L’amorevole ricerca del servitore perduto

L’amorevole ricerca del servitore perduto

Sua Divina Grazia

Om Vishnupada Paramahamsa

Parivrajakacharya Varya Sarva Sahstra SiddhantaVit Astottara Sata Sri Srimad

Srila Bhakti Raksaka

Sridhara Deva Goswami Maharaja

 

Indice

Note biografiche sull’autore

Prefazione

Invocazione

Introduzione

II pianeta della fede

L’ambiente

Sotto l’occhio amorevole di dio

II signore delle mucche

L’illusione di Brahma

Dio come figlio

Conoscenza: libera devozione

Il Santo Nome

Il servizio a Sri Radha

Cenni biografici sull’autore

Om Vishnupad Srila Bhakti Rakshak Sridhar Dev­Goswami Maharaj è il Fondatore-Acharya della Sri Chaitanya Saraswat Math di Nabadwip, Bengala occidentale, India. Egli prese nascita in questo mondo nel 1895 a Hapaniva, Burdwan, nel Bengala occidentale.

Nella sua gioventù egli ebbe fede in Sri Chaitanya Mahaprabhu, con una naturale attrazione e affinità per il nama-sankirtana; la sua erudizione e distacco dal mondo erano formidabili. II suo primo contatto con la Sri Gaudiya Math fu nel 1923, e si affidò totalmente alla missione del ~ guru, Srila Bhaktisiddhanta Saraswati Goswami Prabhupad, nel 1926. Nel 1930 il suo guru gli diede il sannyasa, dandogli il trascendentale nome, Bhakti Rakshak Guardiano della Devozione]. Egli occupò una parte prominente nella fondazione, organizzazione e predica di molte Sri Gaudiya Math in tutta l’India.

Srila Sridhar Maharaj compose molte preghiere spirituali uniche, commentari in sanscrito e bengali, rivelando una devozione comune con quella dei famosi Goswami di Vrindavana. Spesso perfino più fantastica fu la sua speciale abilità di rappresentare questi pensieri nel linguaggio internazionale, l’inglese. In questo modo, molti dei suoi santi insegnamenti sono stati pubblicati in forma di libri.

Srila Sridhar Maharaj dipartì dagli occhi del mondo mortale nel 1988. Migliaia in tutto il mondo presero rifugio in lui come discepoli. Precedentemente alla partenza da questo mondo, pubblicamente, e nel suo Ultimo Volere e Testamento, egli nominò il suo amato Divino Servitore Srila Bhakti Sundar Govinda Maharaj come suo successore.

Srila Bhakti Sundar Govinda Goswami Maharaj

Om Vishnupad Srila Bhakti Sundar Govinda Dev­-Goswami Maharaj appare in questo mondo nel 1929 a Brahmanpara, nel distretto di Burdwan, nel Bengala occidentale. Egli arrivò ai piedi di loto del suo Gurudev Om Vishnupad Srila Bhakti Rakshak Sridhar Dev­Goswami Maharaj nel 1947, ed è rimasto con fede al suo servizio.

La storia ci dice che sin dall’inizio egli ricoprì l’incontestata posizione del più intimo e fedele servitore di Srila Sridhar Maharaj, e dall’inizio Srila Sridhar Maharaj rivelò il desiderio che Srila Govinda Maharaj avrebbe occupato la posizione di successore nel futuro. Srila Govinda Maharaj godette della lunga e intima associazione di Om Visnupad Srila A.C. Bhaktivedanta Swarni Maharaj, che si riferiva a Lui come il suo “più caro figlio.”

Soddisfacendo un desiderio che teneva caro per circa quaranta anni, Srila Sridhar Maharaj conferì il sannyasa a Srila Govinda Maharaj nel 1985, dando la sua finale e irrevocabile scelta su Srila Govinda Maharaj come suo successore e Presidente-Acharya della sua Sri Chaitanya Saraswat Math di Nabadwip, con tutte le sue filiali in India e nel mondo.

Come il suo illustre maestro, Srila Govinda Maharaj ci ha dato numerose pure composizioni devozionali in sanscrito e bengali, di molto valore per la coltivazione della vita spirituale. I Suoi santi discorsi sono stati anche pubblicati in forma di libri.

Srila Govinda Maharaj ha viaggiato in tutto il mondo molte volte, e ha attratto migliaia di persone in molti luoghi come in India, Stati Uniti, Messico, Inghilterra, Europa, Italia, Sud America, Africa, Mauritius, Australia, Singapore, e Malaysia.

Prefazione

Un teologo cristiano affermò che il cristianesimo è vicino a una rivoluzione copernicana. Prima di Copernico, si credeva che la terra fosse al centro dell’universo e che il sole e gli altri pianeti girassero attorno a lei. Fino a poco tempo fa, nel mondo occidentale si credeva che il cristianesimo fosse la concezione religiosa centrale dell’universo teologico. Non appena l’uomo occidentale iniziò a guardare verso oriente, scoprì una pluralità di concezioni teologiche orbitanti attorno alla Verità Suprema. Accettando tale pluralità dobbiamo anche accettare la relativa gradazione che l’accompagna: superiore ed inferiore. Come i pianeti sono situati in accordo alla forza di gravità che li attrae al sole, così le varie concezioni teologiche sono situate ad un livello più o meno elevato, in accordo alla loro attrazione verso il Centro Assoluto. La concezione “Krishna” di divinità è tale da essere irresistibilmente attratta verso il centro infinito di tutto l’amore, di tutta la bellezza e armonia.

L’infinito può farsi conoscere dal finito, e l’agente divino tramite cui questa funzione si manifesta è Sri Guru, o la guida divina. Sua Divina Grazia Srila Bhakti Raksaka Sridhara Deva Goswami è un agente del divino e messaggero di tale realtà suprema.

Ci ha ricordato che noi siamo tutti “figli del nettare”, e che dovremo “morire per vivere”, “d’immergerci nella realtà”, entrando nella “terra della dedizione”. Tanto quanto ci sacrifichiamo in questa dimensione, nella stessa misura saremo liberati dalla sua influenza e attratti, grazie alla , dedizione, a un piano più elevato della realtà, dove i passatempi divini “si manifestano in modo non lineare”. Lì troveremo il “tesoro nascosto del Dolce Assoluto”, nel servizio a Srimati Radharani.

Sua Divina Grazia ci ha informato che lo struggente desiderio del cuore per l’estasi, il fascino e la dolcezza ci conduce alla ricerca di Sri Krsna, la Bella Realtà. La concezione “Krishna” di divinità è così irresistibile, che persino Krishna stesso viene sopraffatto dalla Sua stessa potenza e, come impazzito, s’impegna nel gustare la Sua stessa dolcezza, danzando in estasi e distribuendo tale dolcezza agli altri.

Nella Sri Caitanya-caritamrta, Srila Krsnadasa Kaviraja Goswàmi descrive che, mentre il Signore Caitanya Mahaprabhu, a volte perdeva i sensi per l’estasi e appariva come “una montagna d’oro che rotolava per terra.” Srila Sridhara Maharaja descrive che “nell’agonia per la separazione da Krishna, eruzioni d’estasi fluivano come lava dal cuore del Vulcano Dorato dell’amore divino, Sri Caitanya Mahaprabhu.”

Adesso nel suo “L’amorevole ricerca del servitore perduto”, noi scopriamo che il cuore del Signore è tale, che anche Egli prova l’agonia della separazione dai Suoi devoti caduti, e proprio come loro sono impegnati nella Sua ricerca, anch’Egli è impegnato nell’amorevole ricerca dei Suoi servitori perduti

Bhakti Sudhira Gosvami

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Una volta, mentre Krishna e le mucche stavano tornando dalla foresta di Vrndavana al finir del giorno, un ragazzo, che aveva appena raggiunto l’emancipazione spirituale, stava entrando a Vrndavana come pastorello proprio in quel momento. Vedendo il Suo servitore che si era perduto da tanto tempo prima, Krishna l’abbracciò ed entrambi svennero a causa dell’estasi.

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Invocazione

àmnàyah pràha tattvam harim iha paramam sarva-saktim rasàbdhim tad bhinnàmsàms ca jivàn prakrtikavalita tad vimuktams ca bhàvat bhedàbheda-prakàsam sakalam api hareh sàdhanam suddha-bhaktim sàdhyam tat pritim evety upadisati harir-gauracandro bhaje tam

Qui, in questo verso, Bhaktivinoda Thàkura ha dato l’essenza della filosofia Gaudiya Vaisnava. Egli dice: “Noi non siamo interessati ad ascoltare l’opinione di una persona ordinaria; non c’è alcun valore in un’opinione che non sia verità rivelata”. Amnaya significa verità rivelata o scrittura che proviene da una fonte attendibile: la guru­ parampara, una successione autentica di guru.

Cosa ci dicono queste scritture?

Esse elencano i seguenti fatti; Hari è tutto in tutto (harim iha paramam). Qual è la Sua natura? Egli è il maestro di tutte le potenze (sarva-saktim). Egli stesso è l’oceano del rasa, l’estasi (rasabdhim). L’anima, la jiva, non è parte diretta di Lui, ma parte della Sua potenza (tad bhinnamsams ca jivàn). Non una porzione plenaria (svamsa), ma una porzione parziale (vibhinnàmsa). Tutto è parte di Hari, ma svàmsa significa avatàra e vibhinnàmsa significa parte della Sua potenza, tatasthà-sakti. Per natura, alcune anime sono assorte nella potenza esterna e alcune sono nel grembo della potenza interna (prakrti kavalitàn tad vimuktàms ca bhavat). Per la loro stessa costituzione alcune anime sono all’interno della svarupa sakti, mentre altre sono all’esterno. Alcune anime sono liberate e altre no (mukta e amukta). Tutto è parte di Hari e ha qualcosa in comune con Lui e qualcosa di differente (bhedabheda-prakàsam sakalam api hareh). L’unico modo per raggiungerlo è la pura devozione, la dedizione esclusiva (sadhanam suddha-bhaktim). Hari stesso nella forma di Gauracandra, ci sta dando la comprensione che l’amore divino è l’obbiettivo più elevato della vita (sàdhyatm tat pritim evety upadisati harir gauracandro bhaje tam).

Ciò che fu stabilito da Sri Caitanya con la Sua discesa, era conosciuto intimamente da Svarupa Damodara. Fu adorato da Sanatana Goswami e servito da Rupa ed i suoi seguaci. Raghunatha dasa gustò quella cosa meravigliosa pienamente e l’arricchì con le sue stesse realizzazioni. Jiva la sostenne e la protesse citando le scritture. II gusto di quella realtà divina è ciò a cui aspirano anche Brahma, Shiva e Uddhava, che la rispettano come l’obiettivo supremo della vita. E qual’è questa verità la più meravigliosa fra tutte? Quell’elevato nettare della nostra vita, è _il servizio a Sri Radha. É il dono più grande mai conosciuto al mondo. O Bhaktivinoda, è nel tuo potere conferire la Sua grazia a noi. Per favore sii gentile e dacci la tua misericordia.

Brhad-Bhagavatamrta

“Perché sei stato lontano? Perché hai vissuto così a lungo lontano da casa? Come hai potuto? Come è stato possibile che tu abbia tollerato di essere separato da Me? Te ne sei andato e hai trascorso vite e vite senza di Me. Io so a quante traversie sei andato incontro per ritornare da Me. Mi hai cercato ovunque e hai mendicato di casa in casa. Sei stato umiliato da molti e molti ti hanno messo in ridicolo. Hai versato lacrime per Me: so tutto questo perché ero con te. Adesso dopo grandi difficoltà, sei tornato a Me. “

Introduzione

L’amorevole ricerca del Signore per i Suoi servitori perduti: una grande intensità viene qui espressa in modo semplice. È una pazza ricerca, un’impresa urgente. Con grande serietà Krishna viene a liberare i Suoi servitori smarriti. Krishna viene per portarci a casa. Nel Brhad-Bhagavatamrta c’è scritto che una volta, mentre Krishna e le mucche tornavano dalla foresta di Vrndàvana al calar del giorno, un ragazzo che aveva appena raggiunto l’emancipazione spirituale, stava entrando a Vrndàvana come pastorello (sàkhya-rasa).

Vedendo quel Suo servitore che si era perduto da lungo tempo, Krishna lo abbracciò ed entrambi persero i sensi per l’estasi. Tutti gli altri pastorelli amici di Krishna erano meravigliati: “Che significa tutto ciò! Com’è possibile che Krishna abbia perso i sensi nell’abbracciare questo nuovo venuto?” Allora, mentre tutti loro erano intenti a osservare la scena stupefatti, arrivò Balarama che, in un modo o nell’altro, si diede da fare per destare Krishna.

Krishna allora si rivolse al Suo amico con grande affetto: “Perché sei stato lontano? Perché hai vissuto così a lungo lontano da casa? Come hai potuto? Com’è stato possibile che tu abbia tollerato di essere separato da Me? Te ne sei andato e hai trascorso vite e vite senza di Me. Io so a quante traversie sei andato incontro per ritornare da Me. Mi hai cercato ovunque e hai mendicato di casa in casa. Sei stato umiliato da molti e molti ti hanno messo in ridicolo. Hai versato lacrime per Me: so tutto questo perché ero con te. Adesso dopo grandi difficoltà, sei tornato a Me.”

In questo modo Krishna si rivolse a quel Suo servitore smarritosi tanto tempo prima, dandogli così il benvenuto. Quando tornò a casa lo fece sedere accanto a Sè per prendere prasàdam insieme. E’ in questo modo che un nuovo arrivato viene accolto con grande serietà da Krishna stesso.

Così la ricerca del Signore per i Suoi servitori perduti è una ricerca amorevole; non è un fatto ordinario e viene dal cuore. Il cuore del Signore non è un cuore ordinario. Chi può comprendere appieno in quale tipo di ricerca Egli sia impegnato? Sebbene Egli sia completo sotto ogni aspetto, ciononostante prova dolore per la separazione da ognuno di noi, per quanto piccoli si possa essere. A dispetto della sua posizione suprema, ha un posto per noi in un angolo del Suo cuore pieno d’amore. Questa è la natura dell’infinito: l’autocrate assoluto, il bene assoluto, Krishna.

Un autocrate non è sottoposto ad alcuna legge. Non è che se Krishna si dà a qualcuno, qualcuno altro rimarrà senza. L’infinito non è così: al contrario, ai Suoi ordini è a disposizione una fortuna infinita. Per questo Egli è il magazzino del rasa (akhila-rasamrta-murtih). Egli è alla ricerca dei Suoi servitori smarriti per riportarli a casa Altrimenti noi non abbiamo speranza. Il nostro sollievo, la nostra consolazione, risiedono nel fatto che, in definitiva, noi siamo sotto la cura di un Signore amorevole. Gli amici di Krishna pensano: “Che ce ne importa degli altri? Noi abbiamo Krishna, il nostro amico.” Che c’importa di tutto il resto? Possiamo ingerire veleno, possiamo saltare sulla testa di quell’enorme serpente, Kàliya, possiamo fare qualsiasi cosa. Con Krishna che ci protegge, di che cosa dettiamo preoccuparci? Questo sentimento è espresso da Bhaktivinoda Thakura nel suo Saranagati:

raksà koribo tuhun niscaya jàni pàna korobun hàma yamunà pàni.

“Senza paura e fiducioso nella Tua protezione, berrò le acque della Yamuna, che siano avvelenate o no. Io sono una Tua proprietà. Devi prenderti cura di me, non puoi abbandonarmi.”

kàliya-dokha korobi binasa sodhobi nadi-jala bàdobi àsà bhaktivinoda tuwa gokula-dhana ràkhobi kesava! korato satana

“Sebbene il veleno del serpente Kàliya abbia avvelenato le acque della Yamuna, so che non avrà effetto. La Tua presenza pulirà le acque e così la nostra fiducia nella Tua protezione aumenterà.

Bhaktivinoda è adesso proprietà di Gokula, la Tua santa dimora. O Kesava, gentilmente proteggilo con cura.” Come possiamo entrare in una simile relazione d’amore con il Signore? Attraverso la grazia di Sri Gauranga. Un devoto ha detto: “Se Gauranga non fosse venuto come avrei potuto vivere? Chi ci avrebbe informato sulla prospettiva finale della vita?”

Noi abbiamo una grande prospettiva, ciononostante senza Gauranga, chi ci avrebbe informato della grande ricchezza che abbiamo dentro di noi? Sri Gauranga dice: “Tu non lo sai, ma possiedi una ricchezza talmente grande.” Egli è venuto ad informarci della prospettiva che abbiamo, proprio come fa quell’astrologo che leggendo l’oroscopo ad un pover’uomo gli dice: “Perché conduci una vita misera? Tu possiedi una ricchezza immensa seppellita sottoterra. Cerca di recuperarla. Tu sei grande e il tuo padrone è così amorevole ed elevato, ma tu continui a vagare per le strade come fossi un poveraccio. Com’è possibile? Tu non sei indifeso; non è che non c’è nessuno che ti protegge. Devi solo ricordarti del tuo misericordioso padrone

Nello Srimad-Bhagavatam (11.5.32), dove si menziona l’avatara del Kali-yuga, troviamo l’evidenza dell’avvento di Sri Caitanya Mahaprabhu. Lì è scritto:

krsna-varnam tvisa ‘krsnam sàngopàngàstra-pàrsadam yajnaih sankirtana-pràyair yajanti hi su-medhasah

“Nell’era di Kali, le persone virtuose e intelligenti adoreranno il Signore come Sri Caitanya Mahàprabhu. Egli apparirà in una forma dorata cantando il nome di Krishna insieme ai Suoi associati:”

Dopo questo ci sono altri due versi su Sri Caitanya Mahaprabhu:

dhyeyam sadà paribhava-ghnam abhista-doham

tirthàspadam siva-virinci-nutam saranyam bhrtyàrti-ham pranata-pàla bhavàbdhi-potam

vande mahà-purusa te caranàravindam

Lo Srimad-Bhagavatam (11.5.33) qui spiega: “Quella stessa personalità che venne come Ramachandra e Krishna è apparsa di nuovo. E’ venuto per dirigerci verso la vera realizzazione della vita. Egli ha portato il nettare più dolce dal piano più elevato fino a noi per il benificio di tutti. Meditate soltanto su di Lui e tutte le vostre difficoltà finiranno. Egli purifica tutti i luoghi di pellegrinaggio e le persone sante con il Suo tocco ed il Suo sankirtana. Egli porta le cose più elevate dal piano più alto; persino Brahma e Siva sconcertati dal Suo nobile dono, inizieranno a glorificarlo, desiderando ardentemente prendere rifugio ai Suoi piedi di loto in segno di sottomissione. Tutte le sofferenze di coloro che verranno a servirlo saranno rimosse, e le loro necessità interiori saranno soddisfatte. Egli allora si prenderà cura di coloro che prenderanno rifugio in Lui. Saranno protetti e avranno tutto ciò di cui potranno aver bisogno. In questo mondo regolato dalla morale, dove sperimentiamo continuamente gli indesiderabili cambiamenti provocati da nascita e morte ripetute; in questo luogo dove nessuno desidera vivere, una grande nave verrà a prenderci e ci porterà lontano da questa posizione sgradevole. Gettiamoci ai piedi di quella grande personalità venuta a darci il nettare più elevato.”

tyaktvà sudustyaja-surepsita-ràjya-laksmim dharmistha àrya-vacasà yad agàd aranyam màyà-mrgam dayitayepsitam anvadhàvad vande mahà-purusa te caranàravindam

“O Signore Supremo, Tu hai lasciato la dea della fortuna e la sua grande opulenza, che persino i deva ricercano e solo molto difficilmente abbandonano. Allo scopo di stabilire perfettamente i principi della religione, sei andato nella foresta per onorare la maledizione di un brahmana. Per liberare le anime peccaminose che inseguono i piaceri illusori, Tu vai alla loro ricerca e gli dai il Tuo servizio devozionale. Allo stesso tempo, Tu sei impegnato nella ricerca di Te stesso, alla ricerca di Sri Krishna: la Bella Realtà.” Questo verso di solito si riferisce al Signore Ramachandra, che lasciò il Suo regno e dopo esser andato nella foresta con Sitàdevi per assolvere quei doveri che gli erano stati assegnati dal padre, inseguì màyà-mrgam, il cerbiatto dorato. Srila Visvanàtha Chakravarti Thàkura comunque, ci mostra come questo verso possa essere applicato anche a Sri Caitanya Mahàprabhu. Egli dice che la parola maya-mrgam significa che Sri Caitanya insegue le anime che sono avvolte da maya, cioè da concezioni errate. La parola maya-mrgam quando riferita a Sri Ràmachandra significa che Egli inseguì Marici che aveva assunto la forma di un cerbiatto dorato. Riferita a Sri Caitanya Mahàprabhu, maya -mrgam anvadhavat significa: “Egli corse dietro a quelle anime che erano nell’illusione allo scopo di liberarle. Corse dietro loro come salvatore, per liberarle da maya o illusione.”

Visvanàtha Chakravarti Thàkura ha anche dato un’altra interpretazione: Egli afferma che dayitaya ipsitam significa ciò che è desiderato dall’amato, cioè la ricerca di Krishna. In questo modo Egli identifica due qualità nell’avatar Caitanya: che dà sollievo alle anime cadute e che è alla ricerca di Sri Krishna nel sentimento del Suo amato (dayitayepsitam anvadhavat). Ispirato dal sentimento dayita, la Sua amata, Srimati Radharani, Egli insegue le anime prigioniere per liberarle. Qui troviamo un riferimento che viene dalle scritture, il seme di questo concetto. Egli è alla ricerca delle anime perdute, assorto nell’amorevole ricerca dei Suoi servitori che si sono smarriti.

Riflettendo su tutta la vita di Sri Caitanya Mahàprabhu e del Suo altro sè, Nityànanda, è molto chiaro, che Essi, essendo l’Identità Suprema, sono a caccia di anime cadute per liberarle. Questo è la spina dorsale della nostra concezione dell’amorevole ricerca del Signore dei Suoi servitori perduti. E’ anche detto:

yadà yadà dharmasya glànir bhavati bhàrata abhyuthànam adharmasya tadàtmànarn srjàmyaham paritrànàya sàdhúnàm vinàsàya ca duskrtàm dharma-samsthapanarthayarthàya sambhavàmi yuge yuge

“Ogniqualvolta e ovunque la religione declina e l’irreligione prevale, lo appaio di era in era, allo scopo di proteggere le persone pie, punire i malvagi e ristabilire i principi della religione.”

Qui Krishna dice: ” Io vengo di tanto in tanto per ristabilire le ingiunzioni delle scritture e cacciare i demoni:’ Questi sono riferimenti dalle scritture che ci descrivono come Krishna venga alla ricerca dei Suoi servitori. Accettando queste affermazioni come punto di partenza, possiamo vedere che Egli è sempre venuto in questo mondo per aiutare le anime cadute, i Suoi stessi servitori.

Qual’è la posizione delle anime cadute? Nel Sri Caitanya­charitàmrta, Krsnadàsa Kaviràja riporta le istruzioni di Sri Caitanya Mahàprabhu a Sanatana Goswami:

jivera svarúpa’ haya-krsnera’nitya-dàsa’ krsnera’tatasthà-sakti’ bhedàbheda-prakàsa’ krsna bhuli sei jiva anàdi-bhairmukha ataeva màyà tàre deya samsàra dukha

“La natura costituzionale dell’anima, jiva, è quella di eterno servitore di Krishna; la jiva, l’anima, è una manifestazione divina, ed è allo stesso tempo una con Krishna e differente da Lui. Le anime sono potenza marginale del Signore. Sebbene in realtà esse siano servitrici di Krishna, da tempo immemorabile sono coinvolte nell’illusione, come agenti sfruttatori.” Allo scopo di liberare i Suoi servitori perduti, il Signore viene di tanto in tanto per prenderli e portarli nella Sua casa. In altre religioni troviamo molti messia che vengono per aiutarci a ritrovare il sentiero che, da una coscienza materiale, conduce a una coscienza divina. Ma nonostante questo concetto sia presente anche in altri paesi e in altre tradizioni religiose, in India lo è in modo più sistematico e diffuso. Nello Srimad-Bhàgavatam (11.14.3) Krishna dice:

kàlena nastà pralaye vàniyam veda-samjnita mayàdau bramane proktà dharmo yasyàm mad-àtmakah

“Per l’influenza del tempo, la conoscenza Vedica fu perduta al momento della devastazione. Ma poi di nuovo, al momento della creazione, ispirai Brahmà, il creatore, dall’interno del suo cuore. E allora, attraverso Brahmà, molti discepoli furono illuminati. In questo modo la verità rivelata discende da Me.”

Nella Bhagavad-gita Krishna dice:

imam vivasvate yogam, praktavàn aham avyayam vivasvàn manave pràha, manur iksvàkave ‘bravit evam paramparà-pràptam imam ràjarsayo viduh

sa kàleneha mahatà yogo nastah parantapa

“Dapprima istruì Súrya, il deva del sole, in questa conoscenza. Da lui passò a Manu e da Manu a Iksvàku. Così fin dall’inizio dei tempi dó le mie istruzioni ad altri, trasmettendo la verità, lo sono l’obiettivo finale del sistema di successione disciplica, generazione dopo generazione.”

In questo modo Krishna appare di quando in quando a reclamare i Suoi servitori che si sono smarriti da tanto tempo. E come Sri Caitanya Mahàprabhu, Krishna gusta la Sua stessa dolcezza. Quando vuole distribuirla ai Suoi devoti, la causa è la Sua potenza statica (hladini-sakti). Quando Krishna si unisce alla Sua potenza nella forma di Sri Caitanya Mahàprabhu, Egli diventa l’àcàrya.

Così Krishna dice: “àcaryam mam vijàniyàn”

“Sappi che io sono l’àcarya”. ” Il Suo àcàrya-lila è la distribuzione di Sé stesso e quindi Egli conduce a casa i Suoi servitori perduti. Il Suo modo per “reclutare” le anime è distribuire conoscenza su Sé stesso e la devozione a Lui, per portarle infine a casa.

A Vrndàvana, Krishna gusta il rasa all’interno della cerchia dei Suoi associati, e a Navadvipa, Sri Caitanya con il Suo gruppo, lo sta gustando ugualmente distribuendo tale gusto anche agli altri. La Sua distribuzione e il Suo reclutamento sono identici. Distribuendo Sé stesso, Egli attira a Sé i nostri cuori, portandoci a casa. La distribuzione di Sé, compiuta dall’Assoluto è intesa a portarci a casa, a casa a Dio. In questo modo il Signore è eternamente impegnato nell’amorevole ricerca dei servitori perduti.

I Pianeti della Fede

La gradazione

Proprio come nel mondo tangibile ci sono il sole e la luna e tanti altri pianeti, nel mondo della fede esiste una gradazione dei sistemi planetari.

Dobbiamo esaminare le scritture, approfittare della guida dei santi, e comprendere che progredire nella fede verso il pianeta più elevato si ottiene escludendo i pianeti più bassi.

I pianeti della fede

La fede è l’unico mezzo grazie al quale possiamo vedere, ascoltare e sentire il mondo spirituale; altrimenti tutto è privo di senso per noi. Quindi divyam jnanam, la conoscenza della realtà non è una conoscenza ordinaria; è un sentimento e una comprensione trascendentale, al di sopra del piano mentale. Per realizzare tutto questo è indispensabile sottomettersi. Dopo di che possiamo ascoltare, cantare, ricordare, adorare e glorificare il Signore, offrirGli tanti tipi di servizi; ma prima di tutto, la base della devozione, dev’essere la sottomissione. Altrimenti non potremo realizzare niente: la nostra esibizione di devozione sarà solo o imitazione.

Dobbiamo sentire sinceramente: “Sarò fedele al mio servizio al Signore Supremo. Sono fatto per Lui. Sono pronto a vivere o morire. Voglio vivere solo per Lui e non per soddisfare interessi separati. Voglio soltanto l’Assoluto e niente di meno. Voglio essere Suo completamente.”

Questo tipo d’intensità è indispensabile. Un devoto deve capire, sentire che lui è fatto per Krishna, che non è un’entità indipendente: lui dipende da Krishna; il centro assoluto, e da nient’altro. Identificarsi con gli interessi della nostra famiglia, della società del paese è una forma di egoismo esteso e tutte queste false identificazioni devono essere eliminate. Non dovremmo essere egoisti, nè essere coinvolti in forme di egoismo esteso. Piuttosto, tutte le forme di contaminazione della nostra concezione del sé dovrebbero essere eliminate. Tutte le richieste esteriori devono essere cancellate. Allora sentiremo dentro i nostri cuori di essere connessi all’infinito assoluto. Per avere successo non è necessario alcunchè di esteriore. L’unica cosa che ci è richiesta è quella di smantellare la copertura del nostro ego. L’ego raccoglie elementi estranei, ma tale raccolta dev’essere dissolta e solo allora, all’interno dei nostri cuori, troveremo la nostra connessione con il piano fondamentale del servizio d’amore al tutto organico.

Sia il godimento che la rinuncia sono anormali. Essi sono due tipi di demoni: godimento o sfruttamento e riposo eterno o rinuncia. Queste due tendenze sono nostre nemiche. Una vita positiva e più elevata sarà possibile solo quando diventeremo del tutto indipendenti sia dallo sfruttamento che dalla rinuncia.

Tutto ci aiuterà, se riusciremo a vederlo connesso al centro. D’altro canto, quel tipo di rinuncia praticata dai seguaci di Sankara e dai Buddisti non è raccomandata dalla nostra linea. A noi interessa armonizzare le cose in modo tale che tutto possa ricordarci il nostro dovere verso l’Assoluto e incoraggiarci a dedicarci a Lui.

pràpancikatayà buddhyà hari-sambandhi-vastunah mumuksubhih parityàgo vairàgyam phalgu kathyate anàsaktasya visayàn yathàrham upayunjatah nirbandhah krsna-sambandhe yuktam vairàgyam ucyate (Bhakti-rasàmrta-sindhu)

Trascurare l’ambiente, pensare che è pieno di cose materiali indesiderabili, non ci aiuterà. Non è corretto. Tutto invece dovrebbe ricordarci dell’Assoluto. Noi dovremmo agire con questo spirito: “Accettami e mettimi al servizio del nostro Signore.” Quando il mondo è visto con una visione corretta, tutto ci incoraggerà e ci ispirerà a servire il centro. Noi viviamo in un sistema organico completo, e questo sistema è formato dal possessore e da ciò che è posseduto, dal possessore della potenza e dai differenti tipi di potenza (sakti-saktimàn)

Il magazzino del rasa

La potenza del Signore è dinamica e tale dinamismo produce continuamente rasa o il gusto dell’estasi. Il lila produce estasi (anandam, rasam). Krishna stesso è il magazzino del rasa (akhila rasamrta múrtih…anandamaya vilasa). Il movimento dinamico è una necessità nel Suo lila, non può essere eliminato, e tale movimento produce sempre una nuova estasi che nutre ogni atomo del mondo spirituale. In quella dimora trascendentale, Krishna è il centro che attrae ogni cosa e suscita rasa e ànandam, estasi e gioia in ogni cosa. Questa è la natura del movimento dell’Assoluto. Non è statico ma dinamico, pieno di movimento. Il movimento è prati-padam púrnàmrta svàdanam: ad ogni movimento, ad ogni passo, produce continuamente una gioia infinita e sconosciuta. Noi possiamo ottenere tale gioia soltanto pagando il prezzo più alto: il sacrificio di sè. È il biglietto che può farci entrare nel piano della gioia che è sempre nuova ad ogni istante. Il biglietto è il completo sacrificio di sè. Tale sacrificio è gioioso, ed è possibile gustare questa gioia meravigliosa anche qui in questo mondo, dove tutto sta morendo a ogni istante. È dare e prendere. Se vogliamo ottenere qualcosa di nobile, dobbiamo anche dare. Dobbiamo essere generosi nella nostra dedizione e allora riceveremo tanto in cambio. Totale dedizione di sè è il prezzo e in cambio saremo pieni di estasi: ànandam budhi-vardhanam. Sentiremo di essere nel mezzo di un oceano di gioia. Al presente noi siamo alla ricerca di sentimenti gioiosi, simili a chi cerca l’acqua nel deserto, ma con la dedizione scopriremo d’essere in un oceano di gioia la cui rinfrescante dolcezza aumenta ad ogni istante. La gioia ha varietà, e viene per aiutarci nella nostra attitudine a servire, in modo che in ogni momento possiamo sentirci incoraggiati. Dobbiamo informarci da una persona qualificata, seguire il suo consiglio e cercare di comprendere come migliorare la nostra condizione. Al tempo stesso dovremmo essere coscienti che l’opportunità di rendere servizio devozionale è qualcosa di molto raro. Non è a buon mercato. Quindi dovremmo utilizzare ogni minuto, ogni secondo, ogni istante. Sempre all’erta che neanche un istante sia sprecato, che il nostro tentativo di dedicare noi stessi, continui costantemente senza interruzione. Questo stadio di dedizione si chiama nistha, e quando lo otteniamo il nostro gusto migliora ulteriormente e noi saremo incoraggiati sempre di più a progredire verso la realizzazione ultima.

Sette giorni da vivere

“Sukadeva Goswàmi disse a Mahàraja Pariksit che sette giorni di vita sono sufficienti per acquisire la perfezione. Disse: “Ti rimangono da vivere soltanto sette giorni; pensi che sia poco tempo? E’ abbastanza invece. Ciò che conta è fare un uso appropriato di ogni secondo.” Il tempo che abbiamo a disposizione è incerto, ma noi dobbiamo cercare di fare del nostro meglio per usare bene ogni secondo. Non dobbiamo trascurare questo. Non dobbiamo pensare: “Il futuro è davanti a me; ogni volta che vorrò, potrò dedicarmi alla vita spirituale che, in effetti, costituisce un valido impegno.” Non un secondo dovrebbe essere sprecato. Longfellow scrisse:

Non aver fiducia nel futuro per quanto piacevole possa apparire! Lascia che sia il passato a seppellire i suoi morti! Agisci, agisci nel presente vivente! Affidati al tuo cuore e a Dio che è ovunque.

Il presente è nelle nostre mani. Non sappiamo niente del nostro futuro. Dobbiamo cercare di usare al meglio il tempo che è a nostra disposizione al presente. E quale sarà il miglior uso che potremo fare del nostro tempo? L’associazione coi santi e le scritture.

L’unità di misura della purezza è il sacrificio. Non sacrificio per un interesse parziale, ma per il tutto completo. Il tutto assoluto ci è stato mostrato come magazzino del rasa. (akhila rasamrta múrtih). Il tutto assoluto, l’autocrate, progettista e destinatario assoluto di tutto ciò che vediamo. II nostro ideale di sacrificio dovrebbe essere, così elevato, da renderci in grado di rinunciare persino al risultato ad esso corrispondente. L’abnegazione, la sottomissione, generalmente è nata come atma-nivedanam. Tuttavia anche la parola atmàniksepa, indica sottomissione, ma con un significato ancora più forte. Significa: “Gettarsi disperatamente verso l’infinito.” Bisogna essere disperati nel sacrificio di sè stessi, e dovremmo essere molto attenti a non aspirare in realtà a un egoismo più esteso, ma soltanto a sottometterci al centro. Il sacrificio è rivolto al centro, Krishna, l’onniattraente.

