Dharma -Dialogo nella foresta-

Draupadi e Yudhisthira:

-Dharma -Dialogo nella foresta-

-Vana Parva-

dal Mahabharata

Vaisampayana disse: “Esiliati nella foresta i figli di Pritha, in compagnia di Krishna, afflitti ed addolorati, sedevano, verso sera, conversando tra loro.

(Draupadi): -Quel crudele, malvagio e di mente perversa figlio di Dhritarashtra, certamente non avrà provato dispiacere per noi quando, senza alcun rimorso, da miserabile qual è, ci ha esiliati nella foresta vestiti con povere pelli di daino! Il cuore di quel disgraziato dalle azioni malvagie, deve sicuramente essere di acciaio quando ti indirizzò parole così dure dopo aver portato te, che ti meriti di godere di ogni felicità e mai di tali disgrazie, in una situazione così ingiusta, godendone con i suoi degni amici altrettanto malvagi e perversi! O Bharata, quando, vestito di stracci, ti sei insediato in questi boschi, o monarca, solo quattro persone, vale a dire Duryodhana, Karna il perverso, Sakuni e Dussasana, il fratello crudele e feroce di Duryodhana, non hanno versato lacrime! Con l’eccezione di questi, O migliore dei Kuru, tutti gli altri Kuru erano pieni di dolore e scorrevano lacrime dai loro occhi! Vedendo il tuo giaciglio e ricordando ciò che tu possedevi prima, mi dolgo, o re, per te che non meriti sventure e sei stato cresciuto in ogni lusso! Ricordando il trono di avorio alla tua corte, ornato di gioielli e vedendo questa sede di erba kusha, il dolore mi consuma, o re! Ti ho visto circondato dalla tua corte da re! Quale pace può conoscere ora il mio cuore vedendo come sei stato ridotto adesso? Ho visto il tuo corpo, radioso come il sole, addobbato con pasta di sandalo! Ahimè, il dolore mi priva dei miei sensi nel vederti ora coperto di fango e sporcizia! Ti ho visto prima, o re, vestito con abiti di pura seta bianca! Ma ora eccoti, vestito di stracci! In precedenza, o re, ogni genere di cibo puro veniva portato da casa tua su vassoi d’oro, per servire migliaia di Brahmana! E, o re, anche il cibo della miglior specie era prima offerto da te agli asceti senza tetto e che vivono in austerità! In precedenza, quando vivevi in una dimora priva di umidità, tu avresti sempre riempito, con ogni varietà di cibo, migliaia di piatti, e onorando i Brahmana, gratificato ogni loro desiderio! Quale pace, o re, può conoscere il mio cuore, nel non vedere più tutto questo, adesso? E, o grande re, questi tuoi fratelli, dotati di gioventù e ornati di orecchini, in precedenza erano nutriti con cibo cucinato con abilità, dal sapore dolce e condito con sapienza! Ahimè, o re, io ora li osservo, immersi nella sofferenza, che vivono nella foresta e su ciò che il bosco può dare! Il mio cuore, o re, non conosce pace!

Pensando a questo modo di vivere di Bhimasena, nel disagio dei boschi, non ti assale una fiammata di rabbia, anche se solo per un attimo? Perché non esplode la tua collera, o re, non divampa, vedendo il coraggioso Bhimasena che umilmente adempie senza aiuto ad ogni servizio, così caduto in sofferenza anche se meritevole di ogni felicità? Perché, o re, non ti infiammi di rabbia vedendo vivere Bhima nel bosco mentre era precedentemente circondato da numerosi carri e vestito di abiti lussuosi? Questa persona così vitale è pronta ad uccidere tutti i Kuru in battaglia. Egli sopporta, però, tutte queste disgrazie, solo perché aspetta il compimento della tua promessa! E Arjuna, o re, che sebbene in possesso di due mani, trasporta con una sola e con leggerezza, un carico di tronchi, è uguale all’Arjuna (Kartavirya) dalla forza di mille braccia! Egli è anche, per i nemici, simile a Yama stesso alla fine dello Yuga! È stato per le prodezze delle sue armi, che tutti i

