Kalidasa – Il riconoscimento di Sakuntala

IL RICONOSCIMENTO DI SAKUNTALA

(Abhijnanasakuntala)

di Kalidasa

PRIMO ANKA

Quella che fu

la creazione prima del Creatore,

e Quello che reca nell’alto l’offerta ritualmente offerta,

e Quello che è del rito il celebrante, e i Due che il tempo scandiscono,

e Quello che, il tutto pervadendo, ha nell’udibile la sua qualità,

e Quella che fu detta la matrice di tutti i semi,

e Quella grazie a cui ha respiro ogni esser che respira:

tali otto manifesti aspetti

il Signore possiede; con i quali

vi accordi Egli la Sua protezione!’

(Si celebra la benedizione).

CAPOCOMICO (volgendosi verso le quinte). Signora, se avete concluso con i preparativi dietro le quinte, venite pure!

PRIMA ATTRICE (entrando). Eccomi, signore.

CAPOCOMICO. Signora, questo nostro pubblico è as­sai raffinato: e oggi dobbiamo servirlo con un nuovo nàtaka, il cui intreccio è opera di Kàlidàsa, e che si intitola Il riconoscimento di Sakuntala. Si ponga dunque la massima attenzione da parte di ogni singolo attore!

PRIMA ATTRICE. Tu hai, signore, assegnato ottima­mente i ruoli: non si lamenterà alcun difetto.

CAPOCOMICO. Ti dirò, signora, la verità:

finché i dotti non saranno pienamente soddisfatti, io non riterrò perfetta

la mia esperienza nel mettere in scena: la mente, anche di quelli

che tanto hanno studiato, non sa confidare in sé sola.

PRIMA ATTRICE. È vero. Ma ordina pure, signore, quel che dobbiamo fare adesso.

CAPOCOMICO. Che altro, se non allietare le orecchie di questo pubblico? Canta dunque, innanzitutto, di questa stagione estiva, che da non molto è ini­ziata ed è tanto consona ai piaceri. Adesso, infatti, ricchi di felici tuffi nell’acqua,

di brezze silvane fragranti di fiori di patàla, di facili sonni all’ombra sono i giorni;

e, quando tramontano, così soavi!

PRIMA ATTRICE. Sì (canta): baciati, lieve lieve, dalle api, e con sottili, tenerissimi stami, sono i fiori di sirisa, di cui ornano le orecchie, dolci, le belle.

CAPOCOMICO. Hai cantato bene, signora! Guarda: la platea tutta è rimasta con l’animo incantato dalla tua melodia: sembra dipinta! E adesso, a che al­tro ricorreremo per renderci ad essa graditi?

PRIMA ATTRICE. Ma, signore, tu stesso hai prima an­nunciato che avremmo rappresentato il nuovo nàtaka intitolato Il riconoscimento di Sakuntala!

CAPOCOMICO. Hai fatto bene a ricordarmelo, signo­ra. Per un attimo me lo ero dimenticato, poiché ero stato trascinato lontano dall’ammaliante melodia del tuo canto: proprio come re Dusyanta (eccolo!) dalla rapidissima gazzella!

(Escono).

Fine della prastàvana

(Entra il re, che insegue una gazzella col carro, con arco e frecce in mano: insieme a lui, l’auriga).

AURIGA (guardando il re e la gazzella). Sire di lunga vita,

gettando lo sguardo sulla gazzella e su di te, con l’arco dalla corda tesa, mi par di vedere lo stesso Pinàkin mentre insegue il cervo!

RE. Auriga, ci ha portati lontano questa gazzella. Eppure, ancora adesso,

soavemente piegando il collo,

di momento in momento lancia lo sguardo sul carro che volando incalza:

la metà posteriore del corpo

è quasi insaccata, nel terrore della pioggia di frecce, contro la metà anteriore;

di ciuffi di darbha semi masticati, che le sfuggono dal muso aperto nello sfinimento, va cospargendo il cammino;

e, guarda!, con i suoi lunghi balzi procede più nell’aria che non sulla terra!

Ma come mai ora, pur incalzandola, riesco a te­nerla d’occhio a fatica?

AURIGA. Sire di lunga vita, poiché il suolo è accidentato, ho dovuto tirare le briglie, rallentando la corsa del carro: perciò la gazzella ha potuto ac­crescere il suo vantaggio. Ma adesso siamo su un terreno piano, e non ti sarà difficile raggiungerla!

RE. Allenta dunque le briglie!

AURIGA. Come il signore di lunga vita comanda. (Il carro prende velocità).” Ma guarda, sire, guarda! Rilasciate che furono le briglie,

han disteso la parte anteriore del corpo, immote le punte dei pennacchi,`

alte e tese le orecchie;

e non si lasciano raggiungere neanche dalla polvere da loro stessi alzata: così corrono, quasi ingelositi dalla velocità della gazzella, questi nostri destrieri!

RE (felice). È vero: i cavalli stanno superando i de­strieri del Sole e quelli di Indra! Ed infatti,

quel che è piccolo a vedersi d’un tratto mi diventa grande; quel che è spezzato al centro mi appare come intero;

quel che per natura è contorto è ai miei occhi diritto:

nulla mi appar lontano, e nello stesso istante nulla mi è vicino, per la rapidità del carro!

Guarda, auriga, che la colpisco! (Incocca la freccia).”

VOCE FUORI SCENA. Attenzione, sire! Questa gazzella appartiene all’eremo: non deve essere uccisa! Non deve essere uccisa!

AURIGA (tende l’orecchio, e si guarda attorno). Signore di lunga vita, ecco giungere degli asceti: si sono posti proprio fra te e la gazzella, che stava per es­sere colpita dalla tua freccia!

RE (con agitazione). Frena i cavalli, allora!

AURIGA. Ecco. (Ferma il carro).

(Entra un eremita, insieme con altri due).

EREMITA (alzando la mano). O re, questa gazzella ap­partiene all’eremo: non deve, non deve essere uc­cisa! No davvero, non sia mai che la tua saetta piombi sul tenero corpo di questa gazzella come una fiamma su un mucchio di fiori: quale divario, ahimè!, tra la labilissima vita dei giovani cervi e le tue acuminate precipiti frecce, dall’asta dura!

Riponi, dunque, la saetta ben incoccata: serve a proteggere gli afflitti la vostra arma, non a colpire un innocente!

RE. Ecco, la ripongo. (Fa come ha detto).

EREMITA. Ciò è ben degno di te, signore, luce della stirpe di Puru!

A te, che sei nato dalla stirpe di Puru, quest’atto si addice!

Possa tu avere un figlio dotato di virtù simili, e che sia sovrano universalel

GLI ALTRI DUE EREMITI (alzando le mani). Possa tu dav­vero avere un figlio che sia sovrano universale!

RE (si inchina). Vi sono grato.

EREMITA. O re, noi stiamo andando a raccogliere le­gna per un sacrificio. Ma laggiù, lungo la riva della Màlinì, puoi vedere l’eremo del Maestro Kanva: se ciò non intralcia gli altri tuoi compiti, entra pu­re, e riceverai accoglienza ospitale. Inoltre,

osservando degli asceti i santi riti, sicuri da ogni insidia,

saprai fin dove il braccio tuo, segnato dalla corda dell’arco, ci protegge.”

RE. E si trova adesso lì il Maestro?

EREMITA. Proprio ora ha affidato a sua figlia Sakuntala i doveri ospitali, ed è partito per Somatìrtha, al fine di placare il destino di lei, che le è ostile.

RE. Sia: la incontrerò volentieri; ella certo riferirà al grande veggente di aver conosciuto la mia devo­zione.

EREMITA: Dunque, noi ce ne andiamo. (Esce, con i suoi discepoli).

RE. Auriga, sprona i cavalli: purifichiamoci visitan­do il santo eremitaggio!

AURIGA. Come comanda il signore di lunga vita. (Il carro riparte).”

RE (guardandosi attorno). Auriga, anche se non ce lo avessero detto, si capirebbe subito che questi luo­ghi sono vicini ad un eremo della foresta!

AURIGA. In che modo?

RE. Non vedi, signor mio? Ecco:

sotto gli alberi, chicchi di riso selvatico, caduti dalle bocche dei tronchi cavi, nidi di pappagalli; qua e là, i sassi unti ci dicono che han schiacciato noci di ingudi;

i cervi han ripreso fiducia: liberamente vagano, e non temono il rumore;

e le vie che portano al fiume sono segnate da strisce d’acqua gocciolate

dai lembi delle vesti di sughero.”

AURIGA. È proprio così!

RE (dopo essersi inoltrato un poco). Non disturbiamo coloro che risiedono nella foresta degli asceti: ferma qui il carro, ché io possa scendere.

AURIGA. Ho tirato le briglie: il signore di lunga vita può scendere.

RE (scende). Auriga, come è noto, bisogna entrare nelle foreste degli asceti in abito dimesso: prendi dunque questo. (Consegna all’auriga i suoi gioielli e l’arco). Auriga, prima che io, dopo aver visitato coloro che risiedono nell’eremo, faccia ritorno, bagna la schiena ai cavalli.

AURIGA. Obbedisco. (Esce).

RE (avanza, osservando). Ecco l’ingresso dell’eremo: vi entrerò. (Entra; in atto di chi ha ricevuto un presa­gio). Santa è questa sede d’eremiti; eppure trema il mio braccio: come può ciò dar frutto in un luogo come questo?

O forse, le porte del destino si trovano dappertutto!

VOCE FUORI SCENA.” Di qui, di qui, amiche!

RE (porgendo orecchio). Oh, mi sembra di sentir par­lare alla destra di questo boschetto: mi avvicine­rò. (Avanza, osservando). Oh, ecco le fanciulle del­l’eremo: si dirigono proprio qui, con anfore per innaffiare adeguate alle loro forze, per dar acqua ai giovani alberi! (Le guarda attentamente). Ma che deliziosa visione!

Se un tal sembiante, introvabile persino negli appartamenti delle donne dei re,

è proprio di chi abita negli eremi, allora anche le piante dei giardini saranno superate in bellezza dalle piante della foresta!

Intanto, rimarrò nascosto qui, nell’ombra, e a­spetterò. (Resta fermo, osservandole).

(Entra Sakuntala con due amiche, intenta come descritto).

SAKUNTALA. Di qui, di qui, amiche!

ANASUYA. Cara Sakuntala, penso che i giovani alberi dell’eremo siano anche più cari di te a babbo Kà­syapa: poiché ha incaricato te, che pure sei deli­cata come un bocciolo di gelsomino, di dare ac­qua alle radici di queste piante!

SAKUNTALA. Non è solo un incarico del babbo: an­ch’io provo per queste piante un sentimento fra­terno! (Innaffia gli alberi).”

RE. È dunque questa la figlia di Kanva! È invero poco avveduto il venerabile discendente di Kasyapa, se impone a una fanciulla come lei le fatiche del­l’eremo!

II veggente, che vuol avvezzare alla penitenza questo sembiante che senza artificio ammalia, certo intende tagliare un ramo di sami con un lembo di foglia di loto blu!

Ma sia; celato fra questi alberi, la osserverò intan­to a mio agio. (Fa come ha detto).

SAKUNTALA. Anasúya, amica mia, l’abito di sughe­ro che Priyamvada mi ha legato mi stringe trop­po: allentamelo, ti prego!

ANASUYA. Ecco. (Glielo allenta).

PRIYAMVADA (ridendo). Rimprovera, per questo, la tua giovinezza, che ti gonfia il seno: perché accusi me?

RE. L’abito di sughero non si addice certo alla sua età in fiore; tuttavia, non è che non acquisti il pregio di un ornamento. Poiché un fior di loto, pur se coperto da alghe,” è incantevole;

pur se scura, la macchia accresce lo splendore della luna; questa fanciulla, pur con l’abito di sughero, è più d’ogni altra attraente:

che cosa mai non sarà un ornamento per un sembiante soave?

SAKUNTALA (guardando avanti a sé). Quell’alberello di kesara sembra chiamarmi con le sue foglie, quasi dita, mosse dal vento: mi recherò subito da lui! (Si avvia).

PRIYAMVADA. Sakuntala cara, fermati un momento lì: con te accanto, l’alberello di kesara sembra pro­prio il sostegno di una pianta rampicante!

SAKUNTALA. Per questo, dunque, ti chiami Priyam­vada!

RE. È affettuoso, eppur vero quel che ha detto Priyamvadà! Poiché le sue labbra son rosse come germogli, a teneri virgulti somigliano le sue braccia: e la giovinezza, desiderabile come un fiore, si appresta a sbocciare sulle sue membra.

ANASUYA. Sakuntala cara, ecco la pianta di gelsomi­no che si è scelta come sposo il mango, e cui tu stessa hai dato il nome di Vanajyotsna! L’hai di­menticata…

SAKUNTALA. Dimenticherei, allora, anche me stessa! (Si avvicina all’arbusto, e lo osserva). Cara amica, l’unione di questa coppia, la sarmentosa e l’albe­ro, ha avuto luogo in un momento davvero in­cantevole: Vanajyotsnà è nella piena giovinezza dei suoi fiori novelli, e il mango, ricoperto di boc­cioli, è pronto a farla sua. (Si sofferma a guarda­re).

PRIYAMVADA. Anasúyà, sai perché Sakuntala si sof­ferma tanto a guardare Vanajyotsna?

ANASUYA. Non riesco ad immaginarlo: dimmi!

PRIYAMVADA. Perché pensa: «Come Vanajyotsna si è unita ad un albero degno di lei, così possa an­ch’io ottenere uno sposo degno di me! ».

SAKUNTALA. Questo è certo il desiderio che tu intrat­tieni per te stessa! (Versa l’acqua dall’anfora).

RE. È possibile ch’ella sia nata al santo Maestro da una donna di casta diversa? Ma basta esitare: senza dubbio ella potrà esser sposa di uno ksatriya, se il mio nobile cuore ha in lei riposto il suo desiderio: poiché nelle situazioni incerte

la voce dell’animo è, per i buoni, sicuro strumento di giudizio! Comunque, accerterò la verità su di lei.

SAKUNTALA (s’agita). Ohimè! Un’ape, disturbata dal­l’acqua che versavo, è volata via dal gelsomino, e assale il mio volto! (Gesticola come infastidita da un’ape).

RE (con desiderio). Ripetutamente sfiori il mobile occhio, dall’angolo tremulo;

come per rivelarle un segreto, sussurri dolcemente vagando sul suo orecchio; mentr’ella agita le mani, bevi dal suo labbro, universo d’amore: davvero felice sei tu, ape, mentre noi, che cerchiamo la verità, restiamo sconfitti!

SAKUNTALA. E non la smette, l’impudente! Mi allon­tanerò! (Fa un passo e si ferma, tenendola d’occhio) … Ma come! Mi segue anche qui! Amiche, salva­temi: salvatemi da quest’ape villana e insolente che mi assale!

LE DUE AMICHE (sorridendo). Chi siamo noi per salvar­ti? Chiama Dusyanta: le foreste degli eremiti so­no sotto la protezione del re!

RE. Questo è il momento di mostrarmi… Non teme­re, non temere! (Si interrompe a metà; fra sé). Ma in tal modo si scoprirà che sono il re… Sia! Ecco co­me parlerò…

SAKUNTALA (fa un altro passo e si ferma). Ma come! Mi segue anche qui!

RE (avvicinandosi velocemente). Chi è costui che, mentre un erede di Puru governa la terra

castigando gli insolenti,

commette impudenza contro le innocenti figlie degli eremiti?

(Tutte e tre, vedendo il re, rimangono alquanto confuse).

ANASUYA. Nulla di davvero grave, signore: questa nostra cara amica, assalita da un’ape, si è spaven­tata. (Indica Sakuntala).

RE (volgendosi verso Sakuntala). Procede bene la vita dell’eremo?

(Sakuntala, imbarazzata, resta ferma, senza parlare).

ANASUYA. Adesso sì, ché abbiamo un ospite di ri­guardo! Sakuntala cara, va’ all’eremo, e porta l’argha con dei frutti; quest’acqua ci servirà in­vece per i piedi.

RE. Mi è stata già resa degna ospitalità dalle vostre cortesi parole, signore.

PRIYAMVADA. Allora, signore, accomodati un poco su questo fresco sedile all’ombra del saptaparna, e allevia la tua stanchezza!

RE. Ma anche voi sarete stanche, per queste vostre fatiche!

ANASUYA. Sakuntala cara, è giusto che noi facciamo compagnia ai nostri ospiti: sediamoci qui. (Si sie­dono tutti).

SAKUNTALA (fra sé). Ma come mai, dopo aver visto lui, mi trovo assalita da un sentimento affatto contra­rio allo stile di vita di una foresta per asceti?

RE (osservandole tutte). È bella questa amicizia fra voi, che siete simili per età e aspetto!

PRIYAMVADA (a parte, ad Anasúya). Anasúya, chi sarà mai costui? D’aspetto brillante eppur dignitoso, parla in maniera dolce e piacevole, e sembra do­tato di maestà regale!

ANASUYA Anch’io, amica, sono curiosa di saperlo. Glielo chiederò. (Ad alta voce). La confidenza ispi­ratami dalle tue gentili parole, signore, mi induce a chiedere: quale stirpe di regali veggenti è da te adornata? E quale paese vede ora il suo popolo pieno di nostalgia di te? E per quale motivo la tua nobile persona, benché tanto delicata, si è con­dotta ad affrontare le fatiche del viaggio in una foresta per eremiti?

SAKUNTALA (fra sé). Non venir meno, cuore mio: ec­co che Anasúyà sta dicendo le stesse cose che tu pensi!

RE (fra sé). Che fare? Rivelare la mia identità, o te­nerla nascosta? Sia: le risponderò intanto così. (Ad alta voce). Signora, in qualità di incaricato del re, il discendente di Puru, a sovrintendere alla vi­ta religiosa, sono venuto in questa foresta di re­ligiosi per accertare che i riti siano liberi da impe­dimenti.

ANASUYA. Adesso sì, i religiosi hanno un protettore!

(Sakuntala assume l’atteggiamento caratteristico della timidezza d’amore).

LE DUE AMICHE (si accorgono dell’atteggiamento di en­trambi; a parte, a Sakuntala). Sakuntala cara, se adesso il babbo fosse qui…

SAKUNTALA (stizzita). Che succederebbe?

LE DUE AMICHE. Renderebbe felice questo nostro prestigioso ospite, donandogli anche quello che è tutta la sua vita!

SAKUNTALA. Smettetela, voi due! Chissà che cosa vi siete messe in mente, che parlate… Non voglio più sentire i vostri discorsi!

RE. Vorremmo fare anche noi una domanda sulla vostra amica, signore…

LE DUE AMICHE. Signore, la tua richiesta è un favore che ci rendi!

RE. È cosa nota che il beato discendente di Kasyapa osserva un voto di perenne celibato. Come è pos­sibile allora che questa vostra amica sia sua figlia?

ANASÚYA. Ascolta, signore. C’è un regale veggente dotato di grandi poteri, il cui nome di famiglia è Kausika.

RE. Sì, ne ho sentito parlare.

ANASUYA. Sappi che è lui il genitore di questa nostra cara amica. Babbo Kàsyapa è suo padre poiché, dopo che la bimba era stata abbandonata, lui la ha materialmente cresciuta, con tutto quel che ne segue.

RE. La parola « abbandonata » desta in me curiosità: vorrei ascoltare la storia dall’inizio.

ANASUYA. Ascolta, signore. Un tempo quel regale veggente era intento a una severissima ascesi: gli dèi ne ebbero un certo timore, e mandarono presso di lui, affinché lo distogliesse dalla sua concentrazione, un’apsara di nome Menaka.

RE. Effettivamente gli dèi paventano le pratiche a­scetiche altrui.

ANASUYA. Allora, nel tempo in cui sopraggiunge la primavera, vedendo l’inebriante bellezza di lei… (Lascia la frase a metà, per pudore).

RE. Il seguito ben si intende! Allora ella è nata da un’apsara?

ANASUYA. Per l’appunto.

RE. Non poteva che essere così:

come avrebbe mai potuto una tale bellezza nascere fra mortali?

Il lampo dal fulmineo splendore non sorge dalla superficie della terra!

(Intanto, Sakuntala resta ferma, a viso basso).

RE (fra sé). Il mio desiderio incontra soddisfazione; tuttavia, dopo aver udito che ella vagheggia uno sposo, come ha detto scherzando la sua amica, il mio animo resta sospeso fra due ipotesi, ed è in angoscia.

PRIYAMVADA (osserva Sakuntala sorridendo; poi si volge verso l’ospite). Sembra che tu voglia dire an­cora qualcosa, nobile signore.

(Sakuntala, con un dito, lancia un cenno di rimprovero all’amica).

RE. Hai colto nel vero, signora: oltre al desiderio di ascoltare il racconto della vita dei virtuosi, abbiamo un’altra cosa da chiedere.

PRIYAMVADA. Basta con le esitazioni: ché agli eremiti si possono porre domande di ogni sorta, senza ec­cezione.

RE. Allora, desidero sapere della tua amica: deve ella osservare il voto ascetico, che contrasta l’opera di Amore, fino a che non sia promessa in sposa,

o per sempre vivrà accanto alle femmine delle gazzelle, a lei care

per i loro occhi, simili ai suoi?

PRIYAMVADA. Signore, ella dipende dal volere di al­tri anche nell’osservanza dei riti; tuttavia, chi de­cide per lei coltiva l’intenzione di prometterla ad uno sposo di lei degno.

RE. Gli sarà difficile soddisfare questa intenzione! (Fra sé).Coltiva, cuor mio, il tuo sogno: or s’è risolto il tuo dubbio in certezza! Quel che temevi fosse fuoco

è invece una gemma, che ti è concesso di toccare!