Nel realizzare questa posizione dovremmo preoccuparci di due cose: della conoscenza trascendentale (sambandha) e dei mezzi per raggiungere lo scopo (abhidheya). Se questi due aspetti vengono realizzati correttamente, allora il raggiungimento dello scopo ultimo (prayojana) sarà conseguito automaticamente. Noi dovremmo essere molto coscienti del centro a cui stiamo dedicando tutto. L’obiettivo della nostra realizzazione (sambandha) e la nostra dedizione e la purezza dello scopo (abhidheya), sono le due cose più importanti: ciò può essere compreso attraverso le scritture e i santi. Se noi ci impegniamo nell’obiettivo più puro e nel sacrificio più elevato, il traguardo verrà da sè. Non dobbiamo preoccuparci

di alcuna remunerazione. Dobbiamo fare soltanto il nostro dovere e la ricompensa verrà da sè. A chi offrire la nostra dedizione e ciò che otterremo, sono cose che dovrebbero essere discusse, su cui bisognerebbe meditare, riflettere e quindi mettere in pratica.

In questo modo dovremmo cercare di vivere nell’infinito: sempre impegnati nel coltivare amore e bellezza infiniti come raccomandato da Sri Caitanya Mahàprabhu.

L’oceano della fede

Sebbene l’oggetto della fede del nostro cuore sia infinito, alcune definizioni di Lui sono state date da quegli uomini che hanno esperienza dell’oceano della fede. Sono molti coloro che hanno avuto esperienze speciali nell’oceano della fede, e tali esperienze sono riportate nelle scritture. Grazie ad esse possiamo avvicinare questi santi che sono come fari per noi, perchè ci possono aiutare ad attraversare l’oceano dell’ignoranza. Ma ciò deve essere autentico, non può essere semplicemente un’invenzione o una imitazione. E’ infatti possibile imitare la realtà spirituale attingendo alle nostre esperienze mondane e trasponendole nel mondo della fede. Perciò, dobbiamo essere molto attenti nell’avvicinarci a quel piano, solamente attraverso una linea di santi degni di fiducia. Dobbiamo conoscere attentamente le qualifiche di un santo autentico.

I sintomi sono riportati nelle scritture, così come chi è un discepolo e quale dovrebbe essere la sua attitudine.

E fede è richiesta allo scopo di lavorare in quel mondo cosciente, reale, che è soggettivo. Questa è la cosa più importante da ricordare: l’infinito è soggettivo, può guidarci ed essere affettuoso con noi. E’ su tutte queste cose che bisogna fare assegnamento. Egli può guidarci. La verità rivelata poggia su queste fondamenta: noi non possiamo avvicinare Krishna col metodo ascendente, ma Egli può discendere al nostro livello e farsi conoscere. Dobbiamo comprendere questo punto sostanziale e fondamentale: Egli può venire a noi, e soltanto attraverso la fede noi possiamo andare da Lui.

Sraddha, fede, è più importante di una verità calcolata. L’esempio delle grandi anime ha ben più valore per noi dei nostri calcoli umani. La verità esterna, materiale, fisica, non ha molto valore: è un’attitudine falsa della mente ed è molto forte. Non bisognerebbe dare maggiore rispetto a questa verità fisica, che alle pratiche intuitive dei puri devoti; piuttosto, l’intuito di un puro devoto dovrebbe essere preferito ai calcoli fatti dagli uomini ordinari.

La fede non ha connessione con la cosiddetta realtà di questo mondo. E’ del tutto indipendente. C’è un mondo che è retto soltanto dalla fede (Sraddha-mayam-lokàm). la fede è ovunque, è infinita e tutto concilia. Nel mondo della fede tutto può avverarsi per la dolce volontà del Signore. E qui, nel regno della morte, il calcolo è inconcludente e distruttivo nel suo obiettivo finale: non ha valore e dovrebbe essere rifiutato. La conoscenza a cui i materialisti si sottomettono, il calcolo fallibile delle anime sfruttatrici, non ha alcun valore. Ma nel mondo dell’infinito la fede è l’unico modello per cui tutto si muove.

svayam samutirya sudustaram dyuman bhavàrnavam bhimam adhara-sauhrdàh bhavat padàmbhruha-navam atra te nidhàya yàtàh sad anugraho bhavàn Srimad Bhàgavatam (10.2.31)

Qui lo Srimad Bhagavatam dice che, proprio come nel vasto oceano dove non esiste punto di riferimento, la bussola è l’unica guida, così nel mondo dell’infinito l’unica nostra guida sono le impronte di quelle grandi anime che hanno percorso il sentiero della fede. La via è stata tracciata dalle sante orme di coloro che sono andati nella regione più elevata. Questa è l’unica nostra speranza. Mahàraja Yudisthira dice che il vero segreto è nascosto nei cuori dei santi, come un tesoro in una grotta misteriosa (dharmasya tattvam nihitanm guhayam). L’ampio tracciato verso la verità è segnato da coloro che stanno andando nel mondo divino: questa è la nostra guida più sicura. Tutti gli altri metodi possono essere eliminati, perché il calcolo è soggetto all’errore.

La guida viene dall’assoluto infinito. La Sua guida può venire sotto qualsiasi forma, ovunque e in ogni momento. Con questa ampia visione, dovremmo realizzare il significato di Vaikuntha.

Vaikuntha significa “senza limiti”. E’ come essere su di un battello che galleggia nell’oceano infinito. Molte cose possono aiutarci o ostacolarci, ma soltanto la nostra ottimistica fede può essere la nostra guida: il nostro gurudeva. La guida è Sri Guru.

nr-deham àdyam sulabham sudurlabham plavam sukalpam guru-karnadhàram mayànukúlena nabhasvateritam

pumàn bhavàbdhim na taret sa àtma ha – Srimad Bhàgavatam (11.20.17)

Nell’oceano infinito ci siamo imbarcati sul nostro piccolo battello, questa forma di vita umana, e la nostra destinazione è incerta e inconcepibile. Ma è concepibile per il nostro gurudeva (guru karnadhàram), il nostro guru è la nostra guida, il capitano del battello, e noi dobbiamo progredire con fede sincera. Noi stiamo cercando di attraversare un oceano orribile, pieno di pericoli e con onde enormi e squali e pesci pericolosi. La guida dei santi è la nostra unica speranza. Dobbiamo dipendere da loro. Essi sono come fari che nell’infinito oceano ci guidano verso la terra della fede.

Fede vuol dire “speranza nell’infinito”. Sraddha significa “buona fede”. Proprio come esiste un luogo chiamato Capo di Buona Speranza, sraddha vuol dire “sovraccarico di buona speranza nell’infinito.” Vaikuntha è infinito, e se noi desideriamo attrarre l’attenzione dell’infinito, l’unica via possibile è sraddha.

Soltanto grazie a sraddha possiamo attrarre l’infinito. Quando sraddha si sviluppa in una forma definita, dopo esser progredita attraverso bhava: ovvero l’emozione estatica, sraddha diventa prema, amore divino. Cristoforo Colombo salpò e dopo un lungo viaggio raggiunse la terra di buona speranza. Allo stesso modo, con speranza, con sraddha, con fede, possiamo, dopo aver attraversato Vaikuntha, arrivare nel pianeta più elevato del cosmo spirituale.

Sraddha è la nostra luce nell’oscurità. Soltanto sraddha può guidarci quando viaggiamo nell’infinito. “Ho sentito dire che questa è la strada per quel luogo”, quello spirito ravviverà i nostri cuori.

La definizione di sraddha è data nel Caitanya-charitamrta: “La fede è la ferma convinzione che servendo Krishna, tutti gli altri scopi sono serviti automaticamente.” Nessun rischio, nessun guadagno. Più grande è il rischio, più grande è il guadagno. Krishna ci rassicura. “Io sono ovunque, non c’è bisogno d’avere paura. Realizza semplicemente che io sono tuo amico. Io sono tutto in tutto e tu sei Mio. Credere in questo è l’unico prezzo da pagare per il viaggio verso la terra della fede.”

La verità assoluta, la sostanza trascendentale che è l’oggetto della nostra ricerca attraverso la fede, è dotata di potere e coscienza. Egli è gentile, benevolo e dolce. Il Suo potere è infinitamente più grande del nostro, e noi siamo infinitamente più piccoli di Lui, noi siamo insignificanti. Quale sarà allora il sintomo di un vero discepolo? Chi è l’autentico ricercatore della verità? Qual è la qualifica di chi sta cercando la verità? Qual è la sua attitudine e la sua natura? E quale sarà il sintomo che permette di riconoscere un guru, la guida?

Nella Bhagavad gita (4.34) Sri Krishna dice:

tad viddhi pranipàtena pariprasnena sevayà upadeksyanti te jnànam jnàninas tattva darsinah

“Si può conoscere la verità soltanto avvicinando coloro che l’hanno vista e sperimentata: facendo loro domande con sottomissione e servendoli, così si potrà essere iniziati alla conoscenza trascendentale”.

Cos’è richiesto? Pranipat, sottomissione, e seva, servizio, allora la ricerca sarà autentica. In caso contrario potrebbe essere falsa e non avere alcun valore. La fede genuina non ci autorizza a crederci liberi di fare qualcosa. E’ necessaria una guida dall’alto. Così sraddha la fede, è la cosa più importante per un devoto.

Una persona che riesce a sviluppare la fede, farà qualsiasi cosa per avvicinare il regno soggettivo più elevato. Colui che ha fede vuole connettersi con quella realtà più elevata, fatta di eternità, conoscenza e felicità. La fede è portatrice nella nostra esistenza, di amore e conoscenza. Quando questi tre aspetti principali saranno realizzati, la nostra esistenza sarà completamente soddisfatta. La fede ci chiede di avvicinare quel mondo superiore, non quello inferiore. Pensare: “Krishna è superiore sotto ogni aspetto. Egli è il nostro protettore e benefattore”, è la base della fede.

I razionalisti sono continuamente alla ricerca con i loro cervelli scientifici, di differenti modi per utilizzare e dominare ciò che scoprono nelle loro ricerche, ma la fede è interessata a una realtà che è ben superiore sotto ogni aspetto al ricercatore stesso. Un ricercatore della verità superiore deve procedere nella sua ricerca, con ciò che generalmente è conosciuta come fede. Anche nella fede è necessaria una guida appropriata, e tale guida è fornita da un livello superiore. Se vogliamo avere successo, questa dev’essere l’attitudine della nostra ricerca. Per questo la Bhagavad-gita ci consiglia: pranipàt pariprasnena sevayà: sottomettiti, chiedi e servi. Nelle Upanisad è detto:

tad vijnànàrtham sa gurum evàbhigacchet samit pànih srotriyam brahma-nistham

‘Per comprendere la verità Assoluta, bisogna avvicinare un guru che è stabilito nella conoscenza spirituale ed esperto nelle scritture, con la predisposizione a sacrificarsi. “Questa è l’istruzione generale delle Upanisad”.

Similmente lo Srimad Bhagavatam (11.3.21) consiglia:

tasmàd gurum prapadyeta jinàsuh sreyah uttamam sàbde pare ca nisnatam brahmany upasamasrayam

“Colui che ricerca seriamente la prospettiva più elevata, dovrebbe prendere rifugio completamente in un guru che possiede realizzazioni profonde sul Signore Supremo e sul significato interiore delle scritture. Un simile maestro spirituale ha messo da parte tutte le considerazioni relative, a favore della considerazione assoluta.”

Dovremmo essere molto attenti a queste cose, dovremmo cercare di comprenderle attraverso un’autoanalisi, se stiamo veramente avvicinandoci al divino con fede, e capire se la nostra fede è reale.

La vera fede e la credulità non sono la stessa cosa. Bisogna comprendere se siamo dei ricercatori autentici e se la nostra è vera fede o no. Dobbiamo consultare autorità elevate che possono guidarci, perché la fede è la cosa più importante. Se stiamo cercando la verità, saremo insoddisfatti delle nostre acquisizioni attuali. Stiamo assumendo il rischio di passare ad una piattaforma più elevata. Dobbiamo quindi affidarci ad una guida con grande attenzione, dobbiamo stare attenti il più possibile. Ci viene detto che la nostra intelligenza non è sufficiente ad aiutarci; più che intelligenza è necessaria sraddha, ed anch’essa ha i suoi sintomi. Ciononostante, per quanto è possibile, dovremmo usare la nostra intelligenza. La prima volta che visitai la missione pensai: “Le verità trascendentali che ascolto da questi devoti provengono da un’intelligenza materiale, ciononostante, se voglio unirmi a questa associazione, devo usare la mia intelligenza il più possibile, sapendo che sto avvicinandomi a qualcosa che è al di là del mio controllo e dei miei calcoli.” Così dovremmo comprendere attentamente cos’è sraddha, grazie alla guida dei santi, delle scritture e dei guru. Naturalmente, anche se siamo sulla retta via, non possiamo esser certi che il sentiero sia privo d’ostacoli. Anche se stiamo facendo progressi, impedimenti inaspettati possono disturbarci e ritardare il nostro avanzamento: Anche se vediamo molti fallire o indietreggiare, dobbiamo andare avanti. Dobbiamo esser convinti che sebbene molti hanno intrapreso il sentiero insieme a noi e adesso stanno tornando indietro, noi dobbiamo andare avanti, rafforzare le nostre energie e andare avanti anche da soli se necessario. La nostra fede dovrebbe essere così forte, che dovremmo essere convinti a proseguire anche da soli se necessario, e per la grazia di nostro Signore attraverseremo qualunque difficoltà che troveremo lungo il cammino. In questo modo dovremmo rendere noi stessi adatti e sviluppare una devozione esclusiva. Naturalmente, dovremmo sempre cercare una buona associazione, anche se a volte potrà sembrare che siamo soli, andare avanti e cercare il faro della verità.

Progresso significa eliminare una cosa e sceglierne un’altra. Bisogna essere capaci di vedere che ci sono molti che possono aiutarci a progredire sul sentiero della dedizione; proseguire ad occhi aperti. Le scritture descrivono molti livelli che dobbiamo attraversare durante il nostro progresso. Per eliminazione il sentiero del progresso è mostrato da Brahmà, Siva e Laksmi. Alla fine Uddhava risulta essere superiore a tutti. La Sua opinione è che le gopi sono le più grandi devote. Questo è confermato da Rúpa Goswàmi:

karmibhyah parito hareh priyatayà vyaktim jnàninas

tebhyo jnàna-vimukta-bhakti-paramàh premaika-nisthàs tatah

tebhyas tàh pasu-pàla-pankaja-drsas tàbhyo’pi sà ràdhikà

prestha tadvad iyam tadiya-sarasi tàm nàsrayet kah krti

Srí Upadesàmrta (10).

“Alcuni regolano la loro tendenza allo sfruttamento in accordo alle scritture e cercano quindi una relazione graduale verso il regno spirituale. Comunque, superiore a costoro sono quegli uomini saggi che, avendo abbandonato la tendenza a dominare gli altri cercano d’immergersi profondamente nel regno della coscienza. Ma ben superiori a costoro ci sono i puri devoti che sono liberi da ogni ambizione mondana e sono liberati dalla conoscenza avendo sviluppato amore divino. Essi sono entrati nella terra della dedizione e lì sono impegnati spontaneamente nel servizio d’amore al Signore. Ma tra tutti i devoti le gopi sono le più elevate, poichè esse hanno abbandonato tutti, incluse le loro famiglie, e le regole dei Veda e hanno preso completo rifugio nei piedi di loto di Krishna, accettandolo come loro unica protezione. Tra tutte le gopi Srimati Ràdhàrani regna sovrana. Krishna lasciò la compagnia di milioni di gopi durante la danza rasa per cercare Lei. Lei è così cara a Sri Krishna che il laghetto in cui Lei si bagna è il Suo luogo preferito. Soltanto un pazzo non aspirerà a rendere servizio sotto la guida di un devoto superiore, in quel luogo, il più elevato tra i luoghi santi.

Andare in profondità, andare più in alto

Nelle Sue conversazioni con Ràmànanda Ràya, Sri Caitanya Mahàprabhu dice ripetutamente: eho bàhya, àge kaha àra. Vai avanti, vai in profondità, vai più in alto! Molti considerano la loro posizione la più elevata e dopo aver raggiunto un certo stadio si fermano lì, ma noi vediamo come nel Brhad-Bhàgavàmrtam di Sanàtana Goswàmi, Gopa-kumàra dal livello più basso di devozione, gradualmente fa progressi attraverso differenti livelli, fino a raggiungere la concezione di Krishna nel sentimento d’amicizia, sakhya-rasa. Lì è descritto come egli passi da uno stadio all’altro di devozione fino a raggiungere il più elevato.

Mentre lui progredisce da un livello al successivo, tutti sembrano essere di molto aiuto, ma dopo un po’ la loro compagnia gli risulta come stantia e a quel punto gli viene data una nuova opportunità attraverso un agente del divino, e lasciandosi quel piano alle spalle egli si dirige verso un piano differente e più elevato. In questo modo nella Brhad-Bhàgavàmrtam viene mostrato il progresso della dedizione.

La grande luce

Come nel mondo materiale ci sono il sole, la luna ed altri pianeti, nel mondo della fede c’è una gradazione di sistemi planetari. Dobbiamo esaminare le scritture, avvantaggiarci della guida dei santi, e comprendere come il progresso nella fede si acquisisce eliminando i piani inferiori. Tutte le volte che sorge un dubbio, bisogna consultarsi con un agente divino più elevato allo scopo di fare progressi.

La realtà spirituale è esistenza eterna, coscienza completa ed estasi.

Semplicemente sopravvivere non può soddisfarci; tale scopo non è sufficiente nemmeno per i nostri sentimenti e desideri interiori, o per la nostra coscienza. Noi abbiamo bisogno di rasa e ànanda, estasi che possono darci la piena soddisfazione.

E la realizzazione spirituale può essere di vari tipi. Dobbiamo distinguere tra le varie concezioni spirituali, così che le nostre scelte miglioreranno tanto più profondamente quanto noi ci immergeremo nella realtà. Bisogna morire per vivere, anche il concetto di morte è profondo, più profondo e ancora più profondo. La gradazione a livello inferiore e quella a livello superiore è sempre presente. Se vogliamo progredire dev’esserci eliminazione ed una nuova accettazione. I doveri in cui siamo immersi attualmente, potranno esser lasciati per altri doveri superiori.

Così dovremmo progredire consultando i santi e le scritture.

Essi ci guideranno nell’oceano della fede, altrimenti il mondo spirituale sarà sconosciuto e inconoscibile. La Verità assoluta è conosciuta e conoscibile da alcune persone speciali e costoro ci hanno indicato la direzione. Se ci avvantaggeremo di questo, grazie alla guida dei santi e delle scritture, gradualmente elimineremo i nostri difetti. Dapprima bisogna eliminare questa esistenza mortale, quindi dobbiamo soddisfare la nostra ragione e la nostra coscienza, infine il nostro cuore. Sri Caitanya Mahàprabhu dice che il cuore è ciò che conta maggiormente. Dobbiamo seguire la direzione del cuore.

La soddisfazione più grande è quella del cuore, non quella della coscienza e nemmeno quella che deriva dalla vita eterna.

L’esistenza eterna non ha significato se non è cosciente e la coscienza non ha significato se non dà realizzazioni. Così sat, esistenza eterna, cit coscienza e ànanda, realizzazione ed estasi, sono i tre principi della nostra destinazione ultima: considerandoli i nostri obiettivi, dovremmo progredire sempre più nella nostra vita spirituale. Nella Manu-samhita è affermato:

vidvadbhih sevitah sadbhir nityam advesa-ràgibhih hrdayenàbhyanujnàto

yo dharmas tam nibhodhata

Noi possiamo sentire nel nostro cuore se siamo perdenti o se stiamo facendo progressi. La prova è dentro di noi.

Man mano che progrediamo nella coscienza di Krishna, il nostro karma, la nostra connessione con questo mondo materiale evaporerà in un attimo, ed una ampia conoscenza ci darà soddisfazione. Allora, noi avvertiremo l’oggetto della nostra vita ovunque (mayi drste khilatmani).

Quando vedremo che la realizzazione della vita ci ha abbracciato, ci accorgeremo di come tutto intorno a noi ci stia aiutando, come ogni cosa è comprensiva intorno a noi. In quel regno spirituale, tutti sono interessati ad amarci. Noi possiamo anche non essere coscienti del nostro stesso interesse, ma tutto ciò che ci circonda è più favorevole e affettuoso con noi, di quanto noi possiamo stimare, proprio come un bambino non può stimare la profondità dell’affetto di sua madre. In questo modo, amici e facilitazioni ci circonderanno, e con questa realizzazione noi torneremo a casa, a casa da Dio.

L’ambiente

Noi dobbiamo cercare di vedere più profondamente ed allora troveremo il nostro amico; se siamo liberali nella nostra attitudine verso l’ambiente che ci circonda, non potremo non entrare in contatto con quel piano che è veramente liberale. Prahlada vedeva Krishna ovunque.

È la coscienza di Krishna che esercita il suo dominio su ogni cosa. Così non dobbiamo permettere a noi stessi di essere scoraggiati in nessuna circostanza, per quanto critica possa sembrarci apparentemente. Krishna è lì. Soltanto se svilupperemo una visione corretta, il volto sorridente del Signore ci apparirà da dietro il velo.

Krishna è bello e sta aspettando ardentemente di accettare il nostro servizio.

L’ambiente

Devozione a Krishna significa sacrificio: “Morire per vivere.” Grazie alla devozione a Krishna, tutta la nostra concezione di vita materiale, egoista è incentrata su noi stessi, finirà completamente.

sarvopàdhi-vinirmuktam tat paratvena nirmalam hrsikena hrsikesa sevanam bhaktir ucyate Nàrada Pancaratra

“La pura devozione è il servizio al Signore Supremo ed è libero da tutte le concezioni egoistiche.”

Nel suo Bhakti-rasàmrta-sindhu, Srila Rúpa Goswàmi cita questo verso dagli antichi Puràna. Upàdhi significa: “Tutte le concezioni relative dell’egoismo”. Noi dobbiamo diventare liberi da tutte le upàdhi.

Rupa Goswàmi ci dà un verso in cui descrive la bhakti:

anyàbhilàsità-súnyam jnàna-karmàdy-anàvrtam ànukúlyena-krsnànusilànam silànam bhaktir uttama

“Il puro servizio devozionale è l’attitudine favorevole di coltivare la coscienza di Krishna, priva di qualsiasi traccia di motivazioni secondarie, come il karma; il tentativo organizzato di emanciparsi; e jinana; il tentativo di dipendere dalla propria abilità, dalla propria conoscenza e dalla propria coscienza per raggiungere lo scopo ultimo; an yàbhilàsa.

Tentare di porre sè stessi come oggetto, diventare il giudice del proprio destino, questo è jnana. Qui adi significa yoga ed altre attività esterne, esteriori (avrtam). Ma nell’anima questi elementi non si trovano. L’anima è eterna schiava di Krishna (krsna-nitya-dàsa).

Mahàprabhu disse: “Jívera svarúpa haya-krsna-nitya­dàsa “. Essere schiavi di Krishna è la natura innata dell’anima.

Allo scopo di realizzare l’assoluto, dobbiamo diventare schiavi e niente di meno. Dobbiamo sottometterci come schiavi al gioco della Sua dolce volontà.

Una volta il governo inglese si trovò a intrattenere lo scià di Persia. II governo lo aveva invitato in Inghilterra e cercava di soddisfarlo in vari modi per conquistare la sua simpatia, in modo che lui non diventasse alleato dello zar. Gli furono mostrate molte cose e a un certo punto, fu condotto nel luogo dove i colpevoli venivano giustiziati con la decapitazione. Allora il re di Persia chiese: “Portate qui qualcuno e decapitatelo; fatemi vedere come si fa.” Gli inglesi erano stupiti: “Ma che sta dicendo, per il suo piacere dovremmo uccidere un uomo? No!” E gli dissero: “Non possiamo farlo la legge inglese non lo permette.” Lo scià replicò: “Voi non capite la posizione di un re. Io sono un re persiano e per la mia soddisfazione non potete sacrificare una vita umana? Questo è un disonore. Comunque se ciò non vi è possibile sarò io a fornire uno dei miei uomini. Prendete uno dei miei attendenti e mostratemi come giustiziate un uomo.” Con umiltà gli inglesi si rivolsero a lui dicendogli: “Vostra altezza la legge del nostro paese non permette che un uomo venga assassinato semplicemente per far piacere a un altro uomo.” Lo scià replicò: “Allora voi non sapete chi è un re!”

Questo è il significato di schiavitù. Uno schiavo non ha posizione e per la volontà del suo padrone può essere sacrificato.

Naturalmente abominevoli su un piano materiale tali cose sono impensabili, ma noi dobbiamo comprendere che nel regno divino, il principio di un livello di sacrificio è manifestato tale dai servitori del Signore. La profondità del loro amore è tale che essi sono pronti a sacrificarsi completamente e a morire per vivere, per la più piccola soddisfazione, il più piccolo capriccio di Krishna.

Dovremmo però ricordare che qualunque sia il Suo piacere, Egli è il bene Assoluto. Quindi attraverso il sacrificio noi di fatto, non moriamo, ma nasciamo a nuova vita raggiungendo una piattaforma più elevata di dedizione.

Nello Srimad-Bhàgavatam (7.5.23-24) è scritto:

sravanam kirtanam visnoh smaranam pàda-sevanam arcanam vandanam dàsyam sakhyam àtma-nivedanam iti pumsàrpità visnau bhaktis cen nava-laksanà kriyeta bhagavaty addhà tan manye ‘dhitam uttamam

“Ascoltare, parlare e ricordare Krishna, servire i Suoi piedi di loto, adorare la Sua forma (le Divinità), pregare, diventare Suo servitore, coltivare la Sua amicizia e sottomettersi a Lui completamente, questi sono i nove processi di devozione. Si possono coltivare tutti e nove e offrendosi completamente a Krishna, si potrà facilmente raggiungere lo scopo ultimo della vita.

Quali sono i vari tipi di sàdhana? Quali sono i mezzi per ottenere krsna-bhakti? Come possiamo risvegliare il nostro innato amore per Krishna?

Ci viene detto di ascoltare di Lui, meditare su di Lui, glorificarLo e così via. Ma nel suo commento a questo verso, Sridhara Swàmi ha spiegato che non dovremmo anticipare il beneficio che otterremo da sravanam kirtanam, ascoltare e parlare o pensare riguardo a Krishna. Piuttosto pregare: “Qualunque servizio io faccia, possa andare al mio Signore. Non sono io colui che gode. Egli è l’unico proprietario.” Tutte queste attività (sravanam kirtanam…. ecc…) saranno considerate devozionali solo ad una condizione; altrimenti esse apparterranno a karma, jnàna, yoga o a qualsiasi altra cosa. Potrebbero essere addirittura vikarma, o attività contaminanti. La condizione che garantisce che tutte le attività devozionali siano effettivamente bhakti è la seguente: noi siamo di Sua proprietà; non siamo padroni di niente. Dobbiamo pensare: “Il mio Signore è il possessore e io sono di Sua proprietà. Tutto Gli appartiene.”

Krishna dice, aham hi sarva-yajnànam: “Io sono l’unico beneficiario di ogni azione e tu devi essere pienamente cosciente di questo fatto.” La cruda realtà è che la devozione non è qualcosa a buon mercato. Il puro servizio devozionale, suddha-bhakti è al di sopra di mukti, della liberazione. A1 di sopra del piano negativo della liberazione, nel piano positivo, Krishna è l’unico maestro ed il Signore di ogni cosa. Egli è il Signore nella terra della dedizione e noi dovremmo cercare un visto d’entrata. Lì, l’unica legge è la Sua dolce volontà.

E’ molto facile pronunciare la parola ‘assoluto’. Ma se vogliamo entrare nel significato della parola, allora dobbiamo ammettere che la Sua dolce volontà è il tutto.

Per ottenere il visto del mondo della realtà dobbiamo riconoscere questo.

Ciò è particolarmente vero per Goloka, dove è richiesta una sottomissione totale. In Vaikuntha c’è ancora una qualche concezione di giustizia; verso coloro che devono andare lì, è usata un certo tipo d’indulgenza. Ma a Goloka c’è molta severità. In quel luogo è richiesta una completa sottomissione.

Ma l’atmosfera diventa molto libera dopo che una persona è stata messa alla prova, e le autorità superiori sono rimaste soddisfatte nel vedere che le anime giunte fin lì sono totalmente dedicate ed hanno così ottenuto la loro fiducia.

Quando è stato dimostrato che un’anima è totalmente sottomessa, allora c’è piena libertà: uno può fare qualsiasi cosa.

“Frustare Krishna”

La libertà lì è tale che Yasoda, madre di Krishna, Lo frusta! Indagando profondamente sull’origine da cui deriva la posizione di madre Yasoda, arriveremo a quella dimensione che abbiamo definito “morire per vivere”. Yasoda può abbracciare la morte milioni di volte, anche solo per asciugare una singola goccia di sudore dalle sopracciglia di Suo figlio; Lei prova un tale affetto per Krishna che è pronta a morire milioni di volte piuttosto che lasciare sulla Sua fronte tracce di sudore. Tale coscienza è presente in tutto quello che Lei fa. Per questo a Lei è data tanta indipendenza da potersi permettere di frustare Krishna. Questo è il gioco dell’Assoluto.

Se noi avessimo un’idea dell’infinita ampiezza e profondità dell’Assoluto, come potremmo apprezzare qualcosa qui, in questo mondo? In accordo alla nostra visione l’Himalaya è imponente, ma dal punto di vista dell’infinito è così piccolo da non poter nemmeno esser visto. Questo mondo è relativo. Non dovremmo permettere a noi stessi di venire confusi da nessun avvenimento, qui.

Dobbiamo proseguire il nostro cammino verso la verità. E durante il percorso potremo fallire in ogni momento e ovunque: non importa, potrebbe esser dovuto alla volontà del nostro maestro. Ciononostante noi non abbiamo altra possibilità che cercare la Sua misericordia, la Sua grazia. Questa è la nostra posizione materiale. Anche costituzionalmente è impossibile vivere separati da Lui. Se a causa dell’ignoranza pensiamo che ciò sia possibile, è dovuto soltanto a una pazzia temporanea. Sforzarsi in quella direzione produrrà ulteriore disturbo; saremo ricoperti dall’ignoranza. In tale condizione potremmo preoccuparci di molte cose che in realtà, non hanno alcun valore. Di fatto è come in un gioco: tante squadre sono in gara, una vincerà, le altre perderanno; ma a noi è stato detto che dobbiamo accettare la vittoria e la sconfitta come un gioco. E’ tutto il gioco di Krishna. Lui sta giocando il Suo lila.

Quando noi pensiamo a qualcosa come a una grande perdita o a un grande guadagno, non stiamo vedendo il lila del Signore. Quando siamo fuori dal flusso divino, non siamo in armonia con il lila. Allora sembra che la realtà non è il Suo lila e scopriamo qualche altra ragione d’essere, vediamo altri oggetti, immaginiamo interessi relativi, perdita e guadagno, vittoria e sconfitta e tante altre idee sbagliate. Ma tutto è il Suo lila, nirguna, senza difetti. In quella dimensione, tutto è giusto. Tutto è perfetto. Ogni piccolo movimento è del tutto perfetto.

Ti maledico

Una volta dopo la battaglia di Kuruksetra, il brahmana Utanka andò da Krishna e disse: “Krishna, io Ti maledico.” Krishna ne chiese il motivo e lui rispose: ” Poichè Tu sei la causa di questa guerra disastrosa. A causa Tua molte vedove e molti orfani stanno piangendo. Il loro dispiacere non ha limite e Tu ne sei la causa.”

Krishna replicò: “Tu puoi aver acquisito qualche potere grazie alle tue austerità praticate in sattva guna, ma il tuo potere sparirà se tu Mi maledici. La tua maledizione non avrà alcun effetto su di Me, poiché io sono situato su un piano ‘nirguna’.

Ahaituky apratihata: è senza causa e non può esser controllato. L’onda della dimensione più fondamentale è la bhakti, devozione, dove ogni cosa si muove in accordo alla dolce volontà del centro, nirguna. Questo flusso divino è senza causa e non ci si può opporre ad esso.

Noi dovremmo cercare di prendere posizione in quella dimensione. La bhakti è nirguna, al di là dell’influenza della natura materiale, ed è ahaituky, senza causa: quel flusso divino scorre eternamente. Chiunque assumerà una posizione conforme, in armonia con quel flusso, scoprirà la stessa cosa: non può esser controllato, nè ostacolato. Questa è la natura della bhakti secondo lo Srimad-Bhngavatam (1.2.6)

sa vai pumsàm paro dharmo yato bhaktir adhoksaje ahaituky apratihatà yayàtma suprasidati

La bhakti è la funzione più elevata dell’anima (paro dharmo). Il nostro dovere qui deve avere origine nel piano della bhakti; dovremmo essere in grado di capire, catturare e utilizzare quel flusso. Dobbiamo danzare fra le onde di quel flusso. Il dovere più importante di ognuno sarà la piena sottomissione all’invisibile, l’inafferrabile potere che non ha causa, né ragione. È automatico, eterno e non può essere ostacolato da alcuna forza di questo mondo. Solo allora troveremo la più grande soddisfazione della nostra anima. Noi saremo veramente soddisfatti solo quando verremo in contatto con quel flusso armonico e fondamentale. Allora proveremo la più grande estasi che è la bhakti

Nel concepire un’idea così grande della vita, qualsiasi perdita o guadagno, qualsiasi vittoria o sconfitta sperimenteremo, sarà poca cosa. Non dovremo permettere a queste piccole cose di disturbare il nostro cammino verso la verità.

La Bhagavad-Gita

Krishna dice ad Arjuna nella Bhagavad-Gita (2.47)

karmany evàdhikàras te, mà phalesu kadàcana

mà karma-phala-hetur bhúr, mà te sango `stv akarmani

“Concentrati completamente nell’esecuzione del tuo dovere e non sul risultato. Il risultato è con Me; tutta la responsabilità è Mia.” Questo è un ragionamento superiore.

Il generale dice: “Forza! Avanti! Dovete andare. Voi siete i miei soldati, qualunque cosa vi chiedo di fare, voi dovete farlo. Forse morirete prima della vittoria, questo non deve riguardarvi. Voi siete soldati; molti di voi forse periranno, ma il paese sarà salvo.” In questo modo, tante importanti vite umane saranno sacrificate.