re della terra hanno atteso per servire i Brahmana al tuo sacrificio! Non ti fa indignare, o re, vedere Arjuna, quella tigre tra gli uomini, adorato sia dagli esseri celesti che dai Danava, così ansioso? Mi duole, o Bharata, che la tua ira non divampi alla vista di quel figlio di Pritha in esilio, di questo principe che non merita tale angoscia e che è stato educato tra ogni agiatezza! Perché non ti infiammi di collera alla vista di Arjuna in esilio, il quale, su un solo carro, ha sconfitto esseri celesti e uomini e serpenti? Perché non sei assalito dalla fiamma dell’ira alla vista di Arjuna in esilio che, onorato con offerte di carri e veicoli di varie forme e cavalli ed elefanti, ha preso con la forza dai re della terra i loro tesori, che è il castigatore di tutti i nemici, e che può scagliare 500 frecce con un solo tiro dell’arco? Perché, o re, l’ira non ti infiamma alla vista di Nakula, in esilio, che così fiero e abile e giovane, è il primo tra tutti gli spadaccini? Perché, o re, concedi il perdono al tuo avversario? O Yudhishthira, e alla vista del figlio di Madri, il bello e coraggioso Sahadeva in esilio? Perché non sorge in te alcuna fiammata di rabbia, o re, alla vista di entrambi, Nakula e Sahadeva sopraffatti dal dolore, anche se in modo immeritevole? Perché infine, o re, perdoni il tuo nemico vedendo me stessa in esilio che, nata nella dinastia di Drupada e, di conseguenza, sorella di Dhrishtadyumna, sono nipote degli illustri Pandu e la moglie devota di eroi? Veramente, tu o migliore dei Bharata, non provi rabbia? Perché la tua mente non si sconvolge alla vista dei tuoi fratelli e di me stessa, sottoposti ad una simile angoscia? Si dice che non c’è Kshatriya al mondo che è privo di rabbia. Io ora trovo in te, però, una confutazione al proverbio! Quello Kshatriya, o figlio di Pritha, che non manifesta la propria energia quando occorre, sarà sempre ignorato da tutte le creature! Pertanto, o re, tu non dovresti estendere il tuo perdono al nemico. Infatti, con la tua energia, senza dubbio, tu, potresti ucciderli tutti! Così anche, o re, quello Kshatriya che non si placa quando è il arrivato il momento per il perdono, diverrà impopolare presso ogni creatura e si incontrerà con la distruzione sia in questo che nell’altro mondo! -“

“Draupadi continuò: -Su questo argomento è di esempio la vecchia storia della conversazione tra Prahlada e Vali, il figlio di Virochana. Un giorno Vali, rivolgendosi a suo nonno Prahlada, capo degli Asura e dei Danava, possessore di un grande regno e gran conoscitore della scienza del dovere, chiese: “O sire, è meritorio il perdono o la forza e la sua potenza? Sono perplesso su questo argomento; o Sire, illuminami su ciò che ti chiedo! Tu che hai dimestichezza con tutti i doveri, dimmi in verità, quale di questi è meritevole? Io osserverò strettamente qualunque sia il tuo verdetto!” –Questa fu la domanda di Vali al saggio nonno, esperto in ogni conclusione, che rispose al nipote che cercava in lui la risposta ai suoi dubbi. Quindi Prahlada disse: “Tieni a mente, figliolo, queste due verità con certezza, vale a dire che la forza non sempre è meritoria, ma anche il perdono non sempre è meritorio! Colui che perdona sempre molte cattive azioni è tollerante. Servitori, estranei e nemici lo disprezzeranno. Nessuna creatura si inchinerà mai davanti a lui. Quindi, o figlio, che i sapienti non applaudano l’abitudine costante al perdono! I servitori di una persona troppo indulgente lo ignoreranno, e ne seguiranno numerosi guasti. Tali persone dalla mente malvagia cercheranno di privarlo dei suoi beni. Queste vili anime si approprieranno anche dei suoi veicoli e dei vestiti e degli ornamenti e dei letti e delle vivande e di ogni altra cosa. Essi non obbediranno al loro signore né daranno agli altri ciò che è loro destinato. Né renderanno omaggio al loro superiore con quel rispetto che è dovuto all’autorità. Essere ignorati in tale modo è peggio della morte. Figli e servi e ancelle e addirittura estranei, pronunciano parole dure verso l’uomo che perdona sempre. Le persone, trascurando chi ha un temperamento sempre indulgente, ne importuneranno la moglie, ed anche questa non ne avrà rispetto. I funzionari, infine, che sono sempre alla ricerca del proprio tornaconto, non ricevendo mai punizioni, seppure lievi, acquisiranno ogni tipo di vizio, e la sciagura rovinerà così il padrone. Questi e molti altri demeriti sono collegati a quelli che agiscono sempre con indulgenza!