SAKUNTALA (come stizzita). Anasúya, me ne vado.

ANASÙYA. Perché?

SAKUNTALA. Vado a riferire alla nobile Gautami che Priyamvada va facendo chiacchiere senza costrutto.

ANASÙYA. Amica, non è corretto andarsene via a pro­prio piacimento, abbandonando un ospite di ri­guardo senza avergli reso i dovuti onori!

(Sakuntala, senza dire nulla, fa per andarsene).

RE (a parte). Come! Se ne va! (Vorrebbe fermarla, ma si trattiene; fra sé). Ahimè, le fantasie di un innamorato sono dunque per lui vere e proprie azioni! Poi­ché io avrei voluto seguire la figlia dell’asceta, ma ho a forza frenato il mio impulso in rispetto al decoro:

eppure, benché io non mi sia mosso dal sedile, è come se mi fossi alzato

e fossi ritornato!

PRIYAMVADA (trattenendo Sakuntala). Mia cara, non è corretto che tu vada via. SAKUNTALA (aggrottando le sopracciglia). Perché mai?

PRIYAMVADA. Mi devi l’innaffiamento di due alberi. Vieni dunque: quando avrai saldato il tuo debito te ne andrai. (La trattiene a forza).

RE. Nobile dama, mi sembra che la signora sia per l’appunto stanca per aver innaffiato gli alberi: in­fatti, hanno le spalle rilasciate, e troppo arrossate le palme delle mani

le sue braccia, dopo avere sollevato l’anfora; ancor adesso il respiro, più pesante del dovuto, fa sobbalzare il suo petto; la rete di gocce di sudore intrecciatasi sul suo volto trattiene il gioco del fiore di sirisa sul suo orecchio; e, scioltosi il nodo, le sue chiome scomposte sono ora sostenute da una mano.

Perciò, pagherò io il suo debito. (Porge il suo anello; le due amiche, leggendovi i caratteri del suo nome, si fissa­no a vicenda).

RE. No, non prendetemi per quello che non sono: questo è un dono del re! Vi sarà ormai chiaro che io sono un uomo di corte.

PRIYAMVADA. Allora, questo anello non può essere se­parato dal tuo dito. Sono ora le tue stesse parole, nobile signore, a sciogliere dal suo debito la nostra amica. (Sorridendo un poco). Sakuntala cara, sei libe­ra, grazie a questo compassionevole signore; o me­glio, grazie al gran re! Va’ pure.

SAKUNTALA ( fra sé). Se riuscirò a farmi forza… (Ad alta voce). Chi sei tu, per pretendere di liberarmi o vin­colarmi?

RE (osservando Sakuntala; fra sé). Può essere che ella pu­re senta per me quello che io sento per lei? Invero, il mio desiderio incontra soddisfazione; perché anche se non unisce la sua voce alle mie parole, presta orecchio, intenta, quando parlo; se pur non fissa il suo volto sul mio, il suo sguardo non ha però assolutamente alcun altro oggetto!

VOCE FUORI SCENA. Eremiti, eremiti! Tenetevi pronti a difendere le creature della foresta degli asceti: si dice che Dusyanta, il sovrano, sia giunto qui, im­pegnato in una battuta di caccia!

Ed infatti la polvere scalzata dagli zoccoli dei cavalli come uno sciame di locuste ricade sugli alberi dell’eremo, dalle cui fronde pendono vesti di sughero madide d’acqua:

e il suo colore è quello del sole cadente.

(E poi), ha una zanna spezzata dal ramo d’un albero investito con un colpo violento;

furioso trascina con sé una rete formata dalle spire di liane avvinte; come fosse, incarnato, un ostacolo alle nostre penitenze, ha disperso mandrie di cervi: terrorizzato alla vista del carro da caccia un elefante irrompe nella santa foresta!

(Tutte e tre le fanciulle ascoltano, alquanto scosse).

RE (fra sé). Ahimè! Gli uomini del seguito sono venuti a cercarci, e stanno invadendo la foresta degli ere­miti! Sia: dovrò tornare indietro subito.

LE DUE AMICHE. Nobile signore, ci spaventa quanto sta facendo quell’elefante selvaggio: consentici di tornare alla nostra capanna.

RE (concitato). Andate pure, signore. Quanto a noi, ci adopereremo acciocché non vi sia alcun nocumen­to per l’eremo.

(Tutti si alzano).

LE DUE AMICHE. Nobile signore, non avendoti ancora reso gli onori ospitali, siamo imbarazzate di doverti chiedere una nuova occasione di incontro.

RE. Non dite così: sono stato onorato già dal fatto stes­so di vedervi, signore.

SAKUNTALA. Un giovane ago di kusa mi ha punto il piede, e la veste di sughero mi si è impigliata in un ramo di amaranto ! Aspettatemi finché non mi li­bero!

(Sakuntala, indugiando con questi pretesti, continua a guardare il re; poi esce con le amiche).

RE. Ho ben poca voglia di tornare in città: intanto, raggiungerò il mio seguito, e lo accamperò non lontano dalla foresta degli asceti. Non riesco pro­prio a distogliere il mio animo dal pensiero di Sa­kuntala. Davvero, procede innanzi il mio corpo, torna indietro correndo il cuore irrequieto: come il telo di seta d’una bandiera portata contro vento. (Escono tutti).

Fine del primo anka

SECONDO ANKA

(Entra il vidúsaka, sconsolato).

VIDUSAKA (sospirando). Maledizione! Sono stufo di es­sere il compagno di questo re: non fa che andare a caccia! Anche a mezzogiorno ce ne andiamo va­gando per le piste delle foreste, dove, ora che è estate, gli alberi non danno quasi ombra, gridan­do: « Ecco un cervo! Ecco un cinghiale! Ecco una tigre! »; beviamo acqua di fiumi montani, tiepida e amara per le foglie che ci son cadute dentro; quando capita, mangiamo un pasto fatto quasi sempre di carne allo spiedo; neanche la notte pos­so riposare come vorrei, perché ho i lombi a pezzi dopo tutti quegli inseguimenti a cavallo! Poi, alle prime luci dell’alba, questi cacciatori cominciano ad assediare tutta la foresta: e mi svegliano col loro baccano! Adesso poi, nean­che così hanno termine le mie sofferenze: sulla pustola si è formata una bolla! Ieri, infatti, noi eravamo rimasti indietro: il mio padrone, inse­guendo un animale, entra nell’eremo e, per mia sventura, incontra Sakuntala, la figlia dell’eremita. Così, adesso non vuole neanche parlare di far ritorno in città. Anche oggi, quando il sole è sorto a ferire i suoi occhi, stava pensando proprio a lei! Che fare? Intanto, lo vedrò quando avrà termina­to i suoi doveri quotidiani.’ (Passeggia, guardandosi attorno). Eccolo! Il mio caro amico viene proprio da questa parte, attorniato dalle schiave Yavani, con gli archi in mano e adorne di ghirlande di fiori selvatici. Bene; mi piazzerò qui, fingendomi stor­piato dalle mie membra rotte: almeno così, forse, potrò prendermi un poco di riposo! (Si ferma, ap­poggiandosi al bastone).

(Entra il re, come descritto).

RE. Non sarà certo facile avere la donna che amo: ma la mia mente si consola, poiché ha visto qual è il sentimento di lei.

Anche quando non raggiunga il suo scopo l’amore, arreca piacere il desiderio ricambiato! (Sorridendo). Così si illude l’innamorato, che sulla base dei propri desideri si figura il sentimento della persona amata! Ed infatti,

che ella mi guardasse con amore, anche se volgeva altrove gli occhi;

che il suo passo, lento per la gravezza dei fianchi,’ fosse invece civettuolo;

e pur che replicasse con parole di rampogna quando la sua amica la trattenne: « Non andare!»: tutto questo mi par fatto solo per me!

Ahi! Un amante vede ogni cosa in funzione di se stesso!

VIDUSAKA (sempre nello stesso atteggiamento). Caro ami­co, non riesco a muovere mani né piedi: perciò ti saluto con sole parole.

RE. Come mai questa infermità alle membra?

VIDÚSAKA. E come mai, dopo avermi tu stesso stra­ziato gli occhi, mi chiedi la ragione delle mie la­crime?

RE. Non capisco.

VIDUSAKA. Amico mio, se la canna imita la positura di un gobbo lo deve a se stessa, o non piuttosto al­la forza della corrente?’

RE. La forza della corrente ne è la causa.

VIDUSAKA. E per me sei tu!

RE. E come?

VIDUSAKA. Tu, abbandonati i tuoi doveri di sovrano, devi dunque condurre a questo modo la vita di un abitante della foresta in una terra così inospi­tale! A dire il vero, non ho più il controllo delle mie membra, che hanno i legamenti squassati a forza di correre ogni giorno dietro agli animali selvaggi! Perciò ti prego: lasciami riposare alme­no una giornata!

RE (fra sé). Lui dice così: ma anche l’animo mio, as­sorto nel ricordo della figlia di Kàsyapa, è stanco della caccia.

Poiché non sono capace di piegare quest’arco dalla corda tesa, e con la freccia incoccata contro i cervi che, venuti ad abitare presso la mia amata, sembrano averle insegnato il loro sguardo innocente!

VIDÚSAKA (osservando il re in viso). Ma tu, signore, stai mormorando fra te: hai qualcosa per la mente! Il mio è stato solo un grido nel deserto.

RE (sorridendo). A che altro dovrei pensare? Non posso non tener conto delle parole del mio ami­co: perciò non ho replicato.

VIDUSAKA. Possa tu vivere a lungo! (Fa per andarsene).

RE. Resta, amico: ho ancora qualcosa da dire.

VIDUSAKA. Comanda, signore.

RE. Dopo che ti sarai riposato, dovrai essere mio compagno in una faccenda di nessuna fatica.

VIDUSAKA. Di che si tratta? Mangiare qualche pastic­cino? Se è così, accetto ben volentieri l’invito.

RE. Te lo dirò poi. Chi c’è lì?”

(Entra il guardaportone).

GUARDAPORTONE (sa inchina). Comanda, sire.

RE. Raivataka, fa’ chiamare il comandante dell’eser­cito.

GUARDAPORTONE. Sì. (Esce, poi ritorna col comandan­te). Ecco lì il nostro sire, che desidera comunicar­ti i suoi ordini: sta guardando proprio da questa parte. Avvicinati pure, nobile signore.

COMANDANTE (guardando il re). Benché taluni la veda­no come un vizio,” per il nostro signore la caccia si rivela solamente una virtù. Infatti, il sovrano ha un corpo

il cui petto è indurito dal tendere senza sosta la corda dell’arco;

che sa sopportare i raggi del sole, e non lascia affiorare

le gocce di sudore;

che è asciutto, ma non appare esile per la pienezza dei muscoli:

come un elefante che vaga sui monti, ha un corpo tutta forza!

(Si avvicina al re). Vittoria al sovrano! Siamo sulle tracce della selvaggina della foresta: perché te ne stai ancora fermo?

RE. Màthavya mi ha fatto un discorso contro la cac­cia, ed ha raffreddato il mio ardore. COMANDANTE (a parte, al vidúsaka). Continua pure con le tue obiezioni, amico: io asseconderò l’umo­re del sovrano. (Ad alta voce). Lasciamo che parli, l’idiota! Ma, sire, tu stesso sei la dimostrazione che sparito il grasso, smagrito l’addome, il corpo si fa leggero e agile nello slancio;

si impara a distinguere il mutar d’umore anche degli animai, dalla paura all’ira; è gran gloria per gli arcieri che le frecce colpiscano il mobile bersaglio:

a torto dicon che è un vizio la caccia!

Dove si troverà un passatempo pari a questo?

VIDUSAKA. Va’ via, tu, istigatore alla fatica! Il no­stro sire è tornato alla sua antica natura: tu inve­ce, vagando di foresta in foresta, finirai tra le fau­ci di un vecchio orso in cerca di un naso uma­no!

RE. Mio buon comandante, ci troviamo nelle vici­nanze di un eremo: per questo non posso appro­vare il tuo discorso. Per oggi, si immergano i bufali nell’acqua degli stagni battuta incessantemente dalle loro corna; seguitino pure a ruminare le famiglie di cervi, riunite in gruppi all’ombra; lasciamo che senza tema l’erba musta sia strappata dai branchi di cinghiali nell’acquitrino; ed abbia riposo questo nostro arco, rilasciata che sia l’attaccatura della corda.

COMANDANTE. Come piace alla Tua Maestà.

RE. Richiama dunque i battitori che sono andati a­vanti; e proibisci ai miei soldati di molestare la fo­resta degli asceti. Guarda:

c’è, nei grandi eremiti eminenti per autocontrollo, un potere nascosto, la cui natura è di fuoco: come la pietra di sole, che è piacevole al tatto, sol se insidiati da un altro potere essi lasciano che quello si manifesti.

COMANDANTE. Come ordina il mio signore.

VIDUSAKA. Alla malora quei tuoi modi baldanzosi! (Esce il comandante).

RE (guardando il suo seguito). Riponete pure l’attrezzatura da caccia. Anche tu, Raivataka, torna ai tuoi compiti.

SEGUITO. Come comanda il sovrano! (Escono).

VIDÙSAKA. Hai cacciato via tutte le mosche! Adesso accomodati, signore, su quel sedile alla piacevole ombra di un albero, cui i rampicanti fanno da baldacchino: così anch’io potrò sedermi comoda­mente.

RE. Va’ pure avanti.

VIDÙSAKA. Vieni, signore.

(Fanno qualche passo, poi si siedono).

RE. Màthavya, i tuoi occhi non hanno ancora rag­giunto il loro vero scopo: poiché non hai veduto l’unica cosa che val la pena di vedere!

VIDUSAKA. Non è vero: tu, signore, sei proprio qui davanti a me!

RE. Ciascuno vede quello che ama come un altro se stesso: io parlo pensando a Sakuntala, che è l’or­namento dell’eremo.

VIDUSAKA (fra sé). Non gli concederò opportunità (Ad alta voce). Caro amico, si direbbe che hai pun­tato i tuoi desideri sulla figlia dell’asceta!

RE. Amico, l’animo dei discendenti di Puru non si volge mai su di un oggetto proibito:

è nata da una fanciulla celeste, mi dicono, la figlia del saggio: fu da quella abbandonata, e lui la trovò:

come un fior di gelsomino che, staccatosi, cada sopra un albero di arka.

VIDÙSAKA (scoppiando a ridere). Come di uno che sia stufo di datteri e prenda a desiderare tamarindi: così è questo tuo desiderio! Proprio tu, signore, che puoi godere di donne splendide !

RE. È che non l’hai ancora vista: ecco perché parli così!

VIDÙSAKA. Deve essere davvero incantevole, se susci­ta meraviglia anche in te!

RE. Amico, a che dire di più?

Le infuse la vita dopo averla tratteggiata in un dipinto,

o la formò nella sua mente il Creatore, assommando ogni possibile bellezza? Modellata come insuperabile gemma fra le donne ella mi appare, quando penso al potere del Creatore e al corpo di lei!

VIDUSAKA. Se è così, ormai tutte le belle passano in secondo piano!

RE. E anche questo mi occupa la mente:

come un fiore mai annusato, un germoglio non ferito da unghia,

una perla non forata, miele novello il cui sapore non fu assaggiato,

e come il frutto non diviso di meriti acquisiti è la sua bellezza senza difetto:

non so chi, in questo mondo, i1 Creatore designerà a possederla!

VIDUSAKA. Ma allora, salvala al più presto, signore, ché non cada nelle mani di un qualsiasi asceta dalla testa unta di olio di ingudi!

RE. Ma ella non ha libertà di decisione: e suo padre adesso non è qui.

VIDÙSAKA. E qual era il sentimento mostrato dai suoi occhi” nei tuoi confronti, signore?

RE. Le figlie degli eremiti sono per natura riservate; tuttavia,

mi volsi a lei, e ritrasse lo sguardo: ma sbocciò un sorriso, sia pure motivato altrimenti.

Così, frenato dal pudore, non fu espresso da lei l’amore: né soppresso.

VIDÙSAKA. Ti aveva appena visto: non poteva certo salirti in grembo!

RE. E poi, quando si allontanò insieme alle sue amiche, la signora, anche se con discrezione, mi ma­nifestò ancora il suo sentimento: poiché a un tratto: «Uno stelo di darbha mi ha ferito il piede!» esclamò l’esile fanciulla, fermandosi dopo pochi passi:

e rimaneva lì, volgendo il viso, a liberare dai rami degli alberi l’abito di corteccia, che non s’era, però, impigliato.

VIDUSAKA. Allora, prepara le provviste per il viag­gio: vedo che hai trasformato il bosco degli asce­ti in un boschetto di piaceri!

RE. Amico, alcuni asceti mi hanno riconosciuto: escogita un pretesto col quale possiamo recarci di nuovo all’eremo.

VIDUSAKA. Quale altro pretesto ci vuole? Tu sei il re! Chiedi che ti sia portata la sesta parte del raccolto di riso selvatico.

RE. Stolto! Ben altro tributo mi giunge per la loro protezione: esso va apprezzato assai più che cu­muli di pietre preziose. Guarda:

perituri sono i frutti che dalle quattro caste provengono ai re;

ma imperitura è la sesta parte della loro ascesi che gli eremiti delle foreste ci donano.

VOCE FUORI SCENA. Evviva! Abbiamo raggiunto il nostro scopo!

RE (tendendo l’orecchio). Oh! Deve trattarsi di eremiti: la loro voce è ferma e serena.

(Entra il guardaportone).

GUARDAPORTONE. Vittoria, vittoria al sovrano! Alla porta ci sono due giovani veggenti.

RE. Falli dunque entrare senza indugio.

GUARDAPORTONE. Li faccio entrare. (Esce, e torna con i due giovani veggenti). Di qui, di qui, signori.

(I due osservano il re).

PRIMO GIOVANE VEGGENTE. Oh, la capacità che ha il suo aspetto, benché sfolgorante di maestà, di in­fondere sicurezza! Del resto, ciò è naturale per questo re, che non è molto dissimile dai veggen­ti. Poiché anche lui ha preso dimora in un asrama a cui tutti possono ricorrere;

anche lui, che si adopera a proteggerci, quotidianamente accumula meriti;”

e anche per lui, che domina,” sale a toccare il cielo, ripetutamente cantato dalle coppie di bardi,” il santo titolo di « veggente », solo preceduto da quello di « re ».

SECONDO GIOVANE VEGGENTE. Gautama, è questo il famoso Dusyanta, l’amico di Indra?

PRIMO GIOVANE VEGGENTE. Certo!

SECONDO GIOVANE VEGGENTE. Allora, non è meraviglia che egli governi, da solo, la terra intera, col nero oceano per confine:” lungo è il suo braccio, come il chiavistello delle porte delle città; e confida nella vittoria il consesso degli dèi, ingaggiando ostilità coi daitya, grazie al suo arco dalla corda tesa e al fulmine del dio dai molti inni!

I DUE GIOVANI VEGGENTI (avvicinandosi). Vittoria a te, sovrano!

RE (alzandosi dal seggio). Vi porgo il benvenuto, si­gnori.

I DUE GIOVANI VEGGENTI. Salute a te! (Gli offrono dei frutti).

RE (li accetta, inchinandosi). Desidero ricevere i vostri ordini.

I DUE GIOVANI VEGGENTI. Gli abitanti dell’eremo so­no venuti a conoscenza del fatto che tu, signore, ti trovi qui: perciò ti rivolgono una richiesta.

RE. Che cosa comandano?

I DUE GIOVANI VEGGENTI. Poiché Kanva, il grande veggente, non è qui, i raksas pongono impedi­menti ai nostri sacrifici: chiediamo perciò che tu, signore, insieme col tuo auriga, venga per qual­che notte a proteggere l’eremo.

RE. Ne sono onorato!

VIDUSAKA (a parte, al re). Questa richiesta ti giunge, ora, a proposito!

RE (sorridendo). Raivataka, riferisci all’auriga, da parte mia, che mi porti il carro, insieme con l’ar­co.

GUARDAPORTONE. Come il sire comanda. (Esce).

I DUE GIOVANI VEGGENTI (felici). Ciò è ben degno di te, che segui l’esempio dei tuoi avi:

ché proprio al rito sacrificale della protezione degli afflitti fu iniziata la stirpe di Puru!

RE (inchinandosi). Andate pure avanti, signori: quan­to a me, seguirò i vostri passi.

I DUE GIOVANI VEGGENTI. Vittoria a te! (Escono).

RE. Màthavya, non hai dunque curiosità di vedere Sakuntala?

VIDÙSAKA. Prima, ne traboccavo: adesso, con questa storia dei raksasa, non me ne è rimasta neanche una goccia!

RE. Non temere: starai accanto a me.

VIDÙSAKA. Eccomi già salvo dai ràksasa! (Entra il guardaportone).

GUARDAPORTONE. Il carro è pronto, e attende la glo­riosa partenza del nostro sire. Ma intanto dalla città è giunto Karabhaka: porta un ordine da parte della regina.

RE (con deferenza). Inviato dalla regina madre?

GUARDAPORTONE. Proprio così.

RE. Entri pure!

GUARDAPORTONE. Sì. (Esce, e ritorna con Karabhaka). Ecco il nostro sire: avvicinati pure.

KARABHAKA. Vittoria, vittoria al sire! La regina mi manda a dire: “Nel quarto giorno da oggi avrà luogo la fine del mio digiuno: senza meno il so­vrano di lunga vita mi onorerà della sua presen­za”.

RE. Qui, i miei doveri verso gli eremiti; là, l’ordine della venerabile genitrice. Non posso trascurare nessuna delle due cose: come dovrò fare?

