parole, bisogna lasciare la propria casa. Ma in questa epoca di sovrappopolazione non è sempre pos­sibile trovare un luogo solitario, cosa che non è richie­sta, invece, a chi pratica il bhakti yoga.

II bhakti-yoga comprende nove attività devozionali: 1) ascoltare ciò che riguarda il Signore; 2) glorificare il Signore; 3) ricordarsi del Signore; 4) servire i piedi di loto del Signore; 5) adorare il Signore; 6) offrire pre­ghiere al Signore; 7) servire il Signore; 8) legarsi d’ami­cizia col Signore; 9) abbandonarsi totalmente al Signo­re. Tra queste nove attività, sravanam e kirtanam, cioè ascoltare ciò che riguarda i1 Signore e glorificare il Si­gnore, sono considerate le piú importanti.

Durante il kirtana in pubblico una persona canta

hare krsna hare krsna krsna krsna hare hare hare ràma hare rama ràma ràma hare hare

mentre un gruppo di persone ascolta, e alla fine del mantra il gruppo risponde cantando a sua volta il man­tra; in questo modo si ha un alternarsi di ascolto e di canto. Ciò è facilmente attuabile a casa propria con un piccolo gruppo di amici, o anche in un grande luogo pubblico con molta gente. Ma tentare di praticare lo yoga della meditazione in una grande città o in un cen­tro di yoga è solo una allucinazione e non è racco­mandato dalla Bhagavad-gita.

Il fine dello yoga è la purificazione, cioè la realiz­zazione della nostra vera identità. Purificazione vuol dire comprendere che siamo anime spirituali e non corpi di materia. A causa della contaminazione materiale ci identifichiamo con la materia e pensiamo di essere que­sto corpo, ma per praticare il vero yoga dobbiamo rea­lizzare che la nostra identità originale è distinta dalla materia: Anche lo scopo della ricerca di un luogo ap­partato per praticare lo yoga della meditazione è quello di giungere a questa comprensione, che però non potrà essere ottenuta se non si esegue questo metodo in modo appropriato. A questo proposito Sr! Caitanya Maha­prabhu disse:

harer nàma harer nama harer namaiva kevalam kalau nasty eva nasty eva nàsty eva gatir anyathà

“In questa età di conflitti e d’ipocrisia (il kali yuga) l’unìca via di realizzazione spirituale è il canto dei san­ti nomi del Signore. Non c’è altra via, non c’è altra via.”

Soprattutto nel mondo occidentale si crede che lo yoga implichi la meditazione sul vuoto. Le Scritture vediche, invece, non accettano questo tipo di medita­zione, e sostengono che lo yoga significa meditare su Visnu, come conferma anche la Bhagavad-gita. In molti centri di yoga si vede la gente seduta a gambe incrociate e col busto eretto, gli occhi chiusi, in atteg­giamento di meditazione, ma sicuramente il cinquanta per cento di queste persone finisce con l’addormentarsi, cosa normale quando si chiudono gli occhi e non si ha alcun oggetto su cui fissare l’attenzione. Naturalmente non è questo che Krsna raccomanda nella Bhagavad­-gita. Bisogna sedersi col busto eretto e fissare con gli occhi semichiusi la punta del naso; se queste istruzioni non sono seguite l’unico risultato sarà il sonno. In alcuni casi la meditazione continua anche durante il sonno, ma questo non è il metodo raccomandato per prati­care lo yoga; per rimanere svegli Krsna consiglia di fis­sare lo sguardo sulla punta del naso. Inoltre occorre non essere disturbati; se la mente è agitata o intorno a noi si svolgono altre attività non è possibile concentrarsi. Bisogna anche essere liberi dalla paura; non c’è motivo di paura quando si entra nella vita spirituale. Occorre inoltre essere brahmacari, cioè completamente liberi da ogni attività sessuale; non si può meditare e sottostare agli impulsi dei sensi. Quando non c’è alcuna richiesta da parte dei sensi e si segue questo sistema in modo ap­propriato, allora si può controllare la mente. Dopo aver soddisfatto cosí tutte le esigenze necessarie alla meditazione, si dovrebbero fissare tutti i pensieri su Krsna o Visnu, e certamente non sul vuoto. Infatti, Krsna afferma che la persona che è impegnata nello yoga della meditazione pensa sempre a Lui.

Lo yogi deve dunque superare molti ostacoli per purificare l’àtma (la mente, il corpo e l’anima), ma in questa epoca possiamo purificarci in modo efficace semplicemente cantando

hare krsna hare krsna krsna krsna hare hare hare ràma hare ràma ràma ràma hare hare

Poiché questa vibrazione sonora trascendentale non è differente da Krsna, quando cantiamo il Suo nome con devozione Krsna è con noi, e se Krsna è con noi com’è possibile rimanere impuri? Perciò, colui che è assorto nella coscienza di Krsna, nel canto dei nomi di Krsna e nel servizio devozionale a Krsna riceve i benefici della piú alta forma di yoga senza dover affrontare tutte le difficoltà che richiede lo yoga della meditazione. Que­sto è il vantaggio della coscienza di Krsna.

Per praticare lo yoga occorre controllare tutti i sensi, dopodichè si deve fissare la mente su Visnu. Dominata cosí la vita materiale si raggiunge la pace.

“Chi ha controllato la mente e conquistato cosí la serenità ha già raggiunto l’Anima Suprema” (B.g„ 6.7).

Questo mondo materiale è paragonato a una grande foresta in fiamme. Come nella foresta l’incendio di­vampa senza che nessuno l’abbia provocato, cosí nel mondo materiale scoppia sempre qualche conflitto an­che se si cerca di vivere pacificamente. In nessun luogo del mondo materiale è possibile vivere in pace, mentre la pace è facilmente raggiunta da colui che è situato sul piano trascendentale grazie allo yoga della meditazione o al metodo della filosofia empirica o al bhakti-yoga.

Tutte le forme di yoga sono destinate ad elevarci alla vita spirituale, ma in questa epoca il metodo del canto dei santi nomi del Signore è particolarmente efficace. Possiamo continuare il kirtana per ore e ore senza mai sentirci stanchi; è molto difficile, invece, sedersi nella posizione del loto e restare fermi anche solo per pochi minuti. In conclusione, qualunque sia il tipo di yoga che si è scelto, una volta spento il fuoco della vita mate­riale, non si sperimenta ciò che è chiamato il vuoto im­personale, bensí, come Krsna dice ad Arjuna, si entra nella dimora suprema.

“Col controllo del corpo, della mente e dell’azione, lo yogi, sottraendosi all’esistenza materiale, raggiunge il regno spirituale” (B.g., 6.15).

La dimora di Krsna non è vuota; è come un edificio dove si svolge sempre una grande varietà di occupazioni. Lo yogi perfetto rag­giunge il regno di Dio dove esiste la varietà spirituale. Tutte le differenti forme di yoga sono metodi che ci permettono di entrare nella dimora di Krsna. In realtà, noi apparteniamo a questa dimora, ma a causa della nostra dimenticanza siamo stati inviati nel mondo mate­riale. Come una persona malata di mente viene chiusa in un ospedale psichiatrico, cosí noi, dimentichi della nostra identità spirituale, siamo come pazzi e veniamo segregati in questo mondo, che è una specie di ospedale psichiatrico, dove è facile vedere che niente viene fatto in modo molto sensato. Il nostro vero interesse è quello di uscire da questo mondo per entrare nel regno di Dio. Nella Bhagavad-gita Krsna ci dà una descrizione del Suo regno e ci rivela la Sua identità e la nostra. Tutti gli insegnamenti necessari sono contenuti nella Bhagavad-gita e l’uomo intelligente saprà trarre van­taggio da questa conoscenza.

Lo Yoga rifiutato da Arjuna

Molti metodi di yoga sono stati divulgati nel mondo occidentale, specialmente in quest’ultimo secolo, ma nessuno di essi ha insegnato la perfezione dello yoga. Nella Bhagavad-gità Sri Krsna, Dio, la Persona Su­prema, insegna questa perfezione direttamente ad Ar­juna, e se anche noi desideriamo ottenerla possiamo trarre vantaggio da questi insegnamenti autorevoli che sono contenuti nella Bhagavad-gita.

È certamente significativo il fatto che la perfezione dello yoga sia stata insegnata in mezzo a un campo di battaglia, ad Arjuna, che era un guerriero, poco prima che s’impegnasse in una guerra fratricida. Mosso dal sentimento per i suoi parenti, Arjuna non capiva per quale motivo dovesse combattere contro di loro; ma il suo rifiuto era dovuto all’illusione, e per sradicare questa illusione Sri Krsna gli rivelò la Bhagavad-gita. Possiamo immaginare in quanto poco tempo sia stata esposta la Bhagavad-gita. I guerrieri dei due eserciti erano pronti ad affrontarsi, restava pochissimo tempo, non piú di un’ora. E in un’ora Krsna espose l’intera Bhagavad-gita ad Arjuna, il Suo caro amico, rivelan­dogli cosí la perfezione di tutti gli yoga. Dopodiché Arjuna mise da parte ogni esitazione e iniziò a combattere.

Durante il Suo colloquio con Arjuna, Krsna gli spie­gò anche come si deve praticare lo yoga della medita­zione -sedersi in un luogo solitario, tenere il busto eretto, gli occhi socchiusi e fissi sulla punta del paso senza mai distrarsi-, ma Arjuna rispose:

“O Màdhusúdana, non vedo come io possa mettere in pratica questo yoga che Tu hai brevemente descritto, poiché la mente è agitata e instabile.” (B.g., 6.33)

È importante ricordare che ci troviamo in una situazione materiale dove ad ogni istante la nostra mente può esse­re agitata. Siamo convinti che cambiando questa situa­zione poco favorevole risolveremo i nostri problemi e a un certo punto anche tutte le ansietà mentali spariran­no, ma la natura stessa del mondo materiale non ci per­mette di essere liberi dall’ansietà. Nonostante il nostro impegno continuo nel cercare una soluzione ai proble­mi, questa soluzione non arriverà mai perché tale è la natura di questo universo.

Arjuna, molto onestamente, dichiara di essere inca­pace di praticare lo yoga descritto da Krsna. È signifi­cativo il fatto che Arjuna si rivolga a Krsna chiamandoLo Madhusudana, “uccisore del demone Madhu”. I nomi del Signore sono innumerevoli perché si riferi­scono alle Sue innumerevoli attività. Noi siamo parti di Dio e abbiamo difficoltà anche solo a ricordare le azioni che abbiamo compiuto dall’infanzia fino ad oggi, ma Dio è eterno e illimitato, e poiché le Sue attività sono illimitate, Egli ha un numero illimitato di nomi, di cui Krsna è il principale. Perché dunque Arjuna si rivolge a Krsna chiamandoLo Madhusudana, quando essendo Suo amico avrebbe potuto chiamarLo diretta­mente Krsna? Arjuna paragona la propria mente al grande demone Madhu: se Krsna fosse riuscito a ucci­dere il demone chiamato “mente”, Arjuna avrebbe potuto raggiungere la perfezione dello yoga. Arjuna dice: “La mia mente è piú potente del demone Madhu. Se Tu la uccidessi riuscirei a praticare questo tipo di yoga”. Anche la mente di un grande uomo come Arjuna è sempre agitata. Arjuna stesso lo afferma:

“La mente, o Krsna, è sfuggente, febbrile, potente e tenace; dominarla mi sembra piú difficile che control­lare il vento” (B.g., 6.34).

La mente ci dà continuamente ordini “vai qua, vai là, fai questo, fai quello”, ci indica sempre una via da seguire, perciò lo scopo dello yoga è il controllo della mente. Lo yoga della meditazione permette di control­lare la mente fissandola sull’Anima Suprema: questo é lo scopo dello yoga. Ma Arjuna dice che controllare la mente è piú difficile che fermare il vento impetuoso. Immaginiamo un uomo che tenti di fermare un uragano stendendo le braccia. Dobbiamo dedurre che Arjuna non è abbastanza qualificato per controllare la propria mente? La verità è che non possiamo neppure tentare di capire le immense qualità di Arjuna, che era addirit­tura un amico personale di Krsna, Dio, la Persona Su­prema. Questa è una posizione molto elevata e non può essere raggiunta se non da una persona che pos­siede grandi qualità. Inoltre Arjuna era conosciuto come un grande guerriero e amministratore, era cosí intelligente che poté capire là Bhagavad-gita nello spa­zio di un’ora, mentre oggi grandi studiosi non arrivano a comprenderla nemmeno studiandola per una vita in­tera. Eppure Arjuna pensava che controllare la mente fosse impossibile per lui. Come possiamo dunque cre­dere che ciò che era impossibile per Arjuna in un’era ben piú progredita sia possibile per noi in quest’epoca degenerata? Non dovremmo pensare nemmeno per un attimo di essere allo stesso livello di Arjuna, siamo mille volte inferiori.

Inoltre non ci sono testimonianze scritte che Arjuna abbia tentato di praticare lo yoga della meditazione, eppure Krsna lo considerò l’unico uomo degno di comprendere la Bhagavad-gita. Qual era dunque la grande qualificazione di Arjuna? Sri Krsna dice: “Tu sei Mio devoto. Tu sei il Mio amico carissimo.” Ciò nonostan­te Arjuna rifiuta di praticare lo yoga della meditazione descritto da Krsna. Che cosa dobbiamo concludere? Che la mente non può mai essere controllata? No, può essere controllata col metodo della coscienza di Krsna. Fissare sempre la mente in Krsna è la perfezione dello yoga.

Nel dodicesimo Canto dello Srimad-Bhagavatam Sukadeva Gosvami dice a Maharaja Pariksit che nell’età dell’oro, il satya yuga, gli uomini vivevano cento mila anni e grazie al loro livello di evoluzione e alla loro longevità potevano praticare lo yoga della medita­zione. Ma ciò che si poteva ottenere nel satya yuga col metodo della meditazione, nel treta yuga con l’of­ferta di grandi sacrifici; e nello dvapara yuga con l’ado­razione del Signore nel tempio, oggi, nel kali yuga, si può ottenere semplicemente col canto dei nomi di Dio (hari-kirtana). Cosí, da fonti autorevoli apprendiamo che il canto del mantra

hare krsna hare krsna krsna krsna hare hare hare rama hare rama rama rama hare hare

è la personificazione del perfetto yoga in quest’epoca. Oggi l’uomo riesce a vivere con grande difficoltà fino a cinquanta o sessant’anni e al massimo raggiunge gli ottanta o i cent’anni. Questi pochi anni sono sem­pre pieni di ansietà e di difficoltà dovute a differenti circostanze come le guerre, le epidemie, le carestie e altre avversità. Inoltre l’uomo del nostro tempo ha un’intelligenza limitata e oltretutto è sfortunato. Queste sono le caratteristiche dell’uomo che vive nel kali-yuga, età degradata. In altre parole, non potremo mai rag­giungere il successo praticando lo yoga della meditazio­ne descritto da Krsna, tutt’al piú potremo soddisfare i nostri capricci personali con qualche pseudoadatta­mento di questo yoga. Vediamo la gente che spende denaro per frequentare corsi di ginnastica e di respira­zione profonda, ed è contenta se riesce cosí a prolungare la propria vita di qualche anno o se riesce a godere di una migliore vita sessuale. Ma dobbiamo capire che questo non è il vero yoga. Nella nostra era lo yoga della meditazione non può essere attuato, ma la perfe­zione può essere ugualmente raggiunta col bhakti-yoga, il sublime metodo della coscienza di Krsna, e in parti­colare col mantra yoga, la glorificazione di Sri Krsna attraverso il canto del mantra Hare Krsna. Questo me­todo è raccomandato dalle Scritture vediche ed è stato introdotto da grandi autorità come Caitanya Maha­prabhu. La Bhagavad-gita dichiara che i mahàtma, le grandi anime, cantano sempre le glorie del Signore, per­ciò se aspiriamo a diventare mahàtma secondo le Scrit­ture vediche come la Bhagavad-gita e secondo le grandi autorità in campo spirituale, si deve adottare la coscien­za di Krsna e il canto del mantra Hare Krsna. Ma se ci accontentiamo di far mostra di meditazione sedendoci eretti nella posizione del loto o andando in trance come qualche esibizionista, allora è un’altra cosa. Dobbiamo capire, però, che tali ostentazioni non hanno nulla in comune con la vera perfezione dello yoga. La malattia del materialismo non può essere curata con una medicina artificiale, dobbiamo accettare la cura direttamente da Krsna.

Yoga come controllo del corpo e della mente

Durante tutto il dialogo della Bhagavad-gita Krsna incoraggia Arjuna a combattere, perché Arjuna era un guerriero e combattere era suo dovere. Sebbene Krsna descriva lo yoga della meditazione nel sesto capitolo, Egli non dà particolare rilievo a questo metodo, né inco­raggia Arjuna a seguirlo, ammettendo che questa forma di yoga è molto difficile.

“O Arjuna dalle braccia potenti, è certamente difficile domare questa mente agitata, tuttavia è possibile, o fi­glio di Kunti, con una pratica costante e col distacco” (B.g., 6.35).

In questo verso Krsna sottolinea l’impor­tanza della pratica costante e della rinuncia come meto­di per controllare la mente. Ma che cos’è la rinuncia? Oggi ci sembra quasi impossibile poter rinunciare a qualcosa, abituati come siamo ad una grande varietà di piaceri materiali. Nonostante l’eccessiva indulgenza verso questi piaceri, frequentiamo corsi di yoga e ci aspettiamo di ottenere buoni risultati. Esistono molti principi regolatori connessi con la pratica corretta dello yoga, ma la maggior parte di noi difficilmente riesce ad abbandonare anche solo una semplice abitudine come il fumare. Nel Suo discorso sullo yoga della me­ditazione, Krsna afferma che lo yoga non può essere praticato correttamente né da chi mangia troppo né da chi mangia troppo poco; chi è denutrito o chi mangia piú del necessario non può praticare lo yoga. L’alimen­tazione dev’essere moderata, sufficiente per tenere insieme l’anima e il corpo, e non dev’essere tesa al pia­cere del palato. Quando ci presentano piatti appetitosi, di solito non ci accontentiamo di prendere una prepara­zione soltanto, ma ne vogliamo due, tre, quattro e an­che di piú, perché la nostra lingua non è mai soddisfat­ta. Invece in India non è cosa insolita vedere uno yogi che prende un cucchiaio di riso al giorno e nient’altro. Inoltre non si può seguire lo yoga della meditazione se si dorme troppo o troppo poco: Appena ci addormen­tiamo, sogniamo, anche se poi non ricordiamo i nostri sogni.