Ascolta adesso, o figlio di Virochana, i demeriti di chi non perdona mai! L’uomo d’ira che, circondato da oscurità, sempre infligge vari tipi di punizioni alle persone con l’aiuto della sua potenza, che le meritino o no, è conseguentemente allontanato dai suoi amici a causa di tale sua durezza. Un tale uomo è odiato sia dai parenti che dagli estranei. Un tale uomo, poiché opprime gli altri, perderà la ricchezza e mieterà disprezzo, dolore, odio e confusione, oltre che inimicizia. L’uomo irascibile, in conseguenza della sua collera e delle punizioni inflitte, otterrà, di ritorno, parole e reazioni altrettanto dure. Lui sarà spogliato della sua prosperità e presto anche della vita, per non dire di amici e parenti. Colui che reagisce con violenza sia col suo benefattore che col suo nemico, è motivo di allarme per il mondo, come un serpente che ha preso rifugio in una casa, per gli abitanti della stessa. Che attitudine positiva può egli avere, essendo un pericolo per il mondo? La gente lo elimina non appena se ne appalesa l’opportunità. Pertanto, gli uomini non dovrebbero mai comportarsi con eccessiva misericordia o eccessiva forza in tutte le occasioni. Si dovrebbe esternare la forza e mostrare il perdono nelle situazioni corrette. Colui che sarà indulgente al momento giusto e duro e potente anche al momento giusto, otterrà la felicità sia in questo mondo che nell’altro”.

“‘Vorrei ora indicare in dettaglio le occasioni del perdono, come previsto dai saggi, e che dovrebbero sempre essere osservate da tutti. Ascolta bene quello che sto per dire! Colui che ti ha reso un servizio, anche se è colpevole di un grave torto verso di te, ricordando il suo precedente comportamento dovrebbe essere perdonato per l’attuale offesa. Coloro, inoltre, che sono colpevoli per ignoranza e follia devono essere perdonati perché l’apprendimento e la saggezza non sono sempre facilmente raggiungibili dall’uomo. Quelli che ti hanno offeso consapevolmente, invocando l’ignoranza, devono essere puniti, anche se i loro reati sono bagatellari. Tali uomini disonesti non dovrebbero mai essere perdonati. La prima infrazione commessa da qualsiasi persona deve essere scusata. Il secondo reato invece, per il recidivo, dovrebbe essere punito anche se la violazione è banale. Se, comunque, una persona commette un reato non intenzionalmente, è stato ritenuto che, esaminato bene il suo caso, anche con una attenta indagine, potrebbe essere perdonato.

L’umiltà può sconfiggere la forza, l’umiltà può sconfiggere la debolezza. Non c’è nulla che l’umiltà non possa compiere. Pertanto, l’umiltà è davvero più agguerrita di quel che sembra! Si deve agire con riferimento al luogo e al tempo, tenendo conto della propria potenza o debolezza. Nulla può avere successo se è stato intrapreso senza riferimento al luogo e al tempo. Quindi aspetta sempre il luogo ed il momento! A volte i colpevoli possono essere perdonati dalla pressione della gente. Questi sono stati dichiarati tempi del perdono. Ma fu detto in più occasioni, oltre a questa, che la forza deve essere esibita avverso i trasgressori-“.