Come soldati non avete il diritto di calcolare se, nel corso del tempo, vinceremo o perderemo. Ci sono due cose delle quali dobbiamo fare molta attenzione. Non dovremmo pensare che, dal momento che non godremo dei frutti delle nostre attività, non c’è ragione d’impegnarsi. Allo stesso tempo, non dovremmo nemmeno pensare che otterremo una parte dei frutti. Ricordando questo, noi dovremo continuare a compiere il nostro dovere per Krishna. Questa è devozione, e questo è il significato della Bhagavad-Gità. La Bhagavad-Gita dice: “Non puoi cambiare il mondo, se vuoi la pace dovresti essere tu ad adattarti ad esso.” Il punto fondamentale di tutta la Bhagavad-Gità è questo: cerca di adeguarti al mondo che ti circonda, perchè non sei tu il padrone dell’ambiente. Tutta la tua energia dev’essere usata a regolare te stesso e non il mondo esterno. Questa è la chiave del successo nella vita spirituale.

La bhakti non dipende dal mondo esterno, né dalle relazioni con gli altri. Essa è ahaituky apratihatà. Niente può ostacolare quel flusso, eccetto il nostro stesso ego. Io sono il più grande nemico di me stesso.

uddhared àtmanàtmànam nàtmànam avasàdayet àtmaiva hy àtmano bandhur àtmaiva ripur àtmanah

“Noi possiamo elevarci o degradarci. Siamo i migliori amici e i peggiori nemici di noi stessi.” Nessun elemento esterno può verificare la nostra sincerità. Naturalmente, per i principianti, ci dev’essere una certa preoccupazione per quel che riguarda l’ambiente adatto a coltivare la spiritualità, ma anche questo dipende dalla loro sincerità, o sukrti: na hi kalyàna-krt kascid durgatim tàta gacchati.

Qui Krishna ci rassicura. Egli dice: “Ci sarò Io a prendermi cura di te in ogni circostanza sfavorevole. Io sono onnisciente e anche onnipotente. Così se qualcuno si rivolge a Me Io mi prenderò cura di lui.” Questo è stato dimostrato nella storia dai casi di Dhruva, Prahlàda e molti altri. La sincerità è invincibile. Anche gli ostacoli possono migliorare la nostra posizione, se li prendiamo nel modo giusto. Da una visione più ampia, è possibile vedere come tutto viene in nostro aiuto.

Srìmad-Bhàgavatam

tat te nukampàm susamiksamàno

bhunjàna evàtma-krtam vipàkam

hrd-vàg-vapurbhir vidhadhan namas te

Jiveta yo mukti-pade sa dàya bhàk

Lo Srimad-Bhàgavatam (10.14.8) ci dà un consiglio pieno di speranza, utile in qualsiasi stadio della vita: biasima te stesso e nessun altro.

Mantieni il tuo apprezzamento per il Signore vedendo tutto come la Sua Grazia.

AI presente le circostanze in cui ci troviamo ci appaiono indesiderabili, perché non si confanno al nostro gusto attuale. Ma non sempre la medicina incontra il gusto del paziente, ciononostante è salutare. Questo verso rappresenta la regola più elevata data dagli sàstra (scritture). Se potete seguire questa regola, allora in poco tempo sarete in una buona posizione. Dovremo stare attenti a non biasimare le circostanze e apprezzare Krishna che è dietro ogni cosa. Krishna è il migliore amico, Egli è dietro ogni cosa. Tutto passa attraverso il Suo sguardo attento. Così non può esserci errore. Persino Srímati Radharàni dice: “Non è Lui da biasimare. Questa lunga separazione da Krishna è causata dal Mio destino. Non bisogna biasimare Lui per questo.” Sebbene fosse evidente a tutti che Lui aveva crudelmente abbandonato le gopi, Radhàràni non è disposta a criticarLo. Lei pensa che nessun errore può essere trovato in Lui. “Dev’esserci qualcosa di sbagliato in Me che ha causato questa situazione sfortunata.” Radhàràni armonizza la competìzìone delle gopi nel servire Krishna. Krsnadàsa Kaviraja Goswàmì ha spiegato questo punto importantissimo: non è che Radhàràni non vuole che le altre gopi servano Krishna, ma Lei sente che esse non possono soddisfarLo tanto quanto lei. Lei sa che non possono soddifarLo appieno, così non può apprezzare il fatto che esse cerchino di prendere il Suo posto. È questa la Sua contestazione: “Se fossero in grado di servire Krishna bene, soddisfacendoLo pienamente, io non avrei nessuna obiezione. Ma non è così. Non ne sono capaci, ciononostante, si presentano pretendendo di servirlo. Non posso tollerarlo.”

Il bràhmana lebbroso

Kaviraja Goswàmi, ad esempio di questo tipo di devozione, cita un riferimento storico dai Puràna. C’era una volta una donna casta, moglie di un bràhmana lebbroso. Lei faceva sempre del suo meglio per servirlo. Un giorno, mentre lei lo aiutava a bagnarsi in un fiume sacro, arrivò una prostituta dalla bellezza straordinaria: il suo nome era Laksahirà, a indicare che possedeva lo splendore e la bellezza di centomila diamanti. II bràhmana lebbroso fu irresistibilmente affascinato da lei. Quando furono a casa la moglie avvertì che suo marito era scontento di qualcosa e così gli chiese cosa lo rendesse infelice.

“Sono stato attratto dalla bellezza di quella prostituta e non riesco a staccare la mia mente da lei”. Egli rispose.

“La vuoi dunque?”

“Si”

“Allora cercherò di accontentarti”.

E poiché era povera, sebbene fosse bràhmana, iniziò ad andare a lavorare tutti i giorni dalla prostituta come cameriera senza chiedere alcun compenso.

Era così diligente nello svolgere il suo lavoro, che ben presto attrasse l’attenzione della padrona di casa che cominciò a chiedersi chi mai facesse le pulizie con tanta scrupolosità. Venne così a sapere che una donna bràhmana veniva tutti i giorni a pulire.

Gli altri servitori dissero: “Noi abbiamo cercato di fermarla, ma lei non vuol saperne perché desidera incontrarti.” Al che la padrona replicò: “Bene, domani portatela da me.” Così, quando la donna fu alla presenza della prostituta spiegò la ragione del suo comportamento. “Mio marito è così attratto da te che io desidero che tu lo soddisfi. E’ mio dovere, come moglie devota, fai in modo che lui sia soddisfatto, questa è la sua aspirazione”.

La prostituta comprese ogni cosa e disse: “D’accordo. Vieni con lui domani. Siete entrambi invitati a cena.”

Quando essi arrivarono il giorno seguente, furono servite numerose preparazioni appartenenti a due generi diversi. Alcune erano prasadam servito su foglie di banana e acqua del Gange in contenitori di coccio: cibo esclusivamente vegetariano. Accanto, in piatti d’oro e d’argento, c’erano differenti tipi di carne e pietanze molto ricche. Furono fatti accomodare attorno a una bella tavola. Dei due tipi di cibi, uno era sattvik puro e l’altro ràjasik, influenzato dalla passione. Allora a mani giunte, la prostituta indicò al bràhmana e a sua moglie la tavola dicendo: “Questo è bhagavat prasàdam, questi altri sono piatti ricchi a base di carne. Scegliete ciò che più gradite.”

Senza esitazione il brahmana scelse il prasàdam e iniziò il suo pasto, quando ebbe finito di mangiare la prostituta gli disse: “Tua moglie è come questo prasadam-sattvík e tutti quegli altri piatti di carne, in stoviglie d’oro e d’argento, sono come me. Io sono una donna degradata, mentre tua moglie è una donna purissima. Il tuo gusto è attratto da ciò che è sattvik. Esteriormente la carne può apparire molto attraente, ma interiormente è molto sporca e impura. Per questo tu ne provi repulsione. Perché dunque sei venuto da me?

Allora il bràhmana riacquistò il suo discernimento: “Si, ho sbagliato. Dio mi ha mandato un messaggero attraverso te. Il mio desiderio illusorio è sparito e adesso sono soddisfatto. Tu sei il mio guru.”

Kaviraja Goswàmi ha riportato questo episodio nella Caitanya-Caritamrta. Perché quella donna casta andò a servizio della prostituta? Per soddisfare suo marito. Allo stesso modo Radhàràni dice: “Sono pronta a servire le gopi dell’ala avversaria, se esse sono veramente in grado di soddisfare il mio Signore. Ma in realtà non lo sono, ciononostante hanno delle pretese. È in questo che io differisco da loro: la mia preoccupazione non è dovuta alla paura di veder diminuire la mia gratificazione. Non è questa la mia attitudine. Ogni volta che mi trovo in circostanze sfavorevoli, penso sempre che ciò è dovuto a qualcosa che non va in me (durdaiva vilasa). Non trovo niente di sbagliato all’esterno. Questa dovrebbe essere l’attitudine di un vero devoto di Krishna. Con questa attitudine saremo in grado di vedere interiormente, come ogni cosa sia alla fine parte del bene assoluto. Benchè non sia molto facile, la nostra energia dovrebbe essere dedicata soltanto a prendere il buono delle circostanze esterne. Potremo così vedere le cose in modo tale che saremo purificati.

La profonda visione della realtà

In questo modo noi siamo incoraggiati dallo Srimad­Bhagavatam a guardare più in profondità. Se lo facciamo, allora troveremo i nostri amici. Se saremo liberali nell’attitudine verso l’ambiente, entreremo in connessione con quella dimensione che è veramente liberale. Questa è la coscienza di Krishna nel suo ultimo stadio.

Se guardiamo profondamente la realtà con questo tipo di visione, troveremo la nostra vera casa.

Prahlàda affrontò con audacia vari tipi di circostanze avverse e, alla fine ne uscì vittorioso. La valutazione che il demoniaco padre di Prahlàda faceva sull’ambiente era falsa, ma la profonda visione di Prahlàda della realtà era corretta. Egli vedeva Krishna ovunque, e la coscienza di Krishna muove ogni cosa. Così non dovremmo mai scoraggiarci in nessuna circostanza, per quanto critica possa apparirci. Krishna è lì. Anche se sembra che le circostanze ci stanno ostacolando, non è così in realtà. Se soltanto riuscissimo a sviluppare la giusta visione, il volto sorridente del Signore apparirebbe da dietro il velo. Questa è la coscienza di Krishna.

Krishna è bello e sta aspettando con ansia di accettare il nostro servizio.

Dio ed i Suoi uomini

Possiamo scoprire la nostra ricchezza interiore solo grazie all’aiuto dei sadhu, del guru e delle scritture. Noi dovremmo vedere che è tutto nettare ma abbiamo messo uno schermo tra noi e il nettare e adesso stiamo gustando veleno, pensando che ciò sia molto utile. Nel complesso, non dovremmo biasimare gli altri, questa è la verità. Noi siamo responsabili della nostra sfortuna, della nostra condizione caduta; il sentiero dell’avanzamento è simile: dobbiamo imparare a criticare noi stessi e ad apprezzare l’ambiente esterno. II nostro apprezzamento dev’essere rivolto in particolare a Krishna e ai Suoi devoti. Egli non ha dato a nessuno l’autorità di farci del male. Se così sembra, è solo una concezione superficiale e fuorviante. Pensare che qualcuno possa veramente far del male ad un altro è fuorviante. Ciò è vero solo su di un piano superficiale. Naturalmente questo non è un incoraggiamento a far del male agli altri o ad ignorare la violenza, ma da un punto di vista assoluto non esiste il male.

Quando noi raggiungiamo lo stadio più elevato di devozione, dobbiamo vedere che tutto è amichevole, e che la nostra apprensione è sbagliata, è una concezione erronea. Un fraintendimento. Fraintendimento: màyà significa “ciò che non è” (mriyate anaya).

Quando tutto è misurato dal punto di vista egoistico e non da quello dell’interesse universale, ciò è causa di tutti i nostri problemi materiali. Dovremmo realizzare gradualmente: “Il mio punto di vista è dominato da considerazioni egoistiche, non assolute, per questo sto soffrendo. Adesso comprendo che il mio interesse è incluso nell’interesse assoluto.”

Rifacendoci a un vecchio modo di dire: “Un pessimo operaio litiga con i suoi escrementi.”

Siamo noi che produciamo ciò che ci circonda con il nostro karma. Quello che io sto criticando è prodotto dal mio karma. Quando si mangia, gli escrementi sono una naturale conseguenza. Sarebbe da stupidi criticare gli escrementi per essere apparsi, perché sono la conseguenza del mio aver mangiato. Allo stesso modo, avendo compiuto differenti azioni, il risultato karmico è l’ambiente e le circostanze in cui mi trovo attualmente. Così, litigare con la reazione delle nostre cattive azioni è un inutile spreco d’energia.

II consiglio dello Srímad-Bhàgavatam dovrebbe essere il principio che ci guida in ogni circostanza. Qualunque cosa ci succeda ha la Sua approvazione, così non può che essere bene. Tutto è perfetto. L’unica imperfezione è in noi, dovremmo quindi cercare con tutte le nostre energie di fare il nostro dovere. In poco tempo, ci ritroveremo liberi da qualsiasi problema. Questo è il consiglio chiave dello Srimad-Bhagavatam.

L’occhio del nostro guardiano

L’ambiente che ci circonda non è morto; c’è un supervisore. Proprio come il sole è sulle nostre teste, ogni azione si svolge sotto gli occhi del nostro guardiano. Questo paragone è formulato nel Rg Veda: Om tad visno paramam padam sada pasyanti suraya diviva caksur àtatam.

Dovremmo svolgere qualsiasi dovere con la consapevolezza che l’occhio del nostro guardiano ci osserva vigile, vedendo tutto quel che facciamo e tutto ciò che ci succede. Non abbiamo bisogno di preoccuparci dell’ambiente o delle circostanze. Così lo Srímad­-Bhàgavatam dice: “Non ti preoccupare di ciò che è al di fuori. Fai il tuo dovere. Concentrati pienamente su ciò che stai facendo, e in poco tempo sarai liberato dalla scatola nera dell’ego e ti congiungerai al flusso universale della danza, del canto e della gioia. Potrai entrare nei lila, nei divertimenti del Signore.”

Noi stiamo tutti soffrendo a causa d’interessi separati: azione e reazione, bene e male, piacere e dolore, felicità e sofferenza. Ma nel regno spirituale tutto è cosciente e pieno di felicità. Così non solo è richiesta una totale dimenticanza di sè stessi, ma bisogna attrarre tutta la buona volontà del Signore. Ci immergeremo nel flusso della buona volontà del Signore. Questa è Vrndavana. I nostri guardiani ci dicono: “Fai questo”, e in accordo alla nostra capacità dovremmo cercare d’eseguire il loro ordine.

Più saremo in grado di accettare ciò che loro dicono come proveniente da Krishna, più saremo in grado di seguire le loro istruzioni, più beneficio ne deriveremo. Lo Srimad­Bhàgavatam, la Bhagavad Gità, i Veda, le Upanisad e tanti altri agenti che rappresentano la divinità ci stanno aiutando a tornare alla nostra vera casa.

A1 presente noi stiamo vivendo differenti stadi di coscienza d’interessi separati, ma i nostri guardiani stanno tutti cercando di condurci a un piano più elevato di movimento dinamico, lila, per entrare nei divertimenti di Krishna.

L’ego nemico ed il vero ego

Qui, tutto non è altro che un riflesso del mondo perfetto. In origine tutto è là, incluso in vari tipi di servizio, ma qui non esiste che un riflesso distorto. Lasciando questo mondo variegato, non dovremmo cercare d’immergerci nell’assenza di coscienza, dove non avvertiremo più nè gioia, né dolore.

Al momento noi siamo sotto l’influenza del nostro ego nemico. L’ego reale esiste nel mondo spirituale. Tutte le esperienze sono presenti là, piene di bellezza e fascino.

La coscienza di Krishna è teismo totale. Questo significa che noi possiamo avere tanti tipi di relazione con l’infinito, fino a quella coniugale. Tutto ciò di cui abbiamo bisogno per essere aiutati e guidati nella giusta direzione, si trova nel mondo spirituale nella sua forma più pura e più desiderabile. Ciò che troviamo qui è solo un’ombra, una brutta copia. Realtà vuol dire teismo totale, la coscienza di Krishna dove l’infinito abbraccia il finito. L’infinito discende per accogliere e abbracciare pienamente il finito: questa è Vrndàvana. Teismo totale: attraverso la coscienza di Krishna, una parte negligente del finito può sperimentare la beatitudine dell’abbraccio del tutto infinito. In Vrndavana non un solo angolo è stato trascurato. Ogni granello di sabbia, ogni filo d’erba, è ben rappresentato con la sua personalità. Qui invece, tante cose sono insignificanti, che dire di un granello di sabbia. Ma a Vrndàvana tutto è curato, niente è ignorato; questo è teismo totale.

È spiegato nello Srimad-Bhàgavatam: (10.21.5)

varhàpidam nata-bara-vapuh karnayoh karnikàram, bibrad vasah kanaka-kapisam vaijayantim ca malam randrhran venoradhara-sudhaya purayan gopavrndair vrndaranyam sva-pada-ramanam pravisad gita-kirtih

Sukadeva Goswàmi rivela qualcosa di stupefacente a Mahàraja Pariksit.

Quando Krishna entra nella foresta di Vrndavana, attraverso il tocco dei Suoi piedi di loto, la terra sperimenta il piacere del Suo abbraccio, l’abbraccio personale della Dolcezza Assoluta (vrndàranyam svapada-ramanam).

Questo è inconcepibile! Attraverso il tocco dei santi piedi di Krishna, la sabbia e la terra vivono il piacere dell’amore coniugale glorificato dai Suoi amici pastorelli. Egli entra nella foresta di Vrndàvana e la terra con Lui sperimenta il più elevato, il più intimo piacere al massimo grado.

L’amore coniugale

A Vrndàvana la terra sperimenta il sentimento dell’amore coniugale. Per questo il Vrndàvana-lila è così meraviglioso che persino Brahma, il creatore dell’universo, dice: “Com’è possibile per noi comprenderTi Signore? Conosco un po’ Nàràyana, che è vicino a Me. Lui ed io siamo in contatto, in modo che io possa compiere i miei doveri. Ma sebbene Tu mi sia venuto vicino, io non posso comprenderTi, come mai?

Benchè io li abbia portati via, tutto è là come prima; Krishna è circondato dai Suoi amici e dalle loro mucche, e tutti sono impegnati nei loro piacevoli passatempi. Egli è infinito. Nonostante io sia il signore dell’universo, non sono riuscito a disturbare ciò che è sotto il Suo controllo. Per la Sua dolce volontà, Egli conduce il Suo gioco. Ho cercato di metterlo alla prova, ma sono stato confuso dalla Sua inconcepibile potenza. Non sono stato in grado di capire che, anche se all’apparenza Egli non sembra altro che un comune pastorello, in realtà Egli è il Supremo, più elevato persino di Nàràyana.” Allora Brahma implorò Krishna: “Adesso che sono tornato in me, per favore perdonami, mio Signore.”

Che uso possiamo fare di una particella della nostra intelligenza?

Possiamo con essa misurare l’infinito?

Sri Caitanya Mahàprabhu dice: “Non cercare di comprendere l’infinito col tuo cervello. Il cervello non è un’unità di misura in quella dimensione. La tua intelligenza è cancellata dall’infinito. Cerca di misurare solo attraverso i sentimenti, l’esperienza, il cuore, non con il cervello che sarà il tuo nemico. Ti ingannerà sempre con le sue valutazioni, e ciò ti disturberà e limiterà il tuo progresso.”

Solo la fede può aiutarci. Altrimenti è impossibile raggiungere quella dimensione. Adesso possiamo raggiungere il sole e la luna solo grazie ad una tecnologia avanzata; ma non possiamo toccarli con la nostra mano o con un lungo bastone. Allo stesso modo, per collegarsi con la realtà più elevata, solo la fede può aiutarci: il mezzo più esteso.

Anche se, paragonata a ciò che vorremo raggiungere, la causa suprema di tutte le cause, è pur sempre piccola.

Noi siamo anime minuscole. Quanto possiamo abbracciare con la nostra fede? Quant’è vasta? Cosa possiamo afferrare con essa? Quello che cerchiamo è infinito e noi siamo molto spaventati: “Se dipendo dalla fede qualcosa potrebbe andare male e io potrei esser imbrogliato.” Ma nei nostri minuscoli cuori, quanta fede possiamo contenere? Soltanto facendo analogia col cielo e l’oceano possiamo comprendere qualcosa dell’infìnìto, ma cosa sono essi paragonati all’infinito? Niente. E cos’è l’infinito? Ciò da cui tutto proviene ed è mantenuto, e a cui tutto ritorna alla fine; l’onnicomprensivo, l’onnipresente, l’onniattraente Assoluto, che tutto sente e controlla. Così non può esserci niente di sbagliato nell’infinito e nell’ambiente. Dobbiamo lasciare tutto al Signore Supremo e comportarci di conseguenza. Questo ci porterà vera pace e graduali realizzazioni nella vita spirituale.

Sotto l’occhio amorevole di Dio

Né l’esistenza né la coscienza sono complete in se stesse. La coscienza, da sola, aspira ardentemente all’estasi. L’esistenza senza coscienza non ha motivo d’essere. Ma quando l’esistenza è dotata di coscienza, può ricercare il suo stesso bene: l’estasi.

Vishnu Padam

I piedi divini del nostro santo Signore sono come l’occhio vigile del nostro meraviglioso guardiano, sospeso sulla nostra testa come il sole, e noi viviamo sotto lo sguardo di quell’occhio vigile. Dovremmo sempre cercare di vivere nella relatività soggettiva, non in quella oggettiva. Dovremmo pensare: ” A1 di sopra della mia coscienza c’è la coscienza suprema: l’occhio vigile del guardiano che mi osserva.

Sotto l’occhio amorevole di Dio

Il Rg Veda mantra dice: Om tad visno paramam padam sadà pasyanti suraya diviva caksur atatam: i divini piedi del nostro santo Signore sono come il sole sopra le nostre teste. I Suoi piedi di loto sono come l’occhio vigilante di un grande guardiano sospeso sopra le nostre teste come il sole, e noi viviamo sotto quello sguardo.

Noi siamo interessati non alla realtà oggettiva, ma a quella soggettiva. Dovremmo sempre cercare di vivere non nella relatività oggettiva, ma in quella soggettiva. Non dovremmo mai pensare: “Sotto i miei piedi ho un terreno stabile sul quale elevarmi. Sono grande, resterò in piedi”. Piuttosto dovremmo pensare: “Sopra la mia coscienza c’è una supercoscienza; l’occhio vigile del guardiano mi guarda sempre. Io vivo sotto lo sguardo di quell’occhio.” Il nostro supporto non viene dal basso, ma dall’alto. Lui è il nostro rifugio. Siamo appesi a quel sostanziale mondo superiore nel quale Egli risiede; il nostro supporto si trova lì. Dobbiamo sempre essere coscienti di questo.

Questo è il mantra principale del Rg Veda. Chiunque, prima di svolgere il proprio dovere, dovrebbe pensare alla propria posizione. Siamo stati istruiti da questo verso dei Veda a pensare in questo modo: “Tu sei sotto l’occhio vigile del tuo guardiano, e quel grande occhio è vivente come il sole; il suo sguardo è proprio come quello del sole che è sopra la tua testa. Come una luce che può passare attraverso e vedere qualunque cosa dentro di te, il Suo sguardo penetrante è sopra di te.” Capendo in questo modo qual’è la nostra identità, dovremmo avvicinarci al nostro dovere. Non veniamo mai incoraggiati a pensare che siamo situati fermamente qui sulla solida terra e che, forti della nostra posizione, indipendenti dalla Sua grazia, possiamo svolgere il nostro dharma.

In verità, nella nostra relazione soggettiva con la divinità, siamo proprio come i raggi del sole. Dove si trovano i raggi del sole? Si trovano sul sole, quella è la loro sorgente. Allo stesso modo, dovremmo pensare che il nostro posto è nel reame della divinità; noi siamo innumerevoli particelle di coscienza, e la nostra posizione, la nostra terra natale, è quell’area cosciente. Coscienza di Dio significa coscienza di Krishna. Noi siamo coscienza e siamo fatti per la coscienza di Krishna: questa è la nostra relazione. Dovremmo essere sempre coscienti di questo fatto. Siamo connessi con la coscienza di Krishna. Siamo membri del mondo cosciente di Krishna. E siamo venuti a girovagare nella terra straniera della coscienza materiale, nel concetto erroneo màyika, pensando che siamo unità di questo mondo materiale, ma non è così.

Noi siamo unità del mondo cosciente, del mondo cosciente di Krishna, e in qualche modo siamo venuti all’interno di questa concezione materiale dell’esistenza, del mondo di materia. La materia è ciò che possiamo sfruttare, il lato oggettivo della realtà, mentre il lato soggettivo è l’elemento che dovremmo riverire. La nostra relazione con il soggettivo è una relazione di riverenza e devozione verso l’entità più elevata, e non una relazione di sfruttamento o godimento. Il vero godimento, il godimento divino, viene dal servizio, non dallo sfruttamento.

Dobbiamo comprendere tutti questi principi basilari. Una volta Bhaktivedànta Swàmì Mahàràja mi fece notare come gli ingegneri di New York, nonostante abbiano costruito così tanti grattacieli che dureranno per ere, non si preoccupino mai di quanto tempo dureranno i loro corpi. I loro edifici dureranno per molto, molto tempo. Ma coloro che andranno a vivere in questi edifici hanno scordato quanto dureranno i loro corpi. In questo modo le persone sono molto occupate dell’aspetto oggettivo, ma tralasciano il valore dell’aspetto soggettivo. La loro preoccupazione riguarda gli oggetti, e non colui che li deve usare. Pensano che per colui che utilizza il mondo oggettivo non sia necessario coltivare l’aspetto soggettivo. In questo modo danno tutta l’importanza all’aspetto oggettivo, trascurando completamente quello soggettivo.

Raggi coscienti

La nostra vera posizione è come quella dei raggi del sole. Un raggio di sole tocca la terra. Dov’è la sua casa? Un raggio di sole arriva nella nostra dimensione e tocca le colline e l’acqua, ma dov’è casa sua? Naturalmente è il sole e non la terra che tocca. La nostra posizione è simile. In quanto raggi di coscienza, non apparteniamo al mondo materiale, ma al mondo cosciente. La connessione con la nostra casa si trova lì: nel sole, nel sole spirituale.

Ci viene consigliato dai Veda di considerare: “Nonostante tu sia stato gettato in un buco di questa terra, la tua terra natale rimane ancora il sole cosciente. Tu sei emanato da lì, sei sostenuto da lì, e il tuo futuro è lì. Devi concepire la realtà in questo modo. Poiché tu sei cosciente, la tua casa è la sorgente della coscienza. Che tu sia un uccello o un animale, o che tu sia in una montagna, nella terra o nell’acqua: ovunque tu sia, qualunque posizione tu detenga, la tua sorgente è nella coscienza, nell’essere. La tua sorgente è nella coscienza proprio come i raggi di luce hanno la loro casa nel sole.”

I Veda ci dicono: “Tu non sei figlio di questa terra. Puoi essere prigioniero qui, ma questa non è casa tua; questa è una terra straniera. Tutte le tue speranze e prospettive possono venire soddisfatte da quel regno elevato, perché la tua natura è di quel tipo. II tuo cibo, il tuo sostegno, ogni tua cosa dovrebbe essere fatta di quella sostanza più elevata. Ma ciò che si trova in questo mondo materiale è tutto veleno per te.”

Nonostante ciò che riguarda la coscienza sia la più immediata realizzazione della nostra natura, se andiamo più a fondo nel mondo cosciente, troviamo qualcosa di più sostanziale. Se oltrepassiamo la visione della luce­coscienza, troviamo la reale necessità della nostra esistenza: la felicità, l’estasi, e l’amore divino. Dopo esserci stabiliti nel reame della coscienza, dobbiamo stabilirci nel reame dell’amore divino, dell’estasi e della bellezza. Dobbiamo cercare lì la nostra fortuna, e mai in questo mondo materiale. L’estasi è al di sopra della luce; la dolcezza trascendentale è al di sopra della coscienza. La bellezza e l’incanto sono al di sopra della mera coscienza e comprensione. Il sentire non è completo in se stesso. Il sentimento deve essere per qualcosa. Per cui la concezione più completa di una cosa perfetta è quella di qualcosa che sia piena in bellezza o estasi. La semplice esistenza o coscienza da sole non possono essere la perfezione suprema. L’estasi è la cosa più perfetta. L’estasi, l’amore divino e la bellezza presuppongono la coscienza e l’essere. La realtà spirituale è composta di tre sostanze: sat, esistenza, cit, coscienza, e ànanda, estasi. E di queste tre, ànanda, o l’estasi, è la concezione ultima della sostanza spirituale. L’estasi può esistere da se stessa. Né l’esistenza né la coscienza sono complete in loro stesse. La coscienza da sola anela l’estasi. E l’esistenza senza coscienza significa esistere senza scopo. Ma quando l’esistenza è dotata di coscienza, può cercare il proprio bene: l’estasi. L’estasi è una sostanza indipendente e concreta. Sia l’esistenza che la coscienza sono subordinate all’estasi.

E colui che realizza l’estasi della coscienza di Krishna diviene libero da questo mondo mortale. Quando una persona realizza questo, non avrà più bisogno di aver paura. Non sentirà più l’apprensione per la paura che può sorgere qui in questo mondo materiale dove c’è la costante minaccia della non-esistenza. Qui nel mondo materiale non solo non abbiamo soddisfazione, ma è in gioco la nostra stessa esistenza. In ogni momento possiamo venire divorati dalla non-esistenza.

Immergiti profondamente nella realtà

Ma per arrivare al piano dell’estasi, dovremmo immergerci profondamente nella realtà. Non dobbiamo soddisfarci con il formale, con il superficiale. Se concentriamo la nostra attenzione sulla forma esterna di una cosa, trascurandone la sua sostanza interiore, ci scopriremo a guardare nel posto sbagliato. Quando Mahàprabhu guardava la Divinità di Jagannàthadeva, apparentemente sembrava che il suo sguardo fosse puntato sulla stessa cosa che vediamo noi quando guardiamo la Divinità. Però, alla nostra visione, la Divinità di Jagannàtha è solo una bambola fatta di legno. Ma quando Sri Caitanya Mahàprabhu fissava lì i Suoi occhi, versava lacrime di gioia, e le Sue lacrime scorrevano in un flusso ininterrotto. Dov’è connessa la Sua visione della realtà? Ciò che noi vediamo come una bambola di legno, Egli la vede in una maniera totalmente differente. E solo guardando un’incessante fiume di lacrime scaturiva dai Suoi occhi. Dov’è localizzata la Sua connessione con la realtà? Egli vede le cose dal lato opposto, dal mondo soggettivo.

Perciò come dovremmo avvicinare le Divinità? Quando andiamo a vedere le Divinità, quale dovrebbe essere la nostra attitudine? La forma del Signore non è una cosa materiale, per cui dovremmo imparare qual’è il modo corretto di guardare le Divinità. E più di questo, dobbiamo cercare di vedere da un altro punto di vista. Mentre cerchiamo di vedere la Divinità, Egli vede noi. Egli è disceso per aiutare le anime cadute in questo mondo materiale, ed è disceso per fare in modo di riportarci nel Suo regno.

Ràmànuja ha classificato la manifestazione dell’Entità Suprema in cinque forme: para, vyúha, vaibhava, antaryami e arcana. Para, la concezione centrale dell’entità suprema; vyuha, l’estensione del Suo Sé in differenti funzioni, in differenti forme; vaibhava, la Sua apparizione in questo piano mondano come avatara, come Matsya, Kurma, e Varàha; antaryami, la Sua presenza in ogni cuore e in ogni anima, in ogni entità cosciente; e arcana, la Sua apparizione nel piano delle nostre percezioni fisiche come Divinità. Nella Sua forma di Divinità, posso toccarLo, posso vederLo, e posso servirLo. Egli è apparso in una forma concreta per aiutare la nostra comprensione. Sri Caitanya Mahàprabhu guardava la Divinità e i Suoi occhi si inondavano di lacrime. I suoi occhi non erano fissi sulle caratteristiche superficiali del legno quando guardava la forma della Divinità del Signore Jagannàtha, ma era connesso, attraverso la coscienza di Krishna, con un piano ampiamente più elevato. I suoi pensieri erano profondamente radicati nella coscienza di Krishna. Sri Caitanya Mahàprabhu pensava: “Il Signore Jagannàtha è venuto qua e sta organizzando la liberazione di milioni di anime cadute, specialmente distribuendo ampiamente il Suo prasàdam a tutti. La Sua magnanima presenza Si è manifestata qui per il beneficio di questo mondo.” La coscienza di Krishna è la più grande beneficenza. Il nostro guru maharaja era solito dire che c’è una carestia di krsna katha. Attualmente c’è una carestia. Ma il mondo sta soffrendo per una mancanza di cibo? No. II mondo sta soffrendo a causa della carestia della coscienza di Krishna, di discorsi su Krishna, krsna kirtana. Per cui dobbiamo cercare di aprire luoghi di. distribuzione di cibo, così che possiamo distribuire il cibo della coscienza di Krishna a tutte le anime. Mahàprabhu disse: “Chiunque incontri, parlagli di Krishna (yàre dekha, tàre kaha ‘krsna’-upadesa).” Dai loro il cibo della coscienza di Krishna, krsna katha. Il mondo è pieno di persone affamate a causa di questa carestia. Dobbiamo distribuire cibo, dare la vita della coscienza di Krishna a chiunque incontriamo parlando di Krishna.

Questo era ciò che sentiva Srila Bhaktisiddhànta Sarasvati, e Bhaktivedànta Swàmi Mahàraja lo diffuse in occidente. Srila Bhaktisiddhànta era solito dire: “Non ammetto nessun altro tipo di carestia. La sola carestia è quella di krsna kathà, krsna smrti, quella della coscienza di Krishna.”

Krishna è di vitale importanza per la nostra esistenza. Solo Krishna può darci vitalità. E come Sri Caitanya Mahàprabhu, Krishna in Persona distribuisce la coscienza di Krishna. Per questo Vasudeva Ghosh dice: ” Sri Gaurànga è la mia vita e anima, la mia sola vitalità. Se Gaurànga non fosse venuto, come avrei potuto vivere? (yadi gaura naha’ta tabe ki haita kemane dharitam de.) Per la Sua grazia ho assaporato un cibo così gustoso, che senza di esso la mia vita sarebbe stata completamente impossibile.”