Nella Bhagavad-gita Krsna ci avverte che se si sogna troppo mentre si dorme non si potrà eseguire lo yoga adeguatamente, e afferma che sei ore di riposo al giorno sono sufficienti. Neppure chi è soggetto all’ insonnia può praticare bene lo yoga, perché il corpo va mantenuto in buona salute. Krsna indica dunque alcune regole che sono necessarie a disciplinare il corpo, regole che possono essere sintetizzate in quattro principi fon­damentali: noti avere alcun rapporto sessuale illecito, non prendere sostanze intossicanti, non consumare né carne né pesce né uova, non fare speculazioni monetarie o mentali: Queste sono le quattro regole di base per la pratica di qualsiasi metodo di yoga. Ma nella nostra epoca, chi può astenersi da queste attività? Dobbiamo quindi considerare attentamente fino a che punto stia­mo praticando lo yoga con successo.

“Lo yogi deve sempre cercare di concentrare la mente sull’Anima Suprema. Deve vivere da solo in un luogo appartato e controllare sempre la mente con attenzione. Dev’essere libero da ogni desiderio e da ogni senso di possesso.” (B.g., 6.10) Da questo verso possiamo capire che è dovere dello yogi rimanere sempre solo. Lo yoga della meditazione non può essere praticato in gruppo, almeno secondo quanto afferma la Bhagavad-gita; in­fatti, con questo tipo di yoga è possibile fissare la mente sull’Anima Suprema solo ritirandosi in un luogo solita­rio. In India esistono molti yogi e saggi che, vivono in solitudine e solo in rare occasioni lasciano i loro eremi­taggi per partecipare a cerimonie particolari; tuttora migliaia di yogi e saggi si riuniscono ogni dodici anni in alcuni luoghi sacri, come Allahabad, esattamente come in Occidente gli uomini d’affari si ritrovano ai congres­si. Oltre a vivere in solitudine, lo yogi dovrebbe essere libero da ogni desiderio materiale e non dovrebbe prati­care lo yoga allo scopo di ottenere qualche potere so­prannaturale; inoltre non dovrebbe accettare doni o favori dalla gente. Chi desidera praticare corretta­mente questo tipo di yoga deve dunque vivere da solo nella giungla, nella foresta o sulla montagna ed evitare ogni contatto con la società. Lo yogi deve ricordare costantemente il motivo che lo ha spinto a fare questa scelta e non deve mai sentirsi solo perché dev’essere consapevole che in ogni istante il Paramatma -l’Anima Suprema- è con lui. Tutto ciò dimostra come sia diffi­cile.nella società moderna praticare seriamente questo tipo di yoga; infatti, nell’era di Kali, la società non ci permette di restare soli, di vivere senza desideri e senza proprietà.

Krsna continua a spiegare ad Arjuna il metodo per mettere in pratica lo yoga della meditazione; Sri Krsna dice:

In un luogo santo e isolato lo yogi deve prepararsi un seggio d’erba kusa, né troppo alto né troppo basso, e ricoprirlo con una pelle di daino e un panno di tessuto soffice. Là deve sedersi immobile, praticare lo yoga controllando la mente e i sensi, fissare i suoi pensieri su un unico punto e purificare cosí il suo cuore.” (B.g., 6,11-12)

Di solito gli yogi si siedono su una pelle di tigre o di daino per tenere lontano i serpenti, che pos­sono disturbare la loro meditazione. Nella creazione ogni cosa ha la sua utilità: ogni filo d’erba adempie la sua funzione ed esiste per un preciso scopo, anche se noi ignoriamo quale esso sia. Cosí, nella Bhagavad­gita Krsna ha dato allo yogi alcune indicazioni da segui­re se non vuole essere disturbato dai serpenti. Dopo aver scelto, in una zona solitaria un luogo adatto per sedersi, lo yogi inizia a purificare l’atma, cioè il corpo, la mente e l’anima. Il suo scopo non dev’essere quello di raggiungere qualche potere soprannaturale. Talvolta gli yogi ottengono alcune siddhi o poteri soprannatu­rali, ma questo non è lo scopo dello yoga, perciò il vero yogi non fa mostra di questi poteri. Il vero yogi pensa: “Sono contaminato dall’atmosfera materiale perciò devo purificarmi.”

Da quanto è stato detto possiamo renderci conto che controllare la mente e il corpo non è cosa facile; non possiamo farlo con la stessa facilità con cui entriamo in un negozio a comperare qualcosa. Ma Krsna aggiun­ge che questi principi si possono facilmente seguire quando si adotta la coscienza di Krsna.

È naturale che ognuno di noi sia soggetto allo stimolo sessuale, perché fintanto che avremo un corpo materia­le, il desiderio sessuale sarà presente; la vita sessuale, dunque, non è negata. Similmente, finché avremo un corpo dovremo mangiare per mantenerlo e dovremo dormire per farlo riposare; non possiamo negare queste attività. Ma le Scritture vediche indicano le norme con cui possiamo regolare le nostre esigenze materiali come il mangiare, il dormire, l’accoppiarsi e cosí via. Se desi­deriamo raggiungere il successo nella pratica dello yoga non possiamo permettere che i nostri sensi sfrenati ci trascinino giú lungo il sentiero degli oggetti dei sensi. Sri Krsna ci consiglia di controllare la mente regolando le attività, altrimenti la mente diventerà sempre piú agi­tata. Non si tratta di negare queste attività ma di rego­larle fissando la mente nella coscienza di Krsna. L’im­pegno costante in qualche attività collegata a Krsna è il vero samadhi. Non è vero che colui che si trova in samadhi non debba mangiare, lavorare, dormire o godere in nessun modo; in realtà, il samadhi è lo svol­gimento regolato di queste attività mentre la mente è concentrata in Krsna.

“Per chi non ha il controllo della mente, Krsna afferma, la realizzazione spirituale sarà un’impresa difficile” (B.g., 6.36). Tutti sanno che un cavallo senza briglie è pericoloso da cavalcare; può andare in qualsiasi dire­zione, a qualsiasi velocità, e sicuramente il cavaliere andrà incontro a una caduta. Krsna è dunque d’accordo con Arjuna nel dire che la pratica dello yoga è diffi­cile per chi non ha il controllo della mente. “Ma per co­lui che domina la mente, Krsna aggiunge, e guida i propri sforzi con un giusto metodo, il successo è sicuro: Que­sto è il Mio pensiero” (B.g., 6.36). Che cosa significa “guidare i propri sforzi con un giusto metodo?” Signi­fica che dobbiamo seguire i quattro principi fondamentali che abbiamo menzionato prima ed eseguire le nostre attività con la mente assorta in Krsna.

Chi desidera praticare lo yoga a casa propria deve di ridurre le proprie attività. Non può trascorrere molte ore della giornata lavorando duramente solo per guadagnarsi da vivere. Deve limitare le ore di lavoro, deve mangiare e soddisfare le altre esigenze del corpo con moderazione, e deve condurre una vita il piú possibile libera dall’ansietà. Solo cosí potrà avere suc­cesso nella pratica dello yoga. Qual è il sintomo di una persona che ha raggiunto la perfezione dello yoga? Krsna afferma ché è situato nello yoga colui che ha pieno controllo della propria mente.

“Quando lo yogi giunge, con la pratica, a regolare le attività della mente e, libero da ogni desiderio materiale, raggiunge l’Assoluto, si dice che è situato nello yoga.” (B.g., 6.18).

Colui che ha raggiunto il piano dello yoga non è condizionato dalla mente, anzi, la mente è sotto il suo controllo. La mente non dev’essere soffocata o annullata perché il compito dello yogi è proprio quello di fissarla sempre in Krsna o Visnu. Lo yogi non può permettere che la sua mente vaghi su qual­che altro oggetto. Tutto questo può sembrare difficile, ma è possibile nella coscienza di Krsna. Quando si è costantemente impegnati nella coscienza di Krsna, cioè nel servizio di devozione al Signore, quale possibilità ha la mente di allontanarsi da Krsna? Nel servizio di devozione la mente è automaticamente controllata.

Lo yogi non deve avere alcun desiderio per il piacere dei sensi. Colui che è situato nella coscienza di Krsna non desidera altro che Krsna. È impossibile eliminare i desideri, ma si può vincere il desiderio dei piaceri mate­riali col metodo della purificazione, e contemporanea­mente si può coltivare il desiderio di servire Krsna. Si tratta di trasferire il desiderio da un oggetto all’altro e non di sopprimerlo, poiché il desiderio è il compagno costante dell’essere vivente. La coscienza di Krsna è il modo di purificare i propri desideri; invece di desiserare ogni cosa per il piacere dei propri sensi, si può deside­rare ogni cosa per usarla al servizio di Krsna. Per esem­pio, possiamo desiderare di mangiare un buon cibo, e invece di prepararlo per noi possiamo prepararlo per Krsna e offrirlo a Lui. La differenza non è nell’azione, ma nella coscienza, perché, invece di pensare di agire per il piacere dei propri sensi, si pensa di agire per il piacere di Krsna. Possiamo preparare buone pietan­ze vegetariane con il latte e i suoi derivati, con le verdure, i cereali, la frutta e altri prodotti vegetali, e quindi of­frirle a Krsna recitando questa preghiera: “II corpo ma­teriale è fatto d’ignoranza e i sensi sono una rete di sen­tieri che conducono alla morte. Per un motivo o per l’altro siamo caduti nell’oceano del piacere dei sensi, e tra tutti i sensi la lingua è la piú vorace e la piú difficile da controllare. Ma Tu, Krsna, sei molto gentile con noi e ci hai dato questo delizioso prasada, cibo spirituale, per controllare la lingua. Prendiamo dunque questo prasàda fino alla nostra piena soddisfazione, glorifi­chiamo Sri Sri Radha e Krsna, e invochiamo con amore l’aiuto di Sri Caitanya e di Nityananda Prabhu.” In questo modo il nostro karma è annullato, poiché fin dal primo momento della preparazione del cibo abbiamo pensato che sarebbe stato offerto a Krsna. Non do­vremmo avere il desiderio di godere del cibo, ma Krsna. è cosí misericordioso che ci concede il cibo per nutrirci, e il nostro desiderio viene cosí esaudito.

Quando una persona ha plasmato la propria vita in questo modo, uniformando i suoi desideri a quelli di Krsna, significa che ha raggiunto la perfezione dello yoga. Secondo la Bhagavad-gita, dunque, praticare lo yoga non significa solo fare qualche esercizio fisico o respiratorio, è necessaria una totale purificazione della coscienza.

Nella pratica dello yoga è molto importante che la mente non sia agitata.

“Come una fiamma al riparo dal vento non oscilla, cosí lo spiritualista che controlla la mente rimane sem­pre fermo nella sua meditazione sull’Anima Suprema.” (B.g., 6.19)

Quando una candela si trova in un luogo senza vento la fiamma non oscilla ma rimane ferma. La mente, come una fiamma, è sensibile a tutti i desideri materiali e si muoverà alla piú lieve agitazione. Un pic­colo movimento della mente può cambiare l’intera co­scienza di una persona, perciò in India chi pratica lo yoga con serietà di solito rimane brahmacàri, cioè celi­be. Esistono due tipi di brahmacàri: uno è completa­mente celibe, l’altro è il grhastha-brahmacàri, cioè è sposato, ma regola rigidamente i suoi rapporti con la moglie ed evita il contatto con altre donne. In questo modo, cioè con un completo celibato oppure con una vita sessuale regolata, la mente è tenuta lontana da ogni forma di agitazione. Può accadere talvolta che la mente di chi ha fatto voto di completo celibato venga agitata dal desiderio sessuale; perciò in India coloro che praticano lo yoga secondo il metodo tradizionale non hanno il permesso di sedersi in un luogo appartato nem­meno con la madre, la sorella o la figlia perché la mente è cosí instabile che il piú lieve turbamento può provo­care un grande danno.

Lo yogi dovrebbe educare la mente in modo tale da poterla richiamare non appena essa si allontana da Visnu, che è l’oggetto costante della sua meditazione. Naturalmente ciò richiede grande esercizio. Lo yogi deve arrivare a capire cha la vera felicità è nel piacere che sperimentano i sensi trascendentali e non i sensi materiali. Non si tratta di sacrificare né i sensi né i desideri, perché nella sfera spirituale esiste sia il deside­rio sia la soddisfazione dei sensi. La vera felicità tra­scende l’esperienza dei sensi materiali. Chi non è con­vinto di questo sarà sicuramente agitato dagli oggetti dei sensi e finirà col cadere dal sentiero dello yoga. E’ necessario dunque capire che la felicità ottenuta con i sensi materiali non è la vera felicità.

Coloro che sono veri yogi provano veramente la feli­cità, ma in che modo? Ramante yogino ‘nante, la loro gioia è illimitata, e questa gioia illimitata è la vera felicità, una felicità spirituale, non materiale. Questo è il vero significato del nome Rama, cosí come si trova nel mantra

hare krsna hare krsna krsna krsna hare hare hare ràma hare rama rima ràma hare hare.

Rama significa godere attraverso la vita spirituale. La vita spirituale è piena di felicità, cosí come lo è Kr, sna. Non si tratta di sacrificare il piacere, ma di goderne in modo appropriato. Un uomo malato non può godere della vita, il suo è un falso godimento; ma dopo che ha riacquistato la salute potrà di nuovo godere realmente. Cosí, finché abbiamo una concezione materiale della vita non possiamo godere veramente, ma rimaniamo sempre piú imprigionati nella vita materiale. Se un uomo è malato non deve mangiare molto, altrimenti il nutrimento smodato lo ucciderà. Similmente, piú aumentiamo il godimento materiale, piú rimaniamo imprigionati in questo mondo e piú sarà difficile libe­rarsi da questa prigionia. Tutti i sistemi di yoga hanno lo scopo di liberare l’anima condizionata da questa prigionia per trasferirla dal falso godimento delle cose materiali, al vero godimento della coscienza di Krsna. Sr! Krsna dice:

“La perfezione dello yoga, o samadhi, si raggiunge quando si sottrae la mente a ogni attività materiale con la pratica dello yoga. Cosí, con la mente pura, lo yogi è in grado di vedere il suo vero sé e gustare la gioia inte­riore. In questo stato sereno gode di una felicità tra­scendentale illimitata e gioisce attraverso i sensi spiri­tuali. Raggiunta questa perfezione, non si allontana piú dalla verità e comprende che non c’è nulla di piú prezio­so. In questa posizione non è piú turbato neppure nelle peggiori difficoltà. Questa è la vera libertà da tutte le sofferenze sorte dal contatto con la materia.” (B.g., 6. 20-23)

Un tipo di yoga può essere difficile da praticare e un altro può essere piú facile, ma in ogni caso è neces­sario purificare la nostra esistenza trasferendo nella coscienza di Krsna il- nostro desiderio di godimento. Allora saremo felici.

“Sarà considerato uno yogi perfetto colui che, allonta­nato ogni desiderio materiale, non agisce piú per il pia­cere dei sensi, né per godere dei frutti dei suoi atti. La mente può essere amica dell’anima condizionata, come può esserle nemica. L’uomo deve servirsene per elevar­si, non per degradarsi.” (B.g., 6.4-5)

Ognuno di noi è l’artefice della propria elevazione spirituale. In questo senso ognuno è l’amico o il nemico di sé stesso. La scelta dipende da noi.

Cànakya Pandita ha detto: “Nessuno è l’amico o il nemico di qualcun altro. Solo dal comportamento si può capire chi è l’amico e chi il nemi­co.” Ciò significa che nessuno è nato come nostro amico o nostro nemico; questi ruoli sono determinati dal comportamento reciproco. Nello stesso modo in cui abbiamo relazioni con altre persone negli affari quoti­diani, cosí abbiamo relazioni con noi stessi. Ognuno di noi può agire come amico o come nemico di sé stesso. Se comprendiamo la nostra condizione di anime spiri­tuali e, dopo essere diventati consapevoli della nostra caduta nel mondo materiale, cerchiamo di liberarci dal­la prigione della materia agiremo come amici di noi stes­si. Ma se dopo aver ottenuto la possibilità di liberarci, non ne approfittiamo, allora dovremmo considerarci i peggiori nemici di noi stessi.

“Per colui che ne ha il controllo, la mente è la migliore amica; ma per colui che fallisce nell’intento diventa la peggiore nemica.” (B.g., 6.6)

Come si può diventare amici di sé stessi? Atma può significare sia la mente, sia il corpo, sia l’anima. Quando parliamo di atma, finché restiamo nel concetto corporeo ci riferiamo al corpo; quando superiamo il concetto del corpo e ci eleviamo sul piano mentale, atma riferisce alla mente; e quando infine siamo situati sul piano spirituale, allora atma si riferisce all’anima. In realtà noi siamo pure anime: spirituali: Il significato della parola atma può differire secondo il livello di evoluzione spirituale di ognuno di noi. Il dizionario vedico Nirukti spiega che la parola atma può riferirsi al corpo, alla mente o all’anima, ma in questo verso della Bhagavad-gita, àtma si ri­ferisce alla mente.

La mente può diventare la nostra amica se riusciamo a controllarla con la pratica dello yoga, ma se la lascia­mo andare senza controllo non avremo alcuna possibilità di raggiungere il successo nella nostra esistenza. La mente è una nemica per colui che non ha alcuna conce­zione della vita spirituale. Se pensiamo di essere solo un corpo, la mente non agirà in nostro favore ma agirà solo per servire il corpo grossolano e condizionarci ulterior­mente imprigionandoci nella natura materiale. Invece, se comprendiamo la nostra condizione di anime spiri­tuali, distinte dal corpo, la mente può esserci di grande aiuto per raggiungere la liberazione dalla materia. La mente aspetta solo di essere guidata, e il miglior modo di guidarla è attraverso i nostri rapporti con gli altri. Una delle funzioni della mente è quella di desiderare, e il desiderio dipende dall’ambiente che ci circonda; perciò, se vogliamo che la mente ci sia amica, dobbiamo sce­gliere una buona compagnia.

