KARNA

Karna

Uno dei personaggi principali del Mahabharata, figlio di Kunti devi e fratello maggiore dei Pandava.

Viene descritto come il più caro amico di Duryodhana, e combatté al suo fianco nella sanguinosa Guerra di Kurukshetra contro i Pandava. Karna è considerato uno dei più grandi guerrieri del Mahabharata da parte di altri personaggi del poema, tra cui Krishna e Bhishma e fu sempre guidato dall’onore verso la parola data. È una figura improntata al coraggio e alla generosità.

Il re Sura, della stirpe dei Vrishni, aveva un figlio di nome Vasudeva e una figlia di nome Pritha. Suo cugino Kuntibhoja invece non era riuscito ad averne, così Sura pensò di concedergli la ragazza in adozione. Quando la fanciulla entrò nel palazzo dello zio, ricevette il nome di Kunti, essendo stata adottata per l’appunto da Kuntibhoja.

Quelli furono anni di felicità per lei, che con i suoi modi aggraziati ed amabili si era accattivata l’affetto dei genitori adottivi e di tutti i frequentatori della corte.

Un giorno arrivò in città, per una visita, il saggio Durvasa. Quest’ultimo aveva grandi poteri mistici, ma era anche particolarmente irascibile. Si raccontava che in momenti d’ira potesse pronunciare maledizioni terribili dai risultati devastanti.

Nei giorni in cui egli dimorò da loro, Kunti lo servì con grande impegno, riuscendo nella difficile impresa di soddisfarlo. Prima di ripartire Durvasa pensò di ricompensarla.

“Cara ragazza”, disse il rishi, “tu mi hai servito con grande impegno e fedeltà, quindi io vorrei darti qualcosa che in futuro ti tornerà utile. Ti insegnerò un potentissimo mantra con il quale potrai chiamare ai tuo cospetto qualsiasi deva, che sarà costretto a soddisfare ogni tuo desiderio.”

A quel tempo Kunti era poco più di una bambina e non capì cosa il saggio intendesse dire con “ogni tuo desiderio”. In realtà si riferiva al desiderio di generare figli.

Erano passati diversi mesi dalla partenza del saggio, quando una mattina Kunti, nel veder sorgere il sole, rimase incantata dalla bellezza di quell’astro celeste. Si chiese quanto dovesse essere bello il deva che governava un pianeta così caldo e affascinante, e provò un forte desiderio di vederlo personalmente. Fu allora che le venne in mente il mantra che Durvasa le aveva insegnato, e impulsivamente lo recitò, pensando a Vivasvan. Appena un attimo dopo la stanza fu inondata da una luce abbagliante e Kunti, protetta dal mantra stesso, si trovò di fronte al tanto adorato deva. Ma subito la ragazza si rese conto di essersi comportata troppo superficialmente chiamando davanti a sé una divinità solo per un gioco infantile così, dopo avergli offerto delle preghiere, si scusò con lui.

“Non devi scusarti affatto,” rispose Vivasvan sorridendo, “poiché la tua avvenenza è tale che può attrarre anche un abitante dei pianeti superiori. Ora io sono qui, pronto a soddisfare ogni tuo desiderio.”

Kunti impiegò del tempo prima di capire la verità, e quando la apprese si sentì disperata.

“Come posso io generare un figlio?” disse fra le lacrime. “Non sono ancora sposata, e se facessi una cosa del genere nessuno mi vorrebbe più.”

“Non preoccuparti per questo,” rispose il deva, “poiché nostro figlio nascerà immediatamente dopo la nostra unione e tu non perderai la verginità.”

Così nacque Karna.

Al momento della nascita indossava un’armatura naturale e due meravigliosi orecchini, che erano un tutt’uno col corpo. Kunti, estasiata dalla straordinaria bellezza e grazia del bambino, sentì nascere in sé un grande amore materno; pure la ragione le impose di non lasciarsi trasportare dai sentimenti per cui, ponendolo in una cesta, lo abbandonò alla corrente del Gange, facendolo sorvegliare a distanza da una ragazza.

Non molte ore dopo la cesta venne raccolta da Atiratha, un guidatore di carro da guerra della casta dei Suta, e dalla moglie Radha i quali, non avendo avuto figli e desiderandone uno da tempo, lo adottarono.

Fino agli ultimi tragici giorni della battaglia di Kurukshetra, pochissimi sarebbero venuti a conoscenza della storia dell’unione di Kunti con Vivasvan.