La coscienza di Krishna è la vitalità della vitalità. Srila Bhaktisiddhànta Sarasvati Prabhupàda fece del suo meglio per dare la coscienza di Krishna alle persone dell’India, e Bhaktivedànta Swami Mahàraja distribuì quella vitalità in tutto il mondo. È per la loro grazia e per la grazia di Mahaprabhu stesso che così tante persone sono venute alla coscienza di Krishna. Haridàsa Thàkura una volta disse a Caitanya Mahàprabhu: “Grazie al Tuo canto del santo nome di Krishna, sia il mondo animato che quello inanimato si sono saziati con il cibo della coscienza di Krishna. Qualunque posizione essi possano occupare, la loro vita è soddisfatta. Ho sentito raccontare in che modo, quando viaggiavi attraverso la giungla cantando e danzando, anche gli elefanti e le tigri danzavano e cantavano il santo nome di Krishna. Che ragione vi è quindi di meravigliarsi quando dico che anche le pietre e gli alberi hanno raggiunto la meta suprema (la coscienza di Krishna) grazie al Tuo canto? Quale intenso grado di coscienza di Krishna è stato prodotto dal Tuo canto!” Ma per cantare il santo nome di Krishna, è richiesto qualcosa anche da parte nostra. Amànina mànadena kirtaniyah sada hari. Dovremmo sempre ricorrere al kirtana, ma la nostra attitudine dovrebbe essere quella raccomandata da Mahaprabhu: trnàd api sunicena taror api sahisnunà amànina mànadena. Il nostro atteggiamento dovrebbe essere umile, e se pensiamo che stiamo sbagliando, dobbiamo essere pazienti, e in nessuna circostanza dovremmo lavorare per la nostra posizione e il nostro prestigio; quello non dovrebbe essere il nostro obiettivo. Quando il più basso si mette contro il più alto, nascono le offese. Quella tendenza dovrebbe essere evitata. Anche l’educazione primaria è educazione, ma quella non dovrebbe competere con l’educazione superiore; dobbiamo essere cauti a riguardo. Allo stesso tempo, la differenziazione tra educazione primaria e superiore deve essere genuina. Tuttavia, l’educazione primaria non deve essere considerata come superiore. Quello sarebbe pericoloso. C’è un detto in bengali: alpavidiyà bhayamkori, “La poca conoscenza è pericolosa.” Dobbiamo fare attenzione a questo, altrimenti il nostro atteggiamento sarà suicida. La questione dell’offesa sorge quando l’educazione primaria si mette contro l’educazione superiore. Quel tipo di asserzione è offensiva. Chi va piano va sano e va lontano. La nostra marcia verso l’infinito è un lungo viaggio, non è un viaggio che termina in poche ore, in pochi giorni, o in pochi anni. E dobbiamo comportarci di conseguenza. Non dovremmo correre velocemente e poi fermarci e dormire. La via è lunga e dovremmo percorrerla. Avremo successo solo se svilupperemo umiltà, trnàd api sunícena. Non dovremmo creare alcuna circostanza che generi opposizione.

Tuttavia, se inaspettatamente sorgono delle opposizioni, dobbiamo cercare di fare del nostro meglio per tollerarle. E dobbiamo sempre essere coscienti che l’occhio del nostro guardiano è sempre sopra di noi, desideroso di aiutarci nella nostra battaglia. Non siamo da soli. Possiamo procedere con fiducia: c’è un persona sopra di noi che corregge gli sbagli che si presentano di fronte a noi, per cui non dovremmo prendere l’iniziativa. Non dovremmo permettere a nessun altro scopo o tentazione di indurci ad abbandonare la nostra ricerca di Sri Krishna. Lasciamo che la soddisfazione di guru, Gaurànga, Krishna e i Vaisnava sia il nostro unico obiettivo. Non lasciamo che nessun altro elemento entri sulla nostra via. La nostra purezza di intento deve sempre essere mantenuta molto scrupolosamente. Dovremmo pensare: “Andrò avanti da solo con il mio dovere. Non starò sempre a cercare che qualcuno venga ad aiutarmi. Che loro facciano il loro dovere, e io farò il mio.” Con questa attitudine andremo avanti. Con questo genere di comportamento la nostra concentrazione diverrà sempre più intensa, la nostra fiducia in Krishna crescerà, e il nostro dovere sarà puro e chiaro. Dovremmo essere coscienti che quasi sicuramente gli impedimenti e gli ostacoli ci attaccheranno, ma dobbiamo relazionarci con essi con umiltà e tolleranza. Per cui questa vita non è una vita di comodità.

I santi piedi di Vishnu

Ma per sviluppare questo tipo di umiltà e tolleranza, dobbiamo imparare a vedere la mano del Signore in ogni cosa. Quindi i Veda ci dicono di ricordare che lo sguardo del Signore è sempre sopra di noi. Om tad visno paramam padam sadà pasyanti suraya: ci viene chiesto di vedere i santi piedi di Nàrayana come vediamo il sole nel cielo. Perché il sole? Il sole è descritto come pradarsaka: colui che vede, il testimone. Apparentemente noi vediamo il sole, ma in realtà è il sole che ci aiuta a vedere. I santi piedi di Visnu sono la parte inferiore di Visnu: yoje vidhàyam yasya vidyate kvacit. La Sua parte inferiore è per noi l’inizio della realizzazione. L’inizio della realizzazione è pensare che Dio ci osserva sempre. Come il sole ci aiuta a vedere, così fanno i santi piedi di Visnu. Per cui dovremmo sempre cercare di vedere tutto attraverso i raggi dei santi piedi di Visnu. Da un altro punto di vista, i Suoi santi piedi sono come un grande occhio che si propaga in tutto il cielo. Egli vede ogni cosa. Qualunque cosa facciamo, l’occhio vigile del nostro guardiano è sempre sopra la nostra testa come il sole. Prima di compiere qualunque azione dobbiamo ricordare questo mantra vedico. Il Rg Veda è il primo Veda e questo è il mantra più importante del Rg Veda. Ai bràhmana della scuola Vedica viene detto che quando si accingono ad eseguire qualche servizio in ambito religioso o del varnàsrama, devono prima ricordare questo Rg Veda mantra: “I piedi di Visnu sono sopra di te e ti osservano come l’occhio vigile di un guardiano. Ricordando sempre questo, compi il tuo dovere.” Se tu ricordi sempre che Egli vede ogni cosa che tu fai, non potrai fare nulla di sbagliato. Non sarai capace di avventurarti a commettere nulla di offensivo verso il Signore, fintanto che ricordi che attraverso ogni cosa, l’occhio ricercatore, l’onnisciente occhio del Signore ti osserva sempre dall’alto. Questo ricordare purificherà il tuo cuore e la tua comprensione, e tutto il tuo sistema mentale, e ti aiuterà ad avvicinare la Divinità nel modo giusto. Non esiste che tu possa fare qualunque cosa senza che Lui lo sappia; non sei tu il maestro che tira i fili sia della tua vita che del mondo; non esiste che tu stai andando ad affermare la tua abilità, la tua influenza sull’ambiente con un tentativo egoistico. Ricorda sempre che un grande occhio è sopra la tua testa, che vede ogni cosa come la luce penetrante di un forte raggio x. Ciò che neppure tu conosci di te stesso, Egli lo conosce. Ciò che è sotterrato nella più profonda regione subconscia del tuo cuore, Egli può vederlo. Se tu ricordi questo mentre agisci e vivi, non potrai non purificarti. Proprio come il cancro viene rimosso dal corpo con un raggio laser. Così tutta la malattia dell’esistenza materiale svanirà dai nostri cuori grazie alla purificante influenza dei raggi divini di luce che emanano dai santi piedi di Visnu.

Il Signore delle mucche

II Re delle mucche

Possa il Signore delle mucche essere soddisfatto di noi. Chi e’ Indra paragonato a Krishna? Krishna è il maestro di Indra. Tuttavia Egli e’ apparso come il maestro delle mucche; la Verità Suprema e Assoluta ha accettato il semplice ruolo di pastorello.

In apparenza e’solo un pastorello. Ma lasciate che quel pastorello, che ha in Se il potere di controllare l’ intero universo, sia soddisfatto di me.

Vogliamo adorare quel Signore che ha assunto il semplice ruolo di re delle mucche.

deve varsati yajna-viplavarusà vajràsma-varsànilaih sidat-pàla-pasu-stryàtma-saranam drstvànukampy-utsmayam utpàtyaika-karena sailamavalo lilocchilindhram yathà

bibrad gosthamapàn mahendram adabhit priyàn na indro gavàm (Srimad-Bhàgavatam 10.26.25)

La vera essenza del Govardhana lila, la vera sostanza del passatempo, è rappresentata in questo verso. I pastori di Vrndàvana erano soliti osservare un sacrificio per soddisfare il re del paradiso, Indra, al comando del quale la pioggia, le nuvole, e altre potenze naturali sottili si muovono. La principale ricchezza del pastore è la mucca, e il cibo principale della mucca è l’erba. Solo la pioggia può far crescere l’erba, e per questo i pastori erano soliti eseguire il sacrificio per soddisfare il potere sottile che è a capo degli elementi naturali come la pioggia. Soddisfacendo Indra, le piogge favorevoli sarebbero arrivate e ci sarebbe così stata erba a sufficienza. Le mucche avrebbero pascolato facilmente e prodotto latte in abbondanza. I gopa, i pastori e le loro famiglie, erano soliti fare differenti preparazioni di latte e venderle al mercato, guadagnandosi così da vivere. Quando un pascolo non aveva più erba, i pastori si spostavano, da un bosco all’altro. Solo allo scopo di ottenere l’erba per le mucche il padre di Krishna, Nanda Mahàràja e gli altri pastori, andavano da un luogo all’altro. Così, talvolta vivevano a Vrndavana, altre volte a Nandagràma, e altre a Gokula. Una volta Krishna decise di affermare Se stesso e modificare il culto a Indra. Voleva stabilire il Proprio dominio, Vrndavana, nella Sua gloria immacolata. Sebbene fosse solo un ragazzino, era un ragazzino dalle capacità straordinarie. Aveva solo sette anni. Ma nel Padma Puràna è detto che lo sviluppo, o la crescita, di personalità speciali è una volta e mezzo quello di persone ordinarie. Sebbene Krishna avesse solo sette anni secondo il calcolo comune, era undicenne secondo questo particolare calcolo. Krishna disse: “Perché dovremmo svolgere questo sacrificio a Indra? Noi abbiamo a che fare direttamente con la collina Govardhana, e non con Indra.” Parlò di questa sua idea ai gopa, e in qualche modo, volentieri o riluttanti, i gopa si sottomisero al consiglio di Krishna. Nanda Mahàràja era influenzato dall’affetto per suo figlio e, dal momento che era il re, disse loro: “Questa volta adoreremo la collina Govardhana e non Indra.”

Indra insultato

Così i gopa, i pastori di Vrndàvana, seguirono il consiglio di Krishna, (qualcuno volentieri, altri meno), e cominciarono il sacrificio per la collina Govardhana. Questa notizia raggiunse Indra che pensò tra sé: “Un ragazzo dalle capacità speciali vive lì. Ora ha preso il comando di Vrndàvana e ha interrotto questo antico sacrificio a me rivolto. Da lungo tempo era tradizione dei gopa eseguire il sacrificio per soddisfarmi, e ora un ragazzo è la causa dell’interruzione del mio sacrificio!” Era estremamente arrabbiato. Indra ordinò alle nuvole, al vento e ai lampi di attaccare i residenti di Vrndàvana. In accordo alla conoscenza vedica, tutti gli elementi sono personificati. Nei tempi antichi, gli Ariani e i Ràjarisi, esseri umani elevati e grandi saggi, erano soliti vedere ogni cosa come persona. Vedevano tutto in modo personale. Vedevano le piante, gli alberi, e ogni altra cosa nell’ambiente come persone. Avevano capito che erano tutte persone le quali, in accordo al loro karma, vagavano in differenti specie di vita. Una volta mi fu domandato da un professore di biologia a proposito di teorie alternative a quella dell’evoluzione darwiniana. Io gli dissi che l’evoluzione dalla coscienza alla materia poteva essere compresa sulla base della teoria di Berkeley. Qualunque cosa noi pensiamo è in realtà parte della nostra coscienza. E coscienza significa persona. Ogni cosa della quale possiamo essere coscienti è una persona. Possiamo pensare al vento come a un oggetto inanimato, ma nei tempi vedici veniva visto come una persona. Fulmini, vento, nuvole e pioggia sono tutti persone.

Qualunque cosa riteniamo essere materia elementare, grossolana e sottile, era considerata dagli antichi conoscitori della verità come realtà personale. Indra comandò al vento, alle nuvole e alla pioggia di andare e devastare l’intera area di Gokula-Vrndàvana. “I residenti di Vrndàvana mi hanno insultato!” disse. “Mi hanno rifiutato, hanno cessato la mia adorazione, e adorano invece quella montagna, quella collina Govardhana. Non posso tollerare questo insulto! Andate e devastate.” Per suo ordine e per la collera di Indra, il maestro di tutti gli elementi sottili superiori, una pioggia fittissima cominciò a cadere. E così fulmini, grandine e pioggia attaccarono simultaneamente l’intero Vraja Mandala. Di conseguenza, tutti i residenti di Vrndàvana furono colpiti da una grande calamità. Infelicità, dolore e sofferenza afflissero gli animali e i protettori degli animali, i gopala. Per cui, senza altra speranza, le donne, i bambini e gli animali di Vrndàvana non ebbero alternativa se non rifugiarsi ai piedi di Krishna. Andarono tutti da Krishna per avere sollievo. Piansero: “Oh, Krishna! Adesso cosa dobbiamo fare? Tu ci hai consigliato d’interrompere il sacrificio dedicato a Indra, e ora Indra, essendo vendicativo, ha cominciato ad affliggerci in modo così pesante! Come possiamo vivere? Per favore salvaci!” Andarono tutti da Krishna chiedendo protezione, e Krishna allora ebbe grande compassione di loro. Essendo misericordioso accennò un sorriso, pensando: “Sono venuti tutti da Me per chiedere aiuto.” In quel momento, con una sola mano, Krishna sollevò la montagna Govardhana. Per Lui era una cosa molto semplice; con una sola mano, Egli sradicò la collina e la sollevò come un bambino solleva una palla. Sostenendo quella grande montagna Krishna diede protezione a tutti coloro che vivevano a Gokula. Gli uomini, le donne, e i bambini di Vrndàvana portarono le mucche e tutti i loro beni, e si rifugiarono sotto la collina Govardhana. All’intera società di pastori fu dato rifugio sotto quella collina. In questo modo, sollevando la collina Govardhana, Krishna diede protezione ai residenti di Vrndàvana, e disintegrò l’orgoglio del signore del paradiso, Indra in persona. Per questo Nanda Mahàràja prega in questo verso: “Possa quel Signore delle mucche essere soddisfatto di noi. Chi è Indra paragonato a Krishna? Krishna è il maestro di Indra. Tuttavia Egli appare come guardiano di mucche; la Suprema Verità Assoluta ha accettato la semplice posizione di guardiano di mucche. Superficialmente, Egli è un semplice pastorello. Possa quel pastorello, che ha in Lui il potere di controllare l’intero universo, essere soddisfatto di noi. Vogliamo adorare quel Signore che ha assunto l’umile posizione di re delle mucche.” Da questo verso dello Srimad-Bhàgavatam possiamo capire la posizione dei passatempi del Signore a Govardhana. Qui viene anche descritto che, quando i Vrajavàsi adorarono Lui e si impegnarono nel sacrificio per la Sua soddisfazione, videro la collina Govardhana come la Persona Suprema, che stendeva le sue mani, accettando le cose offerte a Lui, cibandosene. In quel momento Krishna disse: “Guardate! Voi pensavate che la collina Govardhana fosse solo un mucchio di pietre. No, è vivente, è la Suprema Personalità di Dio.” In quel momento Krishna Si manifestò come collina Govardhana e mostrò come anch’essa sia un’estensione del Suo Sé. In accordo alle autorità della nostra linea, il Radha-kunda è il Sé esteso di Srimati Ràdhàràni, e Govardhana è il Sé esteso di Krishna. Per cui adoriamo una pietra della collina Govardhana, una parte di Girìdhàrì, come Krishna Stesso. Da qui possiamo capire come una parte dell’infinito sia anch’essa infinita. Tuttavia la nostra visione ordinaria è così confusa che sebbene Govardhana-sila sia una parte dell’infinito, e sia quindi anch’essa infinita, alla nostra visione materiale è solo un pezzo di pietra. Questo divertimento mostra che una cosa può apparire come una pietra ordinaria, ma le sue potenzialità sono infinite. In senso generale, la teoria della relatività di Einstein ha annunciato che ogni cosa che vediamo è quello più qualcos’altro. In modo scientifico egli ha spiegato che la realtà di una cosa include le sue possibilità, la realtà non è una cosa morta. La realtà non è limitata a ciò che è visto o concepito dai nostri sensi. La nostra visione o stima di qualunque cosa, può essere limitata ma, sconosciute a noi, le sue potenzialità possono essere illimitate. Ogni cosa ha infinite possibilità. Non sappiamo neppure che potenzialità possa avere un granello di sabbia. Non conosciamo quali potenzialità possano essere racchiuse nella foglia di una pianta. Può apparire ordinaria, ma contenere inestimabili proprietà medicinali.

Dio il Meraviglioso

Anche una parte dell’infinito è infinita. La Govardhana-sìlà rappresenta Krishna come maestro e pastore di mucche. In Govardhana è contenuta questa delicata e soffice concezione di Dio il Bellissimo. Elemosiniamo la Sua misericordia, il Suo affetto, e il Suo sguardo misericordioso.

Questo ci potrà salvare dall’influenza negativa dell’ambiente materiale. Quando cerchiamo di porre un freno alla nostra forma di vita materiale, e di prendere la via verso Dio, verso la coscienza di Krishna, accantonando i doveri imperativi che incombono su di noi, innumerevoli difficoltà possono sorgere dinanzi a noi, per intrappolarci nel nostro viaggio verso la verità ultima. Ma se aderiamo saldamente all’ordine di Krishna, Lui ci proteggerà. Krishna conferma questo nella Bhagavad-gítà:

sarva-dharmàn parityaiya màm ekam saranam vraja aham tvàm sarva-pàpebhyo moksayisyàmi mà sucah

Dice: “Abbandona tutte le altre concezioni di dovere, e arrenditi semplicemente a Me. Non avere paura. Io ti proteggerò e tu sarai libero da tutte le reazioni peccaminose che possono sorgere dal tralasciare i tuoi doveri ordinari.” Diverse tendenze materiali e impulsi mentali possono attaccarci, persino lo stesso Indra, il re del paradiso e il controllore delle attività ordinarie può attaccarci, ma se noi siamo attenti verso la nostra meta, se siamo scrupolosi nel leggere l’ordine di Krishna, Egli ci proteggerà all’ombra dei Suoi piedi di loto. Ci darà rifugio all’ombra della collina Govardhana, dove nessun Indra sarà in grado di toccare le nostre teste. E, con fede piena che Krishna ci darà protezione, dovremmo cercare di rifugiarci sotto la collina Govardhana e pregare: “Oh Krishna, proteggimi da tutte le difficoltà che possono venire ad attaccarmi a causa del fatto che tralascio i miei obblighi ordinari.” Sebbene molte anomalie possono cercare di catturarci, Krishna ci proteggerà. E nella Sua rappresentazione come collina Govardhana, quel meraviglioso pastore di mucche ci salverà da ogni sorta di difficoltà. Com’è possibile? Dio compie meraviglie. Le Sue vie sono sconosciute e inconcepibili.

L’illusione di Brahma

Krishna è infinito; Egli è la meravigliosa meraviglia tra le meraviglie. Fintanto che lo ricercheremo, non troveremo fine alle Sue meraviglie.

Persino il Signore Brahma, creatore di questo universo e Guru originale della nostra sampradaya, fu stupito dalle meraviglie di Krishna.

Il Signore Brahma

Offro le mie preghiere a Te, o Signore degno di lode, figlio del pastore Nanda. La Tua carnagione è blu scura come quella di una nuvola piena di pioggia e sei vestito con ornamenti di seta gialla che risplendono come lampi. Il Tuo volto affascinante è adornato di gunja viola e sui Tuoi capelli indossi una piuma di pavone. Appari bello con una ghirlanda di fiori selvatici, e tale bellezza è esaltata da quel pezzetto di cibo che hai nella mano sinistra. Porti un corno di bufalo e un bastone per guidare le mucche sotto il braccio sinistro. Porti un flauto e altri oggetti e i Tuoi piedi sono soffici come il loto.

L’illusione di Brahma

Dio, la Persona Suprema Sri Krishna, la causa ultima di tutta l’armonia, è così meraviglioso che semplicemente avvicinandolo, noi saremo affascinati dai Suoi modi. Egli è conosciuto come Urukrama, perché i Suoi movimenti sono meravigliosi, impensabili, sconosciuti e inconoscibili. Ascaryavat pasyati kascid enam àscaryavad vadati tathaiva canyah: a ogni passo verso di Lui si prova meraviglia. Non c’è fine a questo sentimento. Krishna è infinito; Egli è la meravigliosa meraviglia tra le meraviglie. Fintanto che lo ricercheremo, non troveremo fine alle Sue meraviglie. Persino il Signore Brahma, creatore di questo universo e guru originale della nostra sampradàya, fu stupito dalle meraviglie di Krishna. Una volta quando Krishna viveva a Dvàrakà, Gli fu detto che Brahmà, il creatore dell’universo era venuto per vederLo. Krishna chiese allora: “Quale Brahmà?” Quando il messaggero riportò la domanda a Brahma, egli pensò: “Ci sono altri Brahama, com’è possibile?” Perciò disse al messaggero: “Di a Krishna che io sono il padre dei quattro Kumara, il Brahmà dalle quattro teste.” Quando Gli fu riferita la risposta di Brahmà, Krishna disse: “Si, fallo entrare”, conoscendo la sua indole. Ma quando Brahmà entrò, fu sbalordito nel vedere che moltissimi Brahmà si erano riuniti lì, provenienti da tutti gli universi della creazione. C’erano Brahmà con cento, mille, milioni di teste, tutti lì presenti. Poiché l’intera creazione è basata sul potere ipnotico di Krishna, il Brahmà dalle quattro teste poteva vedere tutti gli altri Brahmà, ma loro non potevano vedersi l’uno l’altro. Ognuno vedeva solo Krishna ed ognuno pensò: “Krishna è venuto nel mio universo perché ha qualche necessità.” Ma il Brahmà di questo universo poteva vedere tutto perché aveva chiesto: “Che significa quale Brahmà. Forse ci sono altri Brahmà?” Fu così che il Signore Brahmà creatore di quest’universo, venne sconcertato dalle meraviglie di Krishna. Precedentemente, a Vrndàvana, Brahmà, aveva avuto dubbi sulla posizione del Signore. Aveva pensato: “Ma chi è questo pastorello? Il Suo comportamento è discutibile; agisce come se non Gli importasse di nessuno. Egli si trova nel mio brahmànanda, nel mio universo, ma non gli importa di conoscermi. Che attitudine è questa? Ma chi è? Non certo Nàràyana. Solo Nàràyana mi è superiore e io sono abituato al Suo modo d’agire. Ma questo ragazzo non è Nàràyana, che esista qualcuno al di sopra di Nàràyana è impossibile. Chi è dunque Costui?” `

Per mettere Krishna alla prova, Brahmà rapì i pastori e i vitelli che erano con Lui e li nascose in una caverna. Dopo un anno tornò per vedere come la vita procedeva a Vrndàvana, e per vedere cosa stava facendo Krishna senza pastori e senza vitelli; scoprì che tutto era come prima. Il Signore, circondato dai Suoi amici pastorelli, portava il flauto sotto il braccio e aveva un po’ di cibo nella mano. Scoprì che tutto andava com’era sempre andato.

Allora Brahmà cominciò a pensare: “Che significa tutto ciò? Che i pastorelli e i vitelli siano scappati senza che me ne sia accorto?” Così andò a controllare la caverna dove li aveva nascosti, ma erano ancora tutti lì. “Com’è possibile? Ho rapito i vitelli e i pastorelli e li ho nascosti qui, e tutto è come prima.” Alla fine perplesso cadde ai piedi di loto di Krishna pregando: “Mio Signore non sono stato capace di riconoscerTi. Tu stai recitando la parte di un comune pastorello. Com’è possibile credere che Tu occupi una posizione superiore perfino a Nàràyana? Per favore perdonami per quello che ho fatto.”

In diversi punti dello Srimad-Bhàgavatam troviamo che il Signore Brahmà, creatore dell’universo, è messo alla prova da Krishna. Ciononostante Brahmà è il nostro gurudeva, il guru originale della nostra linea; che egli possa essersi confuso desta molte perplessità e non è certo facile da capire, per questo Madhvàchàrya eliminò questo capitolo dallo Srimad-Bhàgavatam. Madhvàchàrya non riuscì ad accettare quei due capitoli in cui si narra di come Brahmà fosse sotto l’influenza dell’illusione, avendo fraintreso la posizione di Krishna. Ma Sri Caitanya lì accettò completamente.

Questa è una cosa molto particolare. Com’è possibile che il guru originale della nostra sampradàya sia rimasto confuso sulla posizione di Krishna? È acintya, inconcepibile. Questo si può comprendere grazie alla filosofia acintya-bhedàbheda­tattva, “inconcepibilmente uno e differente al tempo stesso.” Come possiamo conciliare il fatto che il nostro guru originale divenne confuso, non una , ma due volte. Questo è lilà, un passatempo divino. Un esempio di acintya-bhedàbheda-tattva si può avere osservando il modo in cui Krishna tratta i Suoi devoti. Krishna stesso è indipendente da tutto. Però a volte, Egli si mostra completamente dipendente dai Suoi servitori e fa qualunque cosa essi Gli chiedano. Poi di nuovo a volte li ‘ignora del tutto. Questi sono i divertimenti spontanei della Dolcezza Assoluta. A volte mostra una sottomissione totale verso Srinati Ràdhàràni e a volte La ignora. Questa è la natura stessa del Krsna-lila.

I tortuosi passatempi

Rúpa Goswàmì, in un verso del suo Ujjvala-nilamani, ha descritto l’attitudine per una appropriata comprensione dei Krsna-lila.

Quando pensiamo ai divertimenti dell’Assoluto, noi creature infinitesimali, dobbiamo indossare questa armatura: aher iva gatih premnah svabhava-kutíla bhavet. Dobbiamo comprendere che i passatempi di Krishna sono naturalmente tortuosi, proprio come il movimento di un serpente. Un serpente non può muoversi in linea retta, ma deve farlo zigzagando. Le onde che corrono dall’assoluto si muovono in modo simile. Questa caratteristica del Krsna-lila è sempre mantenuta innanzi tutto. Krishna non può essere governato da nessuna legge. E’ con questa considerazione iniziale che dovremmo avvicinare qualsiasi ricerca sull’assoluto. Dovremmo sempre ricordare che Egli è assoluto e noi siamo infinitesimali. Egli è adhoksaja, trascendentale, al di là del mondo da noi sperimentato.

Una volta chiesi al nostro Prabhupada: “Perché c’è differenza nella parte finale del Krsna-lila di Sanatana e Rupa? Sanatana chiuse il suo racconto dei passatempi del Krsna-lila con Krishna a Mathura. Rupa proseguì oltre fino a Dvaraka nel suo Lalita Madhava. Egli descrisse due tipi di comportamento nel Krsna-lila: uno a Dvaraka e uno a Vrndàvana. Il Vidagdha-Madhava si svolge a Vrndàvana e il Lalita Madhava si svolge a Dvaraka. Ma Sanatana Goswami preferì terminare i passatempi di Krishna a Mathura. Secondo Sanatana Goswami, dopo una lunga separazione tra Krishna, la Sua famiglia e i Suoi amici, come una ruota, i passatempi si muovono da Mathura di nuovo verso Vrndàvana. Dopo che Krishna era andato a Mathura, gli abitanti di Vrndàvana, sopraffatti dal sentimento di separazione, cominciarono a pensare: “Krishna è assente da così tanto tempo. Nanda e Yasoda hanno perso il loro figlio.” Questo sentimento s’intensifica e si sviluppa ulteriormente finchè essi arrivano a pensare: “Nanda e Yasoda non hanno figli. Devono avere un bambino.” Così iniziano a pregare perchè Krishna appaia; allora Krishna appare come figlio di Nanda e Yasoda. Il ciclo è completo e tutti sono felici perché pensano: “Oh Yasoda ha avuto un figlio!” In questo modo i passatempi di Krishna si sviluppano di nuovo a Vrndàvana, poi si spostano a Mathura dove Egli uccide Kamsa.

Nel Suo Krsna-lila-stava, sommario dei Krsna-lila, Sanatana Goswàmì non porta Krishna a Dvàrakà da Mathura Mandala. Ma Rúpa Goswàmì nel Lalita-madhava, mostra il parallelo tra il Krsna-lila a Vrndàvana ed il Krsna-lila a Dvàrakà: tra Lalita come Jàmbavati, Ràdhàràni come Satyabhàma e Candràvali come Rukmini. Per vedere la trasformazione che avviene tra Vrndàvana e Dvàrakà.”

Al di là dell’esperienza

Una volta chiesi a Srìla Bhaktisiddhànta Saraswatì Prabhupàda la differenza tra Rúpa e Sanàtana. Egli disse semplicemente: “È adhoksaja, al di là della nostra comprensione. Il Krsna-lila è ‘inconcepibile’ (acintya). Niente è obbligato a raggiungere la nostra portata.

Il Signore Supremo ha “tutti i diritti riservati”. Questo va compreso se vogliamo essere in connessione con quel piano della realtà.

Lo Srimad Bhàgavatam dice “jnane payàsam udapàsya namanta eva”: è un difetto voler comprendere tutto della divinità. La conoscenza può essere una qualifica qui in questo mondo, ma in relazione alla verità trascendentale di ordine superiore, la tendenza a voler sapere tutto costituisce una squalifica. Noi vogliamo avere la chiave di tutto. Questo è un ostacolo al progresso. In questo modo noi perderemo la fiducia che abbiamo nel divino e, di fatto, ciò ritarderà proprio l’ottenimento della chiave.

Se un servitore, dopo aver ottenuto un lavoro si mostra molto ansioso di avere le chiavi di casa, il padrone sospetterà di lui. Allo stesso modo, voler conoscere tutto è un tipo di malattia, è un nemico del nostro progresso.

Questo naturalmente è difficile da accettare nonostante sia vero. Quale conoscenza coltivano le gopi, le devote più elevate di Krishna? Qual è la loro conoscenza delle scritture? Nessuna.

Quello che noi crediamo sia lo standard di “purezza”, ciò che noi crediamo sia conoscenza, tutte queste cose sono squalifiche al fine di dare piacere all’assoluto. Un esempio delle nostre concezioni errate di “purezza” e “castità” e di come siamo squalificati, possiamo vederlo nella storia che segue.

Un medico mistico

Allo scopo di provare la posizione superiore di Srimati Ràdhàràni, un giorno Krishna sembrò ammalarsi improvvisamente. Mentre giaceva ammalato apparve in un’altra forma nelle vesti di un medico e disse: “O Yasoda, ho sentito che il tuo ragazzo si è ammalato, è vero?”

“Si, si, ma tu chi sei?”

“Sono un medico, un medico mistico e vorrei vedere tuo figlio. Qual’è il disturbo?”

“E’ svenuto, forse ha mal di testa.”

Allora Krishna, nelle vesti di medico disse a madre Yasoda: “Questa malattia è molto grave. Voglio curarlo. Ma posso farlo solo se posso avere dell’acqua trasportata in un recipiente bucato. Dell’acqua dovrebbe essere trasportata dalla Yamuna a qui, in un vaso pieno di buchi. Solo una donna casta può farlo. Con quell’acqua potrò somministrare delle medicine a questo ragazzo che, in questo modo, riprenderà subito coscienza.”

Allora Yasoda s’affannò a cercare una donna casta in tutta Vrndàvana. Jatila e Kutila, che erano rispettivamente la suocera e la cognata di Ràdhàràni, andavano seminando dei dubbi sulla castità di alcune gopi, per cui loro stesse erano considerate caste. Così Yasoda si rivolse a loro e a Jatila per prima: “Prendi questo vaso bucato e portami dell’acqua dalla Yamuna.”

“E’ impossibile trasportare acqua in un recipiente forato.” “No. Il medico dice che se una donna è veramente casta, può farlo.”

Jatila non potè evitare l’assurda richiesta di Yasoda, e così dovette andare. Ma non le fu possibile prendere l’acqua della Yamuna, perché usciva da tutti i buchi.

Allora Yasoda chiese a Kutila, la quale vedendo il fallimento della madre, non aveva nessuna voglia di ripetere l’esperimento. Ma madre Yasoda insistette così tanto che, alla fine lei cedette. Yasoda non riusciva a tollerare nemmeno per un secondo che Suo figlio fosse in tale condizione. Ma neanche Kutila ebbe successo, a causa dei numerosi buchi. Tutti meravigliati pensarono: “Possibile che tra tutte le ragazze di Vraja non si riesca a trovarne una casta? Che dobbiamo fare?” Allora Krishna, nelle vesti di medico additando Ràdhàràni disse: “Penso che Lei sia una ragazza casta. Chiedetele di prendere l’acqua.”

Alla richiesta di Yasoda, Ràdhàràni non potè evitare la prova. Mentre andava pensava a Krishna: “Se Tu vieni in mio aiuto allora sarà possibile, altrimenti è impossibile che io riesca in questo compito.” Mentre così pregava, immerse il vaso forato nell’acqua e Krishna, nell’acqua, toccò il vaso. Ràdhàràni sollevò il recipiente con circospezione, ma poi, piena di stupore esclamò: “L’acqua è rimasta dentro!” Con Lei c’erano le Sue migliori amiche, le sakhi e tutte erano meravigliate nel vedere come fosse riuscita a prendere l’acqua della Yamuna. Nonostante i buchi l’acqua non usciva e quando la portò a Yasoda, tutti erano sbalorditi. Allora quell’acqua mescolata a una finta medicina, fu data a Krishna che si risvegliò dal Suo stato “d’incoscienza.” Questa fu una Sua tattica per mostrare la posizione di Ràdhàràni e che cos’è veramente la castità. Che cos’è la castità?. Quella ordinaria non è vera castità. La vera purezza, la vera castità è ben al di là delle concezioni relative di castità. E’ inconcepibile, va ben oltre la nostra conoscenza e il nostro raziocinio, proprio come il fatto che dell’acqua rimanga in un contenitore bucato. E’ un miracolo.

Dio fa meraviglie. Le Sue vie sono piene di miracoli. Dovremmo prepararci a questo. Dovremmo prepararci al fatto che tutta la conoscenza di questo mondo, tutta la nostra esperienza, si dimostreranno errate. Perciò è detto: jnàne prayàsam udapàsya namante eva: liberati dalle tue esperienze passate, di ciò che hai dedotto dal mondo dei sensi, dalla conoscenza empirica (pratyaksa jnàna). La tua tendenza rimarrà sempre quella di cercare d’introdurre la tua linea di pensiero nel mondo trascendentale, sulla base della tua conoscenza mondana. Questo verso dice: “O voi, persone cadute, il vostro bagaglio è l’esperienza nel mondo dei sensi, ma questa non ha alcun valore in un piano più elevato. Ciò che si trova in quel piano, in quella dimensione è qualcos’altro, così avvicinati con una mente aperta; cerca di capire che tutto è possibile per l’infinito. Tutta l’esperienza passata, le tue aspettative, non hanno valore. Perché non lasci perdere?”