La migliore compagnia è quella di un sàdhu, cioè di una persona cosciente di Krsna che si dedica alla realiz­zazione spirituale. La maggior parte delle persone lotta per avere solo cose effimere (asat). La materia e il corpo sono effimeri, e chi s’impegna soltanto per ottenere il piacere del corpo rimane condizionato dalle cose effi­mere; invece chi s’impegna nella realizzazione spirituale s’impegna in qualcosa di permanente (sat). E’ naturale quindi che la persona intelligente cerchi la compagnia di coloro che vogliono elevarsi sul piano della realizzazio­ne spirituale attraverso una delle varie forme di yoga. Questo contatto con i sàdhu, le anime realizzate, farà perdere ogni attrazione per godere di una compagnia materiale. Questo è il grande vantaggio che si deriva dalla compagnia dei sàdhu. Per esempio, Krsna, espose la Bhagavad-gita ad Arjuna per spezzare i suoi attacca­menti materiali; poiché Arjuna era attratto da quei lega­mi che gli impedivano di compiere il proprio dovere, Krsna recise i suoi legami. Per tagliare occorre un col­tello molto affilato, cosí per separare la mente dai suoi attaccamenti occorrono spesso parole molto taglienti. Il sàdhu o il maestro spirituale non mostra pietà nell’usare parole taglienti allo scopo di allontanare la mente del discepolo dagli attaccamenti materiali; rivelando la verità cosí com’è egli riesce a rompere i legami che trat­tengono il discepolo nel mondo materiale. Per esempio, all’inizio della Bhagavad-gita Krsna rivolge severe paro­le ad Arjuna dicendogli che sebbene parli come un eru­dito si comporta come uno sciocco. Se noi desideriamo veramente ottenere il distacco dal mondo materiale dob­biamo essere pronti ad accettare le severe parole del maestro spirituale. Il compromesso e l’adulazione non hanno effetto là dove sono necessarie parole forti.

In molti passi la Bhagavad-gita condanna la conce­zione materiale della vita. Chi pensa che il Paese in cui è nato sia degno di venerazione o chi si reca nei luoghi santi di pellegrinaggio ma ignora i sàdhu che si trovano 1à, non è migliore di un asino. Come un nemico sempre pronto a recare danno, la mente incontrollata trascinerà l’essere vivente nei meandri piú oscuri della materia. Le anime condizionate combattono duramente contro la mente e i sensi, e poiché è la mente a guidare gli altri sensi, è importantissimo fare della mente un’amica.

“Chi ha controllato la mente e conquistato cosí la sere­nità ha già raggiunto l’Anima Suprema. Per lui, la gioia e il dolore, il freddo e il caldo, l’onore e il disonore sono uguali.” (B.g., 6.7) Come un cavallo senza briglie trascina il carro su una china pericolosa, cosí la mente trascina sempre l’uomo verso oggetti effimeri, perciò solo chi controlla la mente ottiene la serenità. Sebbene noi siamo esseri eterni, in un modo o nell’altro siamo rimasti attratti dalle cose transitorie, ma la mente può essere facilmente guidata fissandola in Krsna. Come una fortezza è sicura se è difesa da un grande generale, cosí, se Krsna è presente nella fortezza della nostra men­te, il nemico non avrà alcuna possibilità di entrare. L’educazione materiale, la ricchezza e il potere non ci aiuteranno a controllare la mente. Un grande devoto prega il Signore cosí: “Quando il mio pensiero sarà costantemente fisso in Te? La mia mente mi trascina sempre qua e là, ma appena riesco a fissarla sui Tuoi piedi di loto subito si calma e diventa limpida.” Solo quando la mente è calma e limpida è possibile meditare sul Paramatma, l’Anima Suprema che è situata nel cuore di ogni essere accanto all’anima individuale. La pratica dello yoga consiste proprio nel fissare la mente sull’Anima Suprema situata nel cuore. Il verso della Bhagavad-gita citato sopra indica che colui che ha do­minato la mente e ha vinto tutti gli attaccamenti per le cose materiali può rimanere assorto nell’Anima Supre­ma, e in questo modo può liberarsi da ogni dualità e da ogni falsa identificazione.

Yoga come liberazione dalla dualità e dalla falsa identificazione

Il mondo materiale è un mondo di dualità: oggi subiamo il caldo dell’estate, domani il freddo dell’in­verno, siamo felici e un attimo dopo infelici, siamo onorati e un momento dopo disonorati. In questo mondo di dualità è impossibile capire una cosa senza conoscere il suo contrario; per esempio, non si può capire l’onore se non si prova il disonore, non si può capire la soffe­renza se non si è mai gustata la felicità, né si può capire la; felicità se non si è mai provata la sofferenza. Finché vivremo in questo corpo le dualità ci accompagneranno sempre, perciò è necessario imparare a trascenderle. Nel tentativo di uscire dalla concezione corporea dell’ esistenza occorre imparare a tollerare le dualità.

Nel secondo capitolo della Bhagavad-gita Krsna dice ad Arjuna che le dualità, come la gioia e il dolore, na­scono solo dal corpo. È come una malattia della pelle, un prurito che non bisognerebbe continuamente grat­tare. Se le zanzare ci pungono non dovremmo innervo­sirci e interrompere il lavoro. Ci sono molte dualità che si devono tollerare, ma se la mente è fissa nella coscienza di Krsna tutte queste dualità sembreranno insignificanti. Vediamo ora con quale metodo possia­mo imparare a tollerare le dualità.

“Si chiama yogi, o anima realizzata, colui che trae pie­na soddisfazione dalla conoscenza spirituale e dalla rea­lizzazione di questa conoscenza. Egli ha raggiunto il livello spirituale, possiede il controllo di sé e vede con occhio uguale l’oro, il sasso e la zolla di terra.” (B.g., 6:8).

Jnana significa conoscenza teorica, e vijnana si riferisce alla conoscenza pratica. Per esempio, uno stu­dente di scienze deve studiare sia i concetti scientifici teorici sia la scienza applicata; la conoscenza teorica soltanto non gli sarà utile, deve anche essere capace di applicare tale conoscenza. Similmente, nello yoga non è sufficiente avere una conoscenza teorica, occorre anche avere una conoscenza pratica. Capire che non siamo questo corpo e poi agire in maniera insensata non servirà a nulla. Esistono molti centri di yoga i cui membri discutono seriamente la filosofia del Vedanta mentre fumano, bevono e conducono una vita basata sul piacere dei sensi. A che serve avere soltanto una conoscenza teorica? Questa conoscenza dev’essere ap­plicata. Chi comprende veramente di non essere un cor­po tenterà di ridurre al minimo le sue necessità fisiche. Che valore ha questa conoscenza, invece, per colui che pensando “lo non sono questo corpo” non riesce a diminuire le richieste del corpo, o addirittura le aumen­ta? Una persona può essere soddisfatta soltanto quan­do possiede jnana e vijnana contemporaneamente.

Chi ha realizzato nella pratica questa conoscenza dev’essere considerato un vero yogi. Non è ammissibile frequentare corsi di yoga e poi continuare a comportarsi come prima; è necessario mettere in pratica la co­noscenza acquisita. Il sintomo della vera realizzazione è la calma e la serenità della mente, che non è piú agitata dall’attrazione per il mondo materiale. Il luccichio della vita materiale non attrae piú l’anima realizzata che vede ogni cosa -la zolla di terra, il sasso e l’oro con lo stesso distacco. Nella società materialistica, in nome del progresso materiale, si produce un’enorme quantità di oggetti al solo scopo di soddisfare i sensi. Ma chi è si­tuato nello yoga considera questi oggetti come rifiuti nella strada. È detto inoltre nella Bhagavad-gita:

“Piú elevato ancora è colui che vede con occhio uguale l’indifferente, l’imparziale, il benefattore e l’invidioso, l’amico e il nemico, il virtuoso e il peccatore.” (B.g., 6:9).

Ci sono differenti tipi di amici: il suhrt, che è per natura benevolo e desidera sempre il benessere di tutti; il mitra, che è l’amico ordinario, e infine l’udàsina, che è neutrale. In questo mondo una persona può essere un benefattore, oppure un amico oppure può essere neu­trale, né amico né nemico; una persona può fare da mediatore tra due parti nemiche, ed è indicata nel verso con la parola madhyastha; una persona può essere con­siderata virtuosa o colpevole secondo un giudizio individuale, ma colui che è situato sul piano trascendentale e possiede la vera conoscenza non vede piú queste per­sone come amici o nemici perché per lui nessuno è un amico, nessuno è un nemico, nessuno è un padre e nes­suno è una madre. Noi siamo tutti esseri viventi che recitano su un palcoscenico la parte di padre, madre, figlio, amico, nemico, peccatore e santo, come in una colossale opera teatrale con moltissimi personaggi che recitano la loro parte. Anche se sul palcoscenico un personaggio è il nemico di un altro, usciti dalla scena, tutti gli attori sono amici; cosí, sul palcoscenico della natura materiale noi recitiamo con questi corpi e ci attacchiamo l’un l’altro le piú svariate etichette. Posso pensare “questo è mio figlio”, ma in realtà io non sono in grado di creare nessun figlio, tutt’al piú posso creare un corpo. Non è nel potere dell’uomo creare un essere vivente. L’essere non è creato dal rapporto sessuale, ma è collocato da un’autorità superiore in un’emulsione di secrezioni. Questo è ciò che afferma lo Srimad-Bhàgavatam.

Tutte le molteplici relazioni tra i corpi sono dunque fittizie come quelle che si svolgono in una recita teatrale. L’anima realizzata, che è situata sul piano dello yoga, non vede piú queste distinzioni basate sul corpo.

Il destino dello yogi che fallisce

La Bhagavad-gita non rifiuta lo yoga della medita­zione, lo riconosce come un metodo autentico, ma af­ferma che non è possibile praticarlo nella nostra era. Perciò Krsna e Arjuna lasciano subito da parte quello che costituisce l’argomento del sesto capitolo della Bhagavad-gita. Quindi Arjuna chiede:

Qual è il destino di colui che dopo aver intrapreso con fede il sentiero dello yoga l’abbandona per non, aver saputo staccare la mente dal mondo e non raggiunge quindi la perfezione spirituale?” (B.g., 6.37). In altre parole, Arjuna chiede che cosa succede allo yogi che fal­lisce, o alla persona che tenta di praticare lo yoga ma per qualche ragione desiste e non ha successo. Il risul­tato è simile a quello di uno studente che non prende la laurea perché abbandona la scuola. In un altro punto della Gita Sri Krsna fa notare ad Arjuna che, tra tanti uomini, pochi si sforzano di raggiungere la perfezione, e tra questi ultimi solo pochi hanno successo. Perciò Arjuna vuole sapere qual è il destino di tutti coloro che falliscono sulla via dello yoga. Anche se un’uomo ha fede e lotta per raggiungere la perfezione dello yoga, può non ottenere questa perfezione a causa della sua tendenza a godere dei piaceri materiali.

“O Krsna dalle potenti braccia, continua Arjuna, sco­standosi dal cammino della realizzazione spirituale, pri­vo di ogni rifugio, lo yogi non perisce forse come una nuvola dispersa?” (B.g., 6.38). Quando una nuvola viene dissolta dal vento non può formarsi di nuovo.

“Qui sta il mio dubbio, Krsna; Ti prego, dissipalo com­pletamente, perché solo Tu puoi farlo.” (B.g., 6.39) Arjuna rivolge a Krsna questa domanda sul destino dello yogi che fallisce in modo che le generazioni future non siano scoraggiate sul sentiero dello yoga. Col ter­mine yogi Arjuna indica sia l’hatha yogi, sia il jnàna-yogi, sia il bhakti yogi, perché la meditazione non è l’unica forma di yoga. Colui che medita, il filosofo e il devoto, tutti e tre devono essere considerati yogi. Arjuna pone questa domanda a beneficio di tutti coloro che tentano di elevarsi con successo al piano spirituale. Cosí Krsna risponde ad Arjuna:

sri bhagavan uvaca /partha naiveha namutra/vinasas tasya vidyate /na hi kalyana-krt kascid /durgatim tata gacchati

Qui, come in altri versi della Bhagavad-gita, Sri Krsna è chiamato Bhagavan, uno degli innumerevoli nomi del Signore: Bhagavan significa Colui che possiede completamente tutte le sei perfezioni: la bellezza, la ricchezza, la potenza, la fama, la conoscenza e la ri­nuncia. Anche gli esseri viventi hanno queste perfe­zioni, ma in minima parte. Per esempio, un uomo può essere famoso in una famiglia, in una città, in un Paese o in un pianeta, ma nessuno, come Sri Krsna, è famoso in tutti gli universi. I capi di Stato possono essere famo­si per pochi anni, ma Sri Krsna apparve 5000 anni fa ed è adorato ancora oggi. Dio è dunque Colui che pos­siede tutte queste perfezioni in modo completo. Nella Bhagavad-gita Krsna parla ad Arjuna nella Sua qualità di Dio, la Persona Suprema, Colui che possiede la cono­scenza completa. Sappiamo che la Bhagavad-gita fu: insegnata da Krsna al dio del sole e in seguito ad Arjuna, ma non si ha alcuna notizia che sia stata insegnata a Krsna. Ciò significa che Egli ha la conoscenza comple­ta, cioè conosce tutto, e questo è un attributo che solo Dio può avere. Poiché Krsna conosce ogni cosa, Arjuna Gli chiede quale sorte avrà lo yogi che fallisce. Arjuna non ha alcuna possibilità di conoscere la verità ricercandola con i propri sforzi, deve semplicemente rice­verla dalla fonte completa della conoscenza; questo è ciò che si chiama il metodo della successione da mae­stro a discepolo. Krsna è completo, perciò la cono­scenza che emana da Lui è anch’essa completa. Se Arjuna riceve la conoscenza completa e noi la riceviamo da Arjuna cosí come fu esposta a lui, anche noi rice­viamo la conoscenza completa: E che cos’è questa co­noscenza? “Il Signore Beato disse: O figlio di Prtha, per, lo spiritualista che compie attività propizie non c’è distruzione né in questo mondo né nell’altro; mai, ami­co Mio, il male s’impadronisce di lui.” (B.g., 6.40)’ Qui Krsna afferma che il tentativo di raggiungere la per­fezione dello yoga è di per sé il piú propizio degli atti. Chi si sforza in questa direzione non si degraderà mai.

Arjuna ha rivolto a Krsna una domanda molto in­telligente e appropriata, perché non è raro che qualcuno cada dal sentiero del servizio devozionale. Talvolta il devoto neofita non riesce a seguire tutti i principi della vita spirituale e può capitare che si lasci sviare dagli intossicanti o dall’attrazione per una donna. Questi sono tutti impedimenti sul sentiero della perfezione dello yoga.

Ma la risposta di Krsna è incoraggiante; Egli dice ad Arjuna che se si coltiva con sincerità la conoscenza spirituale anche solo in minima parte non si cadrà piú nel vortice della vita materiale.

Questo è pos­sibile quando lo sforzo è sincero. Non dobbiamo di­menticare che siamo molto deboli e la materia è molto forte. Adottare la vita spirituale equivale a dichiarare guerra all’energia materiale. L’energia materiale tenterà d’intrappolare in tutti i modi l’anima condizionata, e se questa cerca di liberarsi dalle sue reti attraverso la cono­scenza spirituale, la natura materiale, o maya, metterà a dura prova la sincerità dell’aspirante spiritualista of­frendogli sempre maggiori allettamenti.

A questo proposito si può citare l’episodio di Visvamitra Muni, un grande re e ksatriya che aveva rinun­ciato al regno per adottare la pratica dello yoga e avanzare nella vita spirituale. A quel tempo era possibile praticare lo yoga della meditazione e Visvamitra Muni meditò cosí intensamente che Indra, il re del cielo, lo notò e pensò: “Costui sta cercando di occupare il mio posto.” Anche i pianeti celesti sono materiali, perciò anche là esiste lo spirito di competizione: nessun uomo d’affari vuole che un altro uomo d’affari lo superi. Temendo che Visvamitra Muni potesse veramente pren­dere il suo posto, Indra inviò una cortigiana dei pianeti celesti di nome Menaka perché lo seducesse. Menaka era molto bella e, decisa a interrompere la meditazione del Muni, si presentò davanti a lui. Visvàmitra si accorse della sua presenza sentendo il tintinnio dei campanel­lini alle sue caviglie e immediatamente alzò gli occhi in­terrompendo la meditazione, la vide e venne colpito dalla sua bellezza. Come conseguenza della loro unione nac­que la bella Sakuntala. Alla nascita della figlia, Visvamitra si lamentò: “Ahimé, stavo cercando di colti­vare la conoscenza spirituale e ancora una volta sono stato sconfitto.” Stava per andarsene quando Menaka gli portò davanti sua figlia e lo rimproverò cercan­do di trattenerlo, ma nonostante le sue suppliche Visvamitra decise di partire per continuare la sua vita spiri­tuale.

Se anche un grande saggio come Visvamitra Muni cadde a causa degli allettamenti materiali, senz’altro ci sono molte possibilità d’insuccesso sul sentiero dello yoga. Ma nonostante la sua caduta temporanea, il Muni decise di continuare la pratica dello yoga, e que­sta dovrebbe essere anche la nostra decisione. Krsna afferma che queste cadute non dovrebbero essere causa di scoraggiamento. C’è un famoso proverbio che dice che il fallimento è la base del successo. Specialmente nella vita spirituale il fallimento non dev’essere fonte di scoraggiamento. Krsna afferma molto chiaramente che anche colui che fallisce su questa via non perde niente, né in questa vita né nella prossima. Chi s’incammina sulla felice strada del progresso spirituale non sarà mai completamente vinto.

Ma che cosa accade allo spiritualista che fallisce? Sri Krsna lo spiega nei particolari in questi versi della Bhagavad-gita:

“Dopo innumerevoli anni di godimento sui pianeti dove vivono coloro che hanno praticato il bene, chi ha fal­lito nella via dello yoga rinasce in una famiglia pia o in una famiglia ricca e aristocratica. Egli può anche rina­scere in una famiglia di saggi spiritualisti. In realtà, è raro in questo mondo ottenere una simile nascita.” (B.g., 6.41-42).

Esiste un grandissimo numero di pia­neti nell’universo materiale; sui pianeti superiori si vive nella piú grande agiatezza, la durata della vita è piú lunga che sulla Terra e gli abitanti sono piú virtuosi. Si dice che sei mesi sulla Terra equivalgano a un giorno sui pianeti superiori, perciò lo yogi caduto rimane su questi pianeti per moltissimi anni. Le Scritture vediche c’informano che la vita, lassú, dura diecimila anni. Colui che fallisce sulla via dello yoga nasce su questi pianeti dove, però, non può rimanere in eterno. Esau­riti i frutti delle sue attività pie, dovrà tornare sulla Terra, dove incontrerà ancora circostanze favorevoli perché nascerà in una famiglia molto ricca o in una fa­miglia virtuosa.