Draupadi continuò: – Io, dunque, o re, sono persuasa che il tempo è giunto perché tu opponga la tua forza! Avverso quei Kuru, i figli avidi di Dhritarashtra, che ci hanno a lungo ingiuriato. Quello presente non è il momento per il perdono! E’ ora di mostrare la tua potenza. La persona umile e misericordiosa è ignorata, mentre quelli che sono come fiere perseguitano gli altri. Un re ricorre ad entrambe le ipotesi, forza e perdono, ciascuna secondo il suo tempo!-

Yudhishthira disse: – L’ira uccide gli uomini ed è anche il loro mantenimento. Sappi, o tu che possiedi grande saggezza, che la rabbia è la radice di ogni mollezza e di tutte le avversità. O tu tra le più belle, colui che annulla la propria fortuna accumula rabbia. E ancora, quell’uomo che dà sempre sfogo alla collera, miete avversità grazie a questo suo ardente sdegno. Si è visto in questo mondo che la rabbia è la causa della distruzione di ogni creatura. Come può allora, uno come me, indulgere con la sua rabbia che è così distruttiva per mondo? L’uomo arrabbiato commette peccati. L’uomo arrabbiato uccide anche i suoi precettori. L’uomo arrabbiato insulta con parole dure anche i suoi superiori. L’uomo arrabbiato non è capace di distinguere tra ciò che va detto e cosa no. Non vi è alcun atto che un uomo arrabbiato, non possa commettere, nessuna parola che un uomo arrabbiato non possa pronunciare. Accecato dall’ira, un uomo può uccidere qualcuno che non merita di essere ucciso, e può adorarne un altro che merita di essere ucciso. L’uomo arrabbiato è anche possibile che invii la propria anima verso le regioni di Yama. Vedendo tutti questi difetti, il saggio controlla la propria rabbia, desideroso di ottenere i più alti benefici sia di questo che dell’altro mondo. Per tale motivo chi possiede un’anima tranquilla ha bandito l’ira. Come possiamo allora giustificarla? Figlia di Drupada, rifletti su tutto questo, la mia rabbia non si accende. Un uomo che non si scaglia contro un altro, obnubilato dall’ira, salva se stesso come anche gli altri da un grande tormento. In realtà, egli può essere considerato come il medico dei due (cioè, di se stesso e dell’uomo arrabbiato). Se un uomo debole, perseguitato da altri, stupidamente va in collera contro quegli uomini che sono più forti di lui, diviene la causa della sua stessa distruzione. E per chi deliberatamente getta via la sua vita, non ci sono regioni da guadagnare.

Pertanto, figlia di Drupada, è stato detto che un uomo debole deve sempre reprimere la sua ira. E l’uomo saggio, che anche se perseguitato non può risollevarsi perché abbattuto dalla collera, gioisce nell’altro mondo – avendo oltrepassato il suo persecutore con l’indifferenza. E’ per questo motivo che è stato affermato che un uomo saggio, non importa se forte o debole, dovrebbe sempre perdonare il suo persecutore, anche quando quest’ultimo è in difficoltà. E’ per questo, o Krishna, che i virtuosi applaudono coloro che hanno conquistato la loro ira. Infatti, è opinione dei giusti che l’uomo onesto e misericordioso è sempre vittorioso. La verità è più vantaggiosa della falsità, e la dolcezza lo è più di un comportamento crudele. Come può quindi uno come me, seppure al fine di sconfiggere Duryodhana, dare sfogo alla propria collera, che ha così tanti difetti e che il virtuoso bandisce dalla propria anima?