VIDUSAKA. Resta a metà, come Trisanku!

RE. Davvero, sono confuso:

a causa di due doveri diversi è scisso in due il mio animo: come la corrente di un fiume ostruita nel suo corso da una roccia.

(Riflettendo). Amico, tu sei stato accolto da mia madre come un figlio. Perciò, torna tu, e riferisci­le che il mio animo è tutto preso dai doveri verso gli eremiti: ai doveri filiali potrai assolvere tu stes­so.

VIDÙSAKA. Non vorrai considerarmi uno che ha paura dei raksas!

RE (sorridendo). Come potrebbe mai darsi, in te, una cosa del genere?

VIDÙSAKA. Andrò, come è doveroso che vada un fra­tello cadetto del re!

RE. Del resto, poiché devo eliminare ogni possibile fattore di disturbo per la foresta degli eremiti, manderò via con te tutto il mio seguito.

VIDÙSAKA. Se è così, adesso sono proprio diventato il principe ereditario!

RE (fra sé). È un incauto, il giovane: un giorno potrebbe riferire della mia passione alle donne del­l’harem. Sia: gli parlerò così. (Prende il vidùsaka per mano; ad alta voce). Amico, io vado all’eremo solo per rispetto ai veggenti: non è vera la storia del mio desiderio per Sakuntala, la figlia dell’ere­mita. Guarda:

che abisso fra noi e la gente estranea all’amore, cresciuta insieme ai piccoli dei cervi!

Non prendere sul serio, amico, parole dette solo per ridere.

VIDUSAKA. Certamente! (Escono tutti).

Fine del secondo anka

TERZO ANKA

(Entra un discepolo del sacrificante, portando un fa­scio di kusa).

DISCEPOLO. Oh, ha davvero un grande potere Du­syanta, il sovrano! E’ bastato che questo re facesse il suo ingresso nell’eremo, e i nostri riti non han­no più alcun intralcio!

Che bisogno ha di incoccare la freccia? Col solo suono della corda, da lontano, quasi irato rimbrotto del suo arco, egli respinge gli ostacoli!

Adesso, porterò questo fascio di darbha ai sacer­doti, perché ne ricoprano l’altare.

(Avanza, osser­vando; rivolgendosi a un personaggio fuori scena). Priyamvada, a chi porti quell’unguento di usira e quelle foglie di loto con tutti i gambi? (In atto di chi ascolta). Che dici? Sakuntala si sente assai male a causa di un colpo di sole, e queste cose servono a dar refrigerio al suo corpo? Allora va’ da lei in fretta: la vostra amica è davvero il respiro stesso del Maestro, il beato Kanva! Anch’io le manderò subito, per mezzo di Gautami, l’acqua sacrificale, che lenisce il dolore!

(Esce).

Fine del viskambhaka

(Entra il re, in atteggiamento di innamorato).

RE (assai pensieroso). Conosco il potere dell’ascesi, e so bene che la fanciulla non può decidere di sé; ma pur così, non son capace di allontanare da lei questo mio cuore. (Mostrandosi afflitto da pena d’amore, con stizza).

Si­gnore Manmatha, come mai tu, che sei armato di fiori, lanci frecce così acuminate? (Riflette). Ah, capisco:

certo ancor oggi il fuoco nascosto dell’ira di Hara arde in te,

come nell’oceano: come potresti altrimenti tu, Manmatha, ridotto a sola cenere,

esser vampa in questo modo per quelli come me?

Tu e la Luna, che dovreste essere di sollievo, in­gannate invece le schiere degli innamorati! Poiché tu hai frecce di fiori, freschi raggi ha la Luna, ma queste due cose appaion fallaci

per quelli nel mio stato:

la Luna stilla fuoco dai suoi raggi, che portano il freddo in grembo; e tu rendi adamantini i tuoi strali fioriti!

(Si aggira attorno, sconsolato). E poi, ora che sono stato congedato dai sacerdoti a conclusione del sacrificio, dove andrò a confortare il mio animo, sfinito dall’angoscia? (Sospira). Quale altro rifugio ho adesso, se non la vista della mia amata? Non mi resta che andare a cercarla. (Guarda verso il so­le). Quest’ora di feroce calura Sakuntala la passa, generalmente con le sue amiche sulle rive della Màlini, ricche di pergole di piante rampicanti: andrò lì. (Procede; si atteggia come chi è carezzato dalla brezza). Ah, questo luogo, con la sua brezza, è piacevolissimo!

Fragrante di fiori di loto, porta con sé gli spruzzi delle onde della Màlini,

questo venticello: possono abbracciarlo stretto membra che l’Incorporeo riarde!

(Procede e si guarda attorno). Ella deve essere vici­na, in questo padiglione di rampicanti recintato da canne. Infatti, lievi davanti e profonde posteriormente, per il peso dei suoi fianchi, all’ingresso, sulla bianca sabbia, si vedono, in fila, orme recenti.

Sbircerò subito fra i tralci. (Avanza, e fa come ha det­to; felice). Oh, ho raggiunto la beatitudine dei miei occhi! Lei, la dilettissima dei miei desideri, è diste­sa su un lastrone di pietra cosparso di fiori, assisti­ta dalle due amiche. Bene: ascolterò che cosa si di­cono in confidenza. (Resta fermo, a guardare).

(Appaiono Sakuntala e le sue due amiche, nell’atteg­giamento descritto)

LE DUE AMICHE (le fanno vento; con affetto). Sakuntala cara, ti dà sollievo il vento di queste foglie di loto?

SAKUNTALA. Davvero mi stanno facendo vento le amiche?

(Le amiche si guardano l’una con l’altra, mostrandosi preoccupate).

RE. Sembra che Sakuntala sia assai malata! (Riflette). Sarà per colpa del caldo, o è come mi suggerisce l’animo? (La osserva attentamente, con desiderio). Ma basta coi dubbi:

il petto unto di usira, un solo braccialetto, allentato, di fibre di loto:

il corpo della mia amata, straziato, è tuttavia bello.

Sarà vero che è uguale la pena che causano Amore e la calura:

ma l’offesa recata dall’estate alle giovani donne non risulta così incantevole!

PRIYAMVADA (a parte, all’amica). Anasúyà, da quando vide per la prima volta quel veggente regale, Sa­kuntala è come malinconica: che questo suo male sia dovuto a lui?

ANASUYA. Amica, anche il mio cuore ha questo so­spetto. Bene: glielo chiederò subito. (Ad alta voce). Amica, voglio chiederti una cosa: è grave il tuo male?

SAKUNTALA (solleva il busto dal giaciglio di fiori). Mia cara, che cosa vuoi dire?

ANASÙYA. Sakuntala cara, noi due non siamo davve­ro esperte di faccende d’amore: però, vedo che la tua è la medesima condizione che nei racconti viene attribuita alle donne innamorate.” Dicci: a che cosa è dovuto questo tuo male? Se non si rico­nosce con certezza la malattia, non si può por ma­no a un rimedio!

RE. Anche Anasúyà ha avuto il mio stesso pensiero: dunque, la mia opinione non era dovuta a un de­siderio egoistico !

SAKUNTALA (fra sé). È davvero forte questo mio sen­timento: ma anche adesso non sono capace di ri­velarlo, così all’improvviso, a loro!

PRIYAMVADA. Amica mia Sakuntala, lei ha parlato saggiamente: perché sottovaluti la tua malattia? Giorno dopo giorno, le tue membra si fanno sempre più deboli: solo la luce del tuo fascino non ti abbandona!

RE. Cosa non falsa ha detto Priyamvadà: infatti,

sul volto, le guance sono sempre più smunte; sul petto, il seno ha perso la sua compattezza; la vita è più sottile; oltremodo abbandonate le spalle, pallido l’incarnato: miserevole, eppur bella a vedersi, ella appare, tormentata da Amore:

come appare, le foglie inaridite, un tralcio di gelsomino” investito dal vento.

SAKUNTALA. Amica, con chi altri potrei confidarmi? Ma così diventerò per voi causa di inquietudine!

PRIYAMVADA. Proprio per questo insistiamo! Se con­diviso da persone affezionate, il dolore diventa una pena sopportabile!

RE. Interrogata da coloro che dividono con lei gioie e dolori, la fanciulla non potrà non rivelare la causa delle sue pene, racchiusa nel suo cuore.

Anche se, più volte voltandosi, ella mi guardava con desiderio allora, in questo frangente son preso dall’ansia di ascoltare.

SAKUNTALA. Amica, a partire dal momento in cui il veggente regale, che protegge la foresta degli asceti, ha incontrato i miei occhi… (Lascia a metà la frase, per pudore).

LE DUE AMICHE. Dicci, cara amica!

SAKUNTALA … da allora il desiderio di lui mi ha ri­dotta in questo stato!

RE (felice). Ho udito quello che volevo udire! Lo stesso Amore, che mi bruciava,

è divenuto colui che mi dà refrigerio: come lo è un giorno scuro di nubi, alla fine dell’estate, per le creature.

SAKUNTALA. Perciò, se siete d’accordo, adoperatevi affinché quel veggente regale possa aver compas­sione di me; altrimenti, bagnatemi senz’altro con acqua di sesamo.

RE. Parole che troncano ogni dubbio!

PRIYAMVADA (a parte, ad Anasúyà). Anasùyà, Amore

ha fatto molta strada in lei: ella non potrà per­mettersi di prender tempo. Colui a cui ha legato i suoi sentimenti è l’ornamento della stirpe di Pu­ru: è giusto quindi congratularsi con lei per que­sto suo desiderio.

ANASUYÀ. È come dici.

PRIYAMVADA (ad alta voce). Che felice evento, amica! Questo tuo sentimento è degno di te! Se non al­l’oceano, dove mai potrà scendere un grande fiume? O quale albero, se non il mango, potrà so­stenere i tralci di atimukta in germoglio?

RE. Qual meraviglia, se le due stelle visàkhà accom­pagnano la sottile falce della luna crescente?

ANASÚYÀ. Ma adesso, quale sarà il modo di realizza­re presto e con discrezione il desiderio della no­stra amica?

PRIYAMVADA. Quanto alla discrezione, ci pensere­mo; fare presto sarà facile.

ANASUYÀ. E come mai?

PRIYAMVADA. Ma perché anche il veggente regale con i suoi sguardi affettuosi verso di lei ha lascia­to intendere che la desiderava, e in questi giorni, non riuscendo a dormire, appare dimagrito.

RE. È vero: mi sono ridotto proprio così! Infatti, ecco: con le sue gemme scolorite dalle lacrime calde per la mia intima pena,

che notte dopo notte scorrono dall’occhio poggiato sul mio braccio,

non più trattenuto dalla cicatrice lasciata dalla corda dell’arco, questo mio bracciale d’oro continua a scivolare, ed ogni momento lo rimuovo dal polso.

PRIYAMVADA (riflette). Cara amica, bisogna scrivergli una lettera d’amore: la nasconderò fra alcuni fiori e, con il pretesto di offrirgli un omaggio particolare, la consegnerò nelle sue mani.

ANASUYÀ. Mi piace questo espediente così delicato: che ne dice Sakuntala?

SAKUNTALA. Come potrei obiettare ad una vostra proposta?

PRIYAMVADA. Allora pensa a qualche espressione graziosa, preceduta da un accenno a te stessa.

SAKUNTALA. Ci penserò, amica… Ma mi trema il cuore: teme un rifiuto.

RE (felice). Eccolo, è qui, bramoso di unirsi a te, quegli da cui, mia timida, tu paventi un rifiuto! Chi la cerca, potrà ottenere o no la Fortuna: ma chi dalla Fortuna è cercato

come potrà sfuggirle?

LE DUE AMICHE. Oh, non spregiare le tue qualità! Chi mai vorrà schermare col lembo della veste la luce della luna d’autunno, che dona refrigerio al suo corpo?”

SAKUNTALA (sorridendo). Così mi mettete alle strette. (Si siede e comincia a pensare).

RE. Davvero a ragione contemplo la mia amata con occhio che dimentica di abbassare le palpebre! Poiché

ha un sopracciglio sollevato, simile a un tralcio, il volto di lei, mentre ricerca le parole:

e con la guancia percorsa da brividi rivela il suo amore per me!

SAKUNTALA. Amiche, ho pensato al contenuto dei miei versi: ma qui non ho strumenti per scrivere!

PRIYAMVADA. Traccia con le unghie i segni delle let­tere su questa foglia di loto, che è tenera come il petto di un pappagallo.

SAKUNTALA (fa come le è stato detto). Amiche, adesso ascoltate se è fatta bene o no.

LE DUE AMICHE. Ti ascoltiamo attentamente.

SAKUNTALA (leggendo).

Non conosco il tuo cuore; ma il mio amore, giorno e notte,

tortura gravemente, o crudele, le mie membra: ché a te è rivolto il mio desiderio.

RE (si fa avanti precipitosamente). Amore, o esile fanciulla, ti tortura: ma su me incessantemente brucia.

Il sole non sfinisce tanto la ninfea quanto la luna!

LE DUE AMICHE (felici). Benvenuto sia l’oggetto del desiderio di lei, che non si è fatto attendere! (Sakuntala cerca di alzarsi).

RE. No, non ti affaticare! Hanno ammaccato il giaciglio di fiori, e profumano degli steli compressi e subito avvizziti:

le tue membra, afflitte da grave pena, non meritano di sottoporsi a cerimonie!

ANASUYA. Si degni il nostro amico di adornare” un lato di questo lastrone di pietra!

(Il re si siede; Sakuntala rimane ferma, pudicamente).

PRIYAMVADA. È evidente che il vostro amore è reci­proco: tuttavia, l’affetto che porto alla mia amica mi spinge a voler ribadire alcune cose.

RE. Non tralasciare di farlo, signora: non dire quel che si vorrebbe dire e motivo di pentimento.

PRIYAMVADA. Un re deve por fine alle sofferenze di una persona in pena che risieda nel suo territo­rio: questo è il vostro dovere.

RE. Nulla è più importante di questo.

PRIYAMVADA. Orbene, la nostra cara amica è stata ri­dotta in queste condizioni dal beato Amore, e per causa tua: perciò devi, soccorrendola, difendere la sua vita.

RE. Signora, questo è anche il mio desiderio: ti sono in ogni modo obbligato.

SAKUNTALA (guardando Priyamvada). Mia cara, che bisogno c’è di importunare il regale veggente, che avrà nostalgia delle spose del suo harem, da cui ora è lontano?

RE. Mia bella, tu che sei riposta nel mio cuore, se diversamente valuti il mio cuore, che a nessun’altra è dedito, o tu dagli occhi inebrianti, allora io,

trafitto dalle frecce di Amore, son trafitto di nuovo.

ANASUYA. Amico, si dice che i re abbiano molte spo­se: agisci dunque in modo che la nostra cara ami­ca non possa diventare oggetto di compassione per i suoi familiari!

RE. Signora, non dirò di più: benché io abbia molte spose, solo due io pongo a fondamento della stirpe mia: la Terra ammantata dell’oceano,

e questa amica vostra.

LE DUE AMICHE. Ci hai soddisfatte.

PRIYAMVADA (lanciando uno sguardo attorno). Anasú­yà, questo cerbiatto, che guarda trepidante verso di noi, cerca la madre: andiamo a riportarglielo! (Si avviano entrambe) .40 SAKUNTALA. Amiche, rimango senza sostegno: una di voi torni indietro!

LE DUE AMICHE. Accanto a te c’è colui che è il soste­gno della Terra! (Escono).

SAKUNTALA. Come! Se ne sono proprio andate!

RE. Non ti agitare. Ecco: non è forse accanto a te una persona che ti servirà devotamente?

Vuoi che agiti roride brezze con freschi ventagli di foglie di loto che alleviano la stanchezza?

O vuoi, signora dalle cosce affusolate, che io, tenendo sul grembo i tuoi piedi

rossi come il fior di loto,

te li massaggi come più ti piaccia?

SAKUNTALA. Non mi consentirò di mancare di ri­spetto verso coloro che devo onorare! (Si alza, e fa per andare via).

RE. Il giorno, bella, non è ancora giunto a termine, e tu ti trovi in queste condizioni di salute!

Abbandonando il giaciglio di fiori e la coltre, fatta di foglie di loto, che ti copre il petto,

come potrai andare nella calura,

con le membra così indebolite dalla sofferenza? (La trattiene a forza).

SAKUNTALA. Discendente di Puru, osserva il dovuto contegno: benché tormentata da Amore, io non posso disporre di me stessa.

RE. Schiva fanciulla, non devi temere tuo padre! Quando vedrà queste cose, il venerabile Maestro, che ben conosce le leggi sacre, non vi troverà al­cun peccato. E poi, molte figlie, si narra, d’eremiti con rito gàndharva furono prese in mogli: e dai genitori furono lodate.

SAKUNTALA. Intanto, lasciami andare: voglio chiede­re di nuovo consiglio alle mie amiche.

RE. Sia: ti lascerò andare.

SAKUNTALA. Quando?

RE. Quando, o bella, il succo di questo tuo labbro, tenero e mai sinora lambito,

come un fiore novello da un’ape sarà delicatamente sorbito da me, che bramo berne.

(Cerca di sollevare il volto di lei; Sakuntala, con un ge­sto, glielo impedisce).

VOCE FUORI SCENA. Femmina di cakravàka, saluta il tuo compagno: scende la sera!

SAKUNTAL.A (agitata). Discendente di Puru, senza dubbio la nobile Gautami sta venendo qui, per informarsi della mia salute: nasconditi perciò dietro quei rami!

RE. Lo farò. (Si nasconde, e rimane fermo).

(Entrano Gautami, con una ciotola in mano, e le due amiche).

LE DUE AMICHE. Di qui, di qui, nobile Gautami!

GAUTAMI (si avvicina a Sakuntala). Figliola, sono a­desso un po’ meno sofferenti le tue membra?

SAKUNTALA. Sento un miglioramento.

GAUTAMÌ. Con quest’acqua di darbha il tuo corpo sa­rà liberato da ogni malanno. (Le spruzza un po’ d’acqua sul capo). Mia cara, il giorno sta finendo: vieni, torniamo alla nostra capanna. (Si avviano).

SAKUNTALA (fra sé). Cuore mio, prima, quando l’og­getto dei tuoi desideri ti era felicemente apparso dinanzi, non hai scrollato via la tua timidezza: adesso che, con rimpianto, ne vieni separato, perché soffri? (Fa un passo, e poi si ferma; a voce al­ta). Padiglione di rampicanti, che hai alleviato le mie pene, ti lascio l’arrivederci a nuovi piacevoli momenti! (Così dicendo, Sakuntala esce insieme con le altre).

RE (torna dove era prima; sospirando). Ahimè, il rag­giungimento di ciò che si desidera è irto di osta­coli! Infatti,

di quando in quando le dita coprivano il suo labbro;

bello era, con i suoi impercettibili “no”, il volto di lei dalle lunghe ciglia, piegato sulla sua spalla:

io lo sollevai appena, ma non lo baciai.

Adesso, dove mai andrò? No: resterò un poco qui, nel padiglione di piante rampicanti ove la mia amata è stata felice, e che adesso ella ha ab­bandonato. (Si guarda attorno).

Questo, sul lastrone di pietra, è il suo giaciglio di fiori, scompigliati dal suo corpo; questa è, sbiadita, la lettera d’amore incisa dalle sue unghie sulla foglia di loto; questo, scivolatole dalla mano,

è lo stelo di loto che era il suo bracciale: così il mio occhio variamente si sofferma, ed io non son capace d’andar via prontamente da questo capanno di canne, che pur è vuoto. VOCE FUORI SCENA. Sire, è iniziato il rito vespertino delle sacre libagioni,

e sparse intorno all’altare col fuoco già acceso, vagano, infondendo terrore in molti modi,

le ombre, rosseggianti

come nembi rigonfi sul far della sera, dei dèmoni divoratori di carne!

RE. Eccomi: vengo! (Esce).

Fine del terzo anka

QUARTO ANKA

(Entrano le due amiche, in atto di raccogliere fiori).

ANASUYA. Mia cara Priyamvadà, ora che si è compiu­ta la piena felicità di Sakuntala grazie al suo ma­trimonio gàndharva, e che ella ha avuto la ventura di unirsi a uno sposo degno di lei, il mio cuore è contento; tuttavia, c’è una cosa ancora che merita riflessione.

PRIYAMVADA. Che intendi?

ANASUYA. Oggi, conclusi i riti sacrificali, il regale veggente, congedato dagli eremiti, ritorna in cit­tà: quando entrerà nel suo harem, ricorderà o no quello che è successo quaggiù?

PRIYAMVADA. Sta’ tranquilla: una tale nobiltà d’a­spetto non può essere smentita dalle qualità del­l’animo. Piuttosto, non so come reagirà il babbo, quando saprà della cosa.

ANASUYA. Per come la vedo io, la approverà.

PRIYAMVADA. Perché?

ANASUYA. Quello di dare in sposa la propria figlia a una persona ricca di virtù è sempre il primo pen­siero dei genitori: se è il destino stesso a procurare un tale sposo, essi raggiungono senza sforzo il loro scopo!

PRIYAMVADA (guardando il cesto di fiori). Amica, ab­biamo raccolto fiori sufficienti per l’offerta quoti­diana agli dèi.

ANASÙYÀ. Non dobbiamo venerare anche la divinità che presiede alla felicità della nostra amica Sa­kuntala?

PRIYAMVADA. È vero! (Riprendono la loro attività).

VOCE FUORI SCENA. Ohilà, ci sono io, qui!

ANASÙYÀ (porge orecchio). Si direbbe che si stia an­nunciando un ospite!