Secondo la legge del karma, chi compie attività pie verrà ricompensato, nella vita successiva, con una nascita in una famiglia nobile o molto ricca, oppure sarà dotato di grande saggezza o di grande bellezza. In ogni caso, coloro che iniziano con sincerità la vita spirituale otterranno sicuramente una forma umana nella vita successiva, e inoltre nasceranno in una fami­glia molto virtuosa o agiata. Perciò chi è nato in condizioni favorevoli dovrebbe capire che la sua fortuna è dovuta alle sue precedenti attività pie e alla misericordia di Dio. Queste facilitazioni sono concesse dal Signore, che è sempre pronto a darci la possibilità di raggiunger­Lo. Krsna vuole vedere la nostra sincerità. Lo Srimad­Bhàgavatam afferma che ogni persona ha un dovere da svolgere nella vita secondo la posizione che occupa nella società, ma se lascia questo dovere e per qualche motivo prende rifugio in Krsna, anche se poi, per immaturità, cadrà dal sentiero della devozione, non perderà nulla. D’altra parte una persona che compie perfettamente il proprio dovere ma non si avvicina a Dio, che cosa gua­dagna? La sua vita è senza profitto. Invece, una per­sona che si è avvicinata a Krsna è in una posizione di gran lunga migliore, anche se può capitare che cada dal piano dello yoga.

Krsna afferma inoltre che fra tutte le famiglie in cui sarebbe auspicabile nascere -famiglie di bene­stanti, di filosofi o di mistici- la migliore è quella di yogi. Chi nasce in una famiglia ricca può allontanar­si dalla giusta via perché è facile che un uomo dotato di molte ricchezze cerchi di godere di ciò che possiede; cosí i figli di uomini ricchi spesso diventano dediti all’ alcol e alle donne. Similmente, chi nasce in una fami­glia pia o in una famiglia di brahmana diventa spesso molto superbo e ‘orgoglioso perché si vanta di essere un brahmana, un uomo pio. C’è la possibilità di degradar­si sia in una famiglia ricca sia in una virtuosa, ma co­lui che nasce in una famiglia di yogi o di devoti ha mag­giori possibilità di coltivare di nuovo quella conoscen­za spirituale da cui si era allontanato. Krsna dice ad Arjuna:

“Prendendo tale nascita, o figlio di Kuru, egli ritrova la coscienza divina raggiunta nella vita precedente e riprende il cammino verso la perfezione.” (B.g., 6.43)

Chi nasce in una famiglia di yogi o di bhakta ricorda le attività spirituali compiute nella vita precedente. Chiunque adotti la coscienza di Krsna in modo serio non è una persona comune, sicuramente ha iniziato questo cammino nella vita precedente. Infatti, come dice la Bhagavad-gita:

“Grazie alla coscienza divina ottenuta nella vita prece­dente, egli è portato in modo del tutto naturale verso la pratica dello yoga, talvolta anche inconsapevolmente.” (B.g., 6.44).

Sappiamo che nel mondo materiale non è possibile portare con sé i propri beni nella vita succes­siva; posso avere milioni di lire in banca, ma non appe­na il mio corpo finirà anche il conto in banca sarà finito per me. Al momento della morte non posso portare con me il denaro, rimarrà per essere goduto da altri. Ma non accade la stessa cosa nella vita spirituale; il pro­gresso che otteniamo sul piano spirituale, per quanto modesto sia, lo porteremo con noi nella vita successiva ricominciando, dopo la nuova nascita, dal livello rag­giunto.

Quando riprendiamo il sentiero della conoscenza che avevamo interrotto precedentemente, dovremmo impegnarci ad arrivare fino in fondo e completare il nostro progresso sulla via dello yoga; non si dovrebbe rimandare il termine della propria evoluzione spirituale alla vita successiva, ma si dev’essere determinati a giun­gere alla mèta in questa vita stessa. È necessario agire con determinazione, pensando che se per qualche moti­vo non abbiamo completato l’avanzamento spirituale nella vita precedente, ora che Krsna ci dà un’altra pos­sibilità dovremmo completarlo in questa vita. Cosí, dopo aver lasciato il corpo non dovremo piú rinascere in questo mondo materiale, dove la nascita, la malattia, la vecchiaia e la morte sono sempre presenti, ma potre­mo ritornare a Krsna. Colui che prende rifugio ai piedi di loto del Signore e adotta la vita spirituale vede questo mondo materiale come un luogo pieno di pericoli e ina­datto per vivere.

Srila Bhaktisiddhanta Sarasvati era solito dire: “Questo luogo non è adatto per un gentiluo­mo.”

Appena ci avviciniamo a Krsna e tentiamo di progredire sulla via spirituale, Krsna, situato nel nostro cuore, comincia a guidarci. Nella Bhagavad-gita Sri Krsna dice che Egli dà la memoria a colui che desidera ricordarLo, come dà l’oblío a colui che vuole dimenti­carLo.

La perfezione dello Yoga

Nel progresso verso la perfezione dello yoga, la na­scita in una famiglia di yogi o di devoti è un grande vantaggio perché favorisce l’avanzamento spirituale.

“Lo yogi che si è purificato da ogni colpa e si sforza di perfezionare la sua realizzazione spirituale, raggiun­gerà infine; dopo numerose vite d’intensa pratica, la mèta suprema.” (B.g., 6.45)

Chi è libero da ogni conta­minazione raggiunge la perfezione suprema dello yoga, cioè la coscienza di Krsna. Essere assorti in Krsna. è lo stadio perfetto, come Krsna stesso conferma:

“Dopo numerose nascite e morti, colui che ha la vera conoscenza si sottomette a Me sapendo che lo sono la causa di tutte le cause e tutto ciò che esiste. Un’anima cosí grande è molto rara.” (B.g., 7.19)

Cosí, dopo numerose vite di attività pie, colui che si è liberato da tutte le contaminazioni che nascono dalle dualità di questo mondo illusorio, s’impegna nel trascendentale servizio di devozione al Signore. Sri Krsna conclude l’argomento con queste parole:

“Di tutti gli yogi, il piú grande e il piú intimamente legato a Me è colui che con fede piena dimora sempre in Me e Mi adora servendoMi con amore.” (B.g., 6.47)

Da queste parole risulta chiaro che il bhakti-yoga, il servizio devozionale a Krsna è l’apice dello yoga. Tutti i metodi di yoga descritti nella Bhagavad-gita conducono a Krsna, che è il fine ultimo dello yoga. Dal karma yoga, primo gradino della scala dello yoga, fino in cima, al bhakti yoga, la strada che conduce alla rea­lizzazione spirituale è lunga. Si comincia col karma­yoga, cioè con l’agire senza aspirare ai frutti dei pro­pri atti; poi, quando la conoscenza e la rinuncia matu­rano si passa al jnana-yoga o yoga della conoscenza, il quale, quando è accompagnato dalla meditazione sull’ Anima Suprema attraverso gli esercizi fisici e la concen­trazione della mente, si chiama astanga-yoga. Quando, infine, si supera l’astanga-yoga e si giunge all’adora­zione di Krsna, Dio, la Persona Suprema, allora si ottie­ne la perfezione dello yoga, la bhakti. In realtà, il bhakti­-yoga è il fine ultimo; ma per bene analizzarlo è necessario comprendere gli altri metodi. Lo yogi che avanza gra­dualmente sulla scala dello yoga procede dunque sul sen­tiero dell’eterna fortuna; ma se si arresta a un gradino della scala, senza progredire ulteriormente, egli non sarà piú che un karma yogi, un jnana-yogi, un dhyana yogi, un raja yogi, un hatha yogi, e cosí via. Ma colui che ha l’immensa fortuna di arrivare fino alla bhakti, alla co­scienza di Krsna, supera tutti gli altri yoga.

La coscienza di Krsna è l’ultimo anello della catena dello yoga, anello che Krsna lega alla Persona Suprema, Sri Krsna. Senza questo anello finale la catena è pra­ticamente inutile. Coloro che sono sinceramente inte­ressati a raggiungere la perfezione dello yoga dovreb­bero immediatamente adottare la coscienza di Krsna cantando il mantra Hare Krsna, studiando la Bhagavad-­gita e offrendo il loro servizio a Krsna attraverso il Mo­vimento per la Coscienza di Krsna. Supereranno cosí tutti gli altri metodi di yoga e raggiungeranno il fine ul­timo dello yoga, che è l’amore per Krsna.

Al di là della nascita e della morte

Noi non siamo il corpo

“O discendente di Bharata, colui che risiede nel corpo è eterno e non può mai essere ucciso. Non devi dunque piangere per nessuno.” (B.g., 2.30)

Il primo passo nella realizzazione spirituale consiste nel comprendere che la propria identità è distinta da quella del corpo. “Io non sono un corpo materiale ma un’anima spirituale”: questa è una presa di coscienza essenziale per chiunque voglia trascendere la morte ed entrare nel mondo spirituale. Non è sufficiente dire: “Io non sono il corpo”; bisogna anche realizzarlo pro­fondamente. Ciò non è cosí semplice come potrebbe sembrare a prima vista. Sebbene noi non siamo materia ma coscienza pura, in un modo o nell’altro siamo diven­tati prigionieri di un involucro fisico. Se desideriamo veramente la felicità e l’indipendenza: che trascendono la morte, dobbiamo ritrovare la nostra vera identità di coscienza pura e stabilirci in essa.

Quando si vive secondo una concezione corporea dell’ esistenza, la nostra idea di felicità assomiglia a quella di un uomo in preda al delirio. Alcuni filosofi sostengono che questo stato di delirio dovuto all’identificazione col corpo dovrebbe essere curato astenendosi da ogni azio­ne. Poiché l’attività materiale è causa di sofferenza, essi sostengono che noi dovremmo semplicemente ces­sare di agire. Per loro, la perfezione culmina in una specie di nirvàna buddista in cui non si compie alcuna attività. Buddha affermava che l’esistenza del corpo è dovuta a una combinazione di elementi materiali, e che se in un modo o nell’altro questi elementi materiali sono dissociati o disgregati, la causa della sofferenza viene eliminata. Se l’esattore delle tasse ci dà troppi problemi per il fatto che possediamo una casa grande, una solu­zione facile sarebbe quella di distruggere la casa. Tutta­via, la Bhagavad-gitir c’insegna che il corpo materiale non è tutto. A1 di là di quest’amalgama di elementi materiali c’è l’anima, e la manifestazione dell’anima è la coscienza.

Non si può negare la presenza della coscienza. Un corpo senza coscienza è un corpo morto. Non appena la coscienza lascia il corpo, la bocca non parla piú, l’occhio non vede piú e l’orecchio non sente piú. Anche un bambino può capirlo. È un fatto innegabile che la coscienza è assolutamente necessaria all’attività del corpo. E che cos’è questa coscienza? Come il calore e il fumo indicano la presenza del fuoco, cosí la coscienza indica la presenza dell’anima. L’energia dell’anima, o del sé, si manifesta sotto forma di coscienza. Infatti, la coscienza è la prova della presenza dell’anima. Questa non è solo la filosofia della Bhagavad-gita, ma è la con­clusione di tutta la letteratura vedica.

Gli impersonalisti, seguaci di Sankaràcàrya, come anche i vaisnava che appartengono alla successione dei maestri spirituali che risale a Sri Krsna, riconoscono l’esistenza dell’anima, al contrario dei filosofi buddisti. I buddisti sostengono che a un certo stadio la materia si combina in modo tale da produrre la coscienza, ma questa teoria non è valida poiché anche se avessimo a nostra disposizione tutti i componenti materiali non potremmo, grazie a questi elementi, produrre la coscien­za. Tutti gli elementi materiali possono essere presenti in un uomo morto, ma non per questo potremo ridare la coscienza al corpo. II nostro corpo non è una semplice macchina. Quando un meccanismo si rompe può essere sostituito e la macchina riprende a funzionare, ma quando il corpo cede e la coscienza lo abbandona, non abbiamo la possibilità di rimetterlo in funzione o di ravvivare la coscienza. L’anima è differente dal corpo e solo finché essa si trova nel corpo dà vita al corpo. Ma non è possibile animare il corpo in assenza dell’ anima.

Noi neghiamo l’esistenza dell’anima solo perché non la possiamo percepire con i nostri sensi grossolani. Ma in realtà esistono moltissime cose che non possiamo vedere. Per esempio, non possiamo vedere l’aria, le onde radio e il suono, né possiamo percepire un minu­scolo batterio con i nostri sensi non molto acuti, ma ciò non significa che tutte queste cose non esistano. Con l’aiuto di un microscopio e di altri strumenti è pos­sibile percepire oggetti di cui i nostri sensi imperfetti avevano precedentemente negato l’esistenza. Altrettan­to vale per l’anima; il fatto che essa sia di dimensioni infinitesimali e finora non sia stata percepita dai sensi o dagli strumenti non deve farci concludere che non esi­sta. Si deve sapere, però, che l’anima può essere perce­pita attraverso le sue manifestazioni e i suoi effetti.

Krsna ci fa notare nella Bhagavad-gita che tutte le nostre sofferenze provengono dall’errata identificazio­ne col corpo.

“Effimeri, gioie e dolori vanno e vengono come l’estate e l’inverno, o figlio di Kunti. Sono dovuti all’incontro dei sensi con la materia, o discendente di Bharata, e bi­sogna imparare a tollerarli senza esserne disturbati.” (B.g., 2.14).

In estate il contatto con l’acqua è piacevole, ma venuto l’inverno evitiamo questa stessa acqua perché la sentiamo troppo fredda. In entrambi i casi l’ac­qua è la stessa, ma noi la percepiamo piacevole o spia­cevole a causa del contatto col corpo.

Ogni sensazione di dolore e di piacere è dovuta al corpo. A seconda delle circostanze, il corpo e la mente provano gioia o dolore. In realtà, noi aspiriamo solo alla felicità, perché la natura originale dell’anima è una natura di felicità pura. L’anima fa parte integrante dell’Essere Supremo, che è sac-cid-ànanda-vigrahah, cioè pieno di conoscenza e di felicità eterne e assolute. In realtà, il nome stesso di Krsna, che non ha niente di settario, significa “la piú grande felicità”. Krs significa “la piú grande” e na significa “felicità”. Krsna è la quintessenza di tutti i piaceri e noi, come frammenti della Sua Persona, desideriamo naturalmente il piacere. Una goccia d’acqua dell’oceano possiede tutte le qualità dell’oceano, cosí noi, sebbene minuscole particelle del Tutto Supremo, possediamo le stesse proprietà dinami­che del Supremo.

L’anima di dimensioni infinitesimali, benché cosí piccola, induce il corpo intero a compiere opere meravi­gliose. Nel mondo vediamo molte città, autostrade, ponti, grandi costruzioni, monumenti e grandi civiltà, ma chi ha prodotto tutto questo? L’ha prodotto la mi­nuscola scintilla spirituale situata all’interno del corpo. Se meraviglie simili possono essere compiute da questa piccolissima scintilla spirituale, non possiamo neppure immaginare che cosa può essere compiuto dallo Spirito Supremo. Le aspirazioni naturali della piccola scintilla spirituale sono dirette verso le qualità del Tutto -cono­scenza, felicità ed eternità- ma queste aspirazioni sono frustrate a causa del corpo materiale. La Bhagavad-gita c’informa tuttavia sul modo di soddisfare i desideri dell’anima.

Noi ci sforziamo attualmente di ottenere l’eternità, la felicità e la conoscenza usando uno strumento imper­fetto. 1n realtà, il nostro progresso verso queste mète è ostacolato dal corpo materiale, perciò dobbiamo pren­dere coscienza della nostra esistenza al di là del corpo. Il fatto di sapere teoricamente che non siamo il corpo non è sufficiente; dobbiamo imparare a rimanere sem­pre gli indipendenti maestri del corpo e non i suoi servi­tori. Se sappiamo guidare bene un’automobile, questa ci sarà molto utile, ma se non sappiamo guidarla sare­mo in pericolo prendendo il volante.

Il corpo è fatto di sensi, e i sensi sono sempre a cac­cia dei loro oggetti. Gli occhi vedono una bella per­sona e ci dicono: “oh, che bella ragazza! che bel ragazzo! andiamo a vedere piú da vicino.” Gli orecchi ci dicono: “oh, che bella musica! andiamo ad ascoltarla.” E la lingua ci dice: “oh, che bel ristorante! e che buon menú ! entriamo.” In questo modo i sensi ci trascinano da un luogo all’altro, rendendoci perplessi.

“Come un vento impetuoso spazza una barca sull’ac­qua, anche uno solo dei sensi su cui la mente si fissa può portare via l’intelligenza dell’uomo.” (B.g., 2.67).

È essenziale imparare a controllare i sensi. Si desi­gna col nome di gosvami colui che ha imparato a essere maestro dei sensi. Go significa “sensi” e svàmi signi­fica “colui che controlla”; perciò colui che è in grado di controllare i sensi merita il titolo di gosvami.

Krsna afferma che colui che s’identifica col corpo materiale illusorio non può stabilirsi nella sua vera identità di anima spirituale. I piaceri del corpo sono fragili e ine­brianti, e proprio per il fatto che hanno una natura tem­poranea non possiamo trovare in essi il vero piacere. Il vero piacere risiede nell’anima, non nel corpo. Dob­biamo dunque modellare la nostra vita in modo da non essere distratti dai piaceri del corpo, perché se in qual­che modo ci lasciamo distrarre ci sarà impossibile fissare la nostra coscienza sulla sua vera identità, al di là del corpo.

“Nella mente di coloro che sono troppo attaccati al piacere dei sensi e alla ricchezza materiale, e sono sviati da questi desideri, la risoluta determinazione a servire il Signore Supremo con devozione non trova posto. O Arjuna, supera le tre influenze della natura materiale che costituiscono l’oggetto principale dei Veda. Libe­rati dalla dualità e da ogni desiderio di guadagno e di sicurezza materiale e sii fermamente unito al Supremo” (B.g., 2.44-45).