Coloro che sono considerati dai più virtuosi saggi come possessori di (vera) forza di carattere, sono certamente quelli che si dimostrano adirati solo esteriormente. Gli uomini di conoscenza e di profondo intuito, considerano essere in possesso di forza di carattere chi, con la sua saggezza, può sopprimere l’ira che monta. O tu dal delizioso portamento, l’uomo arrabbiato, non vede le cose nella loro vera luce. L’uomo che si arrabbia non vede la sua strada, né rispetta le persone. L’uomo arrabbiato uccide anche quelli che non meritano di essere uccisi. L’uomo in preda alla collera, uccide anche i suoi precettori. Pertanto, l’uomo con forza di carattere dovrebbe sempre tenere l’ira a distanza. L’uomo che è sopraffatto dall’ira, non acquisisce con facilità la generosità, semplicità, dignità, coraggio, abilità, e gli altri attributi appartenenti alla vera e propria forza di carattere. Un uomo che si abbandona alla rabbia può esibire una adeguata energia, però, o saggia, è assai difficile che tale uomo la manifesti al momento opportuno! Gli ignoranti scambiano sempre la rabbia come fosse equivalente alla potenza. L’ira, però, è stata data all’essere umano per la distruzione del mondo. L’uomo, dunque, che vuole comportarsi correttamente, non si deve mai abbandonare alla rabbia. Anche chi ha abbandonato le eccellenti virtù del suo stesso ordine, è certo, si abbandonerà alla collera (se agisce appropriatamente). Se sciocchi dalla mente senza luce, violano tutte le regole, può uno come me, O priva di difetti, trasgredire come loro? Se tra gli uomini non ci fossero persone simili alla Terra nel perdono, non ci sarebbe la pace tra gli uomini ma continui conflitti causati dall’ira. Se l’offeso restituisse l’offesa, se chi è punito dal suo superiore dovesse vendicarsi su questo, la conseguenza sarebbe la distruzione di ogni creatura, ed anche il peccato prevarrebbe nel mondo. Se un uomo che viene diffamato a sua volta diffama l’altro; se l’offeso a sua volta offende; se chi punisce riceve in cambio una punizione; se i padri uccidono i figli, ed i figli i padri e se i mariti uccidono le mogli e le mogli i mariti, poi , o Krishna, come si può venire alla luce in un mondo dove la rabbia prevale su tutto! Infatti, O tu dal bel viso, si sa che la nascita delle creature è causa di pace! Se anche un re, o Draupadi, cede ai moti dell’ira, i suoi sudditi andranno presto incontro alla distruzione. L’ira, dunque, ha per sua conseguenza la distruzione e la miseria del popolo.

E poiché si è visto, che nel mondo ci sono uomini misericordiosi come la Terra, è da loro che le creature derivano la propria vita e prosperità. O più bella, si dovrebbe perdonare per ogni tipo di offesa subita. È stato detto che la continuazione della specie è dovuta all’uomo capace di essere indulgente. Egli, infatti, è una persona saggia ed eccellente, che ha conquistato la sua ira e che annunzia il perdono anche quando viene insultato, oppresso, e irritato da una persona forte. L’uomo di potere che controlla sua ira, ha (per il suo godimento) numerose regioni eterne, mentre colui che è soggetto alla collera, è chiamato folle, e si incontrerà con la distruzione sia in questo che nell’altro mondo.

O Krishna, l’illustre e misericordioso Kashyapa ha, a questo proposito, cantato i seguenti versi in onore di uomini che sanno sempre perdonare: “Il perdono è la virtù, il perdono è il sacrificio, il perdono è i Veda, il perdono è la Shruti. Chi conosce questo è capace di perdonare tutto. Il perdono è Brahma, il perdono è la verità, il perdono è l’acquisito merito ascetico; il perdono protegge per sempre il merito ascetico, il perdono è l’ascetismo, il perdono è la santità; è con il perdono che l’universo è tenuto insieme. Le persone che sono misericordiose raggiungono le regioni ottenibili da coloro che hanno eseguito meritori sacrifici, o da quelli che hanno grande dimestichezza con i Veda, o da quelli che hanno un alto valore ascetico.

Coloro che eseguono sacrifici vedici, come anche coloro che svolgono i riti meritori della religione ottengono altre regioni. Gli uomini compassionevoli, tuttavia, ottengono quelle regioni più desiderate che si trovano nel mondo di Brahma. Il perdono è la forza dei potenti; il perdono è il sacrificio; il perdono è la tranquillità della mente. Come, o Krishna, possiamo abbandonare la via del perdono, che è così tante cose e nella quale sono stabiliti Brahma, la verità, la saggezza e tutti i mondi?

L’uomo saggio dovrebbe sempre perdonare, perché quando è capace di perdonare tutto, ha ottenuto Brahma. Il mondo appartiene a quelli che sono misericordiosi, l’altro mondo è anche loro. Il perdono fa acquisire onori qui, e uno stato di beatitudine nell’aldilà. Quegli uomini che conquistano la loro ira con il perdono, ottengono le regioni superiori. E’ quindi detto che il perdono è la virtù più elevata”.

Questi sono i versi cantati da Kashyapa per coloro che sono sempre indulgenti.

Dopo aver ascoltato, o Draupadi, queste verità in materia di perdono, sii soddisfatta! Non dare sfogo alla tua collera!