PRIYAMVADA. Ad ogni modo, c’è Sakuntala vicino alla capanna. (Fra sé). Ma oggi ella non è presente con l’animo.

ANASÙYÀ. Questi fiori bastano. (Si avviano).

VOCE FUORI SCENA. Ehi tu, che trascuri gli ospiti: colui a cui solo tu pensi,

senza null’altro in mente,

e non ti accorgi che sono qui io, ricco d’ascesi: costui non ti ricorderà, anche se tu cercherai di ridargli la memoria,

proprio come un ubriaco non ricorda il discorso appena fatto!

PRIYAMVADA. Ahinoi, ahinoi! La sventura ci ha col­pite! Sakuntala, assente com’è con l’animo, deve aver offeso una persona che andava venerata! (Guarda avanti). E non si tratta certo di uno qual­siasi: ecco lì Durvàsas, il grande veggente così fa­cile all’ira! Adesso, dopo aver lanciato quella sua maledizione, egli si sta allontanando, con passo accelerato dalla violenza della sua furia: impossi­bile fermarlo! Che altro se non il fuoco ha il pote­re di bruciare?

ANASÙYÀ. Va’: inchinati ai suoi piedi, e trattienilo mentre io vado a procurarmi l’acqua e l’argha.

PRIYAMVADA. Va bene. (Esce).

ANASÙYÀ (fa un passo, ma inciampa). Ahimè, il mio passo, incerto per l’agitazione, mi ha fatto scivo­lare di mano il cesto dei fiori! (Raccoglie i fiori).

PRIYAMVADA (rientrando). Amica, quell’uomo è scon­troso per natura: da chi mai accetterà una suppli­ca? Tuttavia, si è fatto in certo modo toccare da compassione.

ANASUYA (sorridendo). Questo è già tanto, per lui! Racconta.

PRIYAMVADÀ. Quando rifiutò di tornare indietro, mi rivolsi a lui così: “Beato, considera che questa è la prima mancanza delle tue figlie, ignare del potere della tua ascesi: potresti, beato, perdonare il loro unico errore!”.

ANASÙYÀ. E allora?

PRIYAMVADA. Allora lui proclamò: “La mia parola non può essere mutata. Ma la maledizione avrà termine alla vista di un monile quale segno di ri­conoscimento”. Così dicendo, scomparve.

ANASÙYÀ. Adesso possiamo bene sperare! C’è l’anel­lo che porta inciso il suo nome, e che il regale veggente, partendo, pose personalmente al dito di lei per ricordo! Così Sakuntala avrà ella stessa in mano lo strumento per risolvere la faccenda.

PRIYAMVADA. Vieni, amica: eseguiamo intanto il rito in onore degli dèi. (Si avviano).

PRIYAMVADA (osservando). Guarda, Anasúyà: la no­stra cara amica se ne sta col viso poggiato sulla mano sinistra,` come in un dipinto! I suoi pen­sieri sono tutti rivolti al suo sposo: neanche di se stessa ella si cura. Tanto meno di un forestiero!

ANASÙYÀ. Priyamvadà, lasciamo che quanto è acca­duto rimanga fra noi due soltanto: dobbiamo proteggere la nostra cara amica, che è di indole così sensibile!

PRIYAMVADA. Davvero: chi mai bagnerà un gelsomi­no con acqua calda? (Escono entrambe).

Fine del viskambhaka

(Entra un discepolo, appena alzatosi).

DISCEPOLO. Il signore Kasyapa, ritornato dal suo viaggio, mi ha ordinato di vedere che ora è. Per­ciò sono uscito all’aria aperta, per osservare quanta parte rimane della notte. (Avanza, osser­vando). Ma è l’alba! Infatti, da una parte, il Signore delle erbe medicinali si dirige verso le vette del monte occidentale; dall’altra, è apparso il Sole, preceduto da Aruna.

Il contemporaneo sorgere e tramontare dei due astri sembra regolare questo mondo,

nelle sue alterne vicende! E poi, è scomparsa la luna, ed anche la ninfea

non rallegra più i miei occhi:

solo un ricordo è il suo splendore! Nelle fragili donne il dolore

per la lontananza dell’amato

è certo più che mai duro da sopportare! (Scuotendo la tenda, entra Anasúyà).

ANASUYA. Anche una persona che, come me, non ha esperienza del mondo non può non sapere que­ste cose: per me quel re si è comportato in manie­ra poco nobile con Sakuntala…

DISCEPOLO. Andrò subito ad avvertire il Maestro che si avvicina l’ora del sacrificio. (Esce). ANASUYA. Mi sono alzata: ma che cosa farò adesso? Le mie mani e i miei piedi non riescono a muo­versi neanche per svolgere gli atti consueti! Sarà soddisfatto Amore, adesso che la mia amica, lei che ha il cuore puro, è stata indotta a intrattener­si con una persona di false promesse! O sarà stata la maledizione di Durvàsas a causare questo mu­tamento? Altrimenti, come si spiegherebbe che il veggente regale, dopo aver fatto tutte quelle belle dichiarazioni, da tanto tempo non manda nem­meno una lettera? Ormai non resta che mandar­gli quell’anello di riconoscimento: ma a chi po­tremmo chiedere di fare una cosa simile, fra que­sti asceti dalla severa condotta? Del resto, io avrei pensato a un’altra soluzione, ma non posso met­terla in atto, poiché significherebbe confessare u­na mancanza della mia amica: rivelare a babbo Kàsyapa, che è tornato dal suo viaggio, che Sakuntala è stata sposata da Dusyanta e aspetta un figlio da lui. Poiché le cose stanno proprio così: e noi, che cosa possiamo fare?

(Entra Priyamvada).

PRIYAMVADA (felice). Presto, presto, amica! Dobbia­mo celebrare i riti di buon auspicio per la parten­za di Sakuntala!

ANASUYA. Come mai, amica?

PRIYAMVADA. Ascolta: sono appena stata da Sakun­tala per chiederle se aveva dormito bene.

ANASUYA. E allora?

PRIYAMVADA. Proprio allora babbo Kasyapa la ab­bracciava: lei teneva il volto abbassato per il pu­dore, e lui si rallegrava con lei, dicendo: “Per buona sorte, malgrado la vista del celebrante fos­se oscurata dal fumo, l’oblazione è caduta pro­prio sul fuoco. Figliola, come un sapere impar­tito ad un bravo discepolo, tu sei ora divenuta per me una che non possiamo rimpiangere: og­gi stesso, scortata da veggenti, ti manderò presso il tuo sposo”.

ANASUYA. Ma chi ha rivelato a babbo Kàsyapa quello che era successo?

PRIYAMVADA. Una voce incorporea, che gli ha parla­to in versi quando lui è entrato nella cella dei fuo­chi sacri.”

ANASUYA (meravigliata). Raccontami!

PRIYAMVADA “Sappi, o saggio, che tua figlia serba, per il bene del mondo, il seme donatole da Dusyanta: come l’albero di sami tiene il fuoco nel suo grembo”.

ANASÙYÀ (abbracciando Priyamvada). Come sono con­tenta! Però, se Sakuntala è condotta via oggi stes­so, la contentezza che provo si unisce al rimpianto!

PRIYAMVADA. Amica, noi due impareremo ad allon­tanare il rimpianto: purché lei, che ha tanto sof­ferto, sia felice!

ANASUYÀ. Ed infatti, in questo cesto di foglie di pal­ma, che ho appeso ad un ramo del mango, ho messo, proprio a tale scopo, una ghirlanda di fiori di kesara, che resistono per molto tempo. Tu prendila, mentre io vado a preparare per lei bel­letti di buon augurio: pomata gialla, polvere sa­cra, germogli di erba dúrvà.

PRIYAMVADA. Faremo come dici. (Anasúyà esce; Pri­yamvada prende i fiori).

VOCE FUORI SCENA. Gautami, sia dato ordine al buon Sàrngarava e agli altri di accompagnare Sakuntala!

PRIYAMVADA (ascoltando). Presto, presto, Anasúyà: stanno chiamando i veggenti che devono andare a Hastinàpura!

(Entra Anasúyà con gli unguenti in mano).

ANASÙYÀ. Ecco amica: andiamo! (Si avviano).

PRIYAMVADA (osservando). Ecco lì Sakuntala: al sorgere del sole si è immersa sino ai capelli per il ba­gno rituale, e adesso le ascete la salutano, pro­nunciando parole di augurio e tenendo in mano chicchi di riso selvatico. Avviciniamoci! (Le si av­vicinano).

(Appare Sakuntala, seduta, e attorniata come descritto).

PRIMA ASCETA. Figliola, possa tu ottenere il titolo di regina principale, segno della stima del tuo sposo per te!

SECONDA ASCETA. Figlia, possa tu generare un eroe!

TERZA ASCETA. Figlia, possa tu essere altamente ri­spettata dal tuo sposo!»

(Data così la loro benedizione, le ascete escono, ad ecce­zione di Gautami ).

LE DUE AMICHE (avvicinandosi). Amica, possa tu esse­re pienamente felice!

SAKUNTALA. Benvenute, amiche mie: sedetevi qui.

LE DUE AMICHE (prendono i recipienti con gli unguenti di buon augurio, e si siedono). Mia cara, preparati: ora ti adorniamo con i belletti di buon augurio.

SAKUNTALA. Anche questa è una cosa di grande valo­re: non sarà facile per me, d’ora in poi, poter es­sere truccata dalle amiche! (Le sfugge una lacrima).

LE DUE AMICHE. Amica, non si conviene che tu pian­ga in una circostanza felice! (Le asciugano le lacri­me, e la truccano).`

PRIYAMVADA. La tua bellezza, che merita preziosi monili, è svilita dai semplici ornamenti che posso­no trovarsi in un eremo!

(Entrano due giovani veggenti, recando in mano dei doni).

I DUE GIOVANI VEGGENTI. Ecco i monili: adornate la signora!

(Tutte rimangono à guardare meravigliate).

GAUTAMI. Nàrada, figliolo, donde giungono queste cose?

PRIMO GIOVANE VEGGENTE. Dal potere dl babbo Ka­syapa.

GAUTAMI. Sono i poteri magici della sua mente?

SECONDO GIOVANE VEGGENTE. Non proprio: ascolta. Il nostro signore ci aveva ordinato di cogliere fiori dagli alberi per Sakuntala. Allora,

un albero ci presentò una veste di lino, chiara come la luna, e di buon auspicio; un altro trasudò resina di lacca rossa, già pronta per adornare i piedi;

altri porsero ornamenti, attraverso mani di divinità silvane, protese sino ai polsi, emule di polloni appena spuntati.

PRIYAMVADA (guardando Sakuntala). Mia cara, que­sto loro favore significa che nella casa del tuo sposo tu godrai di grande prosperità! (Sakuntala si mostra pudicamente imbarazzata).

PRIMO GIOVANE VEGGENTE. Gautama, vieni: andia­mo a raccontare a Kàsyapa, che dovrebbe aver compiuto le sue abluzioni, del servizio resogli da­gli alberi!

SECONDO GIOVANE VEGGENTE. Va bene! (Escono).

LE DUE AMICHE. Però! Noi siamo gente che non ha mai adoperato monili: ma disporremo questi or­namenti sulle tue membra utilizzando la nostra conoscenza delle opere di pittura.

SAKUNTALA. Conosco la vostra bravura! (Entrambe la adornano).

(Entra poi Kàsyapa, che torna dal bagno rituale).

KASYAPA. Al pensiero che oggi Sakuntala partirà il mio cuore è invaso dal rimpianto;

la gola è ingombra del flusso di pianto raffrenato; la vista è resa ottusa dall’angoscia. Se tale è, per l’affetto che le porto, questa mia afflizione – ed io son uno che abita le selve! -,

come soffriranno allora i capi di famiglia dinanzi al primo dolore del distacco dalle figlie? (Viene avanti).

LE DUE AMICHE. Sakuntala cara, adesso sei tutta adorna. Indossa ora questi due capi di lino! (Sakuntala si alza e li indossa).

GAUTAMI. Figliola, ecco giungere tuo padre: sembra abbracciarti con i suoi occhi, che riversano tor­renti di gioia. Accoglilo come si conviene!

SAKUNTALA (con pudore). Salute a te, babbo!

KASYAPA. Figliola, come Sarmistha da Yayàti, possa tu ottenere il massimo rispetto dal tuo sposo;

e possa anche tu avere un figlio che sarà imperatore, come ella ebbe Puru!

GAUTAMI. Beato, questa è una grazia, non una bene­dizione!

KASYAPA. Figliola, vieni qui: compi la circumambu­lazione intorno ai fuochi sacri, su cui è stata ap­pena versata la libagione!

(Tutti compiono la circumambulazione).

KASYAPA (pronuncia la sua benedizione in metro vedi­co). Che questi fuochi sacrificali, collocati nelle sedi loro assegnate intorno all’altare, provvisti della loro sacra legna e di darbha attorno cosparso: essi, che respingono lontano il male con gli aromi delle offerte, ti purifichino!

E adesso, mettiti in viaggio! (Si guarda attorno). Dove sono il buon Sàrngarava e gli altri? (Entrano i discepoli).

DISCEPOLI., Eccoci, beato!

KASYAPA. Sàrngarava, indica la strada a tua sorella.

SARNGARAVA. Di qui, di qui, signora!

(Tutti procedono).

KASYAPA. E voi, alberi della foresta degli eremiti, se­di di divinità,

colei che mai si dispone a ber dell’acqua prima che voi abbiate bevuto;

che, pur amando adornarsi, non indossa germogli, nel suo amore per voi;

colei per la quale è festa ogni volta che i primi vostri fiori sbocciano: proprio lei, Sakuntala, ora parte alla volta della casa del suo sposo: concedetele tutti licenza!

(Fa il gesto di chi sente il verso di un cuculo).

Ecco che a Sakuntala han concesso di partire gli alberi, suoi compagni nella vita della foresta: poiché si son serviti, per risposta,

del dolce verso di questo cuculo!

UNA VOCE DAL CIELO. Gradevole, qui e là, per stagni verdeggianti di piante di loto;

con alberi ombrosi che trattengano il calore dei raggi del sole;

con la polvere resa soffice dal polline delle ninfee; con una brezza serena e favorevole:

tale, e benigno, possa esserle il cammino! (Tutti ascoltano meravigliati).

GAUTAMI. Figliola, le divinità della foresta degli asceti, che t’amano come consanguinee, hanno concesso licenza per il tuo viaggio: inchinati alla loro maestà!

SAKUNTALA (fa qualche passo, e si inchina; a parte, a Priyamvadà). Priyamvadà cara, benché io sia an­siosa di vedere il mio sposo,” nell’abbandonare l’eremo i miei piedi avanzano con pena!

PRIYAMVADA. Non è certo la sola, la nostra amica, a soffrire per il suo distacco dalla foresta degli asceti! Guarda: identico è il sentimento della fo­resta stessa, adesso che è giunta l’ora della sepa­razione:

han lasciato cadere il boccone di darbha le gazzelle; han sospeso la danza i pavoni;

rilasciando le foglie impallidite, sembrano versare lacrime i rampicanti.

SAKUNTALA (ricordando all’improvviso). Babbo, devo andare subito a salutare Vanajyotsna, la mia so­rella rampicante!

KÀSYAPA. Conosco bene l’affetto fraterno che le porti. Eccola qui, a destra.

SAKUNTALA (si avvicina alla pianta rampicante). O Va­najyotsnà, benché tu sia unita al mango, abbrac­ciami con le braccia dei tuoi tralci, tesi verso di me! Da oggi in poi, sarò assai lontana da te!

KÀSYAPA. Tu, per i tuoi meriti, hai ottenuto uno sposo a te simile, al quale

già da prima io avevo pensato per te;

questa pianta di gelsomino ha trovato sostegno nel mango: per essa e per te, ormai,

io non ho più ansie!

E adesso, per di qui: mettiti in cammino.

SAKUNTALA (alle amiche). Amiche, affido questa pian­ta nelle vostre mani.

LE DUE AMICHE. E noi due, nelle mani di chi siamo lasciate? (Versano lacrime).

KÀSYAPA. Anasúyà, basta piangere! A1 contrario, sie­te voi, signore, che dovete rincuorare Sakuntala! (Si avviano tutti).

SAKUNTALA. Babbo, quando questa cerva che, ap­pesantita dalla gravidanza, vaga nei pressi della nostra capanna avrà felicemente figliato, allora manderete qualcuno a comunicarmi la felice no­tizia!

KÀSYAPA. Non lo dimenticheremo.

SAKUNTALA (qualcosa le impedisce il passo). Ma chi è che mi tira la veste? (Si volta).

KÀSYAPA. Figliola,

quel cervo, che avevi adottato come un figlio, sul cui muso ferito dagli aghi di kusa

avevi applicato, risanatore, l’olio di ingudi, e che hai cresciuto con manciate di miglio, adesso non vuole abbandonare i tuoi passi!

SAKUNTALA. Figliolo, perché mi segui, ora che devo

abbandonare la mia vita con te? Già poco dopo la tua nascita, fosti cresciuto senza la mamma; ades­so, che sono io a lasciarti, sarà mio padre a pensa­re a te: torna indietro, dunque!” (Riprende il cam­mino, piangendo).

KASYAPA. Frena, con un atto di fermezza, lo scorrere incessante delle lacrime che annebbiano i tuoi occhi dalle ciglia all’insù:

ti sfuggono le sporgenze e rientranze di questo tratto di strada, e i tuoi passi sono ineguali.

SARNGARAVA. Beato, la tradizione insegna che una persona cara deve essere accompagnata fino ad un corso d’acqua: ecco la sponda dello stagno. Qui puoi lasciarci i tuoi ordini, e tornare indietro.

KASYAPA. Allora, ci fermeremo all’ombra di questo albero da resina.

(Avanzano tutti, poi si fermano).

KASYAPA (fra sé). Quale messaggio possiamo inviare noi, che sia degno del signore Dusyanta? (Si sof­ferma a riflettere).

SAKUNTALA (a parte, ad Anasúyà). Guarda, amica! Non vedendo il caro compagno, nascosto da una foglia di loto, una femmina di cakravàka va stridendo:

« Che disgrazia su di me! ».

ANASUYA. Amica, non dire così:

essa, senza il suo amato, va certo incontro a una notte che il dolore farà più lunga:

ma il filo della speranza fa superare, pur se gravoso, il dolore del distacco.

KASYAPA Sàrngarava, dirai così, da parte mia, al re, quando condurrai a lui Sakuntala… SARNGARAVA. Comanda, beato!

KASYAPA. Considerando rettamente che noi possediamo il tesoro dell’autocontrollo, e che nobile è la tua stirpe,

e infine che questo sentimento d’amore per te è sbocciato in lei spontaneo, non instillato dai familiari, merita costei d’esser noverata,

godendo del medesimo rispetto, fra le tue spose. Al fato

lasciamo fare il resto: di ciò non devono parlare i parenti della sposa.

SARNGARAVA. Ho compreso gli ordini.

KÀSYAPA. Figliola, è a te che devo adesso dare istru­zioni: anche se abitiamo la foresta, noi sappiamo come va il mondo.

SARNGARAVA. Nulla è sconosciuto ai saggi!

KASYAPA. Quando da qui tu sarai giunta presso la famiglia del tuo sposo,

sii servizievole con chi è più anziano; comportati come una cara amica con le altre spose;” anche se offesa dal marito, non porti,

per stizza, in contrasto con lui;

sii sommamente gentile col tuo seguito, e mai presuntuosa dei tuoi privilegi:

in questo modo le giovani acquistano la dignità di padrone di casa; quelle che agiscono altrimenti

sono la pena delle loro famiglie. E qual è il pensiero di Gautami?

GAUTAMÌ. E tutto quanto si può insegnare a una gio­vane sposa. Figliola, tieni ogni cosa a mente.

KASYAPA. Figlia, abbraccia me e le tue amiche.

SAKUNTALA. Babbo, anche le mie amiche Priyamva­da e Anasúyà devono tornare indietro?

KASYAPA. Figliola, anche loro sono destinate al matrimonio: non si conviene che vadano dove vai tu. Con te verrà Gautami.

SAKUNTALA (abbraccia il padre). Come potrò ora, strappata dal grembo del mio babbo come un ar­busto di sandalo sradicato da un pendio dei Ma­laya, sostenere la mia vita in una terra straniera?

KÀSYAPA. Figliola, perché sei così infelice?

Quando occuperai la posizione invidiabile di sposa d’un marito di nobili ascendenti, sempre più partecipe dei suoi compiti,

gravi in ragione della potenza di lui, e poco dopo, come l’Oriente il Sole, gli genererai un figlio, purificatore, tu non darai più peso, bimba mia, al dolore d’essere lontana da me. (Sakuntala si getta ai piedi del padre).

KÀSYAPA. Possa avverarsi quel che per te desidero!

SAKUNTALA (avvicinandosi alle amiche). Mie care, ab­bracciatemi tutte e due insieme!

LE DUE AMICHE (fanno come ha detto). Amica, se quel re dovesse tardare a ricordarsi di te, mostragli questo anello, che porta le lettere del suo nome!

SAKUNTALA. Mi spaventa questo vostro dubbio…

LE DUE AMICHE. Non aver paura: il timore del male nasce dall’affetto.

SÀRNGARAVA. Il sole è entrato nel secondo yuga: af­frettati, signora.

SAKUNTALA (si volge verso l’eremo). Babbo, quando potrò vedere- di nuovo la foresta degli eremiti?

KÀSYAPA. Ascolta:

dopo aver a lungo condiviso il titolo di sposa con la Terra dai quattro confini,

e dopo aver affermato quale eroe senza rivali il figlio avuto da Dusyanta,

insieme col tuo sposo, che a lui avrà affidato il peso della stirpe,

di nuovo porrai piede in questo eremo di pace.