La parola veda significa “libro di conoscenza”. Esistono molti libri di conoscenza, che variano secondo il paese, la popolazione, l’ambiente e cosí via. In India i libri della conoscenza sono i Veda. In Occidente sono chiamati l’Antico e il Nuovo Testamento. I musulmani accettano il Corano. Qual è lo scopo di tutti questi libri di conoscenza? Questi libri devono aiutarci a compren­dere la nostra natura di pure anime spirituali. Essi mirano essenzialmente a limitare le attività del corpo mediante alcune regole, conosciute come codici della moralità. La Bibbia, per esempio, contiene dieci co­mandamenti destinati a regolare la nostra vita. Se vogliamo raggiungere la piú alta perfezione, il corpo dev’essere controllato; senza principi regolatori è impossi­bile rendere perfetta la nostra vita. I principi regolatori possono essere differenti da un Paese all’altro o da una sacra Scrittura all’altra, ma ciò non è importante perché essi sono enunciati in funzione del tempo, delle circo­stanze e della mentalità della gente. Tuttavia, il princí­pio resta lo stesso: vivere in modo regolato. Secondo lo stesso ordine d’idee, i governi stabiliscono le leggi a cui i cittadini devono sottostare. Non c’è possibilità di progresso in un governo o in una società priva di leggi. Nel verso citato sopra Sri Krsna dice ad Arjuna che i principi regolatori dei Veda hanno lo scopo di dominare le tre influenze della natura materiale -virtú, passione e ignoranza (traigunya-visaya vedàh). Tuttavia Krsna consiglia ad Arjuna di situarsi nella sua condizione naturale di anima spirituale pura, al di là delle dualità della natura materiale.

Come abbiamo già indicato, queste dualità, come il caldo e il freddo, il piacere e il dolore, sorgono dal con­tatto dei sensi con i loro oggetti. In altre parole, nasco no dall’identificazione col corpo. Krsna dice che coloro che si votano al piacere e al potere si lasciano traspor­tare dalle parole dei Veda che promettono piaceri cele­stiali in cambio di sacrifici e di una vita regolata. La felicità ci spetta di diritto fin dalla nascita perché è una caratteristica dell’anima spirituale, ma noi cerchiamo una felicità materiale, e questo è il nostro errore.

Tutti ci volgiamo verso oggetti materiali di piacere nella speranza di trovarvi la felicità, e cosí facendo accumuliamo piú conoscenza possibile. Chi diventa chimico, chi fisico, chi uomo politico, chi artista, e cosí via. Conoscere un po’ di tutto e tutto di un determinato argomento: questo è ciò che generalmente viene definito conoscenza. Ma appena lasciamo il corpo, tutta questa conoscenza scompare. Nella vita precedente forse era­vamo grandi eruditi, ma in questa vita dobbiamo an­dare di nuovo a scuola e imparare di nuovo a leggere e a scrivere. Qualsiasi conoscenza acquisita nella vita pre­cedente è stata dimenticata. In realtà siamo alla ricerca della conoscenza eterna, ma questa conoscenza non può essere acquisita col corpo materiale. Tutti cerchiamo di godere attraverso questo corpo, ma i piaceri del corpo non fanno la nostra vera felicità. Tutto ciò è artificiale. Dobbiamo capire che se continuiamo a rincorrere questi godimenti artificiali non potremo raggiungere la nostra condizione di eterna felicità.

Il fatto di possedere un corpo dev’essere considerato come una condizione di malattia. Un uomo malato non può godere della vita come vorrebbe. Una persona colpita da itterizia, per esempio, sentirà amaro il sapore dello zucchero candito, mentre un uomo sano lo troverà delizioso. Lo zucchero candito è sempre lo stesso, ma cambia sapore secondo il nostro stato di salute. Finché non guariamo dalla nostra concezione malata della vita basata sul corpo non possiamo gustare la dolcezza della vita spirituale, che ci sembrerà amara. E aumentando i nostri sforzi per godere della vita materiale non faccia­mo altro che aggravare la nostra condizione. Un malato di tifo non può mangiare alcun cibo solido, e se qual­cuno gliene dà per fargli piacere e lui lo mangia, aggrava la sua malattia e mette in pericolo la sua vita. Perciò, se vogliamo veramente liberarci dalle sofferenze dell’esistenza materiale dobbiamo ridurre al minimo i biso­gni e i piaceri del corpo.

Il piacere materiale non è affatto fonte di felicità. Il vero piacere non finisce mai. Nel Mahàbhàrata c’è un verso -ramante yogino ‘nante- che spiega che gli yogi (yogino), coloro che si sforzano di elevarsi al livel­lo spirituale, godono pienamente della vera felicità (ramante), una felicità senza fine (anante). Ciò si spiega col fatto che il loro godimento è legato alla fonte supre­ma di tutta la felicità (Rama), Sri Krsna. Bhagavan Sri Krsna, infatti, è la vera fonte della felicità, e la Bhagavad-gita (5.29) lo conferma:

“Poiché i saggi Mi conoscono come il fine ultimo di tutti i sacrifici e di tutte le austerità, come il Signore Supremo di tutti i pianeti e di tutti gli esseri celesti, come l’amico e il benefattore di tutti gli esseri viventi, trovano il termine delle sofferenze materiali.”

Bhoga significa “godimento” e il nostro godimento deriva dal comprendere la nostra natura di oggetti di piacere. Colui che gode veramente di tutti i piaceri è il Signore Supremo, e noi siamo destinati a fare il Suo piacere.

Un esempio di relazione simile esiste nel mondo ma­teriale tra marito e moglie: il marito è colui che gode (purusa) e la moglie è l’oggetto del godimento (prakrti). La parola pri significa “donna”. Il purusa, o lo spirito, è il soggetto, e la prakrti, o la natura, è l’oggetto. Il piacere, tuttavia, è condiviso sia dal marito che dalla moglie. Quando c’è il vero piacere non si può dire che il marito goda piú della moglie o che il piacere della moglie sia inferiore a quello del marito. Anche se il maschio domina e la femmina è dominata non c’è divi­sione per quanto riguarda il piacere che godono insieme. Su scala piú vasta, nessun essere vivente è il beneficiario di qualcosa.

Dio ha miriadi di emanazioni a cui noi appartenia­mo. Dio è uno senza secondi, ma ha voluto moltipli­carSi per accrescere il Suo piacere. Noi sappiamo per esperienza che c’è ben poco o addirittura nessun piacere nel rimanere soli in una stanza a parlare a sé stessi. Se invece cinque persone sono presenti il nostro piacere aumenta, e se possiamo parlare di Krsna davanti a un grande numero di persone, il piacere è ancora più gran­de. Piacere significa varietà. Dio Si è fatto molteplice per il Suo piacere e noi siamo gli oggetti di questo pia­cere. Questa è la nostra natura originale e lo scopo stesso per cui siamo stati creati. Colui che gode e colui che è goduto sono entrambi dotati di coscienza, ma la coscienza del secondo è subordinata alla coscienza del primo. Tuttavia, sebbene Krsna sia Colui che gode e noi siamo l’oggetto del Suo piacere, questo piacere è condiviso ugualmente da Krsna e da noi. E il nostro piacere diventa perfetto solo quando prendiamo parte al piacere di Dio. Infatti, è impossibile trovare indipen­dentemente la felicità sul piano fisico. Il godimento materiale a livello del corpo grossolano è disapprovato del resto in tutta la Bhagavad-gita:

“Effimeri, gioie e dolori vanno e vengono come l’estate e l’inverno, o figlio di Kunti. Sono dovuti all’incontro dei sensi con la materia, o discendente di Bharata, e bi­sogna imparare a tollerarli senza esserne disturbati.” (B.g.; 2.14.

II corpo materiale grossolano è il risultato dell’inte­razione delle influenze della natura materiale ed è desti­nato alla distruzione.

“L’anima è indistruttibile, eterna e senza dimensioni; soltanto i corpi materiali che assume sono soggetti alla distruzione. Perciò, o discendente di Bharata, com­batti.” (B.g., 2.18)

Sri Krsna ci incoraggia dunque a trascendere la concezione dell’esistenza basata sul corpo per elevarci al livello della vera vita spirituale.

“Quando l’essere incarnato è capace di superare le tre influenze della natura materiale si libera dalla nascita, dalla morte, dalla vecchiaia e dalle sofferenze che ne derivano e può gustare il nettare in questa vita stessa.” (B.g., 14.20)

Per stabilirci al livello perfettamente spirituale, quello del brahjna-bhúta, al di là delle tre influenze materiali, dobbiamo adottare il metodo della coscienza di Krsna. Il dono che ci ha fatto Sri Caitanya Mahaprabhu, cioè il canto dei nomi di Krsna -hare krsna, hare krsna, krsna krsna, hare hare, hare rama, hare rama, rama rama, hare hare- facilita questo procedimento. Questo me­todo, adottato dagli spiritualisti piú elevati, è chiamato bhakti-yoga o mantra yoga.

II modo in cui gli spiritualisti realizzano la loro identità al di là della nascita e della morte, al di là del corpo materiale, e si elevano dall’universo materiale al mondo spirituale, è l’argomento dei prossimi capitoli.

Elevarsi al momento della morte

Esistono differenti tipi di spiritualisti, o yogi –gli hatha-yogi, i jnana yogi, i dhyàna yogi e i bhakti yogi ­e tutti sono qualificati per essere elevati al mondo spi­rituale. La parola yoga, infatti, significa “unire” e le differenti forme di yoga ci permettono di collegarci col mondo spirituale.

Come è stato detto nel capitolo pre­cedente, in origine eravamo tutti uniti al Signore Supre­mo, ma ora siamo contaminati dalla materia. Si tratta dunque di tornare nel mondo spirituale, e il metodo che permette questo ritorno è chiamato yoga. La parola yoga ha anche il significato di “piú”. In questo momento noi siamo privati di Dio, o privati del Supre­mo, ma quando aggiungiamo Krsna, cioè Dio, alla nostra vita, la forma umana che abbiamo ottenuto tro­va la sua perfezione.

Il momento della morte è la fase culminante di questo processo di perfezionamento. Durante tutta la vita dob­biamo praticare il metodo che ci permette di raggiungere la perfezione in modo che al momento della morte, quando dobbiamo abbandonare il nostro involucro materiale, questa perfezione possa essere realizzata.

“Colui che all’istante della morte fissa tra le sopracci­glia la sua aria vitale e con la devozione piú profonda s’immerge nel ricordo del Signore Supremo, tornerà certamente a Lui.” (B.g., 8.10)

Come uno studente si applica allo studio di un argo­mento per quattro o cinque anni, poi supera l’esame e riceve il diploma, così, durante la nostra vita ci prepa­riamo per l’esame finale, che sopraggiunge al momento della morte, e se lo superiamo saremo elevati al mondo spirituale. Tutta la nostra vita viene dunque esaminata al momento della morte.

“Senza dubbio, sono i ricordi che si hanno all’istante di lasciare il corpo che determinano la condizione futura dell’essere, o figlio di Kunti.” (B.g., 8.6

Un proverbio bengali dice che tutti gli sforzi com­piuti per raggiungere la perfezione sono valutati al mo­mento della morte. Nella Bhagavad-gita Krsna spiega ciò che si deve fare al momento di lasciare il corpo. Per il dhyàna yogi (colui che pratica la meditazione) Sri Krsna enuncia i seguenti versi:

“Le persone esperte nei Veda, che pronunciano l’omkara e sono grandi saggi nell’ordine di rinuncia, entrano nel brahman. Desiderando tale perfezione si deve praticare il celibato. Ti descriverò ora questa via che porta alla salvezza. Lo yoga consiste nel distaccarsi da tutte le attività dei sensi. Chiudendo le porte dei sensi, mante­nendo la mente fissa sul cuore e trattenendo l’aria vitale alla sommità del capo, ci si può stabilire nello yoga.” (B.g., 8.11-12).

Nella pratica dello yoga questo procedimento è chia­mato pratya-hara, che significa “l’opposto”. Cosi, sebbene durante la vita gli occhi siano occupati a con templare la bellezza del mondo, al momento della morte bisogna staccarli dalla contemplazione degli oggetti dei sensi e volgere il nostro sguardo verso la bellezza inte­riore. Gli orecchi sono abituati a percepire innumere­voli suoni, ma al momento della morte bisogna impe­gnarli ad ascoltare la vibrazione trascendentale dell’ omkàra all’interno di sé.

“Situandosi cosí nello yoga e pronunciando la sillaba sacra om, suprema unione di lettere, colui che all’istante di lasciare il corpo pensa a Me, Dio, la Persona Supre­ma, senza alcun dubbio raggiungerà i pianeti spiritua­li.” (B.g., 8.13)

Tutti i sensi devono dunque essere distolti dalle loro attività esterne e devono essere concentrati sulla forma della visnu-murti, la forma di Dio. La mente è molto turbolenta, ma dev’essere fissata sul Signore situato nel cuore. Quando la mente è fissata sul cuore e il soffio vitale è condotto alla sommità del capo, si può raggiun­gere la perfezione dello yoga.

A questo stadio lo yogî decide il luogo dove andrà. Nell’universo materiale esistono innumerevoli pianeti e al di là di questo universo c’è il mondo spirituale. Gli yogi hanno informazione dell’esistenza di questi luoghi attraverso la letteratura vedica. Se vogliamo andare in America, per esempio, possiamo farci qualche idea di questo Paese leggendo i relativi opuscoli; allo stesso modo possiamo imparare a conoscere i pianeti spirituali leggendo i testi vedici. Lo yogi conosce tutte le descri­zioni che questi testi contengono e può trasferirsi secon­do il suo desiderio su qualsiasi pianeta senza l’aiuto di un’astronave. Il viaggio spaziale effettuato con mezzi meccanici non è il metodo riconosciuto per elevarsi ad altri pianeti. Può darsi che con molto sforzo, tempo e denaro, alcuni uomini possano raggiungere altri pianeti con mezzi meccanici -astronavi, tute spaziali e così via-, ma si tratta di un metodo scomodo per non dire inattuabile: In ogni caso non è possibile superare i limiti dell’universo materiale con mezzi meccanici.

Il metodo generalmente impiegato per elevarsi ai pianeti superiori è quello dello yoga della meditazione o jnana. Il bhakti yoga, invece, non è praticato allo scopo di raggiungere un pianeta materiale; infatti, coloro che si dedicano al servizio di Krsna, il Signore Supremo, non sono interessati ad alcun pianeta del mondo mate­riale perché sanno che in qualsiasi luogo di questo mondo andassero, vi troverebbero sempre la nascita, la vecchiaia, la malattia e la morte. Sui pianeti superiori la durata della vita è piú lunga che sulla Terra, ma esiste pur sempre la morte. Per “universo materiale” s’inten­de l’insieme dei pianeti dove regnano nascita, vecchiaia, malattia e morte, e per “universo spirituale” quei pia­neti su cui nascita, vecchiaia, malattia e morte non esi­stono. Una persona intelligente, dunque, non è interes­sata a elevarsi a un pianeta dell’universo materiale.

Se qualcuno cerca di andare sui pianeti superiori con mezzi meccanici va incontro a una morte sicura e istan­tanea perché il corpo non può sopportare un radicale cambiamento di atmosfera. Ma se qualcuno tenta di raggiungere i pianeti superiori col metodo dello yoga, acquisirà un corpo adatto al suo viaggio. Una dimo­strazione pratica di questo principio la possiamo avere sulla Terra stessa, dove non è possibile per l’uomo vivere nel mare, in un ambiente acquatico, cosí come non è possibile per gli esseri acquatici vivere sulla terraferma. Se perfino su questo pianeta dobbiamo avere un partico­lare tipo di corpo per poter vivere in un particolare luo­go, a maggior ragione ci occorrerà un corpo adatto per poter vivere su altri pianeti. Sui pianeti superiori i corpi vivono molto piú a lungo che sulla Terra, poiché sei mesi sulla Terra equivalgono a un giorno sui pianeti su­periori. I Veda spiegano che gli abitanti dei pianeti supe­riori vivono fino a diecimila anni terrestri, ma dopo aver vissuto così a lungo anch’essi devono affrontare la mor­te. Anche se si vivesse ventimila anni, o cinquantamila o anche milioni di anni, nel mondo materiale gli anni sono sempre contati e la morte è inesorabile. Come sfug­gire al giogo della morte? Ce lo insegna la Bhagavad­ gita:

“Per l’anima non c’è la nascita né la morte. Esiste e non smette mai di esistere. Non nasce, non muore, è eterna, originale, non ebbe mai inizio e non avrà mai fine. Non muore quando il corpo muore.” (B.g., 2.20).

Noi siamo anime spirituali perciò siamo eterni. Perché allora siamo soggetti alla nascita e alla morte? Colui che si pone questa domanda è considerato intelligente. E coloro che sono coscienti di Krsna sono mol­to intelligenti perché non sono interessati a guadagnarsi l’ingresso in un qualsiasi pianeta dove regni la morte. Per ottenere un corpo simile a quello di Dio essi sono pronti a rifiutare una lunga durata di vita. Isvarah paramah krsnah sac-cid-ànanda-vigrahah: sat significa “eterno”, cit “pieno di conoscenza”, e ananda “pieno di felicità”. Krsna è il ricettacolo di tutti i piaceri. Se ci trasferissimo da questo corpo al mondo spirituale -sia su Krsnaloka (il pianeta di Krsna) sia su un altro pianeta spirituale- riceveremmo anche noi un corpo sac-cid­-ànanda, simile a quello di Dio. Coloro che sono co­scienti di Krsna hanno dunque uno scopo diverso da coloro che cercano di raggiungere i pianeti superiori del mondo materiale.

Il sé, o l’anima individuale, è una minuscola scintilla spirituale. E la perfezione dello yoga consiste nell’elevare questa scintilla spirituale alla sommità del cranio. A questo stadio lo yogi può trasferirsi su qualsiasi pianeta del mondo materiale, secondo il suo desiderio. Se lo yogi è curioso di sapere com’è la luna può trasfe­rirsi sulla luna, o se è interessato ai pianeti piú elevati può andarci proprio come un viaggiatore va a New York, in Canada o in qualsiasi altro luogo della Terra. Ovunque si vada sulla Terra si trovano le stesse proce­dure di dogana e di visti, cosí su tutti i pianeti materiali, senza eccezione, sono in atto gli stessi principi: la nasci­ta, la malattia, la vecchiaia e la morte.

Om ity ekàksaram brahma: all’istante della morte lo yogi pronuncerà om, l’omkara, che è la forma concisa del suono trascendentale. Se lo yogi riesce a far vibrare questo suono e contemporaneamente a ricordare Krsna o Visnu (màm anusmaran), raggiunge il fine supremo. Infatti, la pratica dello yoga deve permettere di concen­trare la mente su Visnu. Gli impersonalisti cercano di immaginare una forma del Signore Supremo, ma i per­sonalisti non la immaginano: la vedono veramente. Ma sia che la si immagini sia che la si veda veramente biso­gna concentrare la mente sulla forma personale di Krsna.