Il nostro avo, il figlio di Santanu, desidera la pace, Krishna, il figlio di Devaki, desidera la pace, il precettore (Drona) e Vidura chiamato Kshatri, desiderano entrambi parlare di pace, anche Kripa e Sanjaya predicano la pace. E Somadatta e Yuyutshu e il figlio di Drona e il nostro nonno Vyasa, ognuno di loro parla sempre di pace. Sempre sollecitato da questi verso la pace, il re (Dhritarashtra) sarà, penso, convinto a farci tornare al nostro regno. Se però cederà alla tentazione, si andrà incontro alla completa rovina. O mia signora, una disgrazia è giunta nella storia dei Bharata per immergerli nella sventura! Questa è la convinzione che ho già da qualche tempo! Suyodhana non merita il regno. Quindi è incapace di misericordia. Io, d’altronde, ho diritto alla sovranità e quindi la compassione ha preso possesso di me. Il perdono e la dolcezza sono le qualità di chi è padrone di sé. Esse rappresentano la virtù eterna. Io, quindi, devo assolutamente adottare queste qualità “.

Draupadi disse: “Mi inchino a Dhatri e Vidhatri che hanno così oscurato i tuoi sensi! Per quanto riguarda il peso che devi sopportare, tu pensi in modo diverso dai tuoi padri e nonni! Influenzati dalle azioni, gli uomini sono posti nella vita in differenti situazioni. Gli atti, quindi, producono conseguenze che sono inevitabili; evitarle è un desiderio che proviene dalla pura follia. Sembra che l’essere umano non possa mai raggiungere la prosperità in questo mondo con la virtù, la dolcezza, il perdono, la schiettezza! Se così non fosse, o Bharata, questa calamità insopportabile non avrebbe mai sommerso te che sei così indegno di essa, così come questi tuoi fratelli colmi di grande energia! Né in quei giorni di prosperità, né in questi giorni di avversità, tu, o Bharata, hai mai avuto qualcosa di così caro come la virtù che tu hai anche considerato come a te più cara della vita? Che il tuo regno è solo la virtù, che la tua vita è anch’essa solo per la virtù, è noto ai Brahmana ed anche agli esseri celesti! Credo che tu potresti abbandonare Bhimasena e Arjuna e questi figli gemelli di Madri insieme a me, ma tu non puoi abbandonare la virtù! Ho sentito dire che il re protegge la virtù e la virtù, protetta da lui, lo soccorre (in cambio). Vedo tuttavia che la virtù non ti protegge!

Come l’ombra che persegue un uomo, il tuo cuore, O tigre tra gli uomini, con unità di intenti, ha sempre cercato la virtù. Tu non hai mai trascurato i tuoi pari e inferiori e superiori. Ottenere anche il mondo intero, non ha aumentato il tuo orgoglio! O figlio di Pritha, tu hai reso culto ai Brahmana e ai deva, e Pitri, con Swadhas, e altre forme di culto! O figlio di Pritha, tu hai sempre gratificato i Brahmana così da soddisfare ogni loro desiderio! Yatis e Sannyasin e mendicanti sono sempre stati accolti in casa tua con piatti d’oro con cui io ho distribuito cibo fra loro.