GAUTAMÌ. Figliola, sta passando l’ora fissata per la nostra partenza: lascia che tuo padre torni indie­tro. Ma no: lei vorrà a lungo parlare così, ancora ed ancora… Torna indietro, beato!

KÀSYAPA. Figliola, così impedisci le mie pratiche a­scetiche!

SAKUNTALA (abbracciando di nuovo il padre). Il corpo del mio babbo è già tormentato dall’ascesi: non soffrire dunque troppo per causa mia…

KÀSYAPA (sospirando). Come potrà trovare pace il mio dolore, figlia, quando osserverò i chicchi di riso selvatico

che tu un giorno gettasti agli uccelli”

e che hanno ora germogliato all’ingresso della nostra capanna? Va’: ti sia felice il cammino!

(Escono Sakuntala e i suoi accompagnatori).

LE DUE AMICHE (osservando Sakuntala). Ahinoi, ahinoi! Sakuntala è scomparsa dietro i filari degli alberi!

KÀSYAPA (sospirando). Anasúyà, la vostra compagna di riti è partita: trattieni il dolore, e seguimi, mentre mi avvio.

LE DUE AMICHE. Babbo, la foresta degli eremiti sem­bra vuota senza Sakuntala: con che cuore vi en­treremo?

KÀSYAPA. È l’affetto che fa apparire così le cose. (Avanza, riflettendo). Bene: adesso che ho manda­to Sakuntala presso la famiglia del suo sposo mi sento tranquillo. Poiché

una figlia è, invero, proprietà altrui: avendola io oggi mandata al suo sposo,

il mio animo s’è fatto, ecco, nel profondo oltremodo sereno, come se avessi reso un deposito. (Escono tutti).

Fine del quarto anka

QUINTO ANKA

(Appaiono il re, seduto sul trono, e il vidúsaka).

VIDUSAKA (tendendo l’orecchio). Amico, presta atten­zione alla sala dei concerti: si sente l’armonia dei suoni di un canto delicato e puro… Capisco: la si­gnora Hamsapadika sta facando esercizio di musica.

RE. Fa’ silenzio, che io possa sentire!

VOCE FUORI SCENA (cantando). Tu, bramando miele nuovo, a quel modo baciasti un boccio di mango:

come mai ora, o ape, rimani contenta sol di dimorare nel fiore di loto,

e di quell’altro ti sei dimenticata?

RE. Oh! Questo canto è pieno di sentimento!

VIDUSAKA. Hai forse compreso le parole del canto?

RE (sorridendo). Un tempo ho amato quella donna: perciò capisco che questo è un suo pesante rim­provero, con riferimento alla regina Vasumati. Amico Màthavya, va’ a dire a Hamsapadikà, da parte mia, che sono stato argutamente rimbrottato!

VIDUSAKA. Come comanda il signore. (Si alza). Ma, amico, quando sarò afferrato per la crocchia dal­le mani delle sue ancelle e picchiato, non avrò scampo: come un imperturbabile asceta quando cade vittima di un’apsaras!

RE. Va’: riferiscile il messaggio in maniera urbana.

VIDUSAKA. Che via d’uscita ho? (Esce).

RE (fra sé). Ma perché mai, dopo aver udito cantare quelle parole, pur non essendo lontano dalla per­sona che amo mi sento invaso da una violenta no­stalgia? O forse,

quando, vedendo cose belle o ascoltando dolci suoni,

una persona si fa malinconica, pur avendo ogni agio,

è che certo gli tornano alla mente, senza che ne abbia coscienza,

gli affetti di un’altra vita,

impressi in lui come reminiscenze. (Rimane fermo, turbato).

(Entra il ciambellano).

CIAMBELLANO. Ohimè! Mi son dunque ridotto in u­no stato simile!

Questo stesso bastone, che portavo con zelo, solo perché richiesto dalla tradizione,

negli appartamenti femminili del re, passato il tempo di molte lune

è ora diventato necessario sostegno nel mio andare, incerto ad ogni passo!

Oh, senza dubbio i sacri doveri di un sovrano non possono essere differiti: tuttavia, proprio adesso che egli ha concluso l’udienza di giustizia,’ non me la sento di annunciargli l’arrivo dei discepoli di Kanva, che gli causerà un nuovo incomodo.

Del resto, il governo degli affari del mondo non conosce riposo: poiché

il sole una sola volta aggiogò i suoi destrieri; giorno e notte avanza il vento, che reca i profumi;

Sesa senza posa sostiene il peso della Terra; e questo è anche il dovere di chi vive

della sesta parte del raccolto.

Perciò, osserverò il mio dovere. (Procede e guarda attorno). Ecco là il sire:

dopo aver provveduto ai suoi sudditi come fossero suoi figli,

gusta, con mente serena, la solitudine: così come, dopo aver guidato il branco, accaldato per il sole, in luogo fresco, nel giorno, sosta un capo di elefanti.

(Gli si avvicina). Vittoria, vittoria al re! Ecco che son giunti, accompagnati da donne, degli eremiti che abitano una foresta alle pendici dell’Himala­ya, e che portano un messaggio di Kàsyapa. Sta al sovrano, udito questo annuncio, decidere come dobbiamo rispondere loro.

RE (con rispetto). Portano un messaggio da parte di Kàsyapa?

CIAMBELLANO. E’così.

RE. Allora, va’ a dire, per mio conto, al maestro So­maràta: “egnati di ricevere tu stesso questi abitanti dell’eremo, accogliendoli secondo il ri­tuale prescritto dai Veda”. Io li attenderò in un luogo adatto alla visita di asceti.

CIAMBELLANO. Come comanda il sovrano. (Esce).

RE (si alza). Vetravati, fammi strada alla sala dei fuochi sacri.

GUARDAPORTA. Di qui, sire!

RE (avanza; in atto di chi è stanco di detenere il potere). Tutte le persone diventano felici quando otten­gono il fine desiderato: ma il successo dell’attività dei re conduce solo al dolore!

Bastan le ansie a soffocare il prestigio del potere,

ed è una croce proprio il difendere quello che si è conquistato;

non tanto ad allontanare la fatica, quanto a generare fatica

riesce il regno: come un parasole,

il cui bastone uno sorregga con la propria mano.

DUE BARDI (fuori scena). Sia vittoria al re!

PRIMO BARDO. Non ricercando il tuo piacere, ti affanni per il bene del mondo

ogni giorno; o meglio, tale è proprio la tua natura:

invero, l’albero sopporta sul suo capo l’ardente calore,

ma con la sua ombra placa l’arsura di coloro che ad esso ricorrono!

SECONDO BARDO. Tu correggi chi si è messo sulla cattiva strada, impugnando il bastone;

appiani le liti; validamente ci difendi;

ove non son poche le ricchezze, vi son certo parentele, ma in te è cosa sopra tutte perfetta

il far da parente ai sudditi!”

RE. Ecco: avevamo l’animo afflitto, e ci sentiamo ri­generare! (Avanza).

GUARDAPORTA. Ecco lo spiazzo sopraelevato dell’al­tare dei fuochi sacri, risplendente perché recen­temente lustrato; accanto c’è la mucca utilizzata per i riti: vi salga il sovrano!

RE (sale, poi si ferma appoggiandosi alla spalla del vallet­to). Vetravati, per quale scopo il beato Kàsyapa avrà mandato questi veggenti presso di me?

Forse l’ascesi degli eremiti,

che pur hanno accumulato meriti ascetici, è disturbata da qualche impedimento?

O qualcuno ha fatto del male alle creature che vagano nella foresta dell’eremo?

O invece la crescita degli arbusti è ostacolata da qualche mia cattiva azione?

La mia mente, tentando molte ipotesi, nel dubbio non si sa decidere.

GUARDAPORTA. Io penso che i veggenti, soddisfatti della sua rettitudine, siano venuti per congratu­larsi con il sovrano.

(Entrano gli eremiti che scortano Sakuntala accompa­gnati da Gautami. Davanti a loro il ciambellano e il cappellano di corte).

CIAMBELLANO. Di qui, di qui, signori.

SARNGARAVA. Sàradvata, è certo eminente questo sovrano, e di intatta rettitudine,

e nessun membro delle caste, per quanto umile, devia dal giusto cammino;

tuttavia, alla mia mente

da sempre adusa alla solitudine questo luogo gremito di gente

appare come una casa circondata dal fuoco!

SARADVATA. È naturale che, da quando sei entrato in città, tu ti senta così mutato. Anch’io

vedo la gente qui, attaccata al piacere, come chi si è lavato vede chi è unto, come chi è puro vede chi è impuro,

come chi è sveglio vede chi dorme,

come chi è libero di andare vede chi è avvinto.

SAKUNTALA (in atto di chi ha ricevuto un presagio). Ahi­mè! Perché questo tremito all’occhio non sini­stro?

GAUTAMI. Figliola, resti lontano da noi ogni male!

Che le divinità protettrici della famiglia del tuo sposo ti accordino ogni bene! (Viene avanti). CAPPELLANO (indica il re). Signori eremiti, ecco lì il nostro sire, protettore delle caste e degli stadi della vita: ha da tempo lasciato il suo trono, e vi attende. Guardatelo!

SARNGARAVA. Mio grande brahmano, certo questa è cosa lodevole; tuttavia a tali cose noi restiamo in­differenti, poiché

si chinano gli alberi col maturare dei frutti; pendono basse le nubi cariche di nuove acque; non son superbi i magnanimi delle loro

ricchezze:

tale è l’indole propria

di coloro che beneficano gli altri!

GUARDAPORTA. Sire, vedo sui loro volti una luce be­nevola: comprendo che i veggenti hanno una missione pacifica.

RE (scorgendo Sakuntala). E questa signora? Chi sarà? Coperta da un velo,

non è ben visibile la grazia del suo corpo: e sta in mezzo ad uomini di ascesi,

come un germoglio tra foglie impallidite.

GUARDAPORTA. Sire, pieno com’è di curiosità, il mio cervello si sta impegnando, ma non trova modo di procedere. Comunque, certo il suo aspetto ap­pare assai bello.

RE. Sia: ma non è lecito osservare la sposa di un altro.

SAKUNTALA (fra sé, ponendo la mano sul petto). Cuore mio, perché ti agiti così? Considera il sentimento del nostro sposo,` e fatti subito coraggio!

CAPPELLANO (avanzando). Ecco gli eremiti: sono stati onorati come prescritto. Hanno un messaggio da parte del loro Maestro: si degni il nostro sire di ascoltarlo.

RE. Sono attento.

EREMITI (levando le mani in alto). Vittoria a te, o re!

RE. A voi tutti porgo il benvenuto.

EREMITI. Possa tu avere quel che desideri.

RE. È libera da ostacoli l’ascesi degli eremiti?

EREMITI. Donde potrebbe venire ostacolo alle pie pratiche dei buoni,

finché tu ci proteggi?

Finché arde il sole dai caldi raggi, come può manifestarsi la tenebra?

RE. Allora, è veridico il mio titolo di re. E, per il be­ne del mondo, gode di buona salute il beato Kà­syapa?

SARNGARAVA. Coloro che possiedono poteri sovran­naturali sanno dominare la loro stessa salute. Ed egli, signore, non prima di richiedere a sua volta notizia del tuo benessere, ti comunica quan­to segue…

RE. Che cosa comanda il beato?

SARNGARAVA. “Giacché tu, signore, hai consensual­mente preso in sposa questa mia figlia, io con gioia vi ho accordato la mia approvazione. Infatti, poiché tu sei noto come il primo fra i degni,

e Sakuntala è la virtù incarnata, unendo due sposi di qualità tanto simili finalmente non meritò biasimo il Creatore. Perciò, adesso ch’ella porta in grembo un figlio, accoglila perché ti sia compagna nei tuoi dove­ri”

GAUTAMÌ. Nobile sire, anch’io vorrei dire qualcosa; ma non è questo per me il momento di parlare, e vi spiegherò perché:

lei non s’è curata dei più anziani,

e tu non hai interpellato la sua famiglia: avendo voi agito di reciproco accordo che cosa posso dirvi singolarmente?

SAKUNTALA (fra sé). Che dirà adesso il mio sposo?

RE. Che cos’è che mi venite raccontando?

SAKUNTALA (fra sé). L’esordio del suo discorso è vero e proprio fuoco!

SARNGARAVA. Che significa questo? Voi, signori, a­vete piena esperienza delle cose del mondo: anche una sposa casta, se risiede unicamente presso la sua famiglia d’origine,

essendo il marito in vita, è sospettata di infedeltà dalla gente;

per questo si desidera, da parte dei suoi familiari, che una donna stia presso lo sposo,

pur se egli non la ama.

RE. Come? Io avrei già preso in moglie questa signo­ra?

SAKUNTALA (sconsolata, fra sé). Cuore mio, erano giu­stificati i tuoi dubbi!

SARNGARAVA. È forse dovuto a uggia per un’azione compiuta il rifiuto, opposto dal re, a ciò che è retto?

RE. Perché questa domanda, e le sue false congettu­re?

SARNGARAVA. Tali mostruosità prendono spesso corpo in chi è inebriato dal potere!

RE. È un’accusa precisa che mi è mossa!

GAUTAMI. Figliola, metti da parte il pudore per un poco: scosterò il tuo velo, così il tuo sposo ti rico­noscerà. (Fa come ha detto).

RE (osserva Sakuntala; fra sé).

Se questa bellezza, che mi si presenta in tale stato, nel suo splendore senza difetto,

io abbia già fatta mia sposa, o no,

non so risolvere:

come un’ape, all’alba, con un fiore di gelsomino pregno di rugiada,

non riesco a goderla, né ad abbandonarla. (Rimane pensieroso).

GUARDAPORTA. Oh, com’è attento alla rettitudine il mio signore: davvero, vedendo una tale bellezza presentarglisi così facilmente, chi altri si soffer­merebbe a riflettere?

SARNGARAVA. O re, perché te ne stai così in silenzio?

RE. Signori eremiti, pur riflettendoci, non riesco a ricordare di aver fatto mia questa signora. Come potrei dunque accoglierla, nel timore di divenire per lei, che reca evidenti segni di gravidanza, il padrone di un campo seminato da altri?

SAKUNTALA (a parte). Il suo dubbio riguarda il matri­monio stesso: che fondamento ha adesso la mia tanto ambiziosa speranza?

SARNGARAVA. Ma non è ammissibile! Che tu, dopo averne violata la figlia, addirittura insulti il veggente che accorda il suo assenso! Egli ti offre in dono la sua ricchezza,

che gli avevi rubata,

e tu diventi per lui come un ladro reso degno d’una regalia!

SARADVATA. Basta adesso, Sarngarava. Sakuntala, noi abbiamo detto quel che avevamo da dire, e il signore qui presente ha parlato come hai udito: dagli una risposta che lo convinca dei fatti.

SAKUNTALA (a parte). Se un tale amore si è ridotto in questo stato, a che servirà ricordargli i fatti? Una cosa è certa: ora non posso che compiangere me stessa. (Ad alta voce). Sposo mio … (Si interrompe a metà). No: se adesso il matrimonio è messo in dubbio, non è questo l’appellativo da usare. O di­scendente di Puru, è certo degno di te che tu, dopo avere a suo tempo, in un eremo, ingannato con un patto consensuale questa creatura dal cuore per natura aperto, adesso la ripudi con si­mili parole!

RE. Abominio!

Perché ti studi di infangare la tua famiglia e di travolgere nella rovina quest’uomo,

come una fiumana che trascina via le rive infanga la limpida acqua

e travolge l’albero sulla sponda?

SAKUNTALA. Sia: se davvero ti comporti in questo modo perché sospetti che io sia la sposa di un al­tro, allora con questo segno di riconoscimento ri­muoverò i tuoi timori.

RE. Buona idea!

SAKUNTALA (si tasta il dito dov’era l’anello). Ohimè, ohimè! Sul mio dito non c’è più l’anello! (Sconso­lata, guarda Gautami).

GAUTAMI. L’anello deve esserti scivolato mentre compivi il rito di adorazione nelle acque di Saci­tirtha in Sakràvatàra.

RE (sorridendo). Ecco un esempio di quel che si usa dire: è svelto l’ingegno femminino!

SAKUNTALA. Piuttosto, in questo caso il fato ha mo­strato il suo potere. Ma c’è un’altra cosa, che ti racconterò.

RE. Adesso passiamo a dover ascoltare!

SAKUNTALA. Dunque: un giorno, nel padiglione di gelsomini, tenevi in mano un po’ d’acqua, rac­chiusa nel cavo di una foglia di loto…

RE. Ti ascoltiamo.

SAKUNTALA. Proprio allora ci si avvicinò il cerbiatto di nome Dirghàpànga, che io avevo adottato co­me un figlio. Tu ne fosti intenerito e, dicendo: “Deve bere prima lui”, volesti cattivarti la sua confidenza offrendogli l’acqua. Ma quello, che non aveva familiarità con te, non si avvicinò al­la tua mano. Poi, però, accettò la stessa acqua,

quando gliela offersi io. Allora tu, ridendo, dice­sti così: “Ciascuno ha confidenza in chi è della sua stessa razza: ecco qui due creature della fo­resta!.”

RE. Le storielle come questa, sdolcinate e piene di falsità, che le donne tirano fuori quando voglio­no ottenere i propri scopi, irretiscono solo gli uo­mini che sono schiavi dei sensi!

GAUTAMi. O magnanimo, non devi parlare così: que­sta creatura, cresciuta in una foresta di eremiti, ignora cosa sia l’inganno.

RE. Anziana eremita,

che l’astuzia è dote innata nelle femmine può osservarsi anche in creature non umane: che dir di quelle che possiedono intelletto? Prima di sparire nel cielo, le femmine

dei cuculi abbandonano la prole da loro nata perché sia cresciuta da altri uccelli!”

SAKUNTALA (sdegnata). Uomo ignobile, tu vedi le cose solo secondo i criteri del tuo stesso cuore! Chi al­tri mai potrà comportarsi ad imitazione di te che, rivestito della tua corazza di rettitudine, sembri un pozzo ricoperto di erba?

RE (fra sé). Lo sdegno di questa donna appare, si di­rebbe, spontaneo: e insinua un’incertezza nel mio animo. Davvero, ella

sol quando io, la mente indurita dall’oblio, ho rifiutato di riconoscere un amore segretamente fra noi intercorso,

ha aggrottato le curve sopracciglia e, con gli occhi rossi rossi,

è sembrata, nell’ira, spezzare l’arco stesso di Amore.

(Ad alta voce). Signora, sono ben note le imprese di Dusyanta: tuttavia, fra di esse non è annovera­ta quella che tu dici!

SAKUNTALA. Ben a ragione sono trattata ora come una poco di buono io, che per fiducia in codesta stirpe di Puru mi sono consegnata nelle mani di uno che ha il miele in bocca e il veleno nel cuore! (Si copre il volto con il lembo della veste, e piange). SARNGARAVA. Così è che una leggerezza, se incontra un ostacolo, poi brucia!

Perciò, un’unione, specie se segreta, va stretta dopo attenta considerazione: per coloro che non conoscono il cuore

dell’altro, come in questo caso, diventa ostilità

la concordia.

RE. Ehi, signore, perché, prestando fede a questa donna, ci ferisci con parole che sono un cumulo di accuse?

SARNGARAVA (sarcastico). Avete inteso a rovescio: non hanno peso le parole di una persona che, sin dalla nascita, mai ha appreso l’inganno: siano invece argomenti rispettabili quelli

di chi studia (è una scienza!) come raggirare gli altri!

RE. Mio veridico signore, noi conveniamo che è co­sì: ma che cosa si guadagna a raggirare questa donna?

SARNGARAVA. La rovina!

RE. Non è credibile che i discendenti di Puru cerchi­no la rovina.

SARADVATA. Sàrngarava, a che serve ribattere? Ab­biamo obbedito all’ordine del nostro Maestro: torniamo indietro. (Al re).

Questa, signore, è colei che hai amata: abbandonala, o accoglila.

La potestà del marito sulle sue spose è, invero, illimitata.

Gautami, precedici. (Si avviano).

SAKUNTALA. Come? Questo mascalzone mi ha insul­tata, e anche voi mi abbandonate? (Li segue).

GAUTAMi (si ferma). Sàrngarava, figlio mio, vedi: Sa­kuntala ci segue, gemendo miserevolmente. Con uno sposo tanto villano da ripudiarla, che cosa farà la mia bambina?

SARNGARAVA (si volta con ira). Perché, proterva don­na, vuoi assumerti libertà di decisione?” (Sakuntala trema, spaventata).

SARNGARAVA. Sakuntala,

se tu sei così come dice il sovrano, che cosa può tuo padre farsene di te, che ti sei resa indegna della sua famiglia? Ma se invece tu sai pura la tua condotta, nella famiglia del tuo sposo anche la servitù saprai sopportare.

Rimani. Noi andiamo.

RE. Un momento, eremita! Perché inganni questa donna?

La luna fa sbocciare solo le ninfee, il sole solo i fiori di loto:

e l’indole di un uomo padrone di sé

non gli consente di unirsi con le spose di altri!

SARNGARAVA. Ma se tu, signore, a causa di un altro affetto, avessi dimenticato un evento passato, perché dovresti temere di compiere un atto im­morale?

RE. Signore, a questo punto chiedo a te qual è il male maggiore e quale il minore:

son io vittima di un abbaglio,

o è lei a dire il falso? Questo è il dubbio. Sono io uno che abbandona la sposa,

o uno che si macchia

del contatto con una donna d’altri?