“Colui che si ricorda sempre di Me, senza deviare, Mi raggiunge facilmente, o figlio di Prthà, grazie al suo costante impegno nel servizio devozionale.” (B.g., 8.14)

Coloro che sono soddisfatti di un’esistenza tempo­ranea, di un piacere temporaneo e di facilitazioni tem­poranee, non devono essere considerati intelligenti, almeno secondo la Bhagavad-gita. La Bhagavad-gita dichiara che solo una persona dall’intelligenza ridotta prova interesse per le cose temporanee. Noi siamo eter­ni, perché dovremmo interessarci alle cose temporanee? Nessuno desidera una situazione che non sia perma­nente. Se viviamo in un appartamento e il proprietario ci chiede di andarcene, ne siamo dispiaciuti, ma se ab­biamo l’occasione di traslocare in un appartamento migliore non saremo piú dispiaciuti. È naturale desi­derare una residenza permanente, perché noi stessi siamo permanenti. Noi non vogliamo morire perché in realtà siamo eterni; e non vogliamo neppure invec­chiare o ammalarci perché queste sono condizioni este­riori e non permanenti. Benché non siamo fatti per soffrire di febbre, a volte siamo colpiti dalla febbre e dobbiamo prendere alcune precauzioni e adottare i ri­medi necessari per riacquistare la salute. I quattro mali dell’esistenza materiale sono come una febbre, e sono tutti dovuti al corpo materiale. Perciò, se in un modo o nell’altro riusciamo a uscire dall’involucro del corpo materiale, potremo sfuggire alle sofferenze inerenti ad esso.

Krsna consiglia agli impersonalisti di far vibrare la sillaba om per liberarsi dal corpo temporaneo. In que­sto modo essi possono essere sicuri di trasmigrare nel mondo spirituale. Tuttavia, pur avendo accesso al mondo spirituale, non possono raggiungere alcun pia­neta spirituale, ma rimangono all’esterno, nel brahma­jyoti. Il brahmajyoti può essere paragonato alla luce del sole, e i pianeti spirituali al sole stesso. Nel mondo spirituale gli impersonalisti rimangono nel brahmajyoti, la radiosità che emana dal Signore Supremo. Essi sono ammessi, sotto forma di scintille spirituali, nel brahma­jyoti, che è quindi formato da una moltitudine di scintil­le spirituali. Questo è ciò che s’intende per fondersi nell’esistenza spirituale. Non bisogna pensare che fon­dersi nel brahmajyoti significhi diventare uno con esso; la scintilla spirituale conserva la sua individualità, ma poiché l’impersonalista non vuole avere una forma per­sonale, resta come scintilla spirituale in questa radiosità. Come la luce del sole è formata da un’infinità di parti­celle atomiche, cosí il brahmajyoti è formato da un’infi­nità di scintille spirituali.

Tuttavia, in quanto esseri viventi noi aspiriamo alla felicità. Esistere in sé non è sufficiente. Oltre all’esi­stenza eterna (sat) noi vogliamo la felicità (ànanda). Infatti, l’essere vivente riunisce in sé tre qualità: l’eter­nità, la conoscenza e la felicità. Coloro che entrano in modo impersonale nel brahmajyoti possono rimanervi per un determinato periodo di tempo, in piena consape­volezza di essere uniti al brahman in modo omogeneo, ma non possono accedere alla felicità eterna (ànanda) perché essa è assente nel brahmajyoti. Si può rimanere soli in una stanza per qualche tempo e trovare piacere nel leggere un libro o nel riflettere, ma non è possibile rimanere in una stanza per anni e anni, e certamente non per l’eternità. Perciò, chi si fonde in modo imper­sonale nell’esistenza del Supremo ha molte probabilità di cadere di nuovo nel mondo materiale per cercarvi una compagnia. Questo è il verdetto dello Srimad-Bhagavatam. Gli astronauti possono viaggiare per migliaia e migliaia di chilometri, ma se non possono fermarsi su un pianeta devono tornare sulla Terra. In ogni caso è necessario trovare un luogo di riposo, e nella forma im­personale questo riposo è incerto. Per questo motivo lo Srimad-Bhagavatam dichiara che anche se l’impersona­lista, dopo innumerevoli sforzi, entra nel mondo spirituale e ottiene una forma impersonale, dovrà tornare nel mondo materiale per aver trascurato di servire il Signore Supremo con amore e devozione. Finché siamo sulla Terra dobbiamo imparare a servire e ad amare Krsna, il Signore Supremo, perché solo in questo modo potremo entrare nei pianeti spirituali. La posizione dell’impersonalista nel mondo spirituale è temporanea; in­fatti, spinto dalla solitudine, egli cercherà una compa­gnia, ma poiché rifiuta il contatto diretto e personale col Signore Supremo, dovrà tornare in questo mondo e cercare la compagnia di persone condizionate.

È quindi estremamente importante conoscere la nostra vera natura: noi aspiriamo all’eternità, alla cono­scenza totale e al piacere. Abbandonati a noi stessi per lungo tempo nel brahmajyoti impersonale non possia­mo provare alcun piacere, e di conseguenza accettiamo i piaceri offerti dal mondo materiale. Ma il vero piacere si trova nella coscienza di Krsna. Nel mondo materiale il piacere sessuale è generalmente considerato la piú alta forma di piacere. Questo piacere è un riflesso distorto del piacere sessuale che esiste nel mondo spirituale, cioè il piacere dell’unione con Krsna. Ma non si deve assolu­tamente pensare che il piacere che esiste nel mondo spi­rituale sia paragonabile al piacere sessuale del mondo materiale. Sono completamente differenti. Tuttavia, se la vita sessuale non esistesse nel mondo spirituale, non potrebbe essere riflessa nel mondo materiale. Quaggiú essa è soltanto un riflesso distorto, ma la vera vita è in Krsna, in cui si trova ogni piacere. Perciò, la cosa mi­gliore da farsi è cominciare fin d’ora a esercitarci in modo che all’istante della morte saremo in grado di rag­giungere il mondo spirituale, Krsnaloka, e godere così della compagnia di Krsna. Sri krsna e la Sua dimora sono descritti nella Brahma-samhita (5.29).

“Adoro Govinda, il Signore originale, il primo tra i progenitori. Egli conduce al pascolo le mucche e soddi­sfa ogni desiderio. I Suoi palazzi sono fatti di pietre filosofali e sono attorniati da milioni di alberi dei desi­deri. Centinaia di migliaia di laksmi e gopi Lo servono da sempre con grande venerazione e col piú profondo affetto.”

Questa è una descrizione di Krsnaloka. Le case sono fatte di “pietre filosofali”, cioè di quelle pietre che trasformano in oro qualunque cosa venga a contatto con esse. Gli alberi sono “alberi dei desideri” perché hanno il potere di fornire qualsiasi cosa si desi­deri. In questo mondo gli alberi di mango danno i man­ghi e i meli danno le mele, ma nel mondo spirituale gli alberi ci possono far gustare qualsiasi cosa deside­riamo. Là le mucche sono chiamate surabhi e danno latte in quantità illimitata. Cosí le Scritture vediche descrivono i pianeti spirituali.

Nel mondo materiale siamo abituati alla nascita e alla morte e a ogni tipo di sofferenza. Gli scienziati ma­terialisti hanno scoperto nuovi modi per aumentare il piacere dei sensi e facilitare l’opera di distruzione, ma non hanno trovato alcuna soluzione ai problemi della vecchiaia, della malattia e della morte. Sono incapaci di costruire una macchina che possa impedire la morte, la vecchiaia o la malattia. Possiamo inventare il modo di accelerare la morte, ma non possiamo trovare nulla che possa fermarla. Tuttavia, le persone intelligenti non si preoccupano delle sofferenze inerenti alla vita mate­riale, sono interessate piuttosto all’elevazione ai pianeti spirituali. Colui che è immerso in un’estasi continua (nitya yuktasya yoginah) non volge la sua attenzione verso alcun altro oggetto. La sua mente è sempre assor­ta in Krsna, senza mai deviare (ananya-cetàh satatam). La parola satatam significa in ogni momento e in ogni luogo.

In India ho vissuto a Vrndàvana e ora sono in Ame­rica, ma questo non significa che io sia fuori di Vrnda­vana perché, se penso sempre a Krsna, sono sempre a Vrndàvana, indipendentemente da ogni considerazione materiale. Coscienza di Krsna significa vivere sempre con Krsna sul Suo pianeta spirituale, Goloka Vrndà­vana, e aspettare solo di abbandonare il corpo materia­le. Le parole smarati nityasah significano “ricordare continuamente”, e per colui che ricorda continuamente Krsna, il Signore diventa tasyàham sulabhah, “facil­mente accessibile”.

Krsna stesso dichiara di essere facil­mente raggiungibile con questo metodo, col metodo del bhakti yoga. Perché adottare quindi un altro metodo?

Possiamo cantare hare krsna, hare krsna, krsna krsna, hare hare, hare rama, hare rima, ràma rama, hare hare ventiquattro ore su ventiquattro. Non esistono regole a questo proposito. Si può cantare per la strada, nella metropolitana, a casa o in ufficio. Questa pratica non implica né tasse da pagare né altre spese. Perché dun­que non adottarla?

Liberarsi dai pianeti materiali

I jnàni e gli yogi sono generalmente impersonalisti, e anche se accedono a una forma di liberazione tempo­ranea fondendosi nella radiosità impersonale, nell’ “atmosfera spirituale”, secondo lo Srimad-Bhàgavatam non possiedono una conoscenza pura. Mediante le pe­nitenze, le austerità e le meditazioni, possono elevarsi al piano del Supremo assoluto ma, come abbiamo già spiegato, cadono di nuovo nel mondo materiale perché non hanno considerato seriamente l’aspetto personale di Krsna. Infatti, chiunque non adori i piedi di loto di Krsna ricadrà inevitabilmente sul piano materiale. L’at­teggiamento ideale dovrebbe portarci a pensare: “O Signore, sono il Tuo servitore eterno; Ti prego, lascia che Ti serva in un modo o nell’altro.” Krsna è definito ajitah, “inconquistabile”, perché nessuno può conqui­stare Dio, ma secondo lo Srimad-Bhàgavatam con que­sto atteggiamento di servizio si può facilmente conqui­stare l’Essere Supremo. Lo Srimad-Bhàgavatam racco­manda inoltre di abbandonare ogni tentativo inutile di misurare l’Assoluto. Non possiamo nemmeno determi­nare i limiti dello spazio, che dire dell’Assoluto! La nostra minuscola conoscenza non ci permette di misurare la grandezza di Krsna e chi arriva a questa conclusione è considerato, nelle Scritture vediche, una persona intel­ligente. Dobbiamo accettare con sottomissione di essere soltanto insignificanti frazioni dell’universo. Abban­donando ogni tentativo di comprendere il Supremo con una conoscenza limitata o con la speculazione mentale, dovremmo ascoltare con sottomissione ciò che riguarda il Supremo da fonti autorizzate come la Bhagavad-gita o dalle labbra di un’anima realizzata.

Nella Bhagavad-gita Arjuna sente parlare di Dio da Sri Krsna in persona. Egli fissa cosí il criterio per proce­dere alla comprensione del Supremo, cioè con un ascolto sottomesso. La nostra posizione è dunque quella di ascoltare la Bhagavad-gita da Arjuna o dal suo rappresentante autentico, il maestro spirituale. Poi, dopo aver ascoltato, è necessario mettere in pratica quotidiana­mente la conoscenza cosí acquisita. Il devoto prega: “Mio caro Signore, Tu sei invincibile, ma col metodo dell’ascolto Tu sei conquistato.” Dio è invincibile, ma Si lascia conquistare dal devoto che abbandona la spe­culazione mentale e ascolta gli insegnamenti da fonti autorizzate.

Secondo la Brahma-samhita, esistono due modi di acquisire la conoscenza: il metodo ascendente e il me­todo discendente. Col metodo ascendente si cerca di elevarsi mediante la conoscenza acquisita senza aiuti esterni. Colui che adotta questo metodo pensa: “Non m’interessano i maestri o i libri, con la meditazione e la filosofia otterrò ugualmente la conoscenza e arriverò cosí a capire Dio.” Con l’altro metodo, quello discen­dente, si acquisisce la conoscenza da autorità superiori.

Come la Brahma-samhita afferma, chi intraprende il metodo ascendente, anche se viaggiasse alla velocità della mente e del vento per milioni di anni, resterà sem­pre privo di conoscenza. Questo argomento rimarrà per lui vago e inconcepibile. Eppure questo argomento è chiaramente spiegato nella Bhagavad-gita: ananya­cetàh, Krsna ci ingiunge di meditare su di Lui senza mai deviare dal sentiero del servizio di devozione of­ferto con sottomissione. Per colui che Lo adora in questo modo, Krsna dice tasyàham sulabhah: “Divento facilmente accessibile.”

Il metodo è questo: se lavoriamo per Krsna ventiquattro ore al giorno, Krsna non può dimenticarci. E abbandonandoci a Lui, attiriamo la Sua attenzione. Come diceva Guru Mahàràja Bhakti­siddhànta Sarasvati: “Non cercate di vedere Dio. Pen­sate che Dio debba presentarSi davanti a noi come un servitore semplicemente perché noi vogliamo vederLo? Non è questo il modo di essere sottomessi. Dobbiamo piuttosto fare in modo che col nostro amore e il nostro servizio Egli Si senta obbligato nei nostri confronti.”

II giusto metodo per avvicinare Krsna è stato offerto all’umanità da Sri Caitanya Mahaprabhu, e questo metodo fu apprezzato da Rapa Gosvami, il Suo primo discepolo. Rupa Gosvami occupava il posto di ministro nel governo musulmano, ma decise di lasciare il suo incarico per diventare discepolo di Caitanya Maha­prabhu. Quando incontrò per la prima volta il Signore, Rúpa Gosvami Lo avvicinò recitando il seguente verso:

“Offro i miei rispettosi omaggi al Signore Supremo, Sri Krsna Caitanya, che è il piú magnanimo di tutti gli avatàra, anche di Krsna stesso, perché offre liberamente ciò che nessuno ha mai offerto prima di Lui: il puro amore per Krsna.”

Rúpa Gosvami definí Caitanya Mahaprabhu “la Persona piú magnanima e caritate­vole” perché offriva gratuitamente la cosa piú preziosa che esista: l’amore per Dio. Tutti vogliamo Krsna, e tutti Lo cerchiamo perché Krsna è il piú attraente, il piú affascinante, il più ricco, il piú potente e il piú eru­dito di tutti gli esseri. E proprio questi sono gli oggetti del nostro desiderio. Noi cerchiamo la bellezza, la potenza, l’erudizione, la ricchezza, e Krsna è il ricettacolo di tutti questi attributi, perciò non dobbiamo far altro che dirigere la nostra attenzione verso di Lui e in questo modo avremo tutto ciò che possiamo deside­rare. Qualunque sia il desiderio del nostro cuore, esso sarà esaudito col metodo della coscienza di Krsna.

Come abbiamo visto prima, per chi muore in co­scienza di Krsna è garantito l’ingresso a Krsnaloka, la dimora suprema dove Krsna risiede. A questo punto ci si può domandare quale sia il vantaggio di andare su questo pianeta, e Krsna stesso risponde:

“Dopo averMi raggiunto, le grandi anime, yogi colmi di devozione, mai piú torneranno in questo mondo tem­poraneo e pieno di sofferenza, poiché hanno ottenuto la perfezione piú alta.” (B.g., 8.15).

Krsna, il creatore, ci assicura che questo mondo ma­teriale è duhkhàlayam, pieno di sofferenze. Come pos­siamo quindi renderlo comodo? Forse mediante il co­siddetto progresso della scienza? No, non è possibile. Di conseguenza non vogliamo neppure conoscere la natura di queste sofferenze. Come abbiamo già detto, queste sofferenze sono la nascita, la vecchiaia, la malat­tia e la morte, ma poiché siamo incapaci di porvi rime­dio cerchiamo di ignorarle. La scienza non ha il potere di liberarci da queste sofferenze che ci colpiscono conti­nuamente. Anzi, cerca di distrarre la nostra attenzione con la costruzione di astronavi o di bombe atomiche. La soluzione di questi problemi la troviamo invece nella Bhagavad-gita: quando si raggiunge il piano di Krsna non si deve piú far ritorno sulla Terra dove nascita e morte si susseguono. Dobbiamo comprendere che questo luogo è pieno di sofferenza, ma per arrivare a questa comprensione occorre un certo livello di coscienza. I cani, i gatti e i maiali, per esempio, non possono capire che stanno soffrendo. Si dice che l’uomo sia un animale razionale, ma egli usa questa razionalità per incremen­tare le sue tendenze animalesche piuttosto che per cer­care di liberarsi dalla sua triste condizione. Krsna affer­ma chiaramente che chiunque giunga a Lui non dovrà mai piú rinascere per soffrire ancora. Le grandi anime che Lo raggiungono hanno ottenuto la piú alta perfe­zione dell’esistenza, quella che sottrae l’essere vivente alle sofferenze dell’esistenza condizionata.

Una delle caratteristiche che distinguono Krsna da un essere ordinario consiste nel fatto che quest’ultimo può essere in un solo luogo alla volta, mentre Krsna può es­sere ovunque nell’universo e simultaneamente nella Sua propria dimora. La dimora di Krsna nel regno trascen­dentale si chiama Goloka Vrndàvana. La Vrndavana che si trova in India è questo stesso luogo che è “disceso” o si è manifestato su questa Terra. Infatti, quando Krsna discende personalmente dal Suo regno in virtú della Sua potenza interna, anche il Suo dhama, la Sua dimora, Lo accompagna. In altre parole, quando Krsna scende sul­la Terra, Si manifesta in questo particolare luogo; ciò nonostante, la dimora di Krsna rimane eternamente nel­la sfera trascendentale, nel mondo dei Vaikuntha. Nel verso che abbiamo citato Krsna dichiara che colui che raggiunge la Sua dimora, nei Vaikuntha, non dovrà mai piú rinascere nel mondo materiale. Tale persona è chia­mata mahàtma. In occidente la parola mahàtma è gene­ralmente collegata alla persona di Mahatma Gandhi, ma si deve sapere che il titolo di mahatma non è quello di un uomo politico. Mahatma si riferisce invece a una persona che ha raggiunto un altissimo livello di coscien­za di Krsna ed è qualificato per entrare nella dimora di Krsna. La perfezione del mahatma consiste nell’usa­re la forma umana e le risorse della natura per districarsi dal ciclo di nascite e morti. Una persona intelligente sa che non vuole soffrire, ma sa anche che le sofferenze le vengono inflitte di forza. Come abbiamo detto precedentemente, viviamo sempre in una condizione infelice a causa della mente e del corpo, delle catastrofi naturali o a causa di altri esseri viventi. In un modo o nell’altro siamo continua­mente soggetti a qualche tipo di sofferenza. L’universo materiale in cui viviamo è di per sé un luogo di soffe­renza; tuttavia, se non fosse per la sofferenza non po­tremmo avvicinarci alla coscienza di Krsna. Infatti, le sofferenze di questo mondo sono un aiuto e uno stimolo per elevarci fino alla coscienza di Krsna. L’uomo intelli­gente si domanderà perché le sofferenze gli sono inflitte di forza. Ma l’atteggiamento piú comune nella società attuale consiste nel dire: “Lasciatemi soffrire. E lascia­temi dimenticare la sofferenza con qualche sostanza inebriante.” Ma non appena l’ebbrezza finisce ritorna la sofferenza. Non si può trovare una soluzione alle sofferenze della vita con un’euforia artificiale. Solo la coscienza di Krsna può portare la soluzione.