Il mondo trascendentale è qualcosa di nuovo per noi. E’ molto difficile uscir fuori da quella sorta di superstizione, qui chiamata “verità”. Ciononostante è necessario che accettiamo che qualsiasi cosa è possibile a Dio. Egli è il maestro delle impossibilità.

Possibile e impossibile si trova solo nel nostro dizionario, benchè persino Napoleone abbia voluto eliminare la parola “impossibile”. Egli disse: “Impossibile è una parola che esiste soltanto nel dizionario degli sciocchi.”

Come possiamo comprendere il fatto che il guru originale della nostra sampradàya rimase confuso? È “impossibile’. Dobbiamo mettere da parte la nostra “conoscenza” (jnàne prayàsam udapàsya namante eva). Possiamo dire che Krishna volle forse giocare a nascondino con Brahma, il nostro gurudeva. A volte Krishna sconfigge gli altri, a volte è Krishna a essere sconfitto.

Krishna e Balaràma

Quando Krishna e Balarama giocavano nella foresta con i loro amici, generalmente si dividevano in due gruppi. Krishna in uno e Balaràma nell’altro. Krishna è considerato meno forte di Balaràma. Balaràma è il più forte, poi viene Sridàma, così di solito Sridàma gioca dalla parte di Krishna.

Ogni volta che perde, Balarama s’arrabbia. Krishna aiuta il Suo gruppo con trucchi diplomatici e quando Balarama s’accorge che qualcuno nel Suo gruppo è sleale a causa degli intrighi di Krishna, si gira verso Suo fratello più piccolo e Gli dice: “Ti punirò.” Krishna gli risponde: “Non puoi farlo madre Yasoda Mi ha affidato a te. Non puoi maltrattarMi.”

Una volta Balarama schiaffeggiò Krishna, e Krishna andò a dirlo a Madre Yasoda. Balaràma ne fu disturbato e gli disse: “Per una volta che ti ho schiaffeggiato sei corso a lamentarti che non ti voglio bene da Tua madre. Come hai potuto?” Krishna non seppe rispondere e accettò la sconfitta.

Così il krsna-lila si svolge in modo tortuoso (aher iva gatih premna…..).

Questo punto trascendentale, la base per capire il krsna-lila, ci è stata data da Rúpa Goswàmi in questo verso. Egli dice: “Non siate ansiosi di cercare motivazioni nei passatempi della divinità, essi sono per natura tortuosi. Nel krsna-lila possiamo vedere che nessun gruppo ha difetti, eppure uno incolperà l’altro e inizieranno a litigare. Non esiste difetto lì. Ma per necessità del lila, dei finti difetti saltano fuori e inizia il litigio. Questo è il significato di lila, passatempi: ciò che qui troviamo per necessità, lì scorre automaticamente. Non possiamo applicare il nostro modo di ragionare e la nostra scala di valori ai movimenti dell’infinito. Qualsiasi risultato avremo ottenuto collegandoci al flusso del lila sarà perduto se tenteremo di misurarlo: questo sarà l’unico risultato della nostra analisi. Perciò dobbiamo cercare di avere un “assaggio” del líla, con un’attitudine sottomessa. A volte i ragionamenti, la logica e le analisi sono necessari, ma solo per predicare a persone che hanno una comprensione inferiore. Dobbiamo ricorrere alla logica solo per predicare a persone abituate ai ragionamenti. Ma quando la devozione diventa automatica, anuràga, allora sia le scritture che la ragione sono lasciate in una posizione inferiore. Nel krsna-líla non c’è posto per ragionamenti statistici. Fino a un certo punto la ragione è necessaria allo sviluppo di vaidhi-bhakti, lo stadio elementare della devozione: ma da lì in poi non è più di alcuna utilità. Anuràga-bhajana è automatico, perché questa è la natura del líla: aher iva gatih premna. Tutto là si muove per la Sua dolce volontà: ciò significa che non c’è un programma prefissato. Si muove in tal modo che non possiamo dedurre: adesso farà questo percorso. Quando il Mahàràja del Mysore usciva in macchina per andare in città, non diceva mai al suo autista il luogo dov’erano diretti, perché se avesse fatto in anticipo un programma, la sua vita avrebbe potuto trovarsi in pericolo. Così ogni volta che incrociavano un bivio, con un bastone toccava la spalla destra o sinistra del suo autista per indicargli la direzione. In questo modo non rivelava mai a nessuno qual era la sua meta, solo all’ultimo momento la indicava al suo autista.

Allo stesso modo, i divini movimenti di Krishna sono riservati alla Sua dolce volontà: “Tutti i diritti riservati.” Noi vorremmo creare qualche altra legge al di sopra della Sua volontà, ma ciò è inconsistente e contraddittorio.

Da un lato diciamo che Krishna si muove per la Sua dolce volontà, dall’altro cerchiamo di scoprire una legge che regoli i Suoi movimenti. Questa è una contraddizione. Il líla si svolge per il Suo dolce volere. Quando noi diciamo lila, vuol dire che non possiamo confinarlo all’interno di uno schema. Possiamo dire che si è manifestato in un particolare luogo e modo, ma non potremo essere sicuri che oggi si svolgerà allo stessa maniera. Ecco perché troviamo delle differenze in svariati lila, nelle spiegazioni date in differenti ere. Jiva Goswàmi ha spiegato che la ragione delle differenti descrizioni d’un medesimo passatempo del Signore nei Purana, è da ricercarsi nel fatto che una volta quel lila viene manifestato in un modo, e un’altra volta in modo differente. Così troviamo differenti spiegazioni dello stesso passatempo.

Gli eruditi potrebbero sfidare: ” Perché nel Padma-Puràna il lila viene descritto in questo modo, mentre nel Bhàgavata Purana è narrato diversamente? Perché L’Harivamsa differisce dal Mahàbharata?” Noi diciamo che in ere differenti, kalpa, i passatempi vengono manifestati in modi differenti. All’interno di questo mondo un particolare lila del Signore può essere rappresentato in infiniti modi. Egli è infinito, indipendente e assoluto. Così mettendo da parte dubbi e sospetti saremo generosi al massimo nell’avvicinarci all’assoluto, liberi da ogni inibizione. Lo avvicineremo con questo spirito, e cercheremo sempre di più di mettere da parte le nostre esperienze e i nostri pregiudizi passati.

Dio è morto?

Lo avvicineremo ricordando che Lui è ancora vivo. Non è uno stereotipo. Non dobbiamo pensare che è qualcosa successo una volta, tanto tempo fa. Questo non farà che convincerci sempre di più che Lui non è vivo, che la divinità è sotto l’influenza della storia. Dovremmo forse pensare che siccome in passato Egli si è mostrato in un modo particolare è obbligato a mostrarsi sempre nello stesso modo? Che oggi non vive più? Che non ha più niente di nuovo da mostrare? In ogni momento in ogni secondo, Egli può mostrare qualsiasi cosa in modo completamente nuovo. Così il nostro cuore dovrebbe aprirsi completamente quando avviciniamo l’autorità più elevata della dimensione del gioco assoluto. Questo significa che la sottomissione deve crescere illimitatamente. La sottomissione non ha limiti, e i Suoi divertimenti, i Suoi lila non hanno limiti. E’ con questo tipo di visione profonda che dobbiamo cercare di leggere i Suoi lila. E’ sebbene Brahmà, altri dei, altri guru e compilatori di molti sàstra, possono avere dato alcune descrizioni dei Suoi passatempi, dobbiamo realizzare che essi non sono confinati all’interno delle loro descrizioni. Krishna non è chiuso in una gabbia.

Per questa ragione Sri Caitanya Mahàprabhu non esitò a dare una descrizione della confusione di Brahma (brahma-vimohana-lila). Brahma rimase confuso nel krsna-lila a Vrndàvana e di nuovo, quando andò a visitare. Krishna a Dvàraka. I confini della dolce volontà dell’infinito sono tali che qualsiasi cosa può esservi inclusa, perfino Brahma, il creatore dell’universo, può rimanere perplesso a causa delle attività di Krishna.

Tutti questi passatempi sono come dei fari che ci indicano la strada da seguire. Brahma è il nostro guru, ma fu confuso da Krishna. E Vedàvyàsa, il guru universale, fu rimproverato da Nàrada, e Nàrada fu messo alla prova molte volte. Tutti questi esempi ci mostrano la strada, c’indicano la direzione. E’ detto, srutibhir vimrgyàm: i libri autentici sulla verità rivelata stanno soltanto mostrandoci la via, essi dicono: “Vai da questa parte. Dove? Noi non lo sappiamo esattamente, ma puoi andare in questa direzione.” Tutti gli sruti, le guide dateci dagli eruditi della verità rivelata, danno qualche direzione: “Andate da questa parte e forse potrete trovare.”

Krishna dice: “Vedais ca sarvair aham eva vedyo.” Lo scopo di tutti i Veda è rivelare Me, l’infinito.” Mostrano in che modo l’infinito si muove. Se io analizzo un atomo all’interno del mio pugno, posso farlo e rifarlo, e non arrivare mai alla fine. E’ già nel mio pugno, ma è infinito. Per questo è stato detto che noi possiamo trarre il massimo beneficio attraverso la sottomissione. Krishna dice: “Abbandona tutti i principi e le limitate conclusioni tratte nel mondo limitato e sii aperto. Allora sarà facile per l’infinito proiettare fasci di luce sulla vostra anima e la vostra facoltà cognitiva. E’ sarà facile per voi pulire il vostro piano di comprensione, pulire lo specchio del vostro cuore.”

In connessione con l’infinito scoprirete che tutto lì è centro, non c’è circonferenza. Ma per realizzare questo dovete cercare di vivere l’eternità, a Vaikuntha. Kuntha significa “misura”. Vaikuntha vuol dire “senza sfortuna, senza limiti, senza misura”. Questo è Vaikuntha. Quando Krishna aprì la Sua bocca, madre Yasoda fu sbalordita nel trovarvi l’intera creazione universale. Yasoda era perplessa. “Cosa vedo? Tutto l’universo? Tutto l’infinito nel finito?” Stava per svenire, ma in quel momento il suo gatto si mise a miagolare e Krishna, come se si fosse spaventato del suo improvviso miagolio, afferrò la mano di Sua madre pieno di paura. Allora tutta l’apprensione di Yasoda svanì in un attimo. Lei pensò: “Ma no, Lui è mio figlio! Non c’è nessuna rappresentazione nella Sua bocca: è solo mio figlio.” E Lo abbracciò.

Quando Brahma rapì i pastorelli e i vitelli egli pensò d’aver creato una qualche difficoltà nel líla, ma quando tornò a controllare, si accorse che tutto continuava proprio come prima. Non aveva apportato neanche il più piccolo disturbo. Krishna si era espanso in modo da diventare i vitelli ed i pastorelli rapiti. Quando ciò avvenne, le madri provavano per i loro figli un tipo di affetto infinito, tanto che esse non capivano cosa stesse accadendo: erano come immerse nell’estasi.

“Come sono belli questi bambini!” Pensarono; anche le mucche erano pazze d’affetto per i loro vitelli. Allora Brahma pensò: “Forse che questi bambini e questi vitelli, da me rapiti, sono venuti qua di nascosto per riunirsi a Lui?” Ritornò a controllare nella grotta dove li aveva nascosti dopo il rapimento, ma vide che essi erano ancora là. Di nuovo andò a vedere dov’era Krishna, e di nuovo constatò che tutto era come prima. Allora Brahma si sottomise, si rappacificò e allora recitò la seguente preghiera:”

naumidya te ‘bhravapuse tadidambaràya gunjàvatamsa-paripicchala-sanmukhàya vanyasraje kavalavetravisàna-venulaksmasriye mrdupade pasupàngajàya

Srimad Bhàgavatam 10.14.1

“Offro le mie preghiere a Te, o Signore degno di lode che sei apparso come figlio del pastore Nanda. La Tua carnagione è blu e scura, come una nuvola carica di pioggia e, i Tuoi abiti sono gialli e splendono come lampi. II Tuo volto incantevole è adornato di gunja-mala e porti una piuma di pavone tra i capelli. Sei molto bello con una ghirlanda di fiori selvatici, e la Tua bellezza è esaltata da quel pezzetto di cibo che tieni nella Tua mano sinistra. Porti un corno di bufalo e un bastone da pastorello sotto il Tuo braccio sinistro. Hai un flauto e altri oggetti e i Tuoi piedi sono soffici come il loto.”

Questo è il significato generale di questo verso. Ma il significato interno è in realtà questo: “O venerabile. Chi sei? Tu sei non vedibile, non sei percepibile, sei sconosciuto e inconcepibile. La Tua carnagione è del colore di una nuvola scura, e quindi non è facile vederTi, ma puoi essere visto per via dei Tuoi ornamenti gialli.” II giallo è il colore di Ràdhàràni. Così solo con l’aiuto della potenza di Krishna è possibile comprendere chi Egli sia. Tadit significa lampo. Perciò solo con l’aiuto del lampo noi possiamo vedere la nuvola scura nella notte. Così benchè Krishna sia sconosciuto e inconoscibile, la Sua potenza può rivelarceLo. Brahma dice: “Tu sei quell’entità degna di adorazione che io ho conosciuto. M’inchino adesso davanti a Te. Il Tuo corpo è come quello di una nuvola scura, e questa è una rappresentazione mistica. Ciò che è scuro, in genere, non è facile da percepire. Ma i Tuoi abiti gialli, ci aiutano a conoscerTi. Il Tuo corpo scuro ed i Tuoi abiti gialli, suggeriscono la persona di Nàràyana. Tu sei sconosciuto e inconoscibile, ma i Tuoi abiti gialli, la Tua potenza, ci fanno conoscere Chi sei! Scendi al nostro livello come se Tu fossi nella nostra stessa posizione. Sei vestito come un pastorello e giochi nella foresta con un po’ di cibo in mano. Questo c’inganna nel comprendere chi Tu sia. Ti piacciono cose ordinarie: persino la ghirlanda che indossi è fatta di fiori selvatici. Sembra che Tu apprezzi le cose inferiori. Tutti questi elementi ci fanno deviare. Prendi un po’ di cibo in mano e poi corri dietro alle mucche. Questo è un sintomo di appartenenza a una classe bassa. La casta più elevata, come quella dei bràhmana e degli ksatriya, non si comportano così col loro cibo. Anche il Tuo flauto di bamboo è tutt’altro che uno strumento sofisticato. Il Tuo passo è corto. Tutto questo ci confonde, e ci fa avere una bassa opinione di Te. Tu ti stai nascondendo e, allora come potremo mai capirTi. Che colpa abbiamo se non riusciamo a riconoscere la Tua supremazia? E’ difficile accettare che Tu, Krishna sei il maestro di tutto. I Tuoi avvenimenti sono così semplici. Non riusciamo a trovare niente di magnifico e splendido qui a Vrndàvana: cose simili è possibile trovarle a Vaikuntha. Ma questo è qualcosa di nuovo: sei venuto qui, per manifestare i Tuoi passatempi giocosi. Qui, a Vrndàvana, abbiamo incontrato una concezione nuova: meravigliosa, semplice e incantevole. Semplice, ma estremamente attraente. Ti sei decorato con oggetti ordinari. Ciononostante sei straordinariamente affascinante. Impossibile da comprendere e da descrivere. Generalmente, in questo mondo, la posizione di un pastorello è insignificante. I pastori rappresentano la classe più bassa della società. Ma qui a Vrndàvana, tale posizione è così incantevole e meravigliosa, che ci appari estremamente affascinante. I Tuoi movimenti sono lenti, ma sicuri, e non t’importa di niente in questo mondo. Tu sei nella posizione più bassa e il Tuo comportamento è tale che apparentemente sembra che non t’importi di niente. In Te troviamo la concezione più elevata nella forma più semplice ed incantevole. Collegate a te, anche le cose più ordinarie diventano affascinanti. Benchè io sia il creatore e abbia creato tutto, ho fallito nel comprendere questo tipo di creazione. Sono orgoglioso di aver creato così tante cose, ma sono sopraffatto dalla bellezza dell’ambiente qui a Vrndàvana. Qui i Tuoi movimenti sono lenti, ma sicuri e belli. Forse sei il figlio di quell’essere umano che cura le mucche; questa non è certo una posizione elevata nella società e nelle scritture, ma è nella natura della Tua personalità che, qualsiasi cosa Tu faccia, la elevi a una posizione superiore. Com’è possibile? Chiunque Tu sia la mia vanità è stata sconfitta. Prendo rifugio ai Tuoi santi piedi e mi sottometto. Per favore aiutami a comprendere chi sei veramente.”

In questo modo Brahma si arrese.

Krishna è al di là della capacità di comprensione persino del creatore dell’universo. Egli è infinito. Ed è infinito non solo nella concezione di spazio, ma anche in quella di tempo: Egli è infinito sotto qualsiasi aspetto. Infinito. La Sua infinita potenza è rappresentata nella coscienza, nell’esistenza e nelle Sue relazioni d’amore.

Dolcezza assoluta

Le scritture ci danno tre concezioni dell’infinito: Brahman, Paramàtma, Bhagavàn. Il Brahman è l’infinito onnicomprensivo. Qualsiasi cosa noi possiamo concepire è compreso in esso. Paramàtma è più piccolo del più piccolo, anor aniyan. Per quanto si possa concepire qualcosa di molto piccolo il Paramàtma è ancora più piccolo.

Bhagavàn è la concezione personale di Dio, ed è di due tipi: il maestro del potere e della maestà infiniti, e il Signore della dolcezza assoluta.

Jiva Goswàmi ci ha dato il significato essenziale di Bhagavàn nel suo Bhakti-sandharba. Egli dice: “Bhagavàn bhajaniya-sarva-sad-guna-visistha.” Di Bhagavàn egli descrive quest’aspetto dell’infinito: bhajaníya, degno di adorazione. Quando veniamo in contatto con Lui desideriamo sottometterci per soddisfarlo: questo è il tipo d’infinito di cui si parla. Ci sono diversi tipi di infinito e la concezione più elevata è: bhajaniya-sarva-sad-guna-visistha. Egli è così bello e così affascinante che attrae tutti a sottomettersi. Nessun’altra concezione d’infinito può avvicinarsi a quella più elevata: l’onniattraente infinito. Tutti gli altri aspetti dell’infinito, tempo, spazio e potere infinito sono esterni. Ma l’amore infinito che attrae amore e sottomissione è l’infinito più elevato: e quello è Krishna. L’attrazione qui è l’elemento più fondamentale. Tutto può essere eliminato e dimenticato, se serviamo in contatto con l’attrazione e l’amore. Tutto può essere ignorato se siamo collegati con l’amore. L’appagamento della nostra esistenza, di tutta l’esistenza, di tutto, è nell’amore. L’amore è il principio centrale che è l’unico appagamento di tutta l’esistenza. Il vero punto centrale dell’esistenza è lì; possiamo ignorarlo e sfidarlo con altre forme o altri aspetti della nostra esistenza sostanziale, ma esso è inaccettabile e assoluto.

Qualsiasi cosa possiamo sperimentare, il bisogno fondamentale dell’appagamento rimane l’amore. Il sè assoluto di ogni cosa è l’amore: niente può reggere il confronto. E se siamo in conflitto col principio dell’amore dobbiamo accettare la sconfitta. Mahàprabhu sottolineò che è questa la cosa più sostanziale di questo mondo. Madhvàcàrya, nella sua concezione di come bisogna vedere un maestro spirituale, non riuscì ad armonizzare la confusione di Brahma. Dopotutto Brahma è il ‘guru­sampradaya’, il guru più importante della tradizione: la Brahma-Madhva-sampradàya. A causa di questo, Madhvacàrya omise quei due capitoli dello Srimad­Bhàgavatam in cui si parla dell’illusione di Brahma. Al contrario Mahàprabhu, accettò l’intuizione di Srídhara Swàmi, che concorda con la filosofia suddhàdvaita di Visnuswami. Nella Visnuswàmi sampradàya, sono seguaci della raga-marga, devozione spontanea. Sridhara Swàmi incluse quei due capitoli e li commentò, e Mahàprabhu lo accettò: questo è confermato nella Caitanya-caritàmrta. Madhvacarya non riuscì a conciliare l’idea che il guru possa essere confuso. Non riusciva a tollerare l’idea che il guru non sapesse tutto, ma non Mahàprabhu che accettò quei due capitoli.

Dio come figlio

Il potere dell’amore è inimmaginabile. Benché sia impossibile, l’infinito è sconfitto dal finito.

Qual’è questa posizione inimmaginabile? Si può ottenere soltanto con l’amore. Quanto adorabile, prezioso e valido è quell’amore. Per conquistare una goccia di quell’amore, nessun sacrificio è sufficiente.

Per questo siamo incoraggiati a “morire per vivere”.

Noi non siamo adoratori della paternità di Dio, ma del Suo esser figlio.

Noi non Lo adoriamo come il controllore ed il creatore; all’esterno, nella circonferenza; ma nel Suo esser figlio: Egli è il centro. Non è nella circonferenza ma nel centro. Questa è la concezione dello Srimad-Bhagavatam: nel sentimento di figlio e poi di coniuge, ritroviamo un’espressione più celestiale. Egli è il centro e le Sue espansioni emanano da Lui. Così nella nostra concezione d’assoluto, Suo padre Lo controlla, Sua madre Lo maltratta, e Lo vediamo cadere ai piedi della Sua amata.

Dio come figlio

Questo può essere compreso considerando che noi non siamo adoratori della paternità di Dio, ma del Suo esser figlio: Egli è il centro. Non è nella circonferenza ma nel centro.”

Non è che Lui da qualche parte provvede a tutto, crea tutto dalle ‘quinte’. No, Egli è al centro. “Questa è la concezione dello Srlmad Bhàgavatam: nel sentimento di figlio e poi di coniuge, ritroviamo un’espressione più celestiale. Egli è il centro e le Sue espansioni emanano da Lui. Così nella nostra concezione di assoluto, Suo padre Lo controlla, Sua madre Lo maltratta, e Lo vediamo cadere ai piedi della Sua amata.

Che dire del guru, persino Dio stesso può apparire come confuso dalla Sua posizione assoluta. Perchè? Amore divino, prema. Che cosa preziosissima dev’essere l’amore divino.

Al di là della liberazione, della devozione calcolatrice, nel piano più elevato di tutta la creazione, l’amore eterno regna supremo. Quest’amore divino emana da Lui proprio come i raggi di luce emanano dal sole.

Egli è il centro e le Sue espansioni sono ai lati. Da una parte Baladeva fornisce l’energia dell’esistenza, mantiene tutto, e l’aspetto estatico è controllato dalla Sua potenza, Srìmati Ràdhàràni, che può trasformare l’Assoluto Indipendente, in un giocattolo nelle Sue mani.

E’ inconcepibile, ma è questa la natura stessa del divino. II Signore dice : “aham bhakta-paradhíno”. “Si, Io ho accettato in piena libertà, di essere sottomesso ai Miei devoti. Non ho indipendenza. Il modo in cui i Miei devoti Mi trattano e così meraviglioso, che Mi rende sottomesso a loro.” L’amore divino è così incantevole, che è considerato lo scopo ultimo della vita, e Srì Caitanya Mahàprabhu venne particolarmente insieme a Nityànanda Prabhu per diffondere questa notizia in tutto il mondo.

Oceano d’amore

Possiamo avere “un assaggio” di quella vita divina, soltanto sul piano del nettare. Quello che possiamo sperimentare nelle onde di quell’oceano d’amore è l’obbiettivo più elevato della vita.

In quel regno divino è possibile mantenere le nostre personalità individuali. Non è detto che, se c’immergiamo profondamente nella dimensione della coscienza, dobbiamo perdere la nostra personalità, la nostra individualità.

Non è affatto necessario. La natura dell’amore divino è che tu vivi ancora, per Lui, completamente dedito al Suo servizio. E’ qualcosa di meraviglioso: poter mantenere la propria personalità per l’interesse di Krishna. E’ necessario però, non avere motivazioni egoistiche, o interessi separati. Fondersi lì non è qualcosa di fisico, non comporta la perdita della varietà, ma è quel fondersi di cui parla lo Srimad Bhàgavatam (11.29.34)

martyo yadà tyakta-samasta-karma niveditàtma vicikirsito me tadàmrtatvam pratipadyamàno mayàtma-bhúyàya ca kalpate vai

“Colui che è soggetto a nascita e morte, ottiene l’immortalità quando abbandona tutte le attività materiali, dedica la sua vita all’esecuzione dei miei ordini e agisce in accordo alla direzione da Me data. In questo modo diventa adatto a godere della beatitudine spirituale che deriva dallo scambio di dolci sentimenti d’amore con Me” Nella Bhagavad-Gita (18.55) Krishna aggiunge:

bhaktya màm abhijànàti, yàvàn yas càsmì tattvatah tato màm tattvato jnàtvà, visate tad-antataram

“Soltanto grazie all’amore e alla devozione Mi si può conoscere così come sono.” Comprendendo pienamente Chi sono, puoi entrare a far parte del Mio seguito (entourage). Questo è spiegato da Krìshna: “Essi entrano in Me per far parte della Mia famiglia: vengono accolti nella cerchia dei Miei amici, visate tad anantaram. Diventi parte di me stesso: cìò significa che, senza perdere la tua personalità diventi completamente Mio.”

Entrare a far parte della famiglia del Signore è un fondersi vivo; non è quel fondersi fisico, mortale, nel Brahaman, ma è il risultato di prema, dell’amore divino. Questo ideale è al di sopra della concezione d’immergersi nel Brahaman per diventare uno con esso; perdersi nell’oceano di coscienza, come in un sonno profondo. Non siamo interessati a questo, piuttosto, grazie alla coscienza di Krishna, ci perdiamo nell’oceano di dolcezza. Questo è stato accettato da Sri Caitanya Mahaprabhu.

La vittoria della devozione

Una volta Ràdhàràni si allontanò dal rasa-lila, quando si accorse che Krishna stava trattando tutte le gopi quasi allo stesso modo e, questo non la soddisfaceva. Fu così che decise d’esibirsi in uno spettacolo di canto e di danza, per soddisfare Krishna nel modo più meraviglioso e trascendentale. Ràdhàràni mostrò la Sua abilità poi, alla fine, scomparve improvvisamente: e mentre Krishna era impegnato in questa danza, si accorse che Ràdhàràni era sparita, A quel punto lasciò tutte le altre per cercarLa. L’incontrò per la via, e dopo aver camminato per un po’ Ràdhàràni gli disse: “Non posso muoverMi, non riesco più a camminare. Se vuoi andare avanti Mi devi portare in braccio.” Improvvisamente Krishna sparì.

Un discepolo di Srila Bhaktisiddhànta Saraswati Thàkura una volta gli chiese perché Krishna fosse sparito in quel modo. Ma il nostro guru-mahàràja fu molto disturbato nell’udire questa domanda. In questo lila Krishna mostra apparentemente una certa mancanza di riguardo nei confronti di Ràdhàràni. Per questo il nostro guru-mahàràja, per la sua stessa natura, non tollerava una simile domanda. Egli era così parziale verso Ràdhàràni, che non era disposto a sentire niente contro di Lei. In modo molto vivace rispose: “Trovi della devozione in questo passo? Che bhakti trovi qui, perchè mi hai fatto questa domanda?” La domanda non fu accettata. Non poteva tollerare nessuna domanda su questo passatempo.

Quando quest’episodio mi venne riferito, io cercai di trovare che cosa avesse scritto Bhaktivinoda Thàkura in questo verso dello Srimad-Bhàgavatam; nella traduzione da lui curata, Bhagavatàrka-Marici-Màla. Bhaktivinoda Thàkura ha conciliato le difficoltà in questo verso. Egli spiega che Krishna stava pensando: “Mi piacerebbe vedere come si manifesta in Lei il sentimento di separazione.” Fu soltanto per apprezzare la profondità della separazione che Lei provava per Lui, che Krishna scomparve. Naturalmente, dopo un po’ di tempo, Krishna tornò. Ma il nostro guru-maharàja non poteva nemmeno tollerare l’idea: “Dov’è, qui la devozione?” Ma Bhaktivinoda Thàkura interpretò questo passatempo come dovuto al desiderio di Krishna di vedere che tipo di felicità avrebbe sperimentato Srimati Ràdhàràni in separazione.

Egli considerava questo un esempio di come l’assoluto diventi sottomesso al Suo devoto. Si verifica quindi che il negativo, Srimati Ràdhàràni, è così potente che il positivo, Krishna, diventa privo di potere accanto a Lei. E’ come se il positivo perdesse la Sua capacità d’esistere separatamente. Questa è la vittoria della devozione.

La devozione è rappresentata dal lato negativo, derivante dal positivo.

C’è il succo nel frutto, e c’è colui che estrae il succo dal frutto. La devozione più elevata si trova dove l’estrazione è al massimo grado: quella è la vittoria dei devoti quando l’assoluto accetta la sconfitta dai Suoi servitori. Ciò rivela la vera presenza di devozione, dedizione e sottomissione.

Il Signore dell’amore

La sottomissione è così potente che può catturare perfino l’assoluto. Noi aspiriamo a quel tipo di potenza. Chiunque la possieda, è tutto in tutto: è il nostro maestro. Per il nostro massimo interesse, dovremo orientarci in quella direzione in cui tale potere è intensificato. Dovremo cercare ovunque possiamo trovare la sottomissione in un stadio denso, condensato. È in quella direzione che dovremo puntare. Siamo dei mendicanti. Non mendichiamo per ottenere niente di ciò che può essere trovato in questo mondo materiale: na dhanam na janam na sundarim……, non la ricchezza, né seguaci, né il piacere che deriva dalle donne. Eliminando qualsiasi altra cosa, dovremo puntare solo su una cosa: la condizione più intensa del servizio divino al Signore dell’Amore.

Dovremo cercare di trasformare ogni cosa in modo che possa andare in quel regno sconosciuto, che si trova al di là della giurisdizione della nostra esperienza sensoriale, o delle nostre acquisizioni mentali, proprio come un missile lanciato nelle profondità dello spazio.

Lo Srimad-Bhàgavatam, che è l’essenza di tutte le scritture rivelate, dice che l’amore divino è la cosa più originale e desiderabile che possa esserci. Non dovremo permettere a noi stessi di girovagare qua e là alla ricerca di soddisfazioni elementari; dovremo concentrarci invece sull’amore divino. L’amore divino è la meta più elevata: la più elevata nella creazione, la più elevata nell’eternità. Mantenersi in una posizione umile è la strategia per rimanere vicini al regno più elevato del servizio a Krishna. Sríla Bhaktisiddhànta Saraswati Thàkura compose un verso che esprime l’attitudine appropiata. Pújala ragapatha gaurava bànge mattala sàdhu jana visaya range.

“Il sentiero dell’amore divino è degno di adorazione e dovremo averlo sempre davanti a noi come la nostra aspirazione più elevata.”

Egli ordinò di costruire una capanna a Govardhana e disse: “Abiterò lì. Non sono degno di vivere sul Ràdha-kundha. Vivrò in una posizione inferiore, ma i miei maestri: Gaurakisora dàsa Bàbaji, Bhaktivinoda Thàkura e altri sono degni di servire il Ràdhà-kundha. Così io andrò la a servirli, poi ritornerò alla mia posizione, a Govardhana. E’ lì che starò.”

Questa è la giusta tattica per mantenere una posizione soggettiva nel mondo soggettivo.

Altrimenti, se noi pensiamo di essere già nella dimensione più elevata, quella realtà svanirà per noi. Soltanto da una posizione leggermente inferiore potremo guardare a quella dimensione col dovuto rispetto. Ma ogni volta che pensiamo di aver ottenuto quella posizione così elevata, che noi siamo là, non siamo da nessuna parte. Questa è la natura di quel mondo superiore, e noi dovremo mantenerci a rispettosa distanza. Se noi cerchiamo di guardare direttamente, perdiamo; ma se cerchiamo di guardare a quella dimensione attraverso uno schermo, o da un luogo nascosto, potremo vedere. Ciò costituisce una peculiarità fondamentale. Se noi vogliamo entrare in contatto diretto con la dimensione d’ordine superiore, allora essa svanirà dalla nostra esperienza.

Quando non si riesce a contattare direttamente qualcuno o qualcosa, possiamo provarci attraverso lo spionaggio: sì, è qualcosa di simile allo spionaggio.

Conoscere direttamente è impossibile, solo sbirciando da dietro una cortina potremo dare un’occhiata. E’ in questo modo che potremo sperimentare la verità ontologica più elevata. Se accade che la verità ontologica viene a noi, Egli ci accetta immediatamente e allora possiamo trovarLo. Egli è assoluto, Egli è un autocrate, Egli è indipendente; quando Lui viene, per Suo desiderio, per permetterci di entrare in connessione con Lui, allora ciò è possibile. Non è qualcosa che è alla nostra portata: Egli non è oggetto che soggiace al mio controllo. Egli è sempre al di sopra.

Con questo sistema noi possiamo raggiungere la realizzazione più elevata. Nel piano più elevato del lila di Ràdha-Govinda, Krishna chiede a Ràdhàrani di fare qualcosa e Lei si rifiuta dicendo: “Non lo farò.” Questo è stato accettato come la caratteristica più elevata dell’aspetto negativo. Negare a Krishna ciò che Lui vuole è detto ‘bhàma-bhàva’. Ràdhàràni è colma di questa natura, e questo esalta il desiderio di Krishna. Tutto il sistema è di tipo tortuoso, ciononostante questa è la via raccomandata ai più miseri per entrare in contatto con ciò che è meraviglioso. La trattativa diretta, faccia a faccia, lì è assente. E’ tutto un po’ come rubare. Tutto lì è un’attività furtiva. Nel regno più elevato, nel regno dell’autocrazia, è `tutto mercato nero’. Per questa ragione è conosciuta come apràkrta, simile alla concezione più bassa delle cose. Nella nostra condizione attuale non possiamo tollerare l’autocrazia. E’ considerata la più bassa condizione. Ma nel mondo più elevato esiste l’autocrazia, ed è conosciuta come aprakrta: la parte più elevata del regno trascendentale che armonizza tutto. La bellezza di quella dimensione è che anche ciò che qui è considerato inferiore, lì è del tutto armonico.

La forza armoniosa è così potente lì, che ciò che qui è indesiderabile, cattivo e sgradevole, lì è armonizzato in tal modo da ottenere la posizione più elevata. La posizione peculiare di Krishna è tale che ciò che è inferiore diventa supremo al Suo tocco magico. Poiché Egli è là, neanche un difetto è un difetto: è puro. La coscienza di Krishna è il tocco di Krishna, la bellezza d’ordine supremo. Proprio come una pietra filosofale che non solo trasforma in oro l’argento, ma anche il ferro, il piombo o qualsiasi altro metallo povero; la pietra filosofale di Krishna è così potente che tutto ciò che è infinito nella nostra concezione, riceve la posizione più elevata al Suo tocco magico.