CAPPELLANO (riflette). Se le cose stanno così, faccia­mo a questo modo.

RE. Comandami, signore.

CAPPELLANO. La signora resti nel nostro palazzo

fino al parto. Se ti chiedi perché parlo così, ti ri­spondo: i saggi ti hanno già rivelato che il primo figlio che genererai diverrà imperatore universa­le; se il nipote del veggente recherà i segni fisici caratteristici di un imperatore,” tu renderai ono­re a questa donna, e la lascerai entrare nel tuo ha­rem. In caso contrario, è deciso che la rimande­remo presso suo padre.

RE. Come piace al mio maestro.

CAPPELLANO. Figliola, seguimi.

SAKUNTALA. Santa Terra, accoglimi nelle tue visce­re! (Piangendo si avvia. Esce insieme con il cappella­no e gli eremiti).

(Il re, la memoria offuscata dalla maledizione, rimane a riflettere sulla vicenda di Sakuntala).

VOCE FUORI SCENA. Prodigio! Prodigio!

RE (porgendo orecchio). Che cosa sarà mai? (Entra il cappellano).

CAPPELLANO (pieno di stupore). Sire, è accaduta una cosa mirabile!

RE. Che cosa?

CAPPELLANO. Sire, quando i discepoli di Kanva si fu­rono allontanati,

la giovane, deplorando il proprio fato, prese a piangere, alzando le braccia…

RE. E poi?

CAPPELLANO.

… un lampo di luce in sembianza di donna, all’improvviso, la sollevò in alto, e si diresse

verso Apsarastirtha. (Tutti si mostrano stupiti).

RE. Signore, noi avevamo già da prima rifiutato di avere a che fare con questa faccenda: perché lambiccarsi invano in congetture? Prendi un po’ di riposo, signore.

CAPPELLANO (osservandolo).` Vittoria a te! (Esce).

RE. Vetravati, sono turbato; fammi strada alla came­ra da letto.

GUARDAPORTA. Di qui, di qui, sire. (Si avvia).

RE. Son certo di non ricordare che la figlia del saggio, che ho respinta, sia mia sposa:

ma il cuore, che brucia aspramente, sembra volermi provare la sincerità di lei. (Escono tutti).

Fine del quinto anka

SESTO ANKA

(Entra il capo della polizia, cognato del re, con due guardie, che conducono un uomo con le mani legate die­tro la schiena).

GUARDIE (bastonando l’uomo). Ehi tu, furfante, con­fessa: come sei venuto in possesso di questo anel­lo del re, che porta il suo nome inciso sulla mon­tatura della pietra?

UOMO (in atto di chi è impaurito). Vi prego, eccellenze: io non ho fatto una cosa del genere!

PRIMA GUARDIA. E che, te lo ha dato il re in segno di favore, prendendoti per uno splendido brahmano?

UOMO. Ascoltatemi, adesso! Io sono un pescatore, e abito in Sakràvatàra.

SECONDA GUARDIA. Canaglia, ti abbiamo forse chie­sto la tua nascita?

CAPO POLIZIA. Súcaka, lasciagli raccontare tutto per ordine! Non interrompetelo.

GUARDIE. Come Sua eccellenza comanda. Parla!

UOMO. Io mantengo la mia famiglia gettando le reti, e con altri strumenti che servono a prendere i pesci.

CAPO POLIZIA (ridendo). Santo mestiere davvero!

UOMO. Non dire così, padrone:

se è imposto dalla nascita, benché biasimevole, un dovere non deve essere rinnegato: crudele nell’assolvere il dovere di uccidere un animale,

è in realtà tenero di compassione il brahmano conoscitore dei Veda.

CAPO POLIZIA. Continua.

UOMO. Un giorno, mentre stavo tagliando a pezzi un pesce rohita, nella sua pancia vidi questo anello, tutto luccicante di gemme. Poi, mentre lo mostra­vo in giro per venderlo, le Vostre eccellenze mi hanno arrestato. Mandatemi a morte, o liberate­mi: questo è il modo in cui ne sono venuto in possesso.

CAPO POLIZIA. Jànuka, senza dubbio costui, maleo­dorante com’è di carne cruda, è davvero un pe­scatore e mangiatore di iguana; ma bisógnerà in­dagare meglio su come ha trovato l’anello. An­diamo dunque al palazzo del re.

GUARDIE. Bene. Cammina, furfante borsaiolo! (Tutti procedono).

CAPO POLIZIA. Súcaka, fategli buona guardia dinan­zi alla porta della città, mentre io vado a riferire al sovrano come è venuto in possesso dell’anello: poi, ricevuti gli ordini, tornerò qui.

GUARDIE. Che l’ingresso di Sua eccellenza a palazzo gli procuri il favore del nostro signore!

(Esce il capo della polizia).

PRIMA GUARDIA. Jànuka, è andata via da molto Sua eccellenza.

SECONDA GUARDIA. Eh, ma i re ricevono solo a certe ore.

PRIMA GUARDIA. Jànuka, mi fremono le mani all’idea di annodargli la ghirlanda per l’esecuzione! (In­dica l’uomo).

UOMO. Non si conviene alla Vostra eccellenza man­dare a morte senza motivo!

SECONDA GUARDIA (osservando). Ma ecco che si vede il nostro capo! Ha un foglio in mano: ha ricevuto ordini dal re, e si dirige verso di noi. Diventerai un’offerta per gli avvoltoi, o vedrai in faccia un cane!

(Entra il capo della polizia).

CAPO POLIZIA. Súcaka, liberate questo pescatore: è stato confermato il modo in cui ha rinvenuto l’anello.

PRIMA GUARDIA. Come ordina Sua eccellenza.

SECONDA GUARDIA. Quest’uomo è entrato nella reg­gia di Yama e ne è tornato indietro! (Libera l’uo­mo dalle corde).

UOMO (si inchina al capo della polizia). Padrone, com’è dunque il mio mestiere?

CAPO POLIZIA. Ed ecco anche una graziosa regalia, che il sovrano mi ordina di consegnarti: equivale al prezzo dell’anello. (Così dicendo, consegna del de­naro all’uomo).

UOMO (lo prende con un inchino). Mi ritengo onorato da Vostra eccellenza.

PRIMA GUARDIA. Onorato davvero! Lo hanno tirato giù dal palo e messo in groppa a un elefante!

SECONDA GUARDIA. Eccellenza, il dono dice che questo anello deve essere di gran pregio per il sovrano.

CAPO POLIZIA. Non credo che per il sovrano il suo valore risieda nella gemma preziosa che vi è inca­stonata. È che al vederlo il sovrano si è ricordato di una persona cara: per un momento, benché egli sia per natura imperturbabile, gli si riempi­rono gli occhi di lacrime.

PRIMA GUARDIA. Allora, Sua eccellenza gli ha reso un servigio!

SECONDA GUARDIA. Di meglio: a tutto vantaggio di questo signore fra i pescatori! (Così dicendo, guar­da l’uomo con invidia).

UOMO. Signori, consentite che la metà di questa som­ma vi serva a comprarvi dei fiori.

SECONDA GUARDIA. Così va bene!

CAPO POLIZIA. Pescatore, sei una persona di pregio: da adesso sei un mio caro amico! Ma questo no­stro primo incontro da amici merita di avere a te­stimonio un bicchiere di grappa di kadamba: an­diamo in una bottega di vini!

TUTTI. Sì! (Escono tutti).

Fine del pravesaka

(Entra, giungendo dal cielo, l’apsaras di nome Sànu­mati ).

SANUMATI. Ecco che è finito il mio turno (lo osservia­mo avvicendandoci) di vigilare su Apsarastirtha quando è l’ora delle abluzioni degli uomini pii: adesso voglio andare a vedere che cosa fa questo regale veggente. Essendo così stretta parente di Menaka, Sakuntala mi è adesso cara quanto me stessa; e sua madre mi ha chiesto questo favore proprio per la figlia. (Guarda tutto attorno). Ma co­me? È la festa di primavera, e il palazzo reale sembra mancare di qualsiasi preparativo per i fe­steggiamenti! Io posseggo il potere di conoscere ogni cosa attraverso una profonda meditazione, ma devo onorare la richiesta fattami dalla mia amica… Sia! Otterrò ugualmente il mio scopo: mi porrò a fianco di queste due guardiane del giar­dino, celandomi a loro con l’arte magica che ren­de invisibili. (Scende dal cielo, e si ferma).

(Entra un’ancella, che osserva un boccio di mango; dietro di lei, un’altra).

PRIMA ANCELLA. Boccio di mango, roseo, verde e argenteo, che sei la vita stessa del mese primaverile,

ti ho visto, auspicio della stagione: concedimi il tuo favore!

SECONDA ANCELLA. Parabhrtika, parli da sola?

PRIMA ANCELLA. Madhukarika, Parabhrtika si sta ine­briando alla vista del bocciolo di mango!

SECONDA ANCELLA (le si avvicina in fretta, felice). Co­me, è arrivato il mese della primavera?

PRIMA ANCELLA. Madhukarika, questo è proprio il tempo delle tue ebbre danze e canzoni! SECONDA ANCELLA. Amica, sorreggimi mentre mi sollevo sulla punta dei piedi: coglierò un boccio di mango per rendere adorazione al dio Amore!

PRIMA ANCELLA. Solo se anch’io avrò la metà del me­rito che guadagnerai con la tua adorazione!

SECONDA ANCELLA. Accadrebbe anche senza dirlo, poiché il nostro è un solo corpo in duplice forma! (Appoggiandosi all’amica, coglie un bocciolo di man­go). Oh! Pur non essendo ancora aperto, questo germoglio di mango, appena staccato dallo stelo, già manda profumo! (Unisce le mani in atto di ado­razione) .

Ecco che io, boccio di mango, ti offro ad Amore che ha imbracciato il suo arco: possa tu essere il dardo migliore dei cinque, mirato alle donne dei viandanti!

(Così dicendo, lancia in alto il bocciolo di mango). (Entra, scuotendo la tenda,” adirato, il ciambellano).

CIAMBELLANO. Fermati, incosciente! Perché, quan­do il re ha vietato i festeggiamenti per la prima­vera, tu ti metti a cogliere boccioli di mango?

LE DUE ANCELLE (spaventate). Perdonaci, nobile si­gnore: noi non ne sapevamo nulla! CIAMBELLANO. Come potete non averne avuto noti­zia, quando anche gli alberi di primavera hanno obbedito all’ordine del re, e gli uccelli che vi di­morano? Infatti,

il germoglio degli alberi di mango, benché da tempo spuntato,

non sviluppa il suo polline;

l’amaranto, benché apparecchiato, rimane fermo allo stadio del bocciolo;

incespica nelle loro gole,

malgrado sia passato l’inverno, il canto dei cuculi maschi;

e, credo, anche Amore, intimorito, trattiene il dardo,

sfilato solo a metà dalla faretra.

LE DUE ANCELLE. Non vi è dubbio che sia proprio così: il regale veggente ha grande potere.

PRIMA ANCELLA. Nobile signore, solo da pochi gior­ni Mitràvasu, il cognato del re, ci ha mandate a servizio ai piedi del sovrano: così ci è stato affida­to il compito di guardiane di questo giardino di delizie. Perciò non avevamo ancora sentito parla­re di questa vicenda.

CIAMBELLANO. Sia; ma non comportatevi più a que­sto modo!

LE DUE ANCELLE. Nobile signore, abbiamo una curio­sità: se è cosa che persone come noi possano udi­re, degnati di dirci per quale motivo il sovrano ha proibito i festeggiamenti per la primavera.

SÀNUMATI. Invero, gli uomini amano assai le feste: deve trattarsi di una causa ben grave! CIAMBELLANO. La cosa è universalmente nota: perché non dovrei dirvela? Non è giunta voce alle vostre orecchie dello scandalo del ripudio di Sakuntala?

LE DUE ANCELLE. Lo abbiamo saputo dal cognato del re, fino al ritrovamento dell’anello. CIAMBELLANO. Allora resta poco da raccontarvi. Da quando il re, rivedendo il suo anello, ha riacqui­stato la memoria ed ha pensato: “È vero che un tempo avevo sposato in segreto quella signora, Sakuntala; e l’ho ripudiata in un momento di in­sania!”, da allora in poi è sprofondato, il sovra­no, in un amaro rimorso. Infatti,

aborre quel che è piacevole,

e non si lascia quotidianamente servire, come prima, dai cortigiani;

insonne passa le nottate, rigirandosi sul bordo del letto;

quando, per cortesia, rivolge parole gentili alle donne del suo harem,

sbagliandone i nomi, allora è colto,

per lungo tempo, da sconsolata vergogna.

SANUMATI. Mi piace!

CIAMBELLANO. È a causa di questa violenta depres­sione che i festeggiamenti sono stati proibiti.

LE DUE ANCELLE. È comprensibile.

VOCE FUORI SCENA. Avanti, avanti, sire!

CIAMBELLANO (porge orecchio). Oh! Il re sta venendo proprio qua! Attendete ai vostri compiti!

LE DUE ANCELLE. Sì (Escono)

(Entra, in abito da penitente, il re, con il vidúsaka e il guardaporta).

CIAMBELLANO (osservando il re). Oh, come sono belli, in ogni condizione, coloro che hanno nobile aspetto! Il re, benché così angosciato, è sempre piacevole a vedersi. Infatti,

ha bandito l’uso di ornamenti particolari: collocato sul braccio sinistro

reca un solo bracciale d’oro;

il labbro inferiore è rosso per i sospiri; l’occhio è pesante per le ansiose veglie: ma per lo splendore della sua persona,

come preziosa gemma strofinata con la pomice, egli, benché estenuato,

non lo dà a vedere.

SANUMATI (vedendo il re). Ben a ragione Sakuntala, sebbene da lui offesa col ripudio, si consuma per lui!

RE (avanzando lentamente, assorto nei suoi pensieri). Prima, benché dovessero risvegliarlo

gli occhi di gazzella dell’amata, dormiva questo mio cuore maledetto: ma adesso

è ben desto, per soffrire le pene del rimorso!

SANUMATi. Del tutto simile è la sorte di quell’altra sventurata!

VIDUSAKA (a parte). Eccolo di nuovo assalito dalla sua malattia: Sakuntala! Proprio non so come lo si potrà curare!

CIAMBELLANO (avvicinandosi). Vittoria, vittoria al re! Grande sire, i siti del giardino di delizie sono stati ispezionati: il sovrano può accomodarsi a proprio piacimento nei vari luoghi di svago.

RE. Vetravati, riferisci da parte mia al consigliere, il nobile Pisuna: “Ci siamo alzati tardi, e non ci è possibile oggi sedere al trono di giustizia: il no­bile signore riporti su un foglio, che mi conse­gnerà, tutte le cause civili esaminate”.

GUARDAPORTA. Come comanda il sovrano. (Esce).

RE. Vàtàyana, anche tu va’ ad attendere ai tuoi com­piti.

CIAMBELLANO. Come il sovrano comanda. (Esce).

VIDÚSAKA. Hai cacciato via le mosche, signore! Adesso ti concederai diletto in questo angolo del giardino di delizie, così piacevole perché sempre fresco!

RE. Amico, non erra il detto: “Le sventure trovano sempre una fessura attraverso cui colpire“! In­fatti,

ecco, l’animo mio è sgombro della tenebra che offuscava la memoria del mio amore

per la figlia dell’eremita:

e, amico, il dio che nasce nell’animo ha incoccato all’arco la freccia di mango per colpirmi.

VIDÚSAKA. Sta’ fermo: distruggerò la freccia di A­more con questo bastone! (Così dicendo, alza il ba­stone e fa per colpire un germoglio di mango).

RE (sorridendo). Bene! Vedo la tua forza brahmani­ca! Amico, dove potrò sedermi e allietare la vista fra piante rampicanti che somiglino un poco alla mia amata?

VIDÚSAKA. Ma alla cameriera Caturikà, signore, hai ordinato così: “Passerò questo lasso di tempo nel padiglione dei gelsomini: portami lì il ritratto della signora Sakuntala, che ho dipinto di mia mano su una tavoletta”.

RE. Quello è un luogo adatto a ricreare il cuore: fammi dunque strada.

VIDÚSAKA. Di qui, di qui, signore. (Procedono entrambi; Sànumati li segue).

VIDÚSAKA. Ecco: il padiglione di gelsomini, unita­mente al suo lastrone di pietra lucente, senza dubbio ci sta dando, per così dire, il benvenuto con lo splendore di questa sua offerta floreale! Entra, signore, e siediti.

(Entrambi entrano e si siedono).

SANUMATI. Intanto, accostandomi a questa pianta rampicante, voglio vedere il ritratto della mia amica: poi andrò a riferirle dell’amore in tante maniere dimostrato dal suo sposo. (Fa come ha det­to, quindi rimane ferma).

RE., Amico, adesso ricordo tutta l’antica vicenda con Sakuntala: l’avevo raccontata anche a te, ma tu, signore, nel momento in cui la ripudiavo non eri accanto a me. Ed anche prima, mai il nome della signora fu da te menzionato. Forse, come me, l’hai dimenticata anche tu?

VIDÚSAKA. Non l’ho dimenticata; è che tu, dopo avermi raccontato tutto, alla fine poi dicesti che erano chiacchiere fatte per ridere, non vere. Ed io, testa d’argilla, ho creduto che fosse proprio così. Oppure, è che il destino è il più forte!

SANUMATI. È proprio così!

RE (pensieroso). Amico, salvami!

VIDÚSAKA. Che è questo, signore? Una cosa simile non è degna di te! In nessun caso gli uomini no­bili si lasciano invadere dal dolore: ché anche nel­la bufera i monti restano immobili!

RE. Amico, nel ricordare lo stato in cui si ridusse la mia amata, sgomenta dinanzi al mio rifiuto, mi sento completamente sconsolato! Infatti,

quando la respinsi via da qui, era decisa a seguire la sua gente,

ma poi, ad alta voce: “ Ferma!”

le ordinò il discepolo del Maestro, come il Maestro autorevole: allora un ultimo sguardo, velato dallo scorrere delle lacrime, lanciò su me, il crudele. E questo, come dardo velenoso, ora mi brucia.

SANUMATI. Oh! Tale è l’importanza che diamo ai no­stri propri interessi, che sono contenta delle sof­ferenze di lui!

VIDÙSAKA. Signore, mi è venuto un pensiero: la si­gnora è stata portata via da un essere celeste…

RE. Chi altri oserebbe toccare una donna che consi­dera lo sposo come una divinità? Fu Menaka, mi si disse, a dare alla luce la nostra amica: il mio cuo­re sospetta che ella sia stata rapita proprio dalle compagne di Menaka.

SANUMATI. È sorprendente, invero, la sua insania di prima, non la sua lucidità di adesso!

VIDUSAKA. Se è così, allora prima o poi ti riunirai alla signora!

RE. Come mai dici così?

VIDÙSAKA. Certo, una madre e un padre non posso­no tollerare a lungo di vedere la figlia afflitta per la separazione dal marito!

RE. Amico,

fosse un sogno, una malia, un’illusione della mente, o che si fossero esauriti

i miei meriti nel maturare tanto frutto: è cosa passata, per mai più ritornare. Questi desideri non sono

che crolli di ripe scoscese.

VIDÙSAKA. Non è così: anzi, l’anello stesso dimostra che sarà inevitabile, benché adesso inimmagina­bile, la vostra unione.

RE (osservando l’anello). Anch’esso, ahimè, è da com­piangere: ché è scivolato da una posizione non facile da raggiungere!

Le tue buone azioni, anello, certo furon tenui, come le mie: si deduce dal frutto!

Ché cadesti, dopo aver ottenuto di sostare sulle dita di lei, affascinanti con le loro unghie rosse!

SANUMATI. Però, se fosse capitato su un’altra mano, allora davvero sarebbe stato da compiangere!

VIDUSAKA. Ma dimmi: questo anello, che reca il sigil­lo col tuo nome, con quale intendimento fu collo­cato sulla mano della signora?

SANUMATI. Lo anima la stessa curiosità che ho io!

RE. Ascolta. Quando io stavo per partire alla volta della capitale, la mia amata, piangendo, mi disse così: “Fra quanto tempo lo sposo mio darà noti­zia di sé?”…

VIDUSAKA. E allora?

RE. Allora io infilai questo anello col mio sigillo sul dito di lei, e le risposi:

“Ad una ad una, giorno dopo giorno, conta le lettere che qui formano il mio nome; quando arriverai alla fine,

allora, cara, giungerà presso di te

chi ti condurrà all’ingresso della mia dimora”.

Ma questo io, duro di cuore, nella mia follia non l’ho fatto!

SANUMATI. Sarebbe stato davvero un lieto fine: ma il destino lo ha negato!

VIDUSAKA. E com’è che finì nella pancia del pesce rohita fatto a pezzi dal pescatore?

RE. Mentre la nostra amica rendeva adorazione in Sacitirtha, le scivolò dalla mano nella corrente del Gange.

VIDUSAKA. Questo spiega tutto.

SANUMATI. Ecco perché il veggente regale, temendo di compiere un atto contrario alla morale, dubi­tava di aver sposato la povera Sakuntala! Ma un tale amore ha bisogno di un segno di riconosci­mento? Com’è possibile?

RE. Perciò, rimprovererò questo anello.

VIDUSAKA (sorridendo, fra sé). Si è messo sulla strada dei folli per amore!

RE. Come mai, abbandonando quella mano dalle aggraziate, tenere dita,

ti tuffasti nell’acqua? D’altra parte,

una cosa inanimata certo non può percepire i pregi; ma come ho potuto io stesso respingere la mia amata?

VIDUSAKA (fra sé). Ma perché devo essere divorato dalla fame?