Verso le Vanaprastha tu dai sempre oro e cibo. Non c’è nulla in casa tua che tu non potresti dare ai Brahmana! Nel sacrificio Viswadeva, che viene, per la tua pace, eseguita in casa tua, le cose consacrate vengono prima offerte a ospiti e a tutte le creature, mentre tu ti soddisfi con quello che rimane dopo la distribuzione! Pashubandhas Ishtis, sacrifici per ottenere il soddisfacimento dei desideri, i riti religiosi (ordinari) domestici, i sacrifici Paka, ed i sacrifici di altro genere, sono sempre eseguiti nella tua dimora. Anche in questa grande foresta, così solitaria e tormentata dai briganti, vivendo in esilio, spogliato del tuo regno, la tua virtù non ha subito alcuna diminuzione! L’Aswamedha, il Rajasuya, il Pundarika e Gosava, questi grandi sacrifici che richiedono ampi doni sono stati tutti eseguiti da te! O monarca, spinto da un impulso perverso durante quei momenti terribili della partita ai dadi che fu persa, tu hai ancora posto in gioco e perduto il tuo regno, le tue ricchezze, le armi , i tuoi fratelli, e me stessa! Semplice, gentile, liberale, modesto, veritiero, come, o re, la tua mente potè essere attratta dal vizio del gioco d’azzardo? Sono quasi privata dei miei sensi, o re, e il mio cuore è sopraffatto dal dolore, vedendo questa tua sofferenza, e questa tua disgrazia! Una storia antica viene citata come esempio che è vero che gli uomini sono soggetti alla volontà di Dio e non ai propri desideri! Il Signore Supremo e Controllore di tutto ha predisposto ogni cosa in materia di benessere e disgrazie, per la felicità e la miseria, di tutte le creature, anche prima della loro nascita, guidati dagli atti di ciascuno, che sono anche come un seme (destinato a germogliare in l’albero della vita). O eroe tra gli uomini, come una bambola di legno, si fa muovere le proprie membra dal filo, così vale per tutte le creature che sono fatte muovere dal Signore Supremo. O Bharata, come lo spazio che copre ogni oggetto, Dio, che pervade ogni creatura, controlla tanto il benessere che il dolore. Come un uccello legato con una corda, ogni creatura dipende da Dio. Ognuno è subordinato a Dio e a nessun altro. Nessuno può essere il proprio controllore. Come una perla sulla sua stringa o un toro tenuto fermo per la corda che passa attraverso il naso, o un albero caduto dalla sponda che va verso il centro del torrente, ogni creatura segue il comando del Creatore, perché intrisa con il suo Spirito e perché stabilita in lui. E l’uomo stesso, dipendente dell’Anima Universale, non può passare un momento indipendente. Avvolte nelle tenebre, le creature non sono padrone del loro proprio benessere o della sventura. Vanno in paradiso o all’inferno spinte da Dio stesso. Come pagliuzze leggere dipendenti dai forti venti, tutte le creature, o Bharata, dipendono da Dio! E Dio stesso, che pervade tutte le creature e le impegna in atti giusti e sbagliati, si muove nell’universo, anche se nessuno può dire “Questo è Dio! Questo corpo con i suoi attributi fisici è solo il mezzo attraverso il quale Dio – il Signore Supremo di tutto- consente ad ogni creatura di raccogliere i frutti che siano buoni o cattivi. Ecco la potenza dell’illusione che è stata diffusa da Dio, che confonde con la sua illusione, che fa trucidare alle creature i loro simili! La vera conoscenza dei Muni vede ciò diversamente. Appaiono loro in una luce diversa, addirittura come i raggi del Sole (che per gli occhi ordinari sono solo un fascio di luce, mentre per occhi più penetranti sembrano colmi dei germi di cibo e di bevande). Gli uomini comuni vedono altrimenti le cose della terra. E’ Dio che fa fare tutto, adottando differenti procedimenti nella loro creazione e distruzione. E, O Yudhishthira, il Signore Supremo Creato-da Sè, Dio onnipotente, diffondendo l’illusione, uccide le sue creature per mezzo delle sue creature, come si può rompere un pezzo di legno, inerte e senza senso, con il legno, o pietra con la pietra, o ferro con il ferro.

E il Signore Supremo, secondo il suo piacere, gioca con le sue creature, creandole e distruggendole, come un bambino con il suo giocattolo (di soffice terra). O re, non mi sembra che Dio si volga verso le sue creature come un padre o una madre. Come una persona crudele, lui sembra sostenere se stesso con la loro rabbia! Contemplando persone superiori e ben educate e modeste, perseguitate mentre i peccatori sono felici, io sono dolente. Vedendo questa tua angoscia e la prosperità di Suyodhana, non parlo in termini alti del Grande Ordinatore che sopporta tale discrimine! O signore, quali frutti il Grande Ordinatore raccoglie, concedendo tanta prosperità al figlio di Dhritarashtra che trasgredisce le leggi, che è disonesto e avido, e che ingiuria la virtù e la religione! Se l’atto compiuto insegue l’agente e nessun altro, allora certamente è Dio stesso che si è macchiato col peccato di ogni atto. Se, tuttavia, il peccato di un atto compiuto non coinvolge l’agente, allora la forza individuale e non Dio, è la vera causa degli atti, e mi dolgo per coloro che non hanno forza! ‘”

Yudhishthira disse, ‘Il tuo discorso, O Yajnaseni, è delizioso, morbido e pieno di eccellenti frasi. Abbiamo ascoltato con attenzione. Tu parli, tuttavia, il linguaggio dell’ateismo. O principessa, non ho mai agito attento ai frutti delle mie azioni; do, perché è mio dovere dare; sacrifico perché è mio dovere fare sacrifici!