Raghunatha dasa Goswami dice che se tu sei incapace di accettare questa verità allora sarai gettato a Vaikuntha: “Vai a vivere là, dove tutto e governato da regole generali e bei modi di fare. Scendi nel regno delle relazioni belle e semplici, dove è possibile fare dei calcoli e vivi lì.

Un pastorello

II piano più elevato di Vrndàvana è la posizione più diplomatica. Persino Mahadeva e Brahma sono entrambi confusi quando tentano di capirlo. Confuso da Krishna, Brahma si sottomise a Lui e confessò: “Come potevo sapere che la verità più elevata è un pastorello con un bastone sotto il braccio e un pezzetto di cibo in mano, alla ricerca dei Suoi amici? Io sono in intimità con mio padre Nàràyana; ogni volta che qualche difficoltà si presenta, vado da Lui per ricevere istruzioni e agire in accordo ad esse, ma non mi era mai successo di entrare in contatto con un simile potere. Un pastorello, il bastone sotto il braccio e un po’ di cibo nella mano, mentre cerca i Suoi amici. E’ Egli il supremo? E’ inconcepibile. Adesso capisco che Tu sei superiore a mio padre Nàràyana. Vaikuntha è una terra bella, governata da leggi a noi note, ma non avevamo mai sperimentato passatempi simili, governati da forme raffinate di diplomazia. Questo genere di cose sono manifestate nel piano più elevato, e noi non dovremmo essere biasimati per non esserne consapevoli. E’ meraviglioso, nascosto e oscuro: una dimensione dove esistono una grande opulenza e una dolcezza che ci sono sconosciute.” Una volta Thomas Grey scrisse:

“Le oscure grotte insondabili dell’oceano nascondono una perla irradiante della più serena purezza; un fiore è nato sbocciando non visto e diffonde per l’aerea deserta la sua dolcezza

-Elegia nel cortile di una chiesa di campagna­

Quanto è peculiare scoprire che il maestro di ogni cosa è un ladro! Possiede tutto, eppure viene come un ladro. Tutto gli appartiene, ma Lui recita la parte di un corrotto.

I passatempi di Krishna sono tutti meravigliosi, e benchè tutto Gli appartenga, Egli si comporta come un ladro, come uno di noi. E’ questa una dimensione peculiare e un genere di passatempo peculiare. Là sono tutti uguali; e alcuni possono essere persino superiori.

Il padre e la madre dell’assoluto possono rimproverarLo e il Signore può metterSi a piangere. Ecco la bhakti. Dov’è la bhakti? Qual è il sintomo della pura devozione? Laddove l’autorità Suprema è sottomessa al servitore: quella è devozione. Bhakta-paràdhínah: il Supremo è stato costretto a servire il devoto. La devozione ha una tale posizione e untal potere. ksetra-hari-prema bhajana: l’acquisizione ultima della devozione è quella che può controllare il Signore Supremo e costringerLo ad essere per il devoto un amichevole servitore.

L’infinito è a disposizione del finito. Possiamo concepirlo? E non è tutto; ogni cosa si svolge furtivamente e attraverso svariati metodi diplomatici. Nella coscienza di Krishna, quindi il finito raggiunge la posizione più inconcepibile quando l’infinito si presenta a lui e lo serve. Ciò che è impossibile diventa possibile grazie alla devozione, ràga, amore. Il potere dell’amore è inconcepibile: benchè sia impossibile, l’infinito è sconfitto dal finito. Com’è possibile? Solo attraverso l’amore. E quanto prezioso e adorabile è quell’amore! Per avere una goccia di quell’amore divino, nessun sacrificio è sufficiente. Per questo siamo incoraggiati a “morire per vivere:”

Da quel punto di vista la morte è qualcosa di adorabile. Acquisire quest’amore divino è l’impossibile dell’impossibile, ma Mahàprabhu è venuto per darcelo. Quanto è magnanimo! Egli stesso è venuto a spronarci, mendicando di porta in porta: “Arruolatevi! Son venuto per valutare tutti, per condurvi in quel regno supremo dove l’infinito si fa schiavo del finito. Prendete una goccia di questo tesoro.” E’ l’impossibile dell’impossibile, l’inconcepibile dell’inconcepibile. Abbandonate, allora, la folle corsa cui siete abituati, e concentrate tutte le vostre forze per progredire in questa direzione; cercate di andare nel tempio dell’amore divino.

Nello Srimad-Bhàgavatam (10.47.61) Uddhava dice:

àsàm aho carana-renu-jusàm aham syàm vrndàvane kim api gulma-latausadhinàm yà dustayajam svajanam àrya-patham ca hitvà bhejur mukunda-padaviim srutibhir vimrgyàm

“Le gopi di Vrndàvana abbandonarono i loro mariti, figli e famiglia; cui generalmente nessuno rinuncia; e sacrificarono persino i loro principi religiosi per prendere rifugio ai piedi di loto di Krishna, quei piedi di loto che sono ambiti persino dai Veda stessi! O, concedimi la fortuna di prendere nascita come filo d’erba a Vrndàvana, in modo che io possa ricevere la polvere dei piedi di loto di quelle grandi anime.”

II rischio esalta il sentimento d’amore. E’ un aspetto necessario della più elevata forma d’amore: rischiare le cosiddette acquisizioni mondane. La ricerca dell’amore divino dev’essere intrapreso anche a scapito della cosiddetta purezza di questo mondo, e ciò richiede la posizione elevata. Bisogna, comunque, essere molto attenti, seguire la linea dell’umiltà come fece Newton, che benché fosse considerato il più grande scienziato del suo periodo, era solito dire: “Non so niente.” Questa è la strada della giusta realizzazione. Colui che è immerso in una purezza genuina pensa: “Io sono impuro.” Questa è la natura della misura infinita: poiché il fascino è infinito, non può che essere misurato in questo modo. In quel campo, più si acquisisce e più ardentemente desiderosi d’acquisire si diventa: è questa la caratteristica della realizzazione dell’infinito. Più si progredisce, più incapaci si diventa nel procedere a una “misurazione”. Nessun aspetto dell’infinito si manifesta nella dimensione delle misurazioni.

mukam karoti vàcàlam panghum langhàyate girim yat krpa tam aham vande

sri gurun dina-tàranam

Noi non possiamo comprendere l’infinito, siamo incapaci di trovare qualsiasi espressione adatta. Siamo senza parole e pensiamo: “E adesso che dirò?” Ma Egli ci rende capaci di parlare, fa aprire le nostre bocche, altrimenti saremo muti.

Un sincero ricercatore rimane senza parole davanti al modo di agire di Krishna: non riesce ad attribuire alcuna espressione ad esso, ma il potere di parlare discende dall’alto rendendolo in grado di dare qualche definizione. E’ così che la verità discende. Il sincero ricercatore inizia a parlare per esprimere i suoi sentimenti, essendo spinto a farlo da una dimensione superiore, da un’entità superiore. Non ha alcun potere, ma il meraviglioso potere del Signore può aiutarlo ad attraversare le montagne. Questa è la natura della grazia dell’onnipotente dell’assoluto: per il Suo potere, tutto può muoversi e vivere. Yato va imani bhútàni jàyante, yena jàtani jivanti, yat prayanty abhisamvisanti: “Egli è la causa della creazione, del mantenimento e della distruzione. Creazione, dissoluzione e al centro il mantenimento. Egli è la causa universale primordiale”.

Stiamo lottando in una terra straniera per un guadagno fittizio, ma Krishna è impegnato nell’amorevole ricerca dei Suoi servitori smarriti da tanto tempo. Egli vuole salvarli e portare tutti a casa. Soltanto per la grazia dell’assoluto ciò è possibile.

Un’ondata sta arrivando dal piano assoluto per portarci a casa, dove tutto rientrerà in modo definitivo. Tutto ciò che è creato scompare in un’esistenza sottile al momento della dissoluzione totale di questo mondo; poi al momento di una nuova creazione, viene nuovamente manifestato. Alcuni entrano nella dimensione del lila permanente e non ritornano più in questo mondo di sfruttamento e rinuncia.

Cercare Krishna

Dovremo fare domande su Krishna, ma prima ancora dovremo chiedere: “Chi sono? Dove sono? Dove sono e in che modo mi dirigerò verso la dimensione superiore?”

Noi facciamo domande continuamente ma a che proposito? Adesso è il momento di aprire i nostri cuori e chiedere di Lui. Questa è la nostra necessità più impellente. Non possiamo evitarlo. Non possiamo predire a livello mentale, ciò che tale ricerca contiene. Brahaman, Paramàtma, Bhagavàn. La ricerca di Bhagavàn è la più elevata: la ricerca di Krishna, la Meravigliosa Realtà.

E’ una necessità naturale in noi e per il nostro stesso interesse: non possiamo evitarlo. Un uomo sano di mente e che non vuole ingannare se stesso, non può evitare la ricerca di Sri Krishna.

Indagare sulla felicità è l’aspetto prominente della nostra natura: è comune a tutti gli esseri animati. Cercare Krishna significa cercare il rasa, la forma più elevata d’estasi.

Se esaminiamo noi stessi capiremo, ci verrà da piangere: “Che cosa ho fatto? Quale è la mia necessità? Devo pentirmi, piangere. Ho passato i miei giorni inutilmente, sono un traditore di me stesso e dovrei suicidarmi. Dovrei lamentarmi solo di me stesso e dei miei cosiddetti amici. Noi non abbiamo niente da fare qui.”

Esaminate e piangete: agite o morite! Procedete nel modo giusto, altrimenti inviterete la vostra morte. La condotta generale di vita di tutta l’esistenza, nel modo più scientifico, sarà questa: la ricerca di Krishna, la Meravigliosa Realtà. Questo è l’obbiettivo più elevato non solo dell’umanità, ma di tutta la creazione. Tutti i problemi si conciliano e si risolvono in questa verità.

Qualsiasi deviazione da questa istruzione generale, questa chiamata generale, è falsa, inutile e ingiuriosa. La più vasta, estesa e amichevole chiamata per tutti: l’unico appello, amichevole è questo: “Vai verso Krishna!” È l’unico appello. Tutti gli altri appelli dovrebbero essere azzittiti, fermati, e solo quest’ultimo richiamo si afferma e si realizza il vero benessere del mondo.

Per questo le Upanisad dicono: yasmin vijnate sarvam idam vijnàtam bhavati yasmín pràpte sarvam idam pràptam bhavatí. “Cerca ciò che, avendolo conosciuto, nient’altro rimane da conoscere. Cerca di ottenere ciò che avendolo ottenuto, nient’altro rimane da ottenere.”

Un appello viene fatto, e sebbene possa apparire settario a qualcuno, per una persona normale non è tale. Anzi è la cosa più universale con cui si possa avere a che fare.

Al presente noi stiamo litigando in una terra straniera per un guadagno fittizio. Ma una dolce ondata sta arrivando da una dimensione superiore, per salvarci e portarci a casa. Soltanto per la grazia dell’amorevole ricerca del Signore per i Suoi servitori perduti, tutto è possibile.

E quello che ci si aspetta da noi è che ci uniamo alla ricerca di Sri Krishna e marciamo verso il regno divino.

Uniamoci alla marcia universale verso il regno divino, salviamo noi stessi e torniamo a casa, a casa da Dio.

Conoscenza: libera devozione Bellezza e amore

Ogni anima desidera ardentemente bellezza, amore, affetto e armonia; non potere, conoscenza o altro. Questa è l’analisi di tutta la creazione nel tempo e nello spazio: tutto è unito da una causa comune. E’ però raro che un’anima ottenga una tale chiarezza nel desiderare la realtà e che comprenda questo punto. Sono poche le anime in questo mondo che sono veramente coscienti della loro necessità più intima, che realizzano: “Vogliamo Krishna! Vogliamo Vrndavana!”

Conoscenza: Libera Devozione

bhidhyate hrdaya-granthis chidyante sarva-samsayàh ksiyante càsya karmàni mayi drste’khilàtmani

“La nostra aspirazione intima per il rasa o estasi, è sepolta nei nostri cuori che sono come legati e sigillati. Ma ascoltare e cantare le glorie di Krishna spezza il sigillo del cuore e gli consente di risvegliarsi e di aprirsi per ricevere Krishna, la riserva del piacere, l’estasi personificata.

Qui lo Srimad-Bhngavatam dice: “C’è un nodo nei nostri cuori che verrà sciolto dalla coscienza di Krishna. Allora il flusso della nostra tendenza innata per l’amore divino (svarupa-sakti) inonderà il cuore. Quando quel nodo si scioglie, allora l’anima addormentata si risveglia, la concezione interiore di Goloka emergerà e inonderà tutto l’essere.”

Questo però, è apparentemente un problema.

Com’è possibile che tutti i nostri dubbi saranno chiariti? E’ possibile per il ‘finito’ conoscere tutto? Questa affermazione sembra piuttosto inconsistente, assurda: le Upanisad però dicono: “Chi conosce Lui conosce tutto; chi ottiene Lui ha ottenuto tutto.” Come farà il ‘finito’ a sapere che ha tutto, che conosce tutto? Sembra assurdo, eppure è confermato dalle scritture. Allora se questo problema è risolto, tutti i problemi sono automaticamente risolti. Il ‘finito’ realizzerà una soddisfazione completa; tutte le sue tendenze impulsive saranno soddisfatte. Questo non è solo confermato nelle Upanisad, ma anche nello Srimad­Bhàgavatam.

Quando io andai per la prima volta alla Gaudiya-Math, fui molto attento nell’associarmi con i devoti, pensavo: “Loro dicono che quello che insegnano è l’unica verità e tutto il resto è falso: è una pillola ben amara da inghiottire. Dicono che tutti stanno soffrendo a causa dell’ignoranza, e ciò che loro predicano è la verità. Nessun uomo sano di mente può mandar giù una simile pillola:” All’inizio non riuscivo proprio a digerirlo. Ma quello che loro andavano dicendo, era confermato da Sri Caitanya Mahàprabhu, dallo Srimad­Bhàgavatam, dalla Bhagavad-gita e dalle Upanisad. Tutte queste autorità dicono: “Si è così. Se conosci Lui conosci tutto. Se ottieni Lui, hai ottenuto tutto.”

Lo Srimad-Bhagavatam (4.31.14) in un verso simile a quello delle Upanisad, dice che tutti i dubbi sono chiariti dalla coscienza di Krishna e il risultato è che otteniamo la vera conoscenza. Lì è detto:

yatha taror múla-nisecanena trpyanti tat-skandha-bhujopasàkhàh prànopahàràc ca yathendriyànàm tathaiva sarvàrhanam acyutejyà

“Innaffiando le radici di un albero, tutte le foglie ed i rami sono automaticamente nutriti. Similmente, fornendo cibo allo stomaco, tutte le parti del corpo sono nutrite. Allo stesso modo, se noi soddisfiamo la concezione centrale del Supremo Assoluto, tutti i nostri doveri sono automaticamente soddisfatti.”

Dando cibo allo stomaco, tutto il corpo è nutrito. Se mettiamo acqua alla radice di un albero, tutto l’albero è nutrito. Così, se noi assolviamo al nostro dovere verso il ‘centro’, allora tutto è compiuto. Questa è la grandezza, la posizione misteriosa del centro assoluto. Egli controlla tutto. Questa è la posizione peculiare del centro, nel sistema del tutto organico. Se una particolare parte del cervello è catturata, tutto il corpo è controllato: uno spillo in quella sezione, e tutte le funzioni del corpo si paralizzeranno. La posizione peculiare del centro assoluto è qualcosa di simile. Per questo l’impossibile diventa possibile.

Immaginiamo che io sia una ragazza povera, che non possieda niente. Normalmente non mi sarebbe possibile acquisire niente. Ma se sposo un uomo ricco, grazie alla mia relazione con lui, potrò disporre di molti beni. Sebbene noi possiamo essere poveri, la nostra relazione con un maestro potente ci renderà padroni di molte cose. Allo stesso modo, il centro assoluto controlla tutto, e la nostra affettuosa relazione con Lui può darci il controllo su molte cose. Ecco com’è possibile per l’anima limitata possedere tutto: attraverso il legame sottile dell’affetto.

Attraverso Krishna tutto è possibile. E più ci avviciniamo a Lui, più potremo comprendere. La Sua influenza ispira i Suoi devoti, e tutte le Sue qualità riempiono i loro cuori (sarva mahà guna-gana vaisnava-sarire, krsna-bhakte krsnera guna sakali sancàre. Caitanya-caritàmrta, Madhya-lila 22.75).

E’ così che, sebbene il devoto non sia il padrone, attraverso il legame d’amore può diventare padrone di tutto.

Questa è la linea di pensiero spiegata dallo Srimad­Bhàgavatam e dalle Upanisad.

Senza avere una reale connessione con il centro assoluto, il vostro tentativo di conoscere qualsiasi cosa sarà inutile. Se cercherai di conoscere anche solo un granello di sabbia, vite intere passeranno, verranno e se ne andranno nell’analizzare quella particella, ma non riuscirai mai a comprenderla completamente.

II centro assoluto

C’è stato detto: “Se vuoi fare domande, falle sul centro.” Questo è l’appello delle Upanisad: “Non sprecare il tuo tempo cercando di analizzare una piccola parte di questa creazione, e di padroneggiarla: non è possibile. La tua ricerca dev’essere indirizzata in modo appropriato.” Krishna dice: “Io sono il centro; conosci Me, e attraverso Me potrai conoscere ogni cosa, poiché Io conosco e controllo ogni cosa.

Sarà il legame che ci unisce che ve ne renderà capaci. Qualunque cosa avvicini fallo attraverso Me, solo così sarai in grado di conoscere la giusta posizione di tutto. Diversamente conoscerai soltanto un aspetto parziale della realtà, esterno e incompleto, e in questo modo passerai milioni di vite cercando di conoscere e comprendere la realtà senza mai riuscirci.”

Il Bhàgavatam dice:

athàpi te deva padàmbhuja-dvayaprasàda­lesanugrhita eva hi

jànati tattvam bhagavan mahimmo na cànya eko `pi ciram vicinvan

“Soltanto chi è benedetto dalla misericordia del Signore può conoscere la Sua vera natura. D’altro canto, coloro che cercano di comprendere empiricamente le Sue glorie inconcepibili, possono studiare e speculare all’infinito senza mai giungere alla giusta conclusione.”

Qui attraverso il Bhagavatam Krishna ci dice: “Tu puoi dedicarti per l’eternità in una direzione sbagliata, senza arrivare mai a comprendere. Ma se cerchi di avvicinare il centro allora in poco tempo tu capirai l’essenza di ogni cosa.”

Questa è la direzione dataci dalle Upanisad e dallo Srimad­Bhagavatam; questa è la direzione che dovremo prendere, e questa è devozione.

Dà così tanta soddisfazione che, una volta ottenuto ciò non t’importerà di conoscere nient’altro. Noi abbiamo bisogno soltanto di concentrarci nel servizio a Krishna.

Lo Srimad-Bhàgavatam (10.14.3) dichiara:

jivanti san-mukharitàm bhavadiya vàrtàm sthàne-sthitàh sruti-gatàm tanu-van-manobhir ye pràyaso jita `py asi tais tri-lokyàm

“Abbandonando senza esitare tutti i tentativi intellettuali di comprendere la Verità Suprema, coloro che vogliono realizzarti dovrebbero sottomettersi completamente a Te. Dovrebbero ascoltare i devoti realizzati parlare del Tuo santo nome e dei Tuoi passatempi trascendentali. In qualunque posizione essi si trovino, dovrebbero progredire dedicando pienamente il loro corpo, la loro mente e le loro parole a Te. In questo modo l’infinito, che nessuno può conquistare, sarà conquistato dall’amore.”

Noi possiamo avvicinare il Signore Supremo solo attraverso la sottomissione, e una volta che lo avremo raggiunto, non ci importerà di conoscere nient’altro. Noi non siamo interessati a ciò che succede o non succede nel mondo esterno. C’impegneremo completamente al Suo servizio per la Sua soddisfazione: è lì, nel servizio a Lui, che l’obiettivo della nostra vita troverà la Sua realizzazione. Allora, quella conoscenza di ciò che è esteriore, ci apparirà come spazzatura.

Noi realizzeremo: Qual è l’utilità di sprecare il tempo con tutti questi calcoli, il nettare è qui! E’ molto, molto più profondo di qualunque cosa possiamo sperimentare nella dimensione esterna.” Allora noi dedicheremo tutta la nostra attenzione al Suo servizio.

Spesso viene chiesto come mai Sri Caitanya Mahàprabhu ignorò il varnàsrama-dharma, il sistema sociale vedico; e come mai la nostra scuola devozionale accetti chiunque, da qualunque posizione sociale. Noi dobbiamo superare le restrizioni del sistema delle caste (varnàsrama-dharma), dei risultati delle nostre attività a Krishna (Krsna karmarpanam), e la devozione mista al desiderio di godere dei frutti dell’azione (karma-migra-blvakti). Tutti questi metodi sono stati rifiutati da Sri Caitanya Mahàprabhu.

II Suo slogan era; eho bàhya àge kaha ara: “Questi metodi sono esterni, vai più in profondità, vai più in profondità.” Quando Sri Caitanya Mahàprabhu chiese cosa ci fosse di più elevato di tutte queste differenti concezioni di teismo, Ràmànanda Ràya suggerì: jnàna-sunya bhakti, devozione pura. Allora Mahàprabhu disse: Sì è lì che ha inizio il vero teismo.

Karma e jnana

Questo significa che karma, attività interessata e jnàna, ricerca della conoscenza, non sono necessarie. E’ possibile iniziare una vita di bhakti indipendentemente da karma e jnana, da qualsiasi posizione. La bhakti ha bisogno di svilupparsi attraverso sukrti, attività pie devozionali, e attraverso ruci, il nostro intenso desiderio di conoscere Krishna. Questo è necessario, e non l’aspirazione a conoscere tutto (jnàna), o a dominare l’energia materiale (karma). Queste due strade conducono allo sfruttamento e alla rinuncia. Ma ovunque possiamo essere situati, se vogliamo entrare in contatto col Signore, basta semplicemente avere un po’ d’inclinazione all’ascolto delle Sue glorie da una sorgente appropriata, un santo autentico. Questo è l’inizio corretto della bhakti. E così uno può iniziare la scuola della bhakti, indipendentemente dalla posizione in cui si trova nel sistema sociale del varnàsrama. Per diventare coscienti di Krishna non occorre essere uomini saggi, energici, pieni d’opulenza e potere: l’unico requisito richiesto è che bisogna avere una ‘fame’ intensa del Signore. Uno deve trovare dolcezza, gusto nelle Sue parole e nelle Sue attività, quando vengono narrate da una sorgente appropriata, un santo genuino. Quel gusto lo porterà sempre più avanti nella dimensione più elevata.

Se i cercatori del potere e della conoscenza, i jnani e i karmi, vogliono ottenere il successo nella loro ricerca dell’infinito, alla fine dovranno abbandonare i loro attaccamenti, rompere il loro cerchio e giungere a quella posizione: dipendere dal gusto. II gusto è tutto. II gusto fa tutto ciò che lo riguarda, è la qualificazione più importante per un devoto. Qualunque posizione si occupi non ha importanza, grazie al proprio gusto per Krishna, si progredirà da ruci allo scopo ultimo della vita.

Per questo ci viene detto: “Abbandona tutto, e rifiuta anche ogni concetto di società e religione esteriore, sottomettiti esclusivamente a Krishna.” Senza esitare, bisogna prendere rifugio esclusivamente in Krishna con piena fiducia, abbandonando le cattive associazioni, tralasciando anche i principi regolatori che governano la società e la religione. Questo significa abbandonare tutti gli attaccamenti materiali.

Saranàgati: prendere completo rifugio sotto la Sua protezione.

La pianticella della devozione

Un devoto pensa: “Krishna è molto, molto dolce. Non posso fare a meno di Lui, non posso vivere senza gustare la Sua dolcezza.” Questo sentimento è il seme che può produrre la pianticella della devozione, che crescerà gradualmente fino a toccare i piedi di Krishna.

La pianticella crescerà, ma non cercherà sostegno nella dimensione di coscienza di questo mondo, ma crescerà sempre e sempre più in alto. Infine, quando raggiungerà la concezione personale dell’Assoluto, sperimenterà un certo tipo di soddisfazione: oppure non si fermerà lì, proseguirà fino a Goloka. Non si fermerà a quel tipo di devozione calcolata di Vaikhunta.

Superando quella dimensione, si eleverà allo stadio di devozione spontanea.

Tornare a Dio

E’ lì che troveremo il Signore dell’Amore. In quella dimensione l’Amore è l’elemento dell’adorazione. L’aspetto essenziale in quel regno, è la relazione dell’amore divino verso l’oggetto centrale. E’ lì che noi ci realizzeremo ottenendo un servizio in una posizione particolare in relazione a Lui. Questa è la vera necessità di chiunque: entrare nel regno dell’amore e ottenere un ruolo nel servizio d’amore alla rappresentazione centrale della dolcezza, amore e bellezza assoluti. Tale centro assoluto e disceso come Sri Caitanya Mahàprabhu, per invitare i Suoi servitori che si sono perduti da lungo tempo a tornare nella Sua casa.

Egli dice: “Sono venuto per invitarvi e portarvi tutti a casa Mia; venite con Me.”

Che fortuna abbiamo! Accettando la Sua proposta, essendo ammessi in quella linea, potremo facilmente tornare a casa, a casa da Dio. Questo è il nocciolo di tutte le religioni. Consapevolmente o meno, ogni anima è alla ricerca dell’amore divino. Ciononostante, differenti tipi di ostacoli intervengono per dissuaderci dai nostri propositi. Ma il cuore non sarà mai soddisfatto a meno che e finchè non saremo lì. Una volta iniziato, il nostro viaggio verso Krishna non potrà essere fermato in alcun modo: è solo una questione di tempo. Ere ed ere potranno passare, ma il nostro successo ultimo non può essere arrestato. Solo Krishna può veramente attrarci. Non possiamo gustare nient’altro dal profondo del nostro cuore, ne accettare nient’altro come nostra destinazione ultima. Noi vogliamo soltanto bellezza e amore, non potere e conoscenza.

Mendicanti d’amore

Potrebbe sembrare che noi vogliamo potere. A volte pensiamo che dobbiamo avere tutto: vogliamo tale capacità di controllo. Vorremmo che tutto fosse sotto il nostro controllo, che tutto ciò che vogliamo si realizzi. Ma questo non è ciò che vogliamo realmente. Può sembrare che vogliamo potere, ma non è il potere che può darci soddisfazione. E a volte possiamo pensare di voler sapere tutto. Potremo non desiderare di controllare tutto, ma desideriamo sapere tutto: non ci piace essere ignoranti. Ma anche questo non è quel fine ultimo che può soddisfare il nostro bisogno interiore: non è ciò che vogliamo veramente. Dovremmo essere educati su quello che è il nostro bisogno effettivo: la ricerca interiore dei nostri cuori. Se noi conduciamo tale ricerca in modo appropriato, scopriremo che siamo tutti mendicanti d’amore e d’affetto.

L’adorazione è il bisogno più profondo ovunque, che può essere soddisfatto completamente soltanto nei divertimenti di Krishna a Vrndàvana.

Questa conclusione è stata diffusa da Vedavyàsa, il compilatore delle scritture vediche. Anche filosofi contemporanei ammettono che Vedavyàsa ha presentato nei Veda, nei Purana, nel Mahàbaharata e nel Vedanta-sutra ogni possibile linea di pensiero filosofico. Nei suoi ultimi giorni della sua maturità filosofica, egli diede lo SrimadBhàgavatam, che culmina nella concezione dell’amore divino, Krsna-prema.

Noi vogliamo Krishna

Il desiderio più intenso e profondo dì ogni essere vivente è rivolto alla bellezza, all’amore, all’affetto, all’armonia; non al potere, alla conoscenza o altro. Questa è la diagnosi dell’intera creazione nel tempo e nello spazio: la causa comune di tutti è una.

E’ però raro che un’anima giunga a tale stato di chiarezza sul suo bisogno reale.

In questo mondo sono ben poche le anime veramente consapevoli del loro bisogno più interiore; poche quelle che realizzano: “Vogliamo Krishna!” Vogliamo Vrndàvana!” Non è facile trovare simili anime, e questo è menzionato in molte scritture. (Manusyànam sahasresu… narayana parayana… brahmananam sahasrebhy…)

C’è solo uno scopo: non ne sono necessari molti; solo uno, quello che noi vogliamo è una relazione d’amore divino. Una comprensione intellettuale della coscienza di Krìshna è impossibile. Proprio come un’ape non può gustare il miele leccando il barattolo esternamente, non si può entrare nel regno più elevato dello spirito attraverso l’intelligenza.

Come soggetti noi siamo subordinati al Soggetto Supremo. Dev’esserci seva, servizio. Seva è il fattore più importante. Nella Bhagavad-Gita è menzionato che: pranipata, avvicinare rispettosamente; pariprasna, fare domande con sincerità; e seva, attitudine a servire; sono necessari per entrare nel regno dell’amore divino. Solo con il servizio Krishna sarà soddisfatto e discenderà; solo allora saremo in grado di comprendere la natura della dimensione più elevata. Questa è conoscenza Vedica. Noi siamo tatasthà-sakti, potenza marginale, e se noi vogliamo conoscere qualsiasi verità riguardante la realtà superiore, dobbiamo realizzare che è più sottile della nostra esistenza: è super soggettiva. Questa verità può toccarci, ma noi non possiamo elevarci fino a quella dimensione di nostra volontà. Solo se ci viene data la grazia che può condurci su, noi possiamo andare. Colui che ha questa comprensione sarà in grado di contrastare tutti gli intellettuali esistenti.

L’intelligenza non è in grado d’entrare nell’area soggettiva più elevata.

Questa verità suprema è atindriya-manasa gocarah: oltre la dimensione dei sensi, della mente e dell’intelligenza. Quest’espressione; manaso vapuso vàco vaibhavam tava gocarah di Brahma, che afferma che Krisna è al di là del suo corpo, della sua mente e della sue parole, non è soltanto un’affermazione fatta con le labbra. Se vogliamo conoscere la verità assoluta, l’unica condizione per realizzarla è un’attitudine sottomessa. In tal modo Egli può essere soddisfatto del nostro tentativo e rivelarsi a noi. La rivelazione divina non è qualcosa da ricercare nell’ambito di questo mondo: dobbiamo avere un cuore sincero per servire.

Gli scienziati stanno scoprendo così tante cose meravigliose! Ma sono forse loro i creatori? O ciò che scoprono è già lì? Quelle verità meravigliose sono già lì. Soltanto che alcune di esse vengono scoperte. Non è una creazione degli scienziati, quindi loro non sono superiori a quella verità. E in ogni caso, loro possono conoscere solo una parte di esse, e soltanto dopo un certo sforzo. Ma la natura cosciente della realtà, la ragione superiore, è a loro sconosciuta, benchè possono continuare a ricercare. Qualsiasi cosa essi trovano è soltanto la copertura esterna, non la sostanza, non il vero spirito, na te viduh svartha gatim hi visnum. Nello Srímad-Bhàgavatam (7,5.30) è scritto:

matir na krsne paratah svato và mitho’bhipadyeta grha-vratànàm adànta-gobir visatàm tamisram punah punas carvita-carvanànàm

Lo Srimad-Bhàgavatam ci dice che noi possiamo cercare di entrare nel regno della realtà superiore attraverso l’intellettualismo, ma dovremo tornare indietro sconfitti nel nostro tentativo.

Se noi spingiamo per entrare in quel regno con l’intelligenza, torneremo indietro insoddisfatti, disperati, e vagheremo ancora nel mondo mortale.

Il mondo dell’esperienza dei sensi viene e va passando attraverso differenti fasi, ma non può entrare nel piano spirituale. Per entrare in quel regno, l’unico requisito è la sottomissione a un’autentico agente del divino. Lui può indicarci il processo, e se noi possiamo accettarlo, saremo in grado d’entrare in quel regno. Altrimenti dovremo vagare in questo mondo dell’esperienza dei sensi. Alcuni eruditi pensano che la conoscenza è la cosa più importante. Secondo costoro, se vogliamo entrare in quel regno, la prima cosa da fare è acquisire conoscenza attraverso l’erudizione, e quindi cercare l’amore.. Essi credono che soltanto grazie alla conoscenza è possibile comprendere cos’è l’amore divino, e in questo modo aver accesso in quel regno. Non apprezzano l’idea di jnana-sunya-bhakti, “devozione libera dalla conoscenza”.

Una volta il fondatore del Bharat Seva Ashrama Sangha, mi chiese di unirmi alla sua missione. Io gli dissi: “Ho già venduto la mia testa agli insegnamenti di Sri Caitanya Deva.” Egli disse: “Si, anch’io ho rispetto per lui, ma io dico che prima bisogna imparare l’indifferenza verso i piaceri mondani, come anche Buddha predicò. Poi puoi studiare il Vedànta di Sankara, capire qual è la giusta conoscenza e realizzare che tutto questo mondo non è nulla e che il Brahman, lo spirito, è tutto. Allora potrai avvicinarti al prema-dharma, l’amore di Sri Caitanya Deva, che anch’io considero l’obiettivo più elevato.” Io gli risposi: “Tu dici così, ma Sri Caitanya Deva non disse che noi dovremmo imparare l’abnegazione dai buddhisti e poi diventare esperti nella conoscenza del Vedànta nella scuola di Sankara, prima di andare da Lui. Egli diceva invece che in qualunque posizione ci si trovi, si dovrebbe cercare l’associazione di un vero Vaisnava e impegnarsi in sravana­-kirtana, l’ascolto e il canto delle glorie del Signore.” Quell’uomo rimase senza parole, non seppe più cosa dire.

Un’altra volta, il presidente dell’Arya Samaj venne a trovarmi a Karachi e mi disse: “Se il finito può conoscere l’infinito, allora Egli non è infinito.” Ma gli replicai: “Se l’Infinito non è in grado di farsi conoscere dal finito, Egli non è infinito.” E non seppe ribattere al mio argomento.

Tutti i diritti riservati

Non è possibile afferrare l’assoluto grazie ad una qualche nostra qualifica. Da chiunque Egli scelga di farsi conoscere, quella persona lo conoscerà. Questo è spiegato nelle Upanisad: “Egli non può essere conosciuto attraverso conferenze o discussioni, o grazie a una memoria acuta, o ad un’intelligenza vasta e geniale.”

Anche aver studiato approfonditamente le scritture non costituisce una qualifica: Krishna si riserva tutta l’indipendenza. C’è un solo modo grazie al quale è possibile conoscerlo: solo quelle persone da cui Egli sceglie di farsi conoscere, possono conoscerlo.

Diversamente tutti i diritti sono riservati alla Sua dolce volontà.

Come possìamo attirare la Sua dolce volontà? Questa è la domanda. Come possiamo catturare la Sua dolce volontà. Soltanto attraverso saranagati, sottomissione, aumentando il nostro lato negativo.