Qualcuno potrebbe far notare che mentre i devoti di Krsna si sforzano di raggiungere il pianeta di Krsna, numerosi altri si sforzano di andare sulla luna. Non è anche questa una forma di perfezione? La tendenza a viaggiare verso altri pianeti è insita nell’essere vivente, tanto che a volte l’essere viene definito sarva-gata per indicare che gli piace viaggiare ovunque. Viaggiare, infatti, è nella natura dell’essere vivente. II desiderio di andare sulla luna non è una novità. Anche gli yogi sono interessati a raggiungere i pianeti superiori, ma Krsna indica nella Bhagavad-gita che questo viaggio non sarà loro di alcun aiuto:

Tutti i pianeti del mondo materiale, dal piú alto al piú basso, sono luoghi di sofferenza dove nascita e morte si susseguono. Ma colui che raggiunge la Mia dimora, o figlio di_Kunti, non rinasce piú.” (B.g., 8.16) .

L’universo è diviso in tre sistemi planetari, quello superiore, quello intermedio e quello inferiore. La Ter­ra fa parte del sistema planetario intermedio. Krsna ci fa notare che anche se raggiungiamo il pianeta piú alto, chiamato Brahmaloka, vi troveremo sempre il ripetersi della nascita e della morte. Anche gli altri pianeti dell’universo sono popolati da innumerevoli esseri viventi. Non dobbiamo pensare che solo questo pianeta sia abitato e gli altri siano deserti. L’esperienza ci permette di constatare che non esiste sulla Terra alcun luogo privo di esseri viventi. Se scaviamo in profondità nel terreno troviamo i vermi, se c’immergiamo nell’acqua tro­viamo gli animali acquatici e se ci volgiamo verso il cielo troviamo gli uccelli. Come si può concludere, dunque, che sugli altri pianeti non ci siano esseri viventi? Ma Krsna ci fa notare che anche se raggiungiamo i pianeti su cui vivono i grandi esseri celesti, continueremo a essere soggetti alla morte, mentre se raggiungiamo il pianeta di Krsna, come Egli stesso ci consiglia, non dovremo mai più rinascere.

Bisogna dunque considerare molto seriamente il fat­to di riscoprire la nostra vita eterna, piena di conoscenza e di felicità. Abbiamo dimenticato che proprio in que­sto risiede lo scopo della nostra esistenza, il nostro vero interesse. Perché l’abbiamo dimenticato? Siamo stati semplicemente intrappolati dal luccichio della materia che si presenta a noi nella forma di grattacieli, di grandi fabbriche e del gioco politico, pur sapendo che per quanto alti siano i grattacieli che costruiamo non potre­mo viverci all’infinito. Non dobbiamo sprecare la no­stra energia nel costruire potenti industrie e grandi città per intrappolarci ulteriormente nella natura materiale, ma dovremmo usare la nostra energia per sviluppare la coscienza di Krsna in modo da ottenere un corpo spi­rituale che ci permetta di entrare nel pianeta di Krsna. La coscienza di Krsna non è una formula religiosa o una specie di svago spirituale, ma è l’elemento essenziale dell’essere vivente.

Al di là dei limiti dell’universo

Se anche sui pianeti superiori di questo universo regnano la nascita e la morte, perché i grandi yogi cer­cano di raggiungere questi pianeti? Perché, sebbene pos­siedano grandi poteri mistici, questi yogi hanno ancora la tendenza a voler godere dei piaceri materiali. E i pianeti superiori offrono loro una durata di vita incre­dibilmente lunga. Sri Krsna indica il valore del tempo su questi pianeti:

“Un giorno di Brahma equivale a mille ere secondo il calcolo terrestre. E altrettanto lunga è la sua notte.” (B.g., 8.17)

Uno yuga dura 4.300.000 anni. Questo numero moltiplicato per mille rappresenta dodici ore della vita di Brahma sul suo pianeta, Brahmaloka, e altre dodici ore costituiscono la sua notte. Trenta di questi giorni formano un mese, dodici mesi un anno, e Brahma vive per cento di questi anni. La vita su questo pianeta è dunque incredibilmente lunga; eppure, anche dopo mi­liardi di anni, gli abitanti di Brahmaloka devono affron­tare la morte. Non si può sfuggire alla morte se non andiamo sui pianeti spirituali.

“Quando si manifesta il giorno di Brahma tornano all’ esistenza tutte le varietà degli esseri, e quando viene la notte sono tutte annientate.” (B.g., 8.18)

Alla fine di un giorno di Brahma tutti i sistemi planetari inferiori vengono sommersi dall’acqua, e i loro abitanti sono annientati. Dopo questa devastazione, e dopo che la notte di Brahma è trascorsa, quando Brahma si sveglia al mattino, ha luogo un’altra creazione e tutti gli esseri riappaiono. Cosí, la natura del mondo materiale è quel­la di essere soggetta alla creazione e alla distruzione.

“Senza fine rinasce il giorno di Brahma e tutti gli esseri tornano all’esistenza, e ogni volta, col sopraggiungere della notte di Brahma, essi sono inesorabilmente dis­solti, o Pàrtha.” (B.g., 8.19)

Sebbene gli esseri viventi non vogliano la devastazione, questa sopraggiunge nel corso del tempo, inondando tutti i pianeti finché tutti i loro abitanti non sono inghiottiti dalle acque durante tutta la notte di Brahma. Ma appena nasce il giorno l’acqua a poco a poco si ritira.

“Esiste tuttavia un altro mondo, che è eterno ed è al di là della materia manifestata e non manifestata. È su­premo e non è mai annientato. Quando tutto in questo mondo è dissolto esso rimane intatto.” (B.g., 8.20).

Noi non possiamo calcolare la vastità dell’universo materiale, ma i Veda ci informano che esistono milioni di universi all’interno della creazione e che al dì là di questi universi materiali esiste un altro mondo, quello spirituale. Là tutti i pianeti sono eterni, come eterna è la vita di tutti gli esseri che vi abitano. In questo verso la parola bhavah significa “natura” e si riferisce a un’ altra natura, su un altro mondo. Del resto, anche in questo mondo abbiamo esperienza di due diverse na­ture. L’essere vivente è spirito e fino a quando risiede nella materia questa si muove, ma non appena l’anima, la scintilla spirituale, esce dal corpo, questo diventa immobile. La natura spirituale è la natura superiore di Krsna, mentre la natura materiale è la natura inferiore. Infatti, al di là della natura materiale esiste un’altra natura, superiore e completamente spirituale. Que­ste informazioni non possono essere ottenute con la conoscenza sperimentale. Col telescopio possiamo vedere milioni e milioni di stelle, ma non possiamo avvicinarle. Dobbiamo riconoscere i nostri limiti. Se non riusciamo neppure a comprendere l’universo mate­riale mediante la conoscenza sperimentale, che possibi­lità abbiamo di comprendere Dio e il Suo regno? Certamente nessuna esperienza empirica ci permetterà di comprenderLo. La conoscenza ci viene dall’ascolto della Bhagavad-gita. Non possiamo identificare nostro padre mediante la conoscenza sperimentale; dobbiamo affidarci alle parole di nostra madre e crederle. Se non le crediamo non avremo altro modo di sapere. Simil­mente, se aderiamo alla via della coscienza di Krsna ogni informazione riguardo a Krsna e al Suo regno ci sarà rivelata.

Le parole paras tu bhàvah designano la natura supe­riore, e avyaktah si riferisce a ciò che non è manifestato davanti ai nostri occhi. Noi possiamo percepire l’universo materiale attraverso le manifestazioni visibili che sono la terra, il sole, le stelle e i pianeti; ma a1 di là di questo universo ne esiste un altro, fatto di natura eterna (avyaktàt sanàtanah). La natura materiale ha un ini­zio e una fine, ma la natura spirituale è sanàtanah, eterna. Non ha né inizio né fine. Com’è possibile? Una nuvola, passando nel cielo, sembra che copra una grande distesa, ma in realtà è solo una piccola macchia che copre una parte insignificante del cielo. Noi siamo talmente piccoli che se una nuvola copre qualche centi­naio di chilometri ci sembra che tutto il cielo sia coper­to. Similmente, l’intero universo materiale è come una piccola nuvola nel vasto cielo spirituale. Del resto esso è compreso nel mahat-tattva, l’aggregato degli elementi materiali. E come una nuvola ha un inizio e una fine, anche la natura materiale ha un inizio e una fine. Quan­do le nuvole si disperdono e i1 cielo si schiarisce, pos­siamo vedere le cose cosí come sono. Anche il corpo è come una nuvola che passa sopra l’anima spirituale. Vi rimane per qualche tempo, dà i suoi frutti, declina e poi scompare. Qualsiasi fenomeno materiale è soggetto a queste sei trasformazioni della natura materiale: viene all’esistenza, cresce, si stabilizza, dà i suoi frutti, decli­na e poi scompare. Krsna indica che al di là di queste trasformazioni, di questa natura “nuvolosa”, esiste una natura spirituale, che è eterna. Infatti, quando la­natura materiale è annientata, l’avyaktat sanatanah rimane.

Nella letteratura vedica troviamo numerose infor­mazioni relative al mondo materiale e al mondo spiri­tuale. Il secondo Canto dello Srimad-Bhàgavatam ci fornisce descrizioni del mondo spirituale e dei suoi abitanti. Si parla anche di aeronavi spirituali su cui gli esseri liberati viaggiano alla velocità delle saette. In realtà, tutto ciò che esiste quaggiù si ritrova anche nel mondo spirituale. Nel mondo materiale ogni cosa è solo un’imitazione, un’ombra di ciò che esiste nel mondo spirituale. Come al cinema vediamo solo una rappre­sentazione o un fac-simile dell’oggetto reale, cosí lo Srimad-Bhàgavatam insegna che il mondo materiale non è altro che una combinazione di materia modellata a partire dalla realtà, proprio come un manichino nella vetrina di un negozio è l’imitazione di una donna. Ogni uomo di buon senso sa che il manichino è solo un’imita­zione. Srìdhara Svami dice che poiché il mondo spiri­tuale è reale, il mondo materiale, che è solo un’imita­zione, sembra anch’esso reale. Noi dobbiamo cogliere l’essenza della realtà: per realtà s’intende l’esistenza che non può essere annientata. Realtà significa dunque eternità.

“Coloro che vedono la verità hanno dedotto l’eternità del reale (l’anima) e la temporaneità dell’illusorio (il corpo materiale) dallo studio delle loro rispettive na­ture;” (B.g., 2.16)

Il vero piacere è in Krsna, mentre il piacere materia­le, che è temporaneo, non è reale. Coloro che vedono le cose come veramente sono non hanno interesse per i piaceri illusori. Il vero scopo della vita umana consiste nel raggiungere il mondo spirituale ma, come ci fa nota­re lo Srimad-Bhagavatam, la maggior parte della gente non ne ha conoscenza. La vita umana è fatta per capire la realtà e raggiungerla. Tutta la letteratura vedica ci avverte di non rimanere nelle tenebre. II mondo mate­riale è di natura tenebrosa, mentre il mondo spirituale risplende di luce, senza tuttavia essere illuminato dal fuoco o dall’elettricità. Krsna precisa questo punto nel quindicesimo capitolo della Bhagavad-gita:

“La Mia dimora non è illuminata né dal sole né dalla luna né dall’elettricità. Chi la raggiunge non torna mai piú in questo mondo.” (B.g., 15.6)

Il mondo spirituale è detto non-manifestato perché non può essere percepito con i sensi materiali.

“Questa dimora suprema è detta non manifestata e in­fallibile ed è la destinazione suprema. Chi la raggiunge non torna piú indietro. Questa è la Mia dimora supre­ma.” (B.g., 8.21).

Questo verso fa allusione a un lungo viaggio. Dobbiamo, infatti, superare lo spazio, attraversare l’universo materiale, penetrare la sua copertura per entrare infine nel mondo spirituale. Paramàm gatim, questo è il viaggio supremo. Non si tratta di allontanar­si da questo pianeta di qualche migliaia di chilometri per poi tornarci. Questa non sarebbe un’impresa molto eroica. Dobbiamo attraversare l’intero universo mate­riale, e ciò non si può fare con l’aiuto di astronavi, ma solo con la coscienza di Krsna. Chiunque rimanga assorto nella coscienza di Krsna e pensi a Krsna all’ istante della morte sarà immediatamente elevato al mondo spirituale. Se vogliamo veramente raggiungere il mondo spirituale e godere di una vita eterna, piena di felicità e di conoscenza dobbiamo cominciare fin d’ora a sviluppare un corpo sac-cid-ànanda. Krsna possiede un corpo sac-cid-ànanda: isvarah paramah krsnah sac-cid-ànanda-vigrahah, e anche noi abbiamo un cor­po simile, fatto di eternità, conoscenza e felicità, ma il nostro è infinitesimale ed è coperto da un vestito di materia. Se in qualche modo riusciamo a liberarci da questo falso vestito potremo raggiungere il regno spirituale. E una volta giunti nel mondo spirituale non è piú necessario fare ritorno quaggiú (yam prapya na nivartante).

Tutti devono cercare di raggiungere questo dhàma paramam, la suprema dimora di Krsna. Krsna viene personalmente a invitarci; inoltre ci guida attraverso le Scritture e ci invia i Suoi rappresentanti qualificati. Dovremmo dunque approfittare dei vantaggi che ci offre la forma umana. Colui che raggiunge questa dimora suprema non ha piú bisogno di compiere peni­tenze, austerità e meditazioni yoga, mentre questi meto­di si riveleranno solo una perdita di tempo per chi non raggiunge la dimora suprema. La forma umana dà l’opportunità di ricevere questa benedizione ed è dovere dello Stato, dei genitori, degli insegnanti e dei tutori di elevare le persone che sono sotto la loro tutela affinché raggiungano questa perfezione. Il semplice fatto di mangiare, dormire, accoppiarsi e litigare come cani e gatti non è civiltà. Dobbiamo usare in modo appropriato la forma umana e trarre vantaggio da questa conoscenza per educarci nella coscienza di Krsna in modo da essere assorti in Krsna ventiquattro ore su ventiquattro e al momento della morte raggiungere immediatamente il mondo spirituale.

“Dio la Persona Suprema, che è superiore a tutti, si raggiunge solo con la devozione pura. Sebbene non lasci mai il Suo regno, Egli è onnipresente e tutto è si­tuato in Lui.” (B.g., 8.22)

Se siamo anche minimamente interessati a raggiun­gere questa dimora suprema, il metodo, come abbiamo detto, è la bhakti. La parola bhaktya designa il servizio devozionale o la sottomissione al Signore Supremo. La radice di bhaktya è bhaj che significa “servizio”. E la definizione di bhakti data nel Narada pancaratra è “li­berazione da ogni designazione materiale”. La bhakti può essere raggiunta se siamo determinati a liberarci da tutte le designazioni che ricoprono l’anima spirituale pura, designazioni che derivano dal corpo e cambiano quando il corpo cambia. La bhakti consiste nel realiz­zare di essere puro spirito e non materia. La nostra vera identità non è il corpo, che è solo una copertura dell’anima, ma è quella di essere dasa, servitori di Krsna. Chiunque si situi nella sua vera identità e serva Krsna è un devoto (bhakta). Hrsikena hrsikena-sevanam: quan­do i nostri sensi saranno liberi da ogni designazione materiale li useremo al servizio del maestro dei sensi, Hrsikesa, o Krsna.

Come Rupa Gosvami fa notare, dobbiamo servire Krsna in modo favorevole. In genere vogliamo servire Dio con qualche scopo materiale o per trarne un guadagno. Naturalmente è meglio rivolgersi a Dio per uno scopo interessato piuttosto che non rivolgersi affatto a Lui, ma bisogna cercare di liberarsi da ogni desiderio di beneficio materiale. Il nostro scopo dev’essere quello di comprendere Krsna. Naturalmente Krsna è illimitato e non è possibile comprenderLo nel vero senso della parola, ma noi dobbiamo accettare almeno ciò che ci è dato di capire. La Bhagavad-gita ci è presentata proprio a questo scopo. Dobbiamo sapere che quando riceviamo la conoscenza in questo modo, Krsna è soddisfatto, e noi dobbiamo imparare a servirLo in modo favore­vole, secondo il Suo desiderio. La coscienza di Krsna è una grande scienza esposta in una vastissima lettera­tura di cui dovremmo trarre vantaggio per raggiungere la bhakti.

Purusah sa parah: il Signore Supremo è presente nel mondo spirituale come Persona Sovrana. Nel mondo spirituale ci sono innumerevoli pianeti che brillano di luce propria, e su ciascuno di essi risiede un’emanazione di Krsna, dotata di quattro braccia e ognuna con un nome diverso. Tutte queste emanazioni sono persone, non sono impersonali. Queste persone o purusa non possono essere avvicinate con un atteggiamento di sfida, con la speculazione filosofica, con l’elucubrazione men­tale o con qualche esercizio fisico, ma solo con la bhakti, la devozione libera dall’azione interessata.

Chi è questo purusa, questa Persona Suprema? Yasyàntah-sthàni bhútàni yena sarvam idam tatam: ogni essere vivente e ogni cosa si trovano all’interno di Lui, ma allo stesso tempo Egli è all’esterno di tutto ed è onnipresente. Com’è possibile? Egli è simile al sole, che è situato in un luogo ma è presente ovunque con i suoi raggi. Benché Dio risieda nel Suo dhàma paramam, le Sue energie si diffondono ovunque. Tuttavia, Egli non è differente dalle Sue energie proprio come il sole non è differente dai suoi raggi. E poiché Krsna e le Sue energie non sono differenti tra di loro possiamo vedere Krsna ovunque se ci eleviamo nel servizio devozionale:

“Adoro Govinda, il Signore originale, che i puri devoti vedono nel profondo del loro cuore con i loro occhi coperti dal balsamo dell’amore e della devozione.” (Brahma-samhita, 5.38)

Coloro che sono colmi di amo­re per Dio vedono costantemente Dio davanti a loro. Non è che hanno visto Dio la notte scorsa e ora è scom­parso. Non è cosí. Per colui che è cosciente di Krsna, Krsna è sempre presente e può essere percepito costan­temente. Dobbiamo semplicemente acquisire gli occhi per vederLo.