RE. O tu, abbandonata senza motivo: ecco qui un uomo il cui cuore è arso dal pentimento: abbi infine compassione, fa’ che ti riveda!

(Entra, scuotendo la tenda, Caturika, che reca in mano la tavoletta col ritratto).

CATURIKA. Ecco la signora, ritratta in dipinto! (Mo­stra la tavoletta dipinta).

VIDUSAKA. Bravo, amico mio! La rappresentazione del sentimento è gradevole per la delicata com­posizione delle forme: la mia vista, per così dire, inciampa nell’ascendere e discendere delle linee!

SANUMATI. Oh, com’è bravo questo regale veggente! Mi sembra quasi che la mia amica sia qui, in per­sona, davanti a me!

RE. Quel che nel dipinto non risulterà ben fatto sarà corretto:

ma comunque la grazia di lei potrà solo essere appena accennata dalla linea!

SANUMATI. Queste parole sono indizio di un affetto dominato dal rimorso, e privo di superbia.

VIDUSAKA. Ma qui si vedono tre dame, e tutte incan­tevoli: quale di esse è la signora Sakuntala?

SANUMATI. Se non sa riconoscere una tale bellezza, davvero il senso della vista è inutile per quest’uo­mo!

RE. Tu quale pensi che sia?

VIDUSAKA. Io penso che Sakuntala sia quella ritratta accanto all’albero di mango, i cui teneri germogli sono lucidi perché appena innaffiati: sembra un po’ stanca; i lunghi capelli, scioltosi il nodo, han lasciato scivolare i fiori sul volto appaiono goc­ce di sudore, e le braccia sono del tutto abbando­nate. Le altre sono due sue amiche.

RE. Sei bravo, signor mio! E qui c’è un segno anche di quello che era il mio stato d’animo:

si scorge, scura sul bordo del disegno, l’impronta del mio dito sudato;

e qui si può vedere, dal rigonfiamento del colore, una lacrima caduta dalla guancia. Caturika, questo luogo di delizie è stato dipinto solo a metà: va’ dunque, e portami il pennello. CATURIKA. Nobile Màthavya, tieni la tavoletta dipin­ta finché non torno.

RE. La terrò io stesso. (Fa come ha detto). (Esce l’ancella).

RE. Così io,

dopo aver respinto, allora, la mia amata, che pur era giunta in persona,

adesso la copro di elogi ritratta in dipinto:

dopo aver superato, lungo il cammino, un fiume d’acqua abbondante,

sono invaso, amico, di desiderio per un miraggio!

VIDÙSAKA (fra sé). Ecco che adesso il signore ha ol­trepassato il fiume, ed è arrivato al miraggio! (Ad alta voce). Signore, che altro vuoi dipingere?

SANUMATI. Tutti i luoghi che la mia amica ama, vor­rà dipingere!

RE. Ascolta:

voglio metterci il fiume Màlini con una coppia di cigni distesi sulle sue rive sabbiose;

ai suoi lati, le sante pendici del padre di Gauri,

e gazzelle su di esse adagiate;

poi, sotto un albero, ai cui rami stanno appesi abiti di corteccia, voglio dipingere un’antilope che si stropiccia l’occhio sinistro sul corno del suo maschio nero.

VIDÙSAKA (fra sé). A quanto sento, vuole riempire la tavoletta di folle di asceti barbuti!

RE. E un’altra cosa, amico: abbiamo dimenticato gli ornamenti che avevamo pensati per Sakuntala.

VIDÙSAKA. E cioè?

SANUMATI. Qualcosa che sia consono al suo vivere nella foresta e alla sua delicatezza!

RE. Non ci ho messo, amico, un fiore di sirisa, appeso all’orecchio per lo stelo,

il cui stame le scenda fin sulla guancia;

né ho dipinto, fra i seni, un filo di fibre di loto, tenero come un raggio della luna d’autunno. VIDÙSAKA. Ma perché la signora se ne sta come tutta spaventata, e si copre il volto con le dita della ma­no, splendida come un germoglio di loto rosso? (Osservando con attenzione, si rende conto). Ah, que­sto bastardo di un fuco, predatore del succo dei fiori, vuole assalire il volto di loto della signora!

RE. Ebbene, caccia via l’impertinente!

VIDUSAKA. Solo tu, signore, che castighi gli impu­denti, hai il potere di mandarlo via!

RE. È vero. Ehi tu, gradito ospite dei rampicanti in fiore, perché ti dai la pena di volare qua attorno? Lì, posata su un fiore, ti aspetta

(eppure ha sete), di te innamorata, la tua signora ape: non vuole, senza di te, suggere il nettare!

SANUMATI. Certo sa mandarlo via in maniera cortese!

VIDUSAKA. Nonostante l’invito ad andarsene, è osti­nata questa razza!

RE. Così, signore, non rispetti il mio ordine? Allora, ascolta bene adesso:

era amabile come il germoglio intatto d’un giovane albero:

ed io ne bevvi, ma solo con dolcezza, nelle nostre feste d’amore;

ma se tu, fuco, tocchi il labbro rosso come bimba

della mia donna,

io ti farò rinchiudere, in ceppi, nella cella di un fior di loto!

VIDUSAKA. Come potrebbe non temere uno che in­fligge pene così severe? (Ride; a parte). È proprio impazzito: e anch’io, a furia di stargli vicino, son diventato, mi sembra, della stessa specie! (Ad alta voce). Signore, ma questo è un dipinto!

RE. Come, un dipinto!

SANUMATI. Anch’io solo ora torno alla realtà! Che dire, allora, di costui, che ha vissuto la scena così come l’ha dipinta?

RE. Amico, che è questo dispetto che mi hai fatto?

Mentre assaporavo il piacere di vederla come fosse presente,

col cuore pieno di lei,

facendomi tornare in me, tu hai di nuovo trasformato la mia amata

in un ritratto!

(Così dicendo, versa lacrime)

SÀNUMATi. È senza precedenti questa forma di lon­tananza fra innamorati, in cui il prima contraddi­ce a tal punto il dopo!

RE. Amico, com’è che devo soffrire a questo modo un dolore che non conosce requie? Non mi è dato, per la veglia ininterrotta, d’incontrarla in sogno;

e le lacrime poi non mi consentono di vederla nemmeno in ritratto!

SÀNUMATÌ. Così, hai cancellato del tutto il dolore pa­tito da Sakuntala per il ripudio!

(Rientra Caturikà).

CATURIKÀ. Vittoria, vittoria al sire! Avevo preso la scatola dei pennelli, e mi stavo dirigendo qui…

RE. E allora?

CATURIKÀ. A metà strada, me la prese a forza dalla mano la regina Vasumati, che era accompagnata da Taralika, dicendomi: “La porterò io al mio sposo”.

VIDÙSAKA. Per fortuna ti ha lasciata andare!

CATURIKÀ. Mentre Taralikà cercava di liberare la ve­ste della regina, che si era impigliata in un albero, me la sono svignata!

RE. Amico, sta arrivando la regina: ed è una donna gonfia di orgoglio. Porta in salvo tu

questo ritrat­to.

VIDÙSAKA. Di’ pure che devo portare in salvo me stesso! (Prende la tavoletta dipinta

e si alza). Se, si­gnore, riuscirai a liberarti dai veleni dell’harem, fammi chiamare allora

al palazzo di Meghapra­ticchanda. (Esce con passo veloce).

SANUMATÌ. Anche se il suo cuore è volto ad un’altra, egli non manca di rispettare il

primo oggetto del­le sue attenzioni: ma adesso il suo affetto è assai indebolito.

(Entra la guardaporta, con una lettera in mano).

GUARDAPORTA. Vittoria, vittoria al re!

RE. Vetravati, non hai per caso visto la regina per via?

GUARDAPORTA. Sì; ma, vedendomi portare una lette­ra, è tornata indietro.

RE. Conosce bene il suo dovere, ed evita di essere di ostacolo ai miei uffici.

GUARDAPORTA. Sire, il consigliere mi manda a dire: “Essendoci una gran quantità di conteggi finan­ziari da effettuare, ho esaminato una sola causa civile: il sovrano potrà leggerne il rapporto su questo foglio”.

RE. Fammi vedere la lettera.

(La guardaporta gliela consegna).

RE (leggendo). Cosa? Il grande mercante di nome Dhanamitra, che svolgeva commercio marittimo, è perito in un naufragio! Il poverino, peraltro, non aveva figli; e il suo patrimonio spetta al re. Così scrive il consigliere. È una vera maledizione il non aver figli! Ma, possedendo molte ricchezze, quel signore doveva avere anche molte mogli: si indaghi se fra le sue spose ce ne sia una in attesa di un bambino.

GUARDAPORTA. Sire, abbiamo saputo che proprio adesso una sua moglie, figlia di un mercante di Sàketa, ha celebrato i riti della gravidanza.

RE. Allora il figlio ha diritto all’eredità paterna. Va’, e riferisci così al consigliere. GUARDAPORTA. Come comanda il re. (Si avvia).

RE. Ah, torna un momento!

GUARDAPORTA. Eccomi!

RE. Ma poi, a che serve stabilire se c’è o no un ere­de?

”Se un qualsiasi amorevole parente verrà a mancare ad un suddito,

quello stesso, eccettuando ogni peccato, sarà per lui Dusyanta”; questo si proclami. GUARDAPORTA. Così sarà dunque proclamato. (Esce; poi rientra). Come una pioggia giunta a tempo op­portuno è stato salutato il proclama del re!

RE (con un lungo, accorato sospiro). E così, ahimè, i be­ni di una famiglia che, interrotta la discendenza, rimanga priva di sostegno, alla scomparsa dell’ul­timo erede finiscono in mano d’altri: e appunto questo accadrà delle fortune della stirpe di Puru, quando anch’io sarò morto!

GUARDAPORTA. Resti lontano da noi ogni male!

RE. Maledetto me, che ho disprezzato la fortuna che mi era davanti!”

SANUMATi. Senza dubbio egli si rimprovera pensan­do in cuor suo alla mia amica…

RE. Ché, dopo averla fecondata d’un altro me stesso,

io l’abbandonai, legittima sposa sostegno della stirpe,

come un terreno cosparso di seme a tempo opportuno,

per produrre gran frutto.

SANUMATÌ. Ma adesso non sarà più tronca la linea della tua discendenza!

CATURIKA (a parte, alla guardaporta). Ahimè, la vicen­da del mercante ha raddoppiato l’angoscia del nostro sire: va’, riconduci qui dal Meghapratic­chanda il nobile Màthavya, perché lo consoli!

GUARDAPORTA. Dici bene! (Esce).

RE. Ahimè, gli antenati di Dusyanta son colti da ti­more! Poiché “Dopo di lui, ahinoi, chi nella famiglia ci offrirà le oblazioni,

preparate secondo le scritture?”

con questo pensiero, di certo, i miei antenati bevono l’acqua che io, privo di discendenza, verso per loro: quella che resta

dopo aver lavato via le lacrime!’ (Sviene).

CATURIKA (lo osserva, agitata). Ritorna in te, ritorna in te, sire!

SANUMATI. Ahinoi, ahinoi! Benché ci sia la lampa­da, egli, oscurato da uno schermo, vede solo tene­bra! Ma voglio renderlo subito felice. Anzi, no: ho sentito dire dalla madre del grande Indra,” la quale stava consolando Sakuntala, che gli dèi stessi, desiderando la parte loro spettante delle offerte sacrificali, faranno in modo che fra non molto il marito accolga lieto la sua legittima spo­sa. È giusto dunque aspettare che passi questo tempo. Intanto, andrò a consolare la mia cara amica con queste notizie. (Ciò detto, esce, alzandosi in cielo).

VOCE FUORI SCENA. Sacrilegio contro un brahma­no!

RE (torna in sé, e presta orecchio). Ohimè, sembra la vo­ce angosciata di Màthavya! Chi c’è là?

(Entra il guardaporta).

GUARDAPORTA. Salva, sire, il tuo amico in pericolo!

RE. Chi reca offesa al giovane?

GUARDAPORTA. Un essere invisibile lo ha sopraffatto e lo ha portato sul terrazzo superiore del palazzo di Meghapraticchanda!

RE (si alza). Basta! Anche la mia reggia è assalita dai dèmoni? O piuttosto,

già, giorno dopo giorno, non sono capace di conoscere gli errori

che io stesso ho commessi per insania: ho la capacità di sapere compiutamente quale strada intraprenda

ciascuno dei miei sudditi?

VOCE FUORI SCENA. Amico mio, aiuto! Aiuto!

RE (viene avanti, a balzi). Non temere, non temere, amico!

VOCE FUORI SCENA (dopo aver ripetuto l’ultima battuta). Come posso non temere? Costui, chiunque sia, mi ha piegato il collo e, quasi fosse una canna da zucchero, me lo sta spezzando in tre!

RE (volgendo lo sguardo attorno). L’arco, subito! (Entra una Yavani, portando l’arco).

YAVANí. Ecco arco e frecce, sire, insieme col guan­to!

(Il re prende l’arco e le frecce).

VOCE FUORI SCENA. Ecco: assetato del fresco sangue della tua gola,

come una tigre con la sua preda che si dimena, io ti uccido: colui che impugna l’arco

per rimuovere il timore dei perseguitati, Dusyanta, sia pure adesso

egli il tuo rifugio!

RE (infuriato). Come osa menzionare proprio me! Fermati, divoratore di carogne! Tu fra breve non esisterai più! (Tende l’arco). Vetravati, fammi stra­da verso le scale.

GUARDAPORTA. Di qui, dl qui, sire.

(Tutti la seguono velocemente, guardinghi).

RE (guardandosi attorno). Ma è tutto vuoto!

VOCE FUORI SCENA. Aiuto, aiuto! Io ti vedo, signore, e tu non mi vedi? Allora, come un sorcio cattura­to da un gatto, sono ormai senza speranza di vita!

RE. Ehi tu, che insuperbisci del tuo potere di ren­derti invisibile, ti vedrà la mia freccia! La incocco, ecco, all’arco:

essa ucciderà te, degno di morte, e il brahmano salverà,

che merita salvezza:

poiché il cigno sorbisce il latte,

e lascia l’acqua

ad esso mescolata. (Incocca la freccia).

(Entra Màtali, che ha lasciato libero il vidúsaka).

MATALI. Tuo bersaglio, lo vuole Hari, saranno gli asura:

contro di loro tendi questo arco!

Teneri d’affetto, solo gli occhi dei buoni colpiscono gli amici:

non le loro frecce spietate!

RE (riponendo la freccia). Oh, Màtali! Benvenuto, au­riga del grande Indra!

(Entra il vidúsaka).

VIDUSAKA. Come, quello che mi stava uccidendo co­me una vittima sacrificale è adesso salutato con un benvenuto da costui!

MATALI (sorridendo). Sire di lunga vita, ascolta: poi­ché è Hari che mi ha inviato al tuo cospetto.

RE. Hai tutta la mia attenzione.

MATALI. C’è una tribù di dànava, progenie di Kàla­nemi, che si chiama Durjaya.

RE. Me lo disse un tempo Nàrada.

MATALI. Essa, è stato predetto, dal tuo amico Satakratu non può esser debellata:

tu, è scritto, sarai sgominatore di essa sul fronte della battaglia. Quella notturna tenebra, che il Sole dai sette destrieri disperdere non può, è la luna a cancellarla.

Adesso, signore, sali sul cocchio di Indra con le armi che già brandisci, e parti per la vittoria!

RE. Sono onorato da questo favore di Maghavat. Ma perché, signore, hai agito a quel modo con Mà­thavya?

MATALI. Ti dirò anche questo. Avevo visto che tu, sire di lunga vita, eri afflitto, per qualche motivo, da una profonda sofferenza dell’animo: allora ho agito a quel modo, perché il signore di lunga vita fosse colto da collera. Poiché

guizza il fuoco se si attizza la brace, se provocato il serpente gonfia il collo: le creature in genere manifestano

il proprio ardimento se sono irritate!

RE (a parte, al vidúsaka). Amico, non si può disatten­dere un ordine del re del cielo: riferisci dunque così, da parte mia, al consigliere Pisuna, dopo averlo informato degli eventi:

“Protegga intanto i sudditi, da sola, la tua intelligenza:

quest’arco dalla corda tesa in altri compiti è impegnato”.

VIDUSAKA. Come comanda il signore. (Esce).

MATALI. Sali, signore di lunga vita, sul cocchio!

(Il re sale sul cocchio).

(Escono tutti).

Fine del sesto anka

SETTIMO ANKA

(Entrano, giungendo dal cielo, il re e Màtali, sul cocchio).

RE. Màtali, pur avendo eseguito l’ordine di Magha­vat, dinanzi al carattere del tutto eccezionale del­l’accoglienza ricevuta mi sento, per così dire, in­degno.

MATALI (sorridendo). Signore di lunga vita, entrambi, si direbbe, vi sentite inadeguati:

tu, signore, consideri poca cosa il primo servigio offerto a Marutvat in rapporto all’accoglienza da lui ricevuta; egli invece, meravigliato alle tue imprese, non trova alcun pregio

negli onori che ti ha resi!

RE. No, Màtali, non è così! Poiché l’onore che mi fu fatto quando venni congedato oltrepassa anche la sfera dei desideri: ed infatti, alla presenza degli dèi del cielo, egli mi fece sedere su metà del suo trono; e poi, mentre, con un sorriso, sogguardava Jayanta, ritto di fronte a lui con un segreto desiderio,

Hari annodò al mio collo una ghirlanda di fiori di mandàra: rasentando il suo petto, s’era tinta dell’unguento di haricandana!

MATALI. Che cosa mai non merita il signore di lunga vita da parte del re degli immortali? Guarda: in due hanno estirpato i dànava, spina nel fianco

del sommo cielo di Hari, che ama i piaceri:

adesso i tuoi dardi, dai nodi levigati, e in tempi passati gli artigli dell’uomo-leone.

RE. Ma nel mio caso è appunto da esaltare la gran­dezza di Satakratu:

che i subordinati riescano in imprese anche grandi

è virtù, intendi bene, della stima concessa loro dai signori: sarebbe forse Aruna diventato il distruttore delle tenebre

se il Sole mille raggi non lo avesse collocato alla guida del suo carro?

MATALI. Queste parole sono degne di te. (Avanza un poco). Signore di lunga vita, guarda da qui la glo­ria della tua fama, che si è insediata fin sulla volta del paradiso!

Ecco che, usando quanto resta dei colori con cui le donne degli dèi si sono imbellettate, su tele fornite dalle liane dei desideri

gli abitanti del cielo van scrivendo

le tue imprese, elaborate in forma di canto eroico!

RE. Màtali, ieri, nella foga di scontrarmi con gli asu­ra, salendo in cielo non ho osservato i sentieri del paradiso: su quale via dei venti ci troviamo a­desso?

MATALI. Questo è detto il sentiero del vento Parivaha,

che sospinge il corso celeste del triplice fiume,

e che, dispiegando i suoi aliti, fa volger le stelle:

grazie al secondo passo di Hari esso è privo di tenebra.

RE. Ecco perché, Màtali, il profondo del mio animo è così sereno, con tutti i sensi esterni ed interni!” (Osserva le ruote del cocchio). Adesso siamo scesi sul sentiero delle nuvole!

MATALI. Da che cosa lo deduci?

RE. Càtaka volano attraverso le fessure tra i raggi delle ruote,

e i cavalli si tingono del bagliore dei lampi:

così questo tuo cocchio, i cerchi delle ruote bagnati di umide gocce,

ci mostra che il suo tragitto procede sopra le nuvole

dal grembo pregno d’acqua.

MATALI. Fra un attimo il signore di lunga vita sarà sulla terra, che è suo dominio.

RE (guardando in basso). Nella velocità della nostra discesa, il mondo degli uomini appare meravi­glioso a vedersi! Infatti, la terra sembra sprofondare

dalle vette dei monti, che vengono emergendo; non più celati entro le fronde,

rivelandosi il tronco, appaion gli alberi;

i fiumi che prima, sottili, non avevano più acque,

acquistano, con l’ampiezza, evidenza;

come se qualcuno me la facesse balzare innanzi, guarda!, la terra vien sollevata

al mio cospetto!

MATALI. Hai visto bene! (Osserva con ammirazione). Oh, è nobile e bella la terra!

RE. Màtali, che cos’è questo monte, che si vede im­mergersi nell’oceano ad est e ad ovest, ed ema­nare un liquido d’oro, come un baluardo di nubi al crepuscolo?

MATALI. Sire di lunga vita, questo è il monte dei kim­purusa, chiamato Hemakúta: è terra di perfezio­ne ascetica. Guarda:

colui che nacque da Marici,

il quale era figlio del Nato da Sé, il prajàpati, dico,

padre degli dèi e degli asura, con le sue mogli

sta qui in ascesi.

RE. Allora, non va trascurato ciò che apporta bene­dizione: voglio andar via solo dopo aver riverito il Beato!

MATALI. Nobile pensiero! (Scendono dal cielo).

RE (con meraviglia). Non hanno emesso suono i cerchi delle ruote del carro; non si vede polvere alzarsi,

ché non tocchiamo la superficie della terra, e tu non hai tirato le briglie:

il tuo cocchio è atterrato, eppure non si direbbe!

MATALI. È solo questa la differenza fra Satakratu e il signore di lunga vita!

RE. Màtali, in quale direzione è l’eremo del figlio di Marici?

MATALI (indicandolo con la mano). Lì dove, col corpo a metà sepolto in un formicaio, col petto ricoperto di pelli di serpente, costretto intorno alla gola da un cerchio di germogli vizzi di sarmentose,

avvolto in una massa di capelli incolti che gli coprono le spalle, pieni di nidi di uccelli, immobile come una colonna, si erge quell’asceta, di fronte

al disco del sole.