Dobbiamo pensare: “Sono così misero, senza la Tua grazia non posso vivere.” Dovremmo pensare in questo modo per cercare di suscitare compassione nel Suo cuore.” Dovremmo fare appello alla Sua comprensione, poiché noi abbiamo un bisogno estremo di Lui e senza la Sua grazia non possiamo vivere. Solo un sentimento così sincero può attrarre la Sua attenzione su di noi. Altrimenti non abbiamo alcuna possibilità di catturarlo: per questo l’attitudine negativa è raccomandata. La nostra preghiera è che noi siamo più bisognosi e sinceri.

Questo è l’unico modo per attrarre la Sua attenzione. Non si tratta di una speculazione o di una semplice opinione: è un fatto, è una realtà.

Una volta incontrai un sannyàsi molto erudito a Badarikàsrama, che prese le posizioni di un ateo nel corso di una nostra discussione. Egli disse: “Qual è l’evidenza dell’esistenza di Dio o dell’anima?” Allora io citai un verso dello Srimad-Bhagavatam (11.22.34):

atma parijnàna-mayo vivàdo

hy astiti nàstiti bhidàrta-nisthah

vyartho ‘pi naivoparameta pumsàm

mattah paràvrtta-dhiyàm sva-lokàt

Gli spiegai che sebbene l’atma, lo spirito, sia autoeffulgente, c’è una discussione costante che va avanti fra due gruppi opposti. Uno dice: “Dio esiste!” E l’altro: “No, Dio non esiste!”

Lo Srimad-Bhagavatam dice che l’atma è auto-effulgente, ciononostante constatiamo che un certo tipo di persone dice: “Egli esiste, noi lo vediamo perché Egli può essere visto!” Ma gli altri affermano: “Non è mai esistito.” Queste discussioni sono un’inutile perdita di tempo, e non hanno mai fine, perché? Perché ci sono coloro che hanno occhi per vedere Dio e coloro che non hanno occhi per vederlo o vedere il loro sé.

Quest’ultima categoria di persone ha deviato dalla coscienza di Dio. C’è una barriera fra loro e la coscienza del sé. Questa divergenza d’idee esiste a causa della loro ignoranza.

Coloro che hanno gli occhi diranno: “Il sole esiste.” Ma coloro che non vedono diranno: “No, il sole non c’è.” E così avanti per sempre: ciò non vuol dire che il sole non esiste. Può mostrare se stesso. E’ stata fatta un’analogia a questo riguardo. Un bambino nasce nella cella di un’oscura prigione e cresce lì, senza fare alcuna esperienza della luce solare. Un amico va a trovarlo da fuori e gli dice: “Vieni con me ti faccio vedere il sole.” E l’altro ragazzo acconsente e prende con se una lanterna, ma il suo amico gli fa notare che non è necessario. Al che lui ribatte: “Che dici? Pensi forse che sono sciocco? Com’è possibile vedere qualcosa senza l’aiuto di una lanterna!” L’amico allora lo prende per mano con decisione, e lo conduce fuori per mostrargli il sole. “Ah, questo è il sole!” Dice allora. “Grazie alla sua luce è possibile vedere ogni cosa.” L’anima è così. Dio è così. Può esser visto solo per mezzo della Sua stessa luce, solo grazie alla Sua luce possiamo vedere tutto.”

Egli è autoeffulgente. Grazie alla Sua luce Egli può mostrare sè stesso agli altri. Egli è la sorgente del sapere. E’ questa la giusta concezione di Dio: Egli esiste “autonomamente”. Non può esser visto con la nostra conoscenza, proprio come il sole non si può vedere con l’aiuto di un altro tipo di luce. Non è necessario che noi tentiamo di acquisire la coscienza di Dio tramite l’intelligenza e la conoscenza, La conoscenza di Dio è indipendente: viene va e di suo accordo. E se Egli viene a me, tutto viene a me. Ma niente può costringerlo a farsi vedere da noi. Non potete condurre il sole nella vostra cella: voi dovete andare dal sole e vedere le cose per la sua grazia. Allo stesso modo il Signore è autoeffulgente. Può esser visto solo grazie alla Sua stessa luce.

L’intellettualismo è una squalifica. Noi siamo interessati al jnana-súnya-bhakti: conoscenza-devozione. Affetto, attrazione, simpatia… queste sono tutte cose che provengono dal cuore. Possiamo vedere che senza molto cervello, un’animale può vivere, ma senza cuore nessuno può vivere.

Siccome il cervello è simile a un computer, gli animali non hanno un computer per fare calcoli. Gli animali possono seguire un tipo di conoscenza intuitiva e quindi agire inconsciamente. Uccelli ed animali capiscono quando sta per venire un terremoto, ma nessun calcolo umano può predirlo con esattezza. Molte sono le cose che il vostro cervello non può sentire, né afferrare; cose di cui gli animali hanno sentore in anticipo. E dopo una ricerca lunga ed approfondita, l’uomo non può trovare ciò che è al di là della sua ragione. La posizione della ragione e dell’intelletto è spiegata nello Srimad-Bhàgavatam (10.14.3)

jnàne prayàsam udapàsya namanta eva jivanti san-mukharitàm bhavadiya-vàrtàm sthàne sthitàh sruti-gatàm tanu-van-manobhir

ye pràyaso ‘jita jito `py asi tais tri-lokyàm

“Rigettando con forza qualsiasi tentativo nel campo intellettuale, dobbiamo coltivare dentro di noi uno spirito di sottomissione e cercare di vivere la nostra vita in associazione degli argomenti riguardanti il Signore. Naturalmente essi devono provenire da una fonte autentica. E non importa qual è la nostra posizione attuale. Chiunque e con tutto il cuore presta attenzione agli insegnamenti dei Suoi agenti divini con il pensiero, le parole e le azioni, può conquistare Colui che è altrimenti inavvicinabile”

Questo è il tipo di realizzazione raccomandata dallo Srimad-Bhagavatam che condanna il sentiero della conquista intellettuale:

sreyah srtim bhaktim udasya te vibho klisyanti ye kevala-bodha-labdhaye tesàm asau klesala eva sisyate nànyad yathà sthúla-tusàvaghàtinàm

“O Signore, coloro che tentano di avere una concezione chiara di Te attraverso il loro intelletto, scopriranno che i loro tentativi sono inutili.

I loro tentativi saranno frustrati proprio come quelli di colui che cercasse di battere il riso dalla pula.” (S.B.10.14.4). Allo stesso modo jinana, la conoscenza è una buccia vuota. L’energia e la conoscenza sono solo aspetti esteriori. La vera sostanza, il riso, è la devozione: l’amore. E’ questa la gustosa sostanza all’interno. Tutto il resto sono coperture (jnàna-karmady-anàvrtam). Ma ciò che sta all’interno è gustoso, eterno, benefico e bello: satyam, sivam, sundaram. La bellezza è realtà, l’estasi è realtà: tutto il resto è soltanto una copertura esterna. Se siamo troppo interessati alla copertura non potremo ottenere la sostanza. Allora la nostra vita sarà una delusione:

naiskarmyam apy acyuta-bhàva-varjitam na sobhate jnànam alam niranjanam kutah punah sasvad abhadram isvare na càrpitam karma yad apy akàranam

“La mera rinuncia non può essere considerata lo scopo ultimo della vita, per nessuno. Sebbene allo stadio liberato non ci sia la contaminazione della morte, nascita e malattia, neanche questo può essere considerato la perfezione. Che dire del karma, una vita d’intenso lavoro che non è fatto per la soddisfazione di Krishna?” (S.B.1.5.12)

L’unica cosa che può dare un senso sia al lavoro che al riposo è Krishna: Egli è il principio armonizzante d’entrambi. Se il lavoro è fatto come servizio a Krishna si trasforma in oro: non è più ferro. Se la rinuncia è collegata al servizio divino, solo allora ha un qualche valore.

Adamo ed Eva

Coloro che soffrono a causa di un duro lavoro, naturalmente desiderano riposare. Dipendono dal lavoro per vivere. Se vogliamo vivere dobbiamo faticare: ciononostante è considerata una vita disonorevole. Generalmente la nostra aspirazione è di vivere senza lavorare; siamo alla ricerca di una vita di pace e riposo, in cui non dobbiamo essere schiavi del lavoro. E’ questa la tendenza naturale della nostra vita di lotte e fatiche.

Nella Bibbia troviamo che, quando Adamo ed Eva erano sottomessi a Dio in paradiso, il loro sostentamento era automatico. Quando caddero, dovettero guadagnarsi il pane col sudore della fronte. Furono costretti a lavorare per vivere: una condizione di vita bassa e disonorevole. Ma se vogliamo vivere dobbiamo lavorare. Noi ci chiediamo: “Esiste una condizione in cui possiamo vivere senza lavorare?” Questa tendenza è presente fin dall’inizio della nostra vita: quindi noi aspiriamo a liberarci dal karma.

Buddha e Sankara

Sia la scuola buddhista che quella di Sankara, vogliono scoprire un luogo dove è possibile esistere senza faticare. Buddha dice che la vita stessa in sé, non è necessaria; che di fatto non c’è fatica, non c’è vita. Secondo la scuola buddhista, noi possiamo fare a meno della nostra esistenza. E’ una forma di mania mantenere la nostra esistenza all’interno di questo mondo travagliato; dobbiamo quindi liberarci di questa mania. Perché mai dovremmo vivere? Così tutti i buddhisti aspirano al nirvana, la cessazione dell’esistenza.

Sankaràcàrya dice: “Si, la vita esiste, ma questa vita non è desiderabile. Stiamo sempre soffrendo a causa di un qualche problema, piano piano il corpo declina e, infine, moriamo. Siamo messi alla prova da una morte lenta, da un veleno che agisce lentamente.”

E’ vero che la vita in questo mondo mortale è indesiderabile. Non è possibile mantenere l’individualità e al tempo stesso gustare una vera pace, una pace eterna. Dobbiamo quindi rinunciare al fascino di una vita individuale.

Secondo Sankara c’è uno Spirito Universale, e questa è una concezione sublime: noi non siamo altro che un suo riflesso. Quello Spirito si riflette ovunque, e per qualche ragione è stato creato questo misterioso ego individuale. Non dobbiamo dunque essere attaccati a mantenere questo falso ego, dobbiamo salvarci nello Spirito; e quando questo avverrà scopriremo che soltanto lo Spirito rimane.

Nella nostra condizione presente non c’è cura per la malattia della mortalità. A ogni momento perdiamo noi stessi, in un modo o nell’altro, e ciò non ha soluzione, ma Buddha e Caikara hanno dato solo una comprensione parziale.

Lo Srimad-Bhagavatam dice: “La soluzione giusta è praticare abnegazione e distacco dal mondo, vedendolo in relazione al servizio a Krishna. Quella conoscenza grazie alla quale si può ottenere la perfezione, mantenendo la propria individualità, è possibile solo con la bhakti, la devozione, la dedizione.

Con lo sfruttamento dobbiamo morire. Con l’abnegazione c’immergiamo in una specie di “zero” (Viraja, Brahmaloka); in un luogo sconosciuto per non riemergere mai più da esso. Io raccomando invece, quel tipo di rinuncia e di conoscenza che è abbracciata dalla devozione, dalla dedizione a Krishna. Se tu lo accetti, il tuo sé interiore, il tuo vero sé, può vivere per sempre una vita felice.” Naiskarmyam significa assenza della sofferenza procurata dal duro lavoro. Lavorare per amore è l’innata funzione dell’anima. Nella nostra concezione ordinaria, il lavoro produce una reazione. Mentre lavoriamo le cose diminuiscono e svaniscono, attaccate dalla morte. Ma queste difficoltà sono state eliminate dalle raccomandazioni date nello Srimad-Bhàgavatam.

Lo Srimad-Bhàgavatam raccomanda vairagya e jnana combinate con la bhakti, una vita di devozione. Il Bhàgavatam dice. “Rigettate lo sfruttamento e la rinuncia. Non dipendete da essi, perché possono essere assorbite dalla dedizione. Rinuncia e conoscenza sono complete nella dedizione, e allo stesso tempo è possibile mantenere la propria individualità.”

Lo Srimad-Bhagavatam ha armonizzato la conoscenza e la rinuncia, dando loro vita nella devozione. Attraverso la devozione noi possiamo mantenere la nostra individualità, la nostra attività, la nostra prospettiva, e allo stesso tempo essere immersi nella pace e nell’estasi. Lo Srimad­Bhàgavatam ci offre una vita eterna e felice, semplicemente aggiungendo la dedizione a jnana e karma.

Lavoreremo, agiremo con vigore, ma non rientreremo sotto la giurisdizione del karma, che produce una reazione. La vostra energia sarà usata per il centro.

La Bhagavad-gita ci dice: “Lavora solo per il centro, altrimenti sarai legato dalle reazioni delle tue azioni.” Spiega chiaramente come una vita veramente lodevole sia possibile se ci dedichiamo al centro più elevato: ciò non è disonorevole, nè faticoso. Quindi noi intraprenderemo questa via che lo Srimad-Bhàgavatam raccomanda. Se saremo attenti, e cercheremo di seguire il consiglio che proviene da una fonte autentica, da persone veramente sante, saremo situati in modo appropriato e svilupperemo la giusta comprensione. E tutto sarà armonizzato: chi ha questa realizzazione sarà vittorioso su tutte le suggestioni e le varie concezioni della conoscenza.

Solo con la devozione, con la dedizione a Krishna, possiamo diventare liberi facilmente dall’ignoranza in questo mondo di sofferenza.

Essere devoti significa servire. II servizio è tutto. La nostra vera vita la troviamo nel dedicare noi stessi nell’offrire noi stessi; non nell’auto-apprezzamento. Possiamo vivere nel servizio: tutte le difficoltà saranno rimosse se aderiamo al principio della dedizione. E’ lì che troveremo tutto: la nostra individualità, l’ambiente più favorevole, la prospettiva più elevata. L’unica cosa che deve cambiare è l’angolazione della nostra visione, che dev’essere acquisita attraverso il centro. Dobbiamo cercare di capire come tutto sarà visto in relazione al centro. Qualunque cosa vediamo, dovremmo cercare di studiare la sua posizione rispetto al centro, e osservando da quest’angolazione, stabilire la nostra relazione con ogni cosa. Se riusciamo a sviluppare questo tipo di visione, otterremo sollievo da tutto ciò che è indesiderabile: questo è l’insegnamento dello Srímad­Bhàgavatam. È questa la specialità della filosofia Bhàgavata, che cerca sempre di stabilire la concezione dell’amore divino, del sentimento divino e del divino sentire, al di là dell’intellettualismo e del dominio sull’energia.

I maestri di potere e conoscenza non hanno alcun valore, se non hanno il maestro dell’amore; d’altro canto, se chi è privo di potere e conoscenza entra nel regno dell’amore, nella sua vita avrà successo. Il suo agire non sarà più considerato lavoro che produce reazione (karma), e la sua conoscenza sarà vera conoscenza di Krishna (sambandha­jnana). La vera conoscenza su Krishna, la Sua paraphernalia, e chi è nel mondo spirituale, non si trova all’interno della giurisdizione della conoscenza che possiamo acquisire attraverso la ricerca scientifica. Devarsi Nàrada andò da Vedavyàsa e gli raccomandò: “Devi spiegare chiaramente questo concetto nel libro che stai scrivendo. Nei Veda, nelle Upanisad e nel Mahabarata hai trattato dei differenti aspetti della conoscenza e dell’azione, ma non era molto chiaro. Adesso chiaramente e in modo definitivo dovresti descrivere il pieno successo della vita, indipendente dalla conoscenza e dal potere.” E’ possibile ritrovare la ricchezza perduta, indipendentemente dall’energia e dalla ricerca intellettuale.

Il sigillo dell’ego

Dobbiamo soltanto rompere il sigillo dell’ego, e il flusso naturale dell’amore divino scorrerà e verrà automaticamente in aiuto della sua stessa causa. C’è un piano per noi, grazie al quale possiamo tornare a casa. Non lo vivremo come un viaggio noioso e faticoso. Saremo trasportati dalla nostra attrazione naturale, che è indipendente da una guida esterna. La nostra tendenza interiore all’amore divino può comprendere la sua origine, ha il dono naturale dell’attrazione naturale. Ci sarà quest’attrazione automatica per la nostra casa; non è necessaria alcuna ricerca scientifica.

Dovremmo piuttosto mettere fine al nostro intellettualismo, alle nostre ambizioni e alle nostre aspirazioni. Non sono necessarie. E’ una corsa pazza. Il cuore la rifiuterà. Non ci sarà posto per alcun sospetto; è una relazione completa, naturale ed infallibile. Per questo dovremmo cercare di trovare quella cosa naturale, che non può essere acquisita come risultato di un lungo programma di ricerca. E’ qualcosa di naturale: solo l’artificialità che è dentro di noi dev’essere rimossa ed abbandonata per sempre. I risultati che noi avremo acquisito durante il nostro lungo e falso viaggio evaporeranno.

Non avremo più problemi, questo è certo. Non ci sarà reazione, ne bisogno di trovare nuove invenzioni o nuove scoperte. Una volta acquisita quella realizzazione vedremmo come il nostro cosidetto “progresso civile” è superfluo.

Non è richiesto nessun intelletualismo.

Proprio come un bambino conosce sua madre, noi possiamo riconoscere la nostra vera casa. In mezzo a tante mucche, un vitello correrà da sua madre. Hanno un che d’istintivo, di naturale, che li guida. Allo stesso modo non è necessario alcun esperimento, investigazione o sospetto. La devozione a Krishna è automatica, naturale, felice e spontanea. E’ una vita spontanea un flusso automatico, un movimento naturale. Il nostro vero interesse è l’amore. L’amore è indipendente da tutto. E’ la sostanza più profonda e interiore della nostra esistenza. “Cerca d’immergerti profondamente nella realtà.” Ci è stato detto. “Immergetevi profondamente nella realtà, e troverete la vostra casa in quel regno divino. Siete figli di quel regno:’ Questo è il messaggio dello Srimad-Bhàgavatam e di Sri Caitanya Mahàprabhu. Questa non è una concezione qualsiasi, un sogno confuso ed astratto, ma la realtà più intensa e concreta.

Sri Caitanya Mahàprabhu lo dimostrò col Suo carattere, cercando intensamente Sri Krishna e impegnandosi intensamente nel lila di Krishna, ignorando ciò che al mondo esterno appariva concreto. Dimenticò tutto, disprezzò tutto quello che a noi sembra molto importante, trascurando qualsiasi attività e qualsiasi concetto di dovere. Egli s’impegnò profondamente ed intensamente nel krsna-lila, immergendosi completamente in esso; tanto che tutto il Suo cuore ne fu catturato, al punto d’apparire perduto esteriormente.

Il Santo Nome

“Rupa Goswami Prabhupada dice che il nome di Krishna, la Sua forma, le Sue qualità, i Suoi eterni associati e tutto ciò che lo riguarda, non è materiale, ma puramente spirituale. Non possono essere percepiti coi nostri sensi grossolani. Semplicemente vibrando il suono “Krishna”, le nostre lingue non possono produrre ‘Krishna’, il nostro naso non può catturare la fragranza trascendentale del Suo corpo, i nostri occhi non possono avere la visione della Sua bella persona che è soprannaturale. E questo è vero non solo per i nostri sensi fisici, ma anche per la mente. La nostra mente non può concepire Krishna. Egli è trascendentale. La Sua esistenza trascende tutta la conoscenza in nostro possesso.”

Il Santo Nome

Per aver effetto, il santo nome di Krishna deve avere una qualità divina. Il santo nome di Krishna può scacciare tutto ciò che è indesiderabile in noi; ma il nome deve essere carico di una concezione realmente spirituale. Non deve essere una mera imitazione fisica prodotta con l’aiuto della lingua e delle labbra. Quel suono non è il santo nome. Per essere genuino il santo nome di Krishna, Hari, Visnu, o Nàràyana dev’essere vaikuntha-nama: deve avere un’esistenza spirituale, un sostegno divino. Questo principio divino è fondamentale nel vibrare il santo nome.

Noi siamo interessati a quella vibrazione che ha una profondità spirituale.

L’imitazione fisica del santo nome, non è il vero nome; non è sabda-brahma, suono divino. La sola imitazione può provenire dal piano della concezione mondana. Il santo nome di Krishna significa suono divino, deve avere una qualche base spirituale. Qualcosa di spirituale dev’essere distribuito attraverso il suono fisico. Nel caso di una medicina in capsula, la capsula non è la medicina; la medicina è dentro. Esternamente, una capsula vale l’altra, ma è possibile che in una ci sia del medicinale e in un’altra del cianuro. Non è la capsula in sé la medicina. Così, il suono del nome di Krishna non è Krishna: Krishna è all’interno del suono.

Il santo nome dev’essere sovraccarico dello spirito adatto e non di un qualche sentimento mondano. Persino i seguaci della scuola impersonalista di Sankara, credono che il nome non è confinato all’interno della giurisdizione del suono fisico. Loro lo considerano all’interno del piano mentale, della piattaforma del sattva-guna. Sfortunatamente essi pensano che il santo nome è il prodotto di maya. o fraintendimento; concludono così che i nomi di Hari, Krishna, Kàli e Siva sono tutti la stessa cosa. La Ramakrishna Missione la scuola Sankara, predicano entrambe in questo modo. Ma anche questa concezione ha origine dal piano del fraintendimento.

II suono divino

Il suono divino del nome puro (suddha-nàma) deve avere origine al di là del regno del fraintendimento o maya. L’estensione dell’influenza di maya raggiunge il pianeta più elevato di questo mondo materiale, Satyaloka. Oltre Satyaloka c’è il fiume Virajà e il regno della coscienza, Brahmaloka, quindi il cielo spirituale o Paravyoma. Il puro nome di Krishna deve avere la Sua origine nel Paravyoma, il cielo spirituale. E se noi continuiamo ad analizzare, arriviamo alla conclusione che il santo nome di Krishna proviene dal piano originale di tutta l’esistenza: Braja, Goloka. In accordo a questa comprensione il suono deve avere la sua origine nel piano più elevato del mondo spirituale, Vrndàvana: questo dev’essere considerato il nome genuino di Krishna. La mera vibrazione del suono non è il santo nome di Krishna. E’ necessaria un’autentica concezione del santo nome; non solo per liberarci da questo mondo illusorio, ma anche per ottenere il servizio a Krishna in Vrndàvana. Soltanto il vero nome di Krishna che ha origine nella dimensione di Vrndàvana può elevarci e condurci là.

Altrimenti, benchè lo spirito sia all’intemo del nome, se il suono da noi vibrato è basato su una concezione differente, può condurci soltanto a quel livello. Ciò è abbastanza scientifico e ragionevole. La parola krsna in sé non è il santo nome. Ciò che è importante è il significato, la concezione profonda del significato del nome. Questo è ciò che conta più di tutto.

C’è una bella storia che illustra questo punto. Quando il nostro maestro spirituale Srila Bhaktisiddhànta Sarasvati Thàkura era un ragazzo, lui e suo padre, Bhaktivinoda Thàkura, andarono a visitare il luogo santo di Kulinagràma, che si trova nel distretto di Hoogly, vicino a Calcutta. Kulinagràma era il villaggio dove il grande devoto Haridàsa Thàkura e altri famosi Vaisnava vivevano; era anche la residenza di quattro generazioni di devoti.

Il tempio infestato dai fantasmi.

Essi dunque, andarono a visitare quell’antico luogo santo. Proprio prima di entrare nel villaggio, passarono vicino ad un vecchio tempio. Improvvisamente un uomo uscì dal tempio e gli chiese umilmente: “Per favore rimanete qui per stanotte. Domani mattina potrete andare al villaggio e prendere il darsana dei luoghi santi”

Bhaktivinoda Thàkura ed il nostro guru maharàja, che a quel tempo era solo un ragazzo, si fermarono lì per la notte. Proprio nel cuore della notte, mentre stavano riposando, Bhaktivinoda Thàkura ebbe un’esperienza insolita. S’accorse che venivano lanciati dei mattoni e dei sassi da differenti direzioni. Egli pensò: “Che succede? Chi è che lancia tutti questi sassi?” Pensò quindi che il luogo fosse infestato dai fantasmi. Cominciò a cantare il maha-mantra Hare Krishna ad alta voce. Dopo un po’ di tempo tutto si acquietò, e Bhaktivinoda Thàkura e Srila Bhaktisiddhànta passarono tranquilli il resto della notte.

A1 mattino si recarono al villaggio per visitare i luoghi santi. Dopo un po’ di tempo furono avvicinati da alcuni gentiluomini del posto che gli chiesero: “Siete arrivati molto presto stamani. Da dove venite e dove avete trascorso la notte?”

Bhaktivinoda Thàkura rispose che avevano dormito nel tempio appena fuori dal villaggio. Uno di loro disse: “Com’è possibile? E’ infestato da molti fantasmi che lanciano sassi e mattoni a chiunque passi lì la notte.”

Allora Bhaktivinoda Thàkura disse: “Si, è vero. Ma quando il fenomeno si è verificato ho cantato il mahà-mantra Hare Krishna ad alta voce, e non siamo stati più disturbati.” Uno degli uomini volle quindi sapere chi fosse e da dove venisse. Quando seppero che era Bhaktivinoda Thàkura, qualcuno, tra loro, aveva letto alcuni dei suoi libri e sentito parlare di lui, gli diedero il benvenuto e li condussero a visitare i luoghi santi che non conoscevano.

Ad un certo punto essi dissero a Bhaktivinoda Thàkura: “L’uomo che prima era sacerdote in quel tempio, è diventato fantasma dopo aver lasciato il corpo. Da allora in poi ha sempre causato disturbo. Come mai è diventato un fantasma? Come sacerdote egli cantava regolarmente. Possiamo testimoniarlo; tutti l’abbiamo udito. Non riusciamo a capire come sia potuto diventare un fantasma. Potresti spiegarcelo?”

Il suono prodotto dalle labbra

Bhaktivinoda Thàkura affermò che quel sacerdote sicuramente ripeteva soltanto le sillabe del nome, il nàma­-aksara. Quello che lui produceva era solo un suono “mayik”, un suono fisico pronunciato solo con le labbra. Non c’era in esso essenza spirituale; la vita del nome era assente quando lui lo recitava. Era una canto offensivo, nama-aparàdha. A sua volta chiese: “Com’era il suo carattere?” Essi gli risposero: “Non era una brava persona. Faceva molte attività peccaminose. Ma non possiamo negare il fatto che cantasse quasi sempre il nome del Signore? Com’è potuto diventare un fantasma?”

Bhaktivinoda Thàkura spiegò che il suono fisico del nome, non è il nome vero e proprio. Il sacerdote faceva offese al santo nome (nàma-aparadha) e di conseguenza era diventato un fantasma.

Gli chiesero: “Com’è potrà essere liberato da una condizione così infelice?”

Bhaktivinoda Thàkura disse: “Incontrando un sàdhu autentico, che ha una connessione genuina con Krishna, e ascoltando il vero nome, e la spiegazione corretta della Bhagavad gita o dello Srimad-Bhàgavtam dalle sue labbra, allora potrà essere liberato dalla sua condizione. E’ affermato nelle scritture che questo è l’unico modo per liberarsi dai legami della natura materiale.”

Dopo questa discussione Bhaktivinoda Thàkura e Bhaktisiddhànta Sarasvati lasciarono Kulinagràma. Da quel giorno in poi cessarono tutti i disturbi causati dal fantasma. Gli abitanti del villaggio erano meravigliati. Uno di loro disse: “Quel sacerdote dev’essere stato liberato dalla sua condizione infelice dopo aver ascoltato il santo nome cantato da Bhaktivinoda Thàkura.

Quando cominciarono a volare sassi e tegole, Bhaktivinoda Thàkura cantò il santo nome a voce alta e, gradualmente, sentendo il santo nome di Krishna, quell’anima è stata liberata dalla sua condizione infelice.”

Dopo questo episodio molte persone andarono a vedere Bhaktivinoda Thàkura, dicendogli: “Noi crediamo che tu sei un grande Vaisnava, perché dopo aver ascoltato dalle tue labbra il santo nome di Krishna, quel fantasma è stato liberato.” Questa storia fu pubblicata su di un giornale e Srila Bhaktisiddhànta Prabhupàda era solito raccontarla.

Il punto è che il nome esterno non è il vero nome.

La cosa più importante è la realizzazione spirituale che sta dietro il nome, e quello è il vero nome. Altrimenti anche un registratore può pronunciare il nome di Krishna; anche un pappagallo, ma il suono fisico in sé non è la vera sostanza. Alla base dev’esserci la verità spirituale, che è cosciente. Questa conoscenza suprema è al di là della conoscenza di questo piano mondano.

Il nome trascendentale

Questa comprensione è confermata da Rúpa Goswàmi Prabhu in questo verso:

atah sri-krsna-nàmàdi

na bhaved gràhyam indriyaih

sevonmukhe hi jihvàdau

svayam eva spuhuraty adah

Egli dice che il nome di Krishna, la forma, le qualità, gli eterni associati, tutto ciò che lo riguarda, non è mondano, ma puramente spirituale. Non può essere percepito coi nostri sensi grossolani.

Semplicemente vibrando il suono Krishna, le nostre lingue non producono Krishna, i nostri nasi non possono sentire la fragranza trascendentale del Suo corpo e i nostri occhi non possono vedere la Sua bella persona. Questo è vero non soltanto per i sensi fisici, ma anche per la mente. La nostra mente non può concepire Krishna. Egli è trascendentale. La Sua esistenza trascende tutta la conoscenza in nostro possesso.

Noi non siamo il soggetto e non possiamo fare di Krishna il nostro oggetto. Egli, è il soggetto. Egli esiste al di là dell’àtma e del paramatma. Non dovremmo mai dimenticarlo. Dovremmo sempre ricordarci del piano in cui Lui esiste. Come anime finite noi siamo tatastha jiva, la potenza marginale del Signore. La minuscola anima può conoscere soltanto ciò che è più grossolano di lei, mentre non può conoscere ciò che è più sottile di lei. Una connessione con quel regno supremo è possibile quando nella piattaforma più elevata si desidera elevare ciò che è inferiore al proprio livello.

Quindi capire il Signore è possibile solo attraverso la sottomissione (sevoumukhe hi jihvàdau).

Schiavitù divina

Se accettiamo di sottometterci, se possiamo “morire” così come siamo e sottomettere a Lui la parte più profonda e intima di noi stessi, per la sua volontà saremo facilmente trasportati fino alla piattaforma spirituale. In questo spirito la nostra anima diverrà come un filo d’erba e verrà trasportata verso il centro dell’infinito. Non pensiamo di poter entrare là camminando pieni d’orgoglio così come facciamo qui, in questo mondo materiale grossolano. Qui camminiamo coi nostri piedi, ma lì cammineremo con le nostre teste. Soltanto per la grazia del Signore su di noi, potremo attrarre quella dimensione e farci trasferire lì.

Tutto là è qualitativamente superiore alla nostra stessa esistenza. La sostanza di quel regno divino, l’atmosfera, l’aria, l’etere; ogni cosa: lì è superiore a qualunque nostro valore. Soltanto coloro che possiedono uno spirito sincero di servizio ottengono il permesso di entrare a far parte di esso; e una volta lì, costoro saranno situati nella posizione più elevata dell’amore divino dai residenti di quella dimensione: essere venerabili, generosi, affettuosi e colmi di ogni benevolenza.

Abbiamo come prospettiva la possibilità di andare lì, ma sempre attraverso la grazia e mai per diritto.

Dobbiamo accettare questo credo fin dall’inizio. Ciononostante, l’atmosfera lì è così gioiosa e piena d’amore che non si avverte nessuna distinzione fra schiavo e padrone. Uno schiavo lì, non ha motivo d’essere schiavo. C’è un’unica famiglia. Avendo ottenuto la condizione di schiavitù divina, bisognerebbe fare la seguente considerazione; “Sono uno schiavo, la generosità di Krishna e dei Suoi associati eterni è tutta la mia ricchezza.” Ma per il potere di Yogamaya coloro che vengono introdotti in quella dimensione dimenticano di essere schiavi. E’ questa la grandezza e la magnanimità di quell’atmosfera, in cui l’amore fluisce con grande intensità. E’ veramente soltanto grazie al loro amore, e non alla nostra buona fortuna, che possiamo ottenere d’entrare a far parte di quel regno nobile ed elevato.

Per realizzare tutto questo dobbiamo prima realizzare la posizione spirituale del nome di Krishna, della Sua forma e dei Suoi eterni associati. Il nome di Krishna non è materiale. Non possiamo catturare il nome di Krishna, semplicemente vibrando le sue sillabe con la lingua. Ràvana voleva catturare Sitàdevi e credette di esserci riuscito. In realtà egli non potè nemmeno toccare il santo corpo di Sitàdevi. Ciò che Ràvana catturò fu soltanto una rappresentazione mondana di Sitàdevi, un vero doppione materiale, un’imitazione simile ad una statua. Ma Sitàdevi era un’altra cosa: Lei non è fatta di carne e sangue. Per una persona di questo mondo è impossibile avvicinare Sitàdevi e il regno divino a cui lei appartiene. Una persona indegna non può vedere, sentire o entrare in quella dimensione, che dire di rapire Sitàdevi e portarla via! Le scritture ci spiegano che la cattura di Sitàdevi fu un’esibizione: Ràvana venne imbrogliato. Naturalmente tutto questo aveva uno scopo, serviva a dare uri insegnamento alla gente di questo mondo materiale, ma nella realtà nessun Ràvana può entrare in contatto con un’eterno associato del Signore che vive eternamente a Vaikuntha. Allo stesso modo, nessuna persona materialista può ‘toccare’ un nome di Vaikuntha semplicemente imitandone il suono.

Recentemente mi è stato chiesto a proposito di un ragazzo morto in un incidente. Mi è stato riferito che è morto gridando il nome di Krishna, e così volevano sapere quale sarebbe stata la sua destinazione. Ho spiegato che essere giovani o vecchi non è una qualifica ai fini della realizzazione spirituale. In accordo al tempo, al luogo e alla mentalità della persona in questione, quel suono può essere genuino, oppure nàmàbhàsa, l’ombra del vero nome.

II nome nazionale

Quando Gandhi fu colpito gridò: “Ràma! Ràma!” Fu colpito al petto e i suoi occhiali caddero sulla strada. Lasciò il corpo in mezz’ora pronunciando le parole: “Ràma! Ràma!” Stava per tenere una conferenza religiosa, ma la sua mentalità era piena di pensieri sul progresso della nazione. Così nel suo caso, la vibrazione del nome può aver lavorato su di un piano di formazione per la nazione. Per comprendere la destinazione di una persona al momento della morte dovremmo chiederci: “Qual’era la sua mentalità?” A volte il canto può essere nàmàbhàsa, l’ombra del nome. Che sia o meno suddha nàma, il nome genuino, dipende dal sistema mentale della persona che lo sta pronunciando. Dipende dalla sua relazione con Krishna, dalla sua intenzione.