A causa della nostra schiavitú alla materia, del velo formato dai nostri sensi materiali, non possiamo capire ciò che è spirituale. Ma questa ignoranza può essere rimossa cantando il mantra Hare Krsna. Com’è possi­bile? Un uomo che dorme, per esempio, può essere svegliato da una vibrazione sonora. Benché sia comple­tamente incosciente, e non possa quindi vedere, toccare, odorare, ecc., può essere svegliato da un semplice suono poiché il senso dell’udito è predominante. Similmente, l’anima spirituale, nonostante sia addormentata a causa del contatto con la materia, può essere risvegliata dalla vibrazione sonora trascendentale del maha-mantra:

hare krsna hare krsna krsna krsna hare hare hare rama hare rama rama rama hare hare.

Questo mantra è una semplice invocazione al Signore Supremo e alle Sue energie. Hare significa “energia”, e Krsna è il nome del Signore Supremo; cosí, quando can­tiamo Hare Krsna diciamo: “O energia del Signore, o Signore, per favore, accettami.” Preghiamo solo per chiedere di essere accettati dal Signore. Non ha senso pregare per il pane quotidiano, perché il pane ci è sem­pre fornito. Hare Krsna non è altro che un’invocazione al Signore Supremo per chiederGli di essere accettati. Sri Caitanya Mahaprabhu stesso pregava cosí:

“O Krsna, figlio di Nanda Maharaja, sono il Tuo servi­tore eterno, ma per una ragione o per l’altra sono cadu­to nell’oceano di nascite e morti. Ti prego, salvami da quest’oceano di morti e ponimi, come un atomo di pol­vere, ai Tuoi piedi di loto.” (Siksastaka, 5).

L’unica speranza per un uomo caduto in mezzo all’oceano è che qualcuno vada a salvarlo. Sé qualcuno va e lo tira fuori dall’acqua, anche solo di pochi centimetri, il naufrago sentirà immediatamente sollievo. Similmente, se ab­biamo la fortuna di essere sottratti all’oceano di nascite e morti col metodo della coscienza di Krsna, il sollievo sarà immediato.

Sebbene non possiamo percepire la natura trascen­dentale del Signore Supremo, del Suo nome, della Sua forma e delle Sue attività, se ci stabiliamo nella coscien­za di Krsna, Dio Si rivelerà a noi. Noi non possiamo vedere Dio con i nostri propri sforzi, ma se ci qualifi­chiamo, Dio Si rivelerà a noi, e noi potremo vederLo. Non possiamo ordinare a Dio di presentarSi davanti a noi, ma dobbiamo agire in modo che Krsna sia contento di rivelarSi a noi.

Krsna ci parla di Sé nella Bhagavad-gita e non c’è ragione di avere dubbi; noi dobbiamo solo ascoltare ciò che ci dice e sforzarci di comprenderLo. Non è neces­sario alcun requisito particolare per comprendere la Bhagavad-gita poiché essa proviene dal livello assoluto. Il semplice fatto di cantare i nomi di Krsna ci rivelerà chi siamo, chi è Dio, che cosa sono l’universo materiale e quello spirituale, perché siamo condizionati, come possiamo liberarci da questo condizionamento e tutto ciò che dobbiamo sapere passo dopo passo. In realtà, la via della fede e della rivelazione non ci sono estranee. Ogni giorno, infatti, poniamo la nostra fede in qualco­sa, fiduciosi che in seguito ci sarà rivelata. Per esempio, compriamo un biglietto per l’India e sulla base di questo biglietto abbiamo fede che saremo trasportati in India. Altrimenti perché pagheremmo per avere il biglietto? Noi non diamo il nostro denaro a chiunque. La fiducia nasce dal fatto che la compagnia che ha emesso il biglietto e la linea aerea sono autorizzate. Senza fede non possiamo muovere neppure un passo durante il corso abituale della nostra vita. Noi dobbiamo avere fede, ma solo in ciò che è autorizzato. Noi non abbiamo una fede cieca, ma accettiamo ciò che è riconosciuto. La Bhagavad-gita è riconosciuta e accettata in India da tutte le classi di uomini; anche fuori dell’India molti studiosi, teologi e filosofi riconoscono la Bhagavad-gita come un’ opera importante e autorevole. La Bhagavad-gita è senza alcun dubbio un’autorità e perfino un grande scien­ziato come Albert Einstein la leggeva regolarmente.

Sappiamo dalla Bhagavad-gita che c’è un universo spirituale, che è il regno di Dio. Se in qualche modo fossimo trasportati in un paese dove venissimo a sapere che non dobbiamo piú sottostare alla nascita, alla vec­chiaia, alla malattia e alla morte, non saremmo felici? Se venissimo a sapere che esiste un tale luogo, certamente faremmo di tutto per andarci. Nessuno vuole invec­chiare e morire. In realtà, il nostro profondo desiderio è quello di trovare un luogo libero da ogni sofferenza. Perché? Perché noi abbiamo il diritto di desiderarlo. Noi siamo eterni, pieni di felicità e di conoscenza, ma essendo stati coperti dal groviglio della materia, abbia­mo dimenticato noi stessi. La Bhagavad-gita ci dà dun­que l’opportunità di ritrovare la nostra condizione ori­ginale.

I seguaci di Sankaràcarya e i buddisti dichiarano che l’al di là è vuoto, ma la Bhagavad-gita non ci dà una tale delusione. Questa filosofia del vuoto ha semplicemente prodotto persone atee. Noi siamo esseri spirituali e vo­gliamo la felicità, tanto che appena il nostro futuro ci appare vuoto siamo portati a godere della vita materia­le. In questo modo gli impersonalisti discutono la filo­sofia del vuoto, cercando di godere il piú possibile dell’ esistenza materiale. Si può forse provare piacere a spe­culare in questo modo, ma non se ne trae alcun benefi­cio spirituale.

“Colui che raggiunge il livello trascendentale realizza subito il Brahman Supremo. Non si lamenta mai e non aspira mai a niente; si mostra uguale verso tutti gli esseri viventi. In questa condizione può servirMi con una devozione pura.” (B.g., 18.54)

Chi ha fatto, progressi sulla via devozionale e prova piacere nel servire Krsna si distaccherà automaticamente dai piaceri materiali. La caratteristica di colui che è assorto nella bhakti è che è pienamente soddisfatto con Krsna.

Vivere in compagnia di Krsna

Quando si ottiene qualcosa di superiore, è naturale abbandonare ciò che è inferiore. Noi vogliamo la felici­tà, ma 1’impersonalismo e il nichilismo hanno creato un’ atmosfera tale che ci siamo assuefatti al godimento materiale. Bisogna gustare la felicità in relazione con la Persona Suprema (purusah sa parah), che possiamo ve­dere a tu per tu. Nel mondo spirituale possiamo parlare personalmente con Dio, divertirci in Sua compagnia, mangiare con Lui, e cosí via. Tutto questo può essere raggiunto col trascendentale servizio d’amore offerto alla Sua Persona (bhaktya). Tuttavia, questo servizio dev’essere esente da ogni adulterazione, cioè dobbiamo amare Dio senza aspettarci alcuna ricompensa materia­le. Anche amare Dio per diventare uno con Lui è una forma di adulterazione.

Una delle maggiori differenze tra il mondo spiri­tuale e quello materiale risiede nel fatto che nel mondo spirituale la guida, cioè la persona che è a capo dei pianeti spirituali, non ha rivali. La persona predominante su ciascuno dei pianeti spirituali è in tutti i casi un’ema­nazione plenaria di Sri Krsna. II Signore Supremo e le Sue molteplici manifestazioni regnano su tutti i pianeti Vaikuntha. Sulla Terra, per esempio, numerosi candi­dati si contendono i posti di presidente e di primo mini­stro, ma nel mondo spirituale tutti riconoscono la su­premazia di Dio, la Persona Suprema. Coloro che non Lo accettano e tentano di rivaleggiare con Lui sono inviati nell’universo materiale, che non è altro che una prigione. Ogni città ha una prigione e questa occupa solo una piccolissima parte dell’intera città, cosí l’universo materiale serve da prigione per le anime condi­zionate. Esso occupa una parte insignificante del mondo spirituale, ma non è fuori del mondo spirituale, proprio come la prigione non è fuori della città.

Gli abitanti dei pianeti Vaikuntha nel mondo spiri­tuale sono anime liberate. Lo Srimad-Bhagavatam c’in­forma che il loro aspetto fisico è esattamente come quel­lo di Dio. Su alcuni di questi pianeti Dio Si manifesta in una forma a due braccia e su altri in una forma a quattro braccia. Gli abitanti di questi pianeti hanno anch’essi due o quattro braccia, come il Signore, e si dice che sia impossibile distinguerli dalla Persona Su­prema: Nel mondo spirituale ci sono cinque tipi di liberazione. Sayujya-mukti è la forma di liberazione con cui ci si fonde nell’esistenza impersonale del Signore Supremo, chiamata brahman. Un’altra forma di liberazione è la sarupya-mukti con cui si ottiene lo stesso aspetto fisico del Signore. Sàlokya-mukti è la forma di liberazione che permette di vivere sullo stesso pianeta del Signore. Con la sàrsti-mukti si può godere delle stesse opulenze del Signore. Un’altra forma di libera­zione permette di rimanere sempre con Dio come uno dei Suoi compagni; uno di questi è Arjuna, che vive sempre accanto a Krsna come Suo amico. Si può rag­giungere una qualsiasi di queste cinque forme di libera­zione, ma tra queste la sàyujia-mukti, che consiste nel fondersi nell’aspetto impersonale di Dio, non è accetta­ta dai vaisnava.

Il vaisnava desidera adorare Dio cosí com’è, e mantiene la sua individualità per poterLo ser­vire, mentre i filosofi impersonalisti, i màyavàdi, desi­derano perdere la loro individualità per fondersi nell’ esistenza del Supremo. Ma questa fusione non è racco­mandata né da Sri Krsna nella Bhagavad-gita, né dai filosofi della successione vaisnava. A questo proposito Sri Caitanya Mahaprabhu scrisse:

“O Signore onnipotente, non desidero ricchezze, non de­sidero belle donne e non voglio discepoli. Desidero solo impegnarmi nel Tuo incondizionato servizio d’amore, vita dopo vita” (Siksastaka, 4).

Sri Caitanya Mahaprabhu usa qui le parole “vita dopo vita”. Quando c’è la ripetizione della nascita non c’è liberazione. Ottenendo la liberazione si raggiungono i pianeti spirituali oppure ci si fonde nell’esistenza del Supremo, ma in entrambi i casi non si rinasce nel mondo materiale. Tuttavia Sri Caitanya Mahaprabhu non si preoccupa di essere liberato: la Sua unica preoccupazione è quella di essere impegnato nella coscienza di Krsna e di servire il Signore Supremo. Il devoto di Krsna non si preoccupa del luogo in cui si trova e neppure di rinascere nel regno animale, nella società umana, tra gli esseri celesti o in qualche altra situazione, prega soltanto il Signore di aiutarlo a non dimenticarLo mai e Gli chiede di poter sempre impe­gnarsi nel Suo servizio trascendentale. Questi sono i segni di una devozione pura. Naturalmente, ovunque si trovi, il devoto vive nel regno spirituale, anche duran­te il suo soggiorno nel corpo materiale. Ma non doman­da niente a Dio per la propria comodità e nemmeno per la propria elevazione.

Sebbene Sri Krsna sottolinei che colui che Gli è de­voto può facilmente raggiungerLo, gli yogi che prati­cano altri tipi di yoga si espongono a una parte di ri­schio. Per loro Egli ha dato alcune istruzioni nella Bhagavad-gita (8.23) sul momento appropriato per lasciare il corpo grossolano:

“O migliore dei Bharata, ti descriverò ora i momenti in cui lo yogi parte da questo mondo per non tornare piú, e quelli in cui parte e ritorna.” In questo verso Krsna spiega che chi riesce a lasciare il corpo in un mo­mento determinato si libera e non torna mai piú nel mondo materiale. Però Egli dice anche che se si muore in un altro momento si dovrà ritornare. C’è dunque un elemento d’incertezza, che è del tutto inesistente per un devoto sempre impegnato nella coscienza di Krsna, per­ché 1a sua devozione al Signore gli assicura l’entrata nella dimora di Krsna.

“Coloro che conoscono il Brahman Supremo raggiun­gono il Brahman lasciando questo mondo in un momen­to propizio, alla luce del giorno e sotto l’influsso del dio del fuoco, durante i quindici giorni di luna crescente e i sei mesi in cui il sole passa a settentrione.” (B.g., 8.24

Il sole viaggia sei mesi a nord dell’equatore e sei mesi a sud. Lo Srimad-Bhagavatam ci spiega infatti che il sole si muove come gli altri pianeti. Se si muore mentre il sole si trova nell’emisfero nord, si ottiene la libera­zione.

“Lo yogi che parte da questo mondo nella notte, nel fumo, durante i quindici giorni della luna calante o nei sei mesi in cui il sole passa a meridione, raggiunge l’a­stro lunare, ma dovrà ancora tornare in questo mondo. Secondo i Veda esistono due modi di lasciare questo mondo: nelle tenebre e nella luce. L’una è la via del ritorno e l’altra del non-ritorno.” (B.g., 8.25-26).

Tutto ciò avviene, per cosí dire, fortuitamente. Noi non sappiamo quando moriremo, possiamo morire ac­cidentalmente in qualsiasi momento. Ma per il bhakti yogi, stabilito nella coscienza di Krsna, non è questione di caso. Egli possiede la certezza.

“Sebbene i devoti conoscano queste due vie, non sono mai confusi. Perciò sii sempre fisso nella devozione, o Arjuna.” (B.g., 8.27)

È già stato accertato che se si pensa a Krsna al mo­mento della morte si viene immediatamente elevati alla dimora di Krsna.

“Chiunque, all’istante della morte, lasci il corpo ricor­dandosi di Me soltanto raggiunge subito la Mia dimora. Non dubitarne. Colui che medita su di Me, il Signore Supremo, e si ricorda sempre di Me senza mai deviare, certamente viene a Me, o Partha.” (B.g., 5, 8.8)

Que­sta meditazione su Krsna può sembrare molto difficile, ma non lo è affatto. Se si pratica la coscienza di Krsna cantando il maha-mantra: hare krsna, hare krsna, krsna krsna, hare hare /hare rama, hare rama, rama rama, hare hare si sarà subito aiutati.

Non c’è differenza tra Krsna e il Suo nome come non c’è differenza tra Krsna e la Sua dimora trascendentale. Perciò, con questa vibra­zione sonora trascendentale possiamo portare Krsna a vivere accanto a noi. Se per esempio cantiamo Hare Krsna per la strada, vedremo Krsna unirSi a noi, pro­prio come guardando la luna sopra di noi abbiamo l’impressione che ci segua. Se l’energia inferiore di Krsna può darci l’impressione che ci accompagni, non sarà possibile a Krsna stesso essere con noi mentre can­tiamo il Suo nome? Krsna ci terrà compagnia, ma noi dobbiamo qualificarci per vivere in Sua compagnia. Tuttavia, se siamo sempre assorti nel pensare a Krsna possiamo essere sicuri che Krsna Si trova costantemente con noi. Sri Caitanya Mahaprabhu pregava:

“O Signore, il Tuo santo nome può dare ogni benedi­zione agli esseri viventi, perciò Tu possiedi centinaia e migliaia dì nomi, come Krsna e Govinda, e in questi nomi trascendentali hai investito tutte le Tue potenze trascendentali. Non ci sono rigide regole per cantare questi nomi. O Signore, nella Tua infinita misericordia, ci permetti di avvicinarTi facilmente col canto dei Tuoi santi nomi, ma io sono cosí sfortunato che non ho alcu­na attrazione per essi.” (Siksastaka, 2).

Semplicemente cantando possiamo godere di tutti i vantaggi della compagnia personale di Krsna. Sri Caitanya Mahaprabhu, che non è solo considerato un’anima realizzata ma anche una manifestazione di Krsna stesso, ci fa notare che nell’età di Kali, sebbene non ci siano vere e proprie facilitazioni per realizzarsi spiritual­mente, Krsna, nella Sua infinita bontà, ha dato questo sabda, questa manifestazione sonora della Sua Persona, perché serva da yuga-dharma, cioè da metodo di realiz­zazione in quest’età. Nessuna qualità particolare è ri­chiesta per praticare questo metodo; non c’è neppure bisogno di conoscere il sanscrito. Le vibrazioni del mantra Hare Krsna sono così potenti che tutti possono cominciare immediatamente a cantarle senza alcuna conoscenza del sanscrito.

“Colui che sceglie la via del servizio di devozione non è privato dei frutti che offrono lo studio dei Veda, i sacrifici, le austerità, gli atti caritatevoli, la ricerca fi­losofica e l’azione interessata. Semplicemente impe­gnandosi nel servizio di devozione, egli ottiene tutto ciò e alla fine raggiunge la dimora suprema.” (B.g., 8.28) .

Krsna afferma in questo verso che lo scopo di tutti gli insegnamenti vedici consiste nel raggiungere il fine ultimo dell’esistenza: tornare a Dio. Le Scritture di tutti i Paesi mirano a questo fine: Questo è stato anche il messaggio di tutti gli acarya, o riformatori reli­giosi. In Occidente, per esempio, Gesú Cristo divulgò lo stesso messaggio. E altrettanto fecero Buddha e Maometto. Nessuno di loro ci consiglia di stabilirci permanentemente nel mondo materiale. Possono esser­ci lievi differenze secondo il luogo, il tempo e le circo­stanze, e anche secondo le ingiunzioni delle Scritture, ma il principio fondamentale secondo cui noi non siamo fatti per vivere nel mondo materiale bensí nel mondo spirituale è accettato da tutti gli spiritualisti autentici. Tutte le indicazioni relative alla soddisfazione dei piú profondi desideri della nostra anima sono orientate ver­so questi mondi di Krsna, al di là della nascita e della morte.