RE. Onore a te, santo di severa ascesi!

MATALI (tirando le redini del cocchio). Ecco che siamo entrati, gran re, nell’eremo del prajàpati, i cui al­beri di mandàra sono curati da Aditi.

RE. Un luogo di pace superiore anche al paradiso! Mi sento come immerso in un lago di ambrosia!

MATALI (fermando il cocchio). Scenda il signore di lunga vita!

RE (scende). E tu, Màtali?

MATALI. Ho fissato il cocchio: scenderemo anche noi. (Fa come ha detto). Di qui, signore di lunga vi­ta. (Procede). Ecco, osserva i luoghi dell’ascesi dei santi eremiti.

RE. Li sto osservando con meraviglia: nutrire per consuetudine la propria esistenza di aria, in una foresta di splendidi alberi dei desideri; compiere le abluzioni prescritte

in acqua arrossata dal polline di fiori di loto d’oro;

meditare su lastroni di pietra preziosa; esser casti accanto a dame divine: costoro praticano le loro ascesi

avendo dinanzi tutto quello che cercano con le loro penitenze

gli altri eremiti!

MATALI. Mira davvero in alto il desiderio dei magna­nimi! (Procede oltre; rivolto ad un personaggio fuori scena). O anziano Sàkalya, che sta facendo il bea­to Màrica? Che dici? Ah, interrogato dalla figlia di Daksa sui doveri di una sposa devota, li sta esponendo a lei e alle mogli dei grandi veggenti?

RE (prestando orecchio). Oh, un tale argomento ri­chiede che io attenda!

MATALI (guardando il re). Siedi intanto ai piedi di quest’albero di asoka, sire di lunga vita, mentre io vado a cercare il modo di annunciarti al geni­tore di Indra.

RE. Come credi, signore. (Si ferma).

MATALI. Sire di lunga vita, io vado.” (Esce).

RE (in atto di chi ha ricevuto un presagio). Non spero più nel mio desiderio: perché, braccio mio, tremi invano? La felicità, una volta disprezzata, diventa dolore.

VOCE FUORI SCENA. No, non fare capricci! Come! È tornato alla sua indole naturale!

RE (porgendo orecchio). Questo non è luogo di azioni scorrette: chi è dunque che viene rimbrottato a questo modo? (Guarda nella direzione da cui prove­niva la voce; meravigliato). Oh, ma chi sarà questo bimbo, forte come non può esserlo un bimbo, se­guito da due donne ascete?

Trascina a forza con la mano, per gioco, un leoncino,

che solo a metà ha succhiato la poppa della madre, e ha la criniera arruffata dalla zuffa!

(Entra il bambino, nell’atto descritto, con due donne ascete).

BAMBINO. Apri la bocca, leone: voglio contarti i denti!

PRIMA ASCETA. Monellaccio, perché maltratti le crea­ture, che per noi non sono diverse dai nostri stes­si figli? Ahinoi, come cresce la tua vivacità! Ben a ragione i veggenti ti hanno chiamato Sarvada­mana!

RE. Ma perché il mio cuore prova affetto per questo bambino come per un figlio carnale? Certo il mio non aver figli mi ispira sentimenti paterni!

SECONDA ASCETA. Senz’altro la leonessa ti salterà ad­dosso, se non lasci andare il suo piccolo!

BAMBINO (ridendo). Oh, ne ho proprio tanta paura! (Fa una smorfia).

RE. Questo bimbo mi appare seme di un grande splendore,

come fuoco in forma di scintilla,

che sia in attesa del suo combustibile.

PRIMA ASCETA. Figliolo, lascia andare questo re de­gli animali: ti darò un altro giocattolo. BAMBINO. Dov’è? Dammelo! (Tende la mano).

RE. Come? Possiede anche i segni caratteristici di un sovrano universale! Ed infatti, la sua

mano, protesa nel desiderio dell’oggetto vagheggiato, sembra, con le sue dita congiunte come da una rete, un fior di loto solitario che si apre

alla nuova aurora, accesa di luce:

non si vede ancora lo spazio che separa i petali.

SECONDA ASCETA. Suvrata, non è possibile fermarlo con le sole parole! Va’, nella mia capanna c’è il pavone di terracotta colorata di Màrkandeya, il fanciullo asceta: prendilo per lui!

PRIMA ASCETA. Va bene. (Esce).

BAMBINO. Intanto, giocherò con questo! (Dicendo ciò, guarda la asceta, e ride).

RE. Mi sono davvero affezionato a questo discolac­cio!

Lasciano intravedere germogli di dentini tra risate senza motivo,

e modulano la voce graziosa in suoni indistinti: felici coloro i quali, portando i figlioletti

che han voluto salir loro in braccio,

si sporcano della polvere che è sulle loro piccole membra!

SECONDA ASCETA. Bene: lui non mi dà retta… (Guar­dandosi a lato). Ma chi c’è lì dei fanciulli asceti? (Vede il re). Mio buon signore, vieni, ti prego: libe­ra il cucciolo di leone, tormentato, per gioco, da questo bimbo dalla presa tenace!

RE (si avvicina; sorridendo). Ehi tu, figlio di un gran­de asceta!

Perché a questo modo, con atti contrari alla vita d’un eremo,

la temperanza ereditata dalla nascita, che pur è dolce rifugio delle creature, tu offendi, così come un giovane cobra offende un albero di sandalo?

SECONDA ASCETA. Mio buon signore, egli non è fi­glio di un asceta!

RE. Lo rivelano le sue azioni, conformi al suo aspet­to: ma noi avevamo fatto quella congettura a causa del luogo in cui ci troviamo. (Facendo come gli è stato chiesto, tocca il bambino; fra sé). Un tal piacere si diffonde sulle mie membra al solo contatto con questo virgulto di chissà quale nobile famiglia!

Quale beatitudine genererà allora nel cuore di quel fortunato

dai cui lombi egli è nato!

SECONDA ASCETA (osservandoli entrambi). Meraviglia, meraviglia!

RE. Che cosa c’è, signora?

SECONDA ASCETA. I lineamenti di questo bambino e i

tuoi sono identici: per questo mi stupisco! Mal­grado non ti conoscesse, non ti ha respinto!

RE (accarezzando il bambino). Ma se non è il figlio di un eremita, qual è la sua famiglia?

SECONDA ASCETA. La stirpe dei Puru.

RE (fra sé). Come! È la stessa mia famiglia! Ecco per­ché la signora lo vede somigliante a me! Questo è l’ultimo voto di famiglia dei discendenti di Puru: coloro che, per proteggere la terra, prima ameranno vivere in palazzi ricolmi di piaceri,

avranno poi dimora ai piedi degli alberi, dove è regola

l’unico voto degli asceti.

(Ad alta voce). Tuttavia, questo non è luogo che gli uomini possano raggiungere a proprio piacimento…

SECONDA ASCETA. È come dici, mio buon signore. La madre di questo bimbo lo ha partorito qui, nella foresta del romitaggio del padre degli dèi, per­ché è parente di un’apsaras.

RE (a parte). Ah, ecco una seconda fonte di speran­za! (Ad alta voce). Ma quella signora è sposa del re­gale veggente che risponde a quale nome?

SECONDA ASCETA. Chi vorrà anche solo pensare il nome di costui, che ha ripudiato la sua legittima sposa?

RE (fra sé). Davvero questa storia indica proprio me! E se le chiedessi il nome della madre del bambi­no? Ma non è bene parlare della sposa di altri… (Entra, portando in mano il pavone di terracotta, la prima asceta).

PRIMA ASCETA. Sarvadamana, guarda com’è bello questo sakunta: là!

BAMBINO (guardandosi attorno). Dov’è la mia mam­ma?

LE DUE ASCETE. Lo ha ingannato la somiglianza del nome: è così affezionato alla madre…

SECONDA ASCETA. Figliolo, io avevo detto: “Guarda com’è carino questo pavone di terracotta”.

RE (fra sé). Allora, sua madre si chiama Sakuntala! Ma esistono anche casi di omonimia: potrebbe darsi che, come un miraggio, l’aver udito solo il nome si risolva poi per me in una disillusione…

BAMBINO. Madre, mi piace questo bel pavone! (Prende il giocattolo).

PRIMA ASCETA (lo guarda preoccupata). Ohimè, non vedo al suo polso l’amuleto!

RE. No, non c’è da preoccuparsi! Eccolo: certo gli è scivolato nella zuffa col leoncino! (Fa per racco­glierlo).

LE DUE ASCETE INSIEME. No, non toccarlo!… Come, lo ha preso! (Meravigliate, si guardano a vicenda, con le mani sul petto).

RE. Perché volevate fermarci?

PRIMA ASCETA. Ascolta, gran re! Questa è un’erba magica, chiamata aparàjita, che il beato Màrica donò al bimbo quando celebrò il rito per la sua nascita. Nessun altro, fatta eccezione della ma­dre, del padre e di lui stesso, può raccoglierla se cade a terra.

RE. E se uno la raccoglie?

PRIMA ASCETA. Allora essa si trasforma in un ser­pente, e lo morde.

RE. E voi, signore, avete mai assistito a una tale sua trasformazione?

LE DUE ASCETE. Più d’una volta.

RE (felice, fra sé). Come potrei non rallegrarmi, se il mio desiderio si è pienamente realizzato? (Abbrac­cia il bimbo).

SECONDA ASCETA. Vieni, Suvrata: andiamo a riferire a Sakuntala, che è impegnata in opere di peniten­za, quanto è accaduto! (Escono).

BAMBINO. Lasciami! Voglio andare dalla mamma!

RE. Figliolo, appunto insieme con me farai felice la mamma.

BAMBINO. Ma il mio babbo è Dusyanta, non tu!

RE (sorridendo). Proprio questo, che tu dici per smentirmi, mi dà la conferma definitiva!

(Entra Sakuntala, con i capelli legati in una sola trec­cia).

SAKUNTALA. Pur udendo che l’erba magica di Sarva­damana aveva conservato il proprio stato anche quando avrebbe dovuto cambiare aspetto, non riuscivo a coltivare ancora una speranza di felici­tà per me. Ma forse è possibile che sia proprio co­me mi ha detto Sànumati.

RE (osservando Sakuntala). Oh, ecco la signora Sakuntala, che

vestita di vesti tutte cenerognole, il volto smagrito dalle penitenze,

i capelli legati in una sola treccia, con pura condotta osserva per me, che fui tanto spietato,

un lungo voto di lontananza.

SAKUNTALA (vedendo il re, pallido di rimorso). Ma non somiglia al mio sposo costui! Chi è allora que­st’uomo che contamina, col contatto delle sue membra, il mio bambino, che pure è protetto dal­l’amuleto?

BAMBINO (avvicinandosi alla madre). Mamma, chi è quest’uomo che mi abbraccia dicendo che sono suo figlio?

RE. Cara, anche la crudeltà che ho usata nei tuoi confronti ha finito con l’avere un esito felice: poi­ché vedo che adesso tu riconosci me!

SAKUNTALA (fra sé). Rassicurati, rassicurati, cuor mio! Il destino, deposta ogni ostilità, ha avuto compassione di me: costui è davvero il mio sposo!

RE. Cara, tu, bel volto, per buona ventura

sei ora dinanzi al mio volto: e la memoria ha squarciato le tenebre della mia follia. Terminata l’eclissi, Rohini

torna a unirsi con la luna.

SAKUNTALA. Vittoria, vittoria al mio sposo… (Si inter­rompe a metà, la gola soffocata dalle lacrime).

RE. Mia bella, pur se le lacrime troncano

il tuo augurio di vittoria, davvero io ho vinto, poiché vedo il tuo volto

con la rosea piega delle labbra, senza trucco.

BAMBINO. Mamma, chi è lui?

SAKUNTALA. Chiedilo, figliolo, alla tua buona sorte!

RE (cadendo ai piedi di Sakuntala). Sparisca, mia bella, dal tuo cuore l’amarezza del ripudio: ci fu, violento, allora in me

non so quale disordine mentale.

Tale è sovente la condotta, pur nel bene, di chi è gravemente ottenebrato:

pur la ghirlanda postagli sul capo si scrolla il cieco,

immaginandola un serpente.

SAKUNTALA. Alzati, sposo mio! Evidentemente una mia antica azione, contrapponendosi ad atti me­ritori, era giunta in quei giorni a maturazione, cosicché tu, sposo mio, pur essendo un uomo sensibile, ti comportasti a quel modo con me.

(Il re si alza).

SAKUNTALA. Ma in che modo ti sei ricordato di que­sta sventurata creatura?

RE. Mi strapperò dall’animo la freccia dell’angoscia, e te lo racconterò:

allora, mia bella, nell’insania non vidi l’umida stilla

che, sgorgando, gravava sul tuo labbro: adesso, asciugando la stessa lacrima, ancor sospesa sulle tue curve ciglia, sarò affrancato dal rimorso.

(Fa come ha detto).

SAKUNTAL.A (scorge l’anello col sigillo). Sposo mio, ma questo è quell’anello…

RE. Proprio ritrovando quest’anello ho ritrovato la memoria!

SAKUNTALA. Si è comportato slealmente: poiché al­lora, quando doveva convincere il mio sposo, non si trovava!

RE. Perciò, possa adesso il tralcio riavere il suo fiore, quale segno della rinnovata unione con la sua sta­gione!

SAKUNTALA. Non mi fido più di lui: sia lo sposo mio a portarlo.

(Entra Màtali).

MATALI. Qual buona ventura che il signore di lunga vita abbia la gioia di riunirsi con la sua legittima sposa, e di vedere il volto di suo figlio!

RE. Il mio desiderio ha conseguito un dolce frutto! Màtali, ma questa vicenda non era nota ad A­khandala?

MATALI (sorridendo). Che cosa può restare nascosto a chi è Signore? Ma vieni, sire di lunga vita: il beato Màríca ti concede di andare a visitarlo.

RE. Sakuntala, prendi nostro figlio: nella mia visita al Beato, voglio che tu mi preceda.

SAKUNTALA. Ho pudore di recarmi al cospetto del Maestro in compagnia del mio sposo…

RE. Ma è quel che bisogna fare nelle occasioni felici. Vieni, vieni!

(Tutti procedono).

(Entra Màrica, su un seggio insieme con Aditi).

MARICA (vedendo il re). Figlia di Daksa,

questi è colui che avanza in prima linea sul fronte delle battaglie del tuo figlio:

il reggitore della terra, che chiamano Dusyanta. Grazie al suo arco, non ha più imprese da compiere l’aguzzo fulmine di Maghavat: è divenuto per lui null’altro che un ornamento!

ADITI. Il suo aspetto lascia intuire il suo valore!

RE. Mia bella, pur se le lacrime troncano

il tuo augurio di vittoria, davvero io ho vinto, poiché vedo il tuo volto

con la rosea piega delle labbra, senza trucco.

MÀTALI. Signore di lunga vita, ecco i genitori dei ce­lesti: ti osservano, sire di lunga vita, con occhio che palesa un affetto paterno. Accostati a loro!

RE. Màtali, questa è la coppia, prole di Daksa e Marici, e di un sol grado distante dal Creatore, che i saggi dissero origine del fulgore che sussiste dodecuplice;

che generò il reggitore dei tre mondi signore tra i fruitori del sacrificio;

in cui l’Essere, superiore anche al Nato da Sé, pose la sede del suo nascimento!

MÀTALI. E’ Così.

RE (si getta ai loro piedi). A voi entrambi Dusyanta, servo di Vàsava, si inchina!

MÀRÌCA. Figliolo, possa tu a lungo proteggere la ter­ra!

ADITI. Figliolo, possa tu essere un eroe senza rivali!

SAKUNTALA. Insieme con mio figlio, rendo omaggio ai vostri piedi!

MÀRÌCA. Figliola, simile ad Akhandala è il tuo sposo, pari a jayanta è tuo figlio;

nessun altro augurio ti si addice:

possa tu essere quale la figlia di Puloman!

ADITI. Figlia, possa il tuo sposo onorarti! E possa questo bimbo vivere a lungo, ed esser la gioia di entrambe le vostre famiglie! Sedete!

(Tutti si siedono attorno al prajàpati).

MÀRÌCA (indicandoli ad uno ad uno). Per buona ventura la casta Sakuntala, questo vostro ottimo figlio, e tu, signore, come dire la triade di Fedeltà, Potere e Legge, vi siete ricongiunti!

RE. Beato, prima è stato esaudito il mio desiderio, poi ho potuto vedervi: perciò è davvero senza precedenti l’onore che mi fate, poiché

nasce prima il fiore, e poi il frutto; prima s’alza la nuvola, poi viene la pioggia; questo è il succedersi di causa ed effetto: ma prima del tuo favore

è giunta la felicità!

MATALI. Così mostrano il loro favore i Creatori!

RE. Beato, io sposai con rito nuziale gàndharva questa vostra serva; ma quando, dopo qualche tempo, i suoi parenti me la ricondussero, per fiacchezza di memoria la rifiutai, offendendo così il signore Kanva, che è della vostra stessa fami­glia. In seguito, vedendo questo anello, mi resi conto di averla un tempo sposata. Tutto ciò mi sembra strano:

è come se, avendolo dinanzi agli occhi, uno dicesse: “ Non è un elefante”; mentre poi quello si allontana, sorgesse il dubbio;

nel vedere infine solo le orme, si radicasse il convincimento: tale è stato l’errore della mia mente!

MÀRÌCA. Figliolo, non devi più temere di aver pecca­to: anche la tua insania ha una spiegazione. A­scolta.

RE. Sono attento.

MÀRÌCA. Non appena Menakà giunse qui da Apsa­rastirtha conducendo con sé Sakuntala, visibil­mente abbattuta, e si recò presso la figlia di Daksa, io subito, attraverso una profonda medi­tazione, appresi che questa sventurata, tua com­pagna nei riti , era stata da te ripudiata a causa di una maledizione di Durvàsas, e per nessun al­tro motivo. La maledizione avrebbe avuto termi­ne quando tu avessi veduto l’anello.

RE (con un sospiro di sollievo). Eccomi liberato da ogni biasimo!

SAKUNTALA (fra sé). Che gioia! Il mio sposo non mi ha ripudiata senza motivo! Eppure non ricordo di essere stata colpita da una maledizione. Ma forse, poiché avevo il cuore svagato per la lonta­nanza di lui, la maledizione mi colpì e io non me ne accorsi: ecco perché le mie amiche mi racco­mandarono di mostrare l’anello al mio sposo!

MARICA. Figliola, ora sai come stanno le cose; non devi sentire collera nei confronti del tuo compa­gno nei riti. Guarda: fosti respinta a causa di una maledizione: impedita la memoria, il tuo sposo fu crudele; ma, dissoltasi la tenebra, tu sola hai potere su di lui.

L’immagine non prende forma su uno specchio la cui limpidezza sia appannata da polvere:

ma se quello è pulito, essa trova luogo facilmente.

RE. Beato, ecco il sostegno della mia stirpe! (Così dicendo, prende il bimbo per mano).

MARICA. Sappi, signore, che egli sarà tale, e sovrano universale. Guarda: superato l’oceano su un cocchio dal corso stabile, senza scosse, conquisterà, senza rivali, la terra dai sette continenti.

Qui, poiché doma le creature con la sua forza, egli è Sarvadamana:

ma si acquisterà ancora il nome di Bharata, poiché reggerà il mondo.

RE. Noi riponiamo ogni fausta speranza in lui, per il quale il Beato ha celebrato i riti prescritti!

ADITI. Beato, possa anche a Kanva giunger notizia del felice compimento dei desideri di sua figlia: quanto a Menakà, che ama la propria figliola, ella già vive qui, rendendoci servigi.

SAKUNTALA (fra sé). La Beata ha dato voce a quello. che è anche il mio desiderio.

MARICA. Ma, grazie al potere della sua ascesi, tutto è noto al signore Kanva, come si svolgesse dinanzi ai suoi occhi.

RE. Dunque l’eremita non sarà troppo in collera con me…

MARICA. Tuttavia, è doveroso che noi lo mettiamo al corrente di questa felice notizia. Chi c’è là? (Entra un discepolo).

DISCEPOLO. Ci sono io, Beato.

MARICA. Gàlava, va’ subito, volando attraverso il cie­lo, ad annunciare al signore Kanva, a nome mio, la felice notizia: Sakuntala, con suo figlio, è stata accolta come sposa da Dusyanta, che ha riacqui­stato memoria di lei essendosi esaurita la maledi­zione.

DISCEPOLO. Come ordina il Beato. (Esce).

MARICA. E tu, figliolo, insieme con tuo figlio e tua moglie sali sul cocchio del tuo amico Akhandala e torna alla tua reggia.

RE. Come ordina il Beato.

MARICA. E ancora, possa Vidaujas esser prodigo

di abbondanti piogge per i tuoi sudditi, e possa anche tu,

celebrando grandi sacrifici, compiacere a sufficienza gli dèi:

e possiate vivere cicli di centinaia di ere tra siffatti reciproci servigi,

encomiabili per il beneficio apportato ad entrambi i mondi!

RE. Beato, con tutte le mie forze mi adopererò per il meglio.

MARICA. Figliolo, quale favore posso renderti anco­ra?

RE. C’è favore superiore a questo? Ma se il Beato vuole rendermi un favore, sia il seguente: bharatavàkya

Si adoperino per il bene dei sudditi i sovrani; la Musa dei dotti venerabili sia venerata;

e anche per me il dio blu e rossiccio, la cui potenza si diffonde in ogni dove, il Nato da Sé, cancelli ogni rinascita!

(Escono tutti).

Fine del settimo anka

Termina così il nàtaka intitolato Abhijnànasakuntala”