“Gopi, Gopi, Gopi”

Qualche giorno prima di prendere sannyàsa, Sri Caitanya Mahàprabhu stava recitando “gopi, gopi, gopi “. Nell’udirlo un bràhmana tantrico pensò di dargli alcuni consigli. “Pandit” disse “Tu sei un erudito, conosci le scritture, perché dunque reciti il nome delle gopi? Che beneficio otterrai? Nelle scritture è detto che recitando i nomi di Krishna si ottengono dei benefici, ovunque trovi quest’affermazione e specialmente nei Puràna. Perché reciti gopi, gopi allora?” Arrabbiato a causa dell’ignoranza del bràhmana, Sri Caitanya Mahàprabhu, nel sentimento di seguace delle gopi, prese un bastone e lo rimproverò dicendo: “Sei venuto dal campo nemico per convertirci a diventare seguaci di Krishna?” Poi lo rincorse per picchiarlo con il bastone. In questo esempio vediamo che Sri Caitanya Mahàprabhu stava cantando il nome delle gopi anziché quello di Krishna, e quando gli fu consigliato di cantare il nome di Krishna s’arrabbiò. Cosa c’è da comprendere tra le righe? Per capire il risultato del canto dei santo nome, dobbiamo esaminare lo scopo velato di colui che lo canta. A volte il suo canto può avere dei risultati, ma non sempre. Ciononostante Jíva Goswàmí menziona il seguente esempio, come evidenza del fatto che il santo nome può produrre dei risultati, anche quando chi lo pronuncia non è pienamente consapevole di tutto il suo significato.

Una volta un cinghiale attaccò un musulmano che subito si mise a gridare: “Hàrama! Hàràma!” Ha Rima vuol dire, ‘che orribile maiale!’ D’altro canto Ha Rima vuol dire ‘il Signore’, colui che ha permesso ad un porco d’attacarmi. In qualche modo il Signore Ràma fu invocato, e il santo nome ebbe un’influenza divina sul musulmano che ottenne la liberazione.

Un altro esempio dato dalle scritture è quello di Valmíki. Prima di diventare un santo, il saggio Valmiki era un bandito. Ma il grande saggio Nàrada aveva un piano per aiutarlo. Nàrada pensò: “Questa persona è il bandito più famoso e feroce che io conosca, proverò a sperimentare su di lui l’effetto del santo nome di Ràma.”

Ma Valmíki non riusciva a pronunciare il nome di Ràma. Allora Nàrada gli disse di recitare ‘marà , che vuol dire ‘omicidio’. Il bandito rispose: “Si, questo posso farlo è proprio l’opposto di Ràma.” E così cominciò a cantare, ‘mara-mara-mara-rnara-mara-mara-rnara. Dopo un po’ di tempo, mara era diventato rama. Così la mentalità di Valmíki gradualmente cambiò. E’ dunque possibile che il nome produca dei risultati, anche se chi lo pronuncia non è consapevole del suo significato. Questo viene definito nàmàbhasa: l’ombra del nome, e può dare la liberazione, Ma un vero devoto non vuole la liberazione. Vuole entrare nel regno del servizio divino.

II suono e i suoi risultati dipendono dall’attitudine con cui accettiamo e dalle qualità che siamo in grado di concepire, perché vàikuntha nàma è infinito. In quella dimensione il nome è identico alla sostanza che indica. Quando il nome è identico all’aspetto originale della sostanza che indica, quello è il vaikuntha nàma. Qui, in questo mondo, il nome di un uomo cieco può essere Padmalocana, che significa dagli occhi simili ai petali di loto; il nome può essere completamente diverso dall’oggetto indicato. Ma a Vaikuntha, nel regno infinito, il nome e l’oggetto sono identici. Per sperimentare il vaikuntha nàma bisogna evitare sia nàma-aparadha, le offese al santo nome, sia nàma-bhasa, l’ombra del santo nome. Con nama-bhasa otteniamo un po’ di sollievo dai legami di questo mondo materiale, con nama-aparàdha diventiamo ancora più legati a questa manifestazione illusoria. Il suono fisico ordinario non può rappresentare il vero nome che è soprannaturale.

E’ detto che un solo nome di Krishna può rimuovere più ignoranza e peccati di quanto uno possa mai commetterne. Ma quale dev’essere la qualità di quell’unico nome? Possiamo cantare così tanti nomi di Krishna, senza mai ottenere il risultato dato dal canto di un solo nome genuino. C’è una grande differenza tra il suono ordinario del nome, il nome superficiale, e il puro nome. II nome puro è identico a Krishna, e discende al nostro livello soltanto per la Sua grazia.

Non possiamo vibrarlo semplicemente con uno sforzo, o muovendo le labbra e la lingua. II puro nome di Krishna viene dal profondo del cuore e non dalle labbra, e poi va oltre il cuore e raggiunge la terra di Krishna. Quando Krishna discende il suo nome passa attraverso il cuore e muove le labbra e la lingua. Quella vibrazione è il santo nome di Krishna, krsna-nàma.

Potere negativo

Quando Krishna, nella forma di suono, discende dal mondo trascendentale nel cuore, e dal cuore, controllando ogni aspetto del sistema nervoso, affiora sulle labbra e inizia a danzare, quello è krsna-nàma. L’iniziativa parte dal mondo trascendentale. Quel suono non è prodotto nell’ambito di una dimensione fisica. Il suono spirituale è disceso in questa dimensione: Egli è disceso, ma noi non possiamo raggiungerlo facilmente. Egli è il Soggetto Supremo; noi siamo il Suo oggetto. Non possiamo interferire con la Sua indipendenza. Soltanto col potere di segno negativo che è la sottomissione, possiamo attrarre il Supremo Positivo fino alla nostra dimensione. Quindi il santo nome non è un prodotto dei nostri sensi. Può essere realizzato soltanto quando noi lo avviciniamo con una profonda attitudine di servizio. Allora Krishna stesso, attratto dalla nostra natura servizievole, discenderà per la Sua grazia. Egli può influenzare questo elemento e produrre il suono trascendentale e danzare all’interno di questa dimensione mondana. Questo è il santo nome, il nome vaikuntha. Il vero nome di Krishna non può essere prodotto dalle nostre labbra. Il suono creato da noi mentalmente o fisicamente non è Krishna. Egli è indipendente da qualunque suono noi possiamo produrre e ciononostante, poiché Egli controlla tutto, può apparire ovunque, in ogni forma, in ogni dimensione e in ogni suono. Questo è confermato nella Bhagavad-gita (4.6).

Krishna dice: “Quando Io vengo qui, grazie al potere della mia potenza interna rimuovo l’influenza della potenza esterna e appaio ovunque.”

L’ondata mondana è respinta, proprio come un aereo che vola respinge l’influenza dell’aria e del vento con il suo passaggio. Rimuovendo l’influenza delle onde materiali, Egli appare all’interno di questo mondo per la potenza della Sua stessa forza.

Il Signore dice: “Per il potere della mia forza Io rinnovo questa energia materiale grossolana. E così che vivo e agisco in questo mondo.”

Le leggi della natura materiale non si applicano a Lui. Egli ha un potere speciale e per mezzo di tale potere Egli sottomette le leggi della natura materiale e discende qui. Egli ha ciò che vuole con la Sua potenza. Ovunque Egli vada le leggi della natura materiale si ritirano cedendogli il passo. E’ così che Egli appare nel regno del suono come santo nome.

La vera importanza del nome non si trova nelle sue sillabe, ma nel significato di quel suono divino.

Alcuni eruditi argomentano dicendo che nel Kali-santorana Upanisad, il Signore Brahma dice che il mahà-mantra Hare Krishna è pronunciato in modo appropriato quando il nome di Rama precede quello di Krishna: “Hare Ràma, Hare Ràma, Ràma Ràma, Hare Hare/ Hare Krishna, Hare Krishna, Krishna Krishna, Hare Hare.”

Krishna Nama

Nel Kali-santorana Upanisad, l’Hare Krishna maha-mantra è dato in questo modo.

Ma dire che il nome di Rama deve precedere quello di Krishna nel mantra, è una comprensione superficiale. E’ detto che poiché proviene dalle Upanisad, il mantra “Hare Krishna” è un mantra vedico, e come tale impronunciabile da parte delle persone ordinarie; per questa ragione Sri Caitanya Mahàprabhu avrebbe riaggiustato il mantra cambiando l’ordine delle parole: per poterlo dare a chiunque senza mancare di rispetto alle ingiunzioni vediche. Alcuni devoti dell’Uttar Pradesh, che hanno un grande affetto per Sri Caitanya deva, amano dare questa opinione. Ma la nostra fede è che, il menzionare prima “Hare Rama” è solo una questione superficiale; è collegata all’idea che, poiché Rama-avatara è apparso prima di Krishna, il nome di Rama dovrebbe essere pronunciato per primo. Una lettura più profonda prenderà in considerazione il fatto che quando due cose simili sono collegate fra loro, la priorità non scaturisce dalla sequenzialità storica, ma dalla concezione più elevata. Il santo nome di Krishna è più elevato del santo nome di Rama. Questo è menzionato nei Purana: tre nomi di Rama equivalgono a un nome di Krishna. Il nome di Krishna è superiore a quello di Rama e quando i due nomi sono in connessione, la prima posizione deve essere data a quello superiore. Quindi il nome di Krishna deve essere il primo nel maha-mantra. Questo è il punto. Un altro punto è che, nella dimensione eterna tutto si muove in un ordine ciclico. In un ciclo eterno è impossibile stabilire ciò che viene prima e ciò che viene dopo; quindi, nella dimensione eterna del lila, non è possibile determinare se Krishna viene prima di Rama o viceversa. Da tutto questo possiamo dedurre che, poiché i nomi di Krishna e Rama sono eterni e non riconducibili a un qualche evento storico, possiamo iniziare il mantra da qualsiasi punto.

Rama vuol dire Krishna

Ma, ancora al di là di queste considerazioni, la nostra sampradaya ha dato un punto di vista ancora più elevato. Una comprensione più profonda rivelerà che l’Hare Krishna mantra non ha niente a che vedere col rama- lila. Nel nome ‘Ràma’ all’interno del mantra Hare Krishna, i Gaudiya Vaisnava vedono Ràdha ràmana Rama, ovvero “Krishna che dà piacere (raman) a Srimàti Ràdhàràni. Nella nostra concezione tutto il mantra Hare Krishna è cosciente di Krishna e non di Ràma. La comprensione più elevata del Signore Caitanya è sempre svayam bhagavan, krsna-lila, radha-govinda lila. È questo il vero obiettivo degli insegnamenti e della venuta di Sri Caitanya Mahàprabhu. Sotto questa luce il mantra Hare Krishna non menziona il rama-lila di Àyodhya. Non c’è connessione con tale concezione nella comprensione più elevata del mantra Hare Krishna. La comprensione più profonda del mantra è responsabile del nostro raggiungimento spirituale. Se quando noi pronunciamo il nome Rama intendiamo Dàsaràthi Rama, il suo potere attrattivo ci porterà ad Ayodhya; se intendiamo Pàrasúràma saremo attratti in un altro luogo ancora; e se intendiamo Ràdha-ramana Rama, andremo a Goloka. La concezione intima del devoto lo condurrà alla sua destinazione.

Il mio nome originale era Ràmendra Chandra. Quando Srila Bhaktisiddhanta Saraswati Thàkura mi diede l’iniziazione mi chiamò Ràmendra Sundara. Io gli chiesi: “Qual è il significato di Ràmendra.” Ed egli mi rispose: “Nella nostra concezione con Rama non s’intende Dàsaràthi Rama o il Signore Ràmachandra, ma Ràdha-ramana Rama, Krishna l’amante di Ràdhàrani. Anche il nome ‘Hare’ può avere significati diversi, in accordo alla concezione di ognuno. Il significato della parola Hare nel mantra intesa come Ràdhàràni, dipende anch’esso dal progresso spirituale o qualificazioni (adhikara) di colui che lo pronuncia. Quando una persona è fermamente stabilita nella concezione di Ràdha-Krishna dietro ogni cosa; quando una persona trova la svayam-rupa, la forma originale di Dio all’interno di ogni tipo di concezione; solo allora troverà quel tipo di significato e nient’altro.

Per i neofiti, la parola ‘Haré può essere concepita come Hari. Questo è un significato. Potrebbe anche significare Nrsimhadeva. E proprio come ‘Ràma’ che può significare Dàsaràthi Rama, così ‘Krishna’ può riferirsi a diversi tipi di Krishna. Anche in Vaikuntha c’è Krishna, dove ci sono le vaibhàva, le ventiquattro espansioni del Signore. A Vaikuntha prima c’è Nàràyana e quindi le espansioni: Vàsudeva, Sankàrsana, Pradyumna e Aniruddha. Ognuna di queste quattro ha cinque agenti, per un totale di ventiquattro. Uno di essi è Krishna di Vaikuntha, poi c’è Krishna di Dvaraka e Krishna di Mathura.

Esistono infatti, diverse concezioni di Krishna, ma la più elevata è quella di Krishna a Vrndàvana: Radha-Govinda. Quando una persona non può più staccarsi da quella dimensione, concepirà le divinità soltanto come Hari-Hara. Non vedrà nient’altro che Radha-Krishna. Coloro che sono completamente stabiliti nel madhura-rasa, che posseggono la concezione divina più elevata, non possono allontanarsi da quella piattaforma, e se lo fanno è solo per l’interesse di Radha-Govinda. In quel caso il devoto può andare ovunque, ma il suo vero interesse risiede ben custodito solo a Vrndàvana. Soltanto per servire Radha-Govinda un devoto nascerà a Vrndàvana, ‘Hare’ nel mantra Hare Krishna significa solo ‘Harà’: Srimati Radharani.

Hara significa ‘Radha’ che riesce a catturare persino l’attenzione di Krishna. ‘Colei che può rubare la mente di Krishna’ è Hara.

Rubare è la capacità più sviluppata in Ràdhàràni, e Krishna significa ‘colui che è attraente in modo assoluto’: entrambi sono rappresentati nel mantra.

Rupanuga nama

I seguaci della rùpànúga-sampradaya non deviano mai da quel tipo di coscienza nel canto del maha-mantra. E con questa concezione essi continuano a servire Hari-Hara, Ràdha-Krishna. Essi sono assorti nel ràdha-dasyam e non riescono a pensare ad altro; una volta raggiunto quel piano, non possono allontanarsi da esso, nè dall’interesse di Radha-Krishna. Non riescono a permettere a sè stessi di uscire da quel cerchio. Questa è la posizione della nostra aspirazione più elevata e, in accordo all’àdhikàra, alle qualifiche spirituali, quel tipo di significato si risveglierà nella nostra mente. Verrà risvegliato, scoperto dal sadhana. Allora la copertura del cuore sarà rimossa e l’amore divino sorgerà spontaneamente dal centro del cuore, come funzione intima dell’anima.

Il servizio a Sri Radha

I Vaishnava Gaudiya conoscono solo Radharani.

Essi sono interessati solo a Lei, ai Suoi doveri e alle Sue necessità. Sono pronti a servirla sotto ogni aspetto, e non riescono a concepire nessun servizio senza di Lei. Questo è il raggiungimento piú elevato dei vaishnava gaudiya, che è l’aspetto preponderante del gruppo di Mahaprabhu come fu dichiarato da Raghunatha dasa Goswami.

C’è una speranza che nutre e sostiene la mia esistenza, e grazie ad essa riesco a passare i miei giorni in un modo o nell’altro. Ma la pazienza si sta esaurendo, non resisteró più a lungo. Se Tu, o Radhe, non mi mostrerai la Tua grazia, perderó le mie speranze per sempre. Non desidero più continuare a vivere, e Vrndavana, che mi è più cara persino della mia stessa vita, mi disgusta. Che dire di qualsiasi altra cosa, se persino di Krishna sono disgustato. É vergognoso pronunciare tali parole, ma non riesco ad amare nemmeno Krishna, a meno che e finché Tu non mi prenderai e mi farai entrare nella cerchia del Tuo servizio confidenziale (Raghunath das).

II servizio a Sri Radha

Una volta il Diwan (Signore) di Bharatpur, andó in pellegrinaggio con la sua famiglia nel luogo piú santo: Sri Radha-kunda, il santo luogo di Srimati Radharani. Durante la circoamblulazione del Radha-kunda fecero gli omaggi stendendosi per terra a ogni passo con grande rispetto e adorazione. In questo modo girarono intorno a tutto il Radha-kunda. Dopo aver osservato quest’adorazione cosí intensa, Paramànanda Prabhu, un discepolo intimo del nostro guru maharaja, Srila Bhaktisiddhànta Sarasvati Thàkura suggerí che il Diwan e la sua famiglia dovevano. avere un rispetto veramente grande per Ràdhàràni per circoambulare il Radha-kunda in tal modo. Allora Prabhupàda disse: “Il loro punto di vista verso il Radha-kunda e Radharani è diverso dal nostro. Essi riconoscono e adorano Krishna, e poichè Radharani è la favorita di Krishna, nutrono reverenza per il Radha-kunda. Ma il nostro punto di vista è proprio l’opposto: noi siamo interessati a Radharani, e soltanto poichè Lei vuole Krishna, abbiamo una qualche connessione con Lui.”

Cosí i Gaudiya Vaisnava conoscono solo Radharani, s’interessano soltanto di Lei, dei Suoi doveri e delle Sue necessità; sono pronti a servirla sotto ogni aspetto e non possono immaginare nessun servizio senza di Lei. Questo è il raggiungimento più elevato dei Gaudiya Vaisnava; questa è la caratteristica particolare del gruppo di Mahaprabhu; questo fu dichiarato da Raghunàtha Dàsa Goswàmi nel suo Vilàpa kusumànjali (102)

àsàbharair amrta-sindhu-mayaih kathancit kàlo mayàtigamitah kila sàmpratam hi

tvam cet krpàm mayi vidhàsyasi naiva kim me prànair vrajena cha varoru bakarinàpi

Questo verso è una preghiera diretta a Ràdhàràni, ed esprime un tipo particolare di speranza cosí dolce e rassicurante, da essere paragonata a un oceano illimitato di nettare. Egli dice: “C’è una speranza che mi sostiene e nutre la mia esistenza. Con questa speranza passo i miei giorni in un modo o nell’altro, trascinando la mia vita durante questo periodo così tedioso. Quell’oceano nettareo di speranza mi attrae e mi tiene in vita. Ma la mia pazienza si sta esaurendo, non posso resistere a lungo, non posso aspettare oltre. Se Tu non mi mostri la tua grazia sono finito e perderò le mie speranze per sempre. Non desidero più continuare a vivere. Tutto è inutile, senza la Tua grazia non posso vivere un minuto di più, e Vrndàvana, che mi è più cara della mia stessa vita, mi suscita disgusto. E’ un dolore che mi tormenta a ogni istante. E che dire poi di qualsiasi cosa se sono disgustato persino di Krishna. E’ vergognoso pronunciare tali parole, ma non riesco ad amare nemmeno Krishna, a meno che e finchè Tu non mi prenderai e mi farai entrare nella cerchia del Tuo servizio confidenziale.” Questa è la preghiera di Raghunàtha dàsa. Quando Srìla Bhaktisiddhànta Sarasvatì Prabhupàda iniziava a spiegare questo verso, il suo corpo si trasformava. Egli veniva sopraffatto dalle emozioni e il suo volto cambiava aspetto.

In questo verso Raghunàtha dàsa Goswàmì si assume un grande rischio perchè dice: “O Ràdha, se non posso ottenere il Tuo favore non desidero nient’altro. Mi è impossibile. Tu devi essere la prima e poi possono esserci altri. Senza di Te io non riesco nemmeno a immaginarmi una relazione con Krishna.”

Bhaktivedànta Swami Mahàràja ha scritto che senza la compagnia di Radharani, Krishna non è bello.

Tutto è relativo, dipendente. Un insegnante dipende dallo studente e viceversa. Sebbene Krishna sia il goditore, Egli è completamente dipendente da colei che è goduta: i due sono correlati, non è possibile separare l’uno dall’altra. Come colei che è goduta, anche Ràdhàràni è assolutamente dipendente da Krishna, il goditore.

Radharani dice: ‘II mio destino è segnato per sempre, perchè ho dato Me stessa, mi sono venduta in differenti luoghi. Non appena ho sentito il flauto ho dedicato tutta Me stessa al suo suono. Non appena ho sentito il nome di Krishna ho dedicato tutta Me stessa ad esso. E quando ho visto la bella immagine di Krishna Mi sono totalmente dedicata ad essa. Così ho venduto completamente Me stessa in tre luoghi, e non ho più alcuna possibilità di trovare pace e felicità nella Mia vita. Se avessi dedicato Me stessa a una cosa soltanto, forse adesso potrei avere un po’ di pace, ma poichè Mi sono data in tre differenti luoghi, non c’è speranza per me. Quando vedo l’immagine di Krishna, non riesco più a contenermi; non posso dare tutta me stessa a quella bella immagine. Anche il nome di Krishna mi ha conquistato del tutto, e così il dolce suono del Suo flauto. Come posso quindi sperare di trovare pace nella Mia vita? E’ impossibile care amiche.”

Radharani non lo sapeva a quel tempo, ma l’origine del suono del flauto di Krishna, del Suo nome e della Sua bellezza è una. Se Lei avesse compreso come tutte e tre si uniscono in una, allora Le sarebbe stato possibile trovare un po’ di pace. Ma è difficile comprendere questo principio.

Com’è possibile che il suono del flauto di Krishna, il suono del Suo nome e l’immagine della Sua forma siano non differenti da Krishna stesso? Idealismo con le parole di Hegel, realismo ideale.

Le basi della realtà di Vrndàvana sono state date da Nityànanda, Baladeva: nitaiyer koruna habe, braje ràdha-krsna pabe, dharo nitài-carana du’khàni.

Dopo Bhaktivinoda Thàkura descrive la posizione di Radharani nel suo Saranàgati, egli dice. “Voglio servire coloro che hanno il nome di Radharani nel loro cuore. Voglio servire la polvere dei piedi di coloro la cui unica ricchezza è il servizio di Sri Ràdha. Voglio cadere davanti a loro e prendere la polvere dei loro piedi santi. Se non potete fissare la vostra mente nel servizio a Ràdhàràni, allora tutti i vostri tentativi di servire Krishna sono inutili. Se non potete acquisire sincerità nel servizio a Srimati Ràdhàràni, allora tutti i vostri sforzi per Krishna se ne andranno all’inferno.” Non possiamo concepire il sole senza calore, ne possiamo concepire Dio senza la Sua potenza. Allo stesso modo, non è possibile concepire Krishna senza Srimati Radharani. Non possiamo conoscere nessun Màdhava senza Ràdha.

Lei è l’altra metà di Krishna: nel linguaggio di Srila Bhaktisiddhànta, la metà predominante. II servizio devozionale nel Suo insieme è rappresentato da Lei, perchè sia l’intensità che la vastità del Suo servizio a Krishna non hanno eguali. Nelle antiche storie dei Puràna ci sono molti esempi di donne caste e pie. Saci, la fedele moglie di Indra; Sati, la moglie di Siva; Laksmidevi, la dea della fortuna; Satyabhàma, la moglie di Krishna a Dvàraka; e persino le antagoniste di Radharani guidate da Candràvali. Tutte loro rappresentano differenti aspetti di Ràdhàràni. Tutte loro provengono dalla potenza principale che è Radharani. II nome Ràdha viene dalla parola aradhana: colei che può servire, che può adorare, che offre rispetto, che veramente ama Krishna, che può servire con amore. Tutte quelle altre donne famose per la loro castità e compassione, non sono altro che rappresentazioni parziali di Radharani. Se osserviamo ed analizziamo bene la posizione di queste donne virtuose, scopriremo che la sorgente di tutta la loro castità e devozione è Srimati Radharani Lei è la sorgente della devozione. E così Bhaktivinoda Thàkura dice: “Io mi inchino e prendo la polvere dei santi piedi di coloro la cui unica ricchezza è il servizio a Radharani. Non desidero altro.” Chi sa questo e viaggia sempre su questo sentiero con amore sincero è il più fortunato. E’ l’ideale che rende grande una persona e non i possedimenti materiali. Colui che ha l’ideale più elevato, possiede la vera ricchezza. L’ideale più elevato è la cosa più preziosa che possiamo possedere. Altri obiettivi di valore inferiore andrebbero eliminati per concentrare i nostri sforzi e salvare noi stessi da inutili tentativi.

Caitanya Mahàprabhu è disceso per mostrarci l’ideale più elevato: il sentiero dell’amore divino. E troviamo l’amore divino per Dio nella sua massima intensità, nella Sua vita e negli insegnamenti dello Srimad-Bhàgavatam. Tutto lo Srimad-Bhàgavatam illustra l’ideale d’amore divino che raggiunge la sua espressione massima in Srimati Radharani.

Lo Srimad-Bhàgavatam glorifica la relazione di amanti fra Ràdha e Krishna. I Veda e gli altri Purana non sono altrettanto espressivi su tali passatempi confidenziali, mentre ne troviamo ampi cenni nello Srimad-Bhàgavatam. I Goswàmi hanno espresso nei loro scritti la devozione di Ràdhàràni, ancora più pienamente. Nel Padyàvali di Rúpa Goswàmi, Lei dice: “Mio Signore, la gente dice che ho una cattiva reputazione a causa della Mia relazione con Te. Ma io non mi sento affatto disturbata per questo. Il Mio dispiacere è che non posso darmi a Te completamente. La gente dice che ho una relazione illecita con Te, ma ciò che Mi fa soffrire è di non potermi dare veramente a Te. Sento di non essere degna di servirti. Questo è l’unico tormento del Mio cuore.”

L’estasi dell’amore divino aumenta in separazione. Un giorno, mentre Krishna stava giocando con i Suoi amici pastorelli nei pascoli intorno a Vrndàvana, improvvisamente sentì una forte separazione da Radharani. Mandò allora il Suo migliore amico, Subala, da Radharani, dicendogli: “Vai dalla Mia Radha e portala qui, non posso vivere senza di Lei. Desidero così tanto la Sua compagnia che non ce la faccio più. Cerca di portarla qui in un modo o nell’altro.” Ma Subala replicò: “Com’è possibile portarla qui in pieno giorno?” E Krishna: “In qualche modo vedi di riuscirci!”

Subala era in rapporti intimi con la famiglia del marito di Radharani, così quando andò a casa Sua disse alle Sue amiche: “Krishna non riesce più a sopportare di essere separato da Radharani; è così ansioso d’incontrarla che sta diventando matto. Fate in modo che possono incontrarsi.” “Com’è possibile?” chiesero le gopi. Subala spiegò che Krishna era in una foresta lì vicino, così discussero il da farsi. Subala è un bel ragazzo che assomiglia a Radharani, così lui indossò gli abiti di Radharani, e Radharani i suoi. Quando i familiari di Radharani La videro con gli abiti di Subala Le chiesero: “Subala! Che ci fai qui?”

Radharani, sotto le sembianze di Subala gli rispose: “Un vitellino è scappato e sua madre sta piangendo. Sono venuto a cercarlo.” Così venne dato un vitellino a Radharani che Lei prese in braccio dirigendosi verso la foresta. In questo modo Radharani scambiata per Subala andò da Krishna, mentre Subala rimase nella camera di Lei.

Subala aveva dato delle indicazioni a Radharani su dove Krishna si trovasse, così Lei cominciò a cercarlo. Alla fine quando lo vide si avvicinò a Lui imitando Subala, e Krishna, non riconoscendola, Le disse: “Oh Subala, perchè sei tornato senza Radharani, perchè non sei riuscito a portarla?”

Radharani continuando lo scherzo Gli disse: “Mi è stato impossibile in pieno giorno.” E Krishna: “Che farò adesso, non riesco più a sopportare la Mia vita.” Radharani: “Se vuoi posso andare a chiamare Candravali e portarla qui:” “No, no.” Rispose Krishna: “Lo yogurt non può soddisfare la sete di latte, non è possibile.” E dal dolore svenne. Allora Radharani Lo prese fra le Sue braccia dicendo: “Mio Signore non hai riconosciuto la Tua servitrice!” Krishna allora riprese i sensi pieno di gioia.

Sebbene i divertimenti di Rada e Govinda siano menzionati nelle scritture, sono in realtà argomenti estremamente elevati, non esprimibili in modo ordinario attraverso le comuni parole. A volte, però siamo forzati a parlare, perchè l’elevato ideale d’amore divino dato dallo Srimad-Bhagavatam è l’obbiettivo supremo della vita. Naturalmente l’erudizione di Sukadeva Goswàmi e di Sri Caitanya Mahàprabhu hanno contribuito, in una certa misura, a stabilire la dignità del principio che l’amore va al di là della conoscenza. E’ un fatto riconosciuto da tutti che Sukadeva possedeva il grado più elevato di erudizione, per questo venne accettato e posto nella posizione più elevata da tutti gli eruditi. Così, quando Sukadeva Goswàmi venne per inaugurare il principio che l’amore divino è superiore a tutto, gli eruditi dovettero prenderne nota. Caitanya Mahàprabhu dimostrò che la Sua intelligenza e la Sua erudizione superava di gran lunga quella di chiunque altro. Così, quando Egli venne portando la novella dell’amore divino, fu facile per gli uomini ordinari accettarla come il principio più elevato.

Vasudeva Ghosh dice: yadi gaura na ha te tabe ki haita kemane dharitam de. “Se Mahàprabhu non fosse apparso in questo Kali-yuga, come avremmo potuto tollerare di continuare a vivere? Come potremmo mantenerci in vita?” Ciò che Egli ha dato; l’essenza stessa della vita, il gusto e il fascino della vita; senza ciò, crediamo, che per chiunque è impossibile vivere in questo mondo. Una simile cosa è stata scoperta da Gaurànga. Se Egli non fosse venuto, come potremmo vivere? E’ impossibile vivere senza quell’elemento santo e grazioso che è l’amore divino. Senza Caitanya Mahàprabhu come potremmo sapere che Radharani è suprema nel regno dell’amore divino? Noi abbiamo ricevuto tutto questo da Lui e adesso pensiamo che la vita è degna d’esser vissuta, altrimenti vivere sarebbe un proposito suicida.

Servire coloro che possono servire Ràdhàràni è il modo per poterla avvicinare un pó ! Servendo i servitori dei servitori, siamo sicuri di ottenere la grazia di Krishna. Se qualcuno può essere incluso nel gruppo dei servitori di Radharani il suo futuro è assicurato.

All’interno del gruppo dei servitori di Radharani, noi aspiriamo a essere rupanuga, seguaci di Sri Rúpa e come tali, avremo un grandissimo desiderio di seguire gli ordini di Sri Rúpa, proprio come lui quelli di Lalita. In questo modo, attraverso Rúpa Goswàmi, il nostro servizio devozionale va sino al piano più elevato, perchè il nostro più grande beneficio è solo là. Il nostro obiettivo più elevato non è nemmeno la nostra connessione con Radharani o Lalitadevi, ma servire nella Rapanuga sampradaya; ciò vuol dire che il nostro raggiungimento primario è la connessione con Sri Rupa.

E’ detto che Radha-dasyam è l’ottenimento più elevato, perchè? La qualità e la quantità di rasa che Radharani può derivare da Krishna, non può essere trovata da nessun’altra parte. Quindi essere situati appena dietro Radharani vuol dire ottenere il permesso di gustare non soltanto una grande quantità, ma anche la più alta qualità di rasa. Nessun ‘altro può ottenere una tale qualità di rasa. Nessun ‘altro può ottenere una tale quantità di rasa da Krishna. La più piena e alta qualità si ottiene da Krishna. Egli dà Se stesso pienamente, completamente e, profondamente. Quindi se siete nel gruppo di Sri Rúpa, potete gustare quel tipo di rasa.

Quando Krishna e Ràdha stanno godendo dei divertimenti intimi in un luogo appartato, le sakhi più adulte non osano entrare nella stanza per assisterLi. Le ragazze più giovani, le manjari, vengono mandate da Loro. La leader di quel giovane gruppo può entrare dove Ràdha e Govinda scambiano una relazione molto intima, laddove nemmeno le sakhi osano per timore di causare disturbo.

Ma Rúpa e le manjari possono entrare per via della loro giovane età.

Bhaktivinoda Thakura prega per ottenere d’essere ammesso lì. Egli nutre questa aspirazione di così alta qualità. Egli dice: rúpànuga hoite sei doy. Egli corre per essere arruolato nel gruppo di Rúpa che può garantirgli quel tipo di prospettiva. Prabhodànanda Saraswati ha descritto il requisito indispensabile per comprendere queste cose:

yathà yathà gaúra padàravinde vindeta bhaktim krta punya-ràsih tatha tathotsarpati hrdy akasmàt. ràdha padàmbhoja sudhàmbh ràsih

“Nella misura in cui vi sottomettete ai piedi di loto di Sri Gaurànga, vi troverete situati al sicuro nel servizio di Radha-Govinda. Non cercate di avvicinare Radha-Govinda direttamente; se lo farete potreste trovare delle difficoltà. Ma i piedi di loto di Sri Gaurànga vi porteranno là sani e salvi.”

Nel mio poema sanscrito dedicato a Bhaktivinoda Thàkura ho spiegato questi punti:

sri-gaurànumatam svarúpa-viditam rúpàgrajenàdrtam

rúpàdyaih parivesitam raghu-ganairàsvàditam àsvàditam sevitam

jivàdyair abhiraksitam suka-sivabrahmàdi brahmàdi sammànitam sri-ràdha-pada-sevanàmrtam aho

tad dàtum iso bhavàn

“Ciò che fu stabilito da Sri Caitanya Mahàprabhu con la Sua discesa era intimamente noto solo a Sri Swarúpa Dàmodara Goswàmi. Era adorato da Sanatana Goswami e servito da Rupa Goswami e i suoi seguaci.

Raghunàtha Dasa Goswami gustò quella cosa meravigliosa pienamente e la arricchì con la sua realizzazione. Jiva Goswami la sostenne e la protesse citando differenti scritture.

A1 gusto di quella verità divina aspirarono Brahma, Siva e Uddhava, che la rispettarono come l’obbiettívo supremo della vita. Qual’è questa meravigliosa verità?

Sri radha-pada-sevana: il nettare più elevato della nostra vita è il servizio a Srimati Radharani. Questa è la cosa più meravigliosa.

O Bhaktivinoda Thàkura, tu sei il nostro maestro. È in tuo potere che loro ci concedano la loro grazia. Tu sei nella posizione di concedere il regalo più prezioso mai conosciuto al mondo. E’ nelle tue possibilità.

O Bhaktívinoda Thàkura per favore sii gentile con noi e garantiscici la tua misericordia.”

E’ così che Srì Caítanya Mahàprabhu, il nostro più benevolo Signore, è venuto a cercare i Suoi servitori smarritisi da lungo tempo e a dare loro il più elevato ideale d’amore divino.

Gaura Hari BoI !!!!!