O Krishna, ho compiuto al meglio delle mie capacità tutto ciò che una persona, che vive una vita domestica, dovrebbe fare, a prescindere dal fatto se tali atti procurassero frutti o meno. Ho agito virtuosamente, non per il desiderio di raccogliere i frutti della virtù, ma per non trasgredire i precetti dei Veda, e contemplando anche la condotta del buono e del saggio! Il mio cuore, O Krishna, è naturalmente attratto verso la virtù. L’uomo che aspira a raccogliere i frutti della virtù è un mercante di virtù. La sua natura è meschina e non dovrebbe mai essere annoverato tra i virtuosi. Né, ad ogni modo, otterrà mai i frutti delle sue virtù! Neanche chi, col cuore del peccatore, dopo aver compiuto un atto virtuoso, ha dubbi nella sua mente, ottiene i frutti del suo atto come conseguenza di tale scetticismo! Parlo a te, sotto l’autorità dei Veda, che costituiscono la più alta prova in tali questioni, che non dovresti mai avere dubbi sulla virtù! L’uomo che dubita della virtù è destinato ad assumere la sua nascita nella specie dei bruti. All’uomo di scarsa comprensione che dubita della religione, della virtù, o delle parole dei Rishi, sono precluse le regioni dell’immortalità e della beatitudine, come sudra, dai Veda! Se un bambino nato da una buona genia, studia i Veda e ne dà testimonianza col suo comportamento virtuoso, i giusti saggi reali lo omaggeranno come un vecchio saggio, non considerando i suoi anni! Il miserabile peccatore, tuttavia, che dubita della religione e trasgredisce le Scritture, è considerato inferiore anche rispetto ai sudra ed ai ladri! Tu hai visto con i tuoi stessi occhi il grande asceta Markandeya, di anima incommensurabile, venire da noi! E’ solo grazie alle virtù che egli ha acquisitato l’immortalità nella carne. Vyasa, Vasistha e Maitreya, e Narada e Lomasa, e Suka ed altri Rishi sono tutti, grazie solo alla virtù, diventati anime pure! Tu li hai visti, con i tuoi stessi occhi, come sono forniti di abilità di ascesi celeste, competenti per maledire o benedire, con effetto, e superiori agli stessi dei! O senza peccato, tutti questi, pari agli stessi esseri celesti, vedono con i loro occhi ciò che è scritto nei Veda, e descrivono la virtù come il primo dovere! Non conviene, dunque, O amabile Regina, sollevare dubbi o censure su Dio o un atto, con un cuore sconvolto. Il folle che dubita della religione e disprezza la virtù, orgoglioso della prova derivante dal suo proprio ragionamento, non guarda alle altre prove e imita i Rishi, che sono in grado di conoscere il futuro come il presente come gli uomini pazzi.

Il folle prende in considerazione solo il mondo esterno in grado di soddisfare i suoi sensi, ed è cieco a tutto il resto. Egli dubita che la religione abbia una espiazione per la sua offesa. Questo disgraziato è pieno di ansia e non acquisirà, nel futuro, le regioni di beatitudine. Uno che rigetta le prove dei fatti, un calunniatore dell’interpretazione delle scritture vediche, un trasgressore spinto dalla lussuria e cupidigia, quel pazzo se ne va verso l’inferno.

Colui che, viceversa, segue amabilmente la religione con fede, otterrà la beatitudine eterna nell’altro mondo. Lo stolto che non apprezza la religione, trasgredendo alle prove offerte dai Rishi, non otterrà la prosperità in nessuna vita, a causa della violazione delle Scritture.

E’ certo, o bella tra le belle, che, rispetto a quello, colui che non guarda alle parole dei Rishi o alla condotta del virtuoso come testimonianza, non otterrà né questo né l’altro mondo. Non è dubbia, o Krishna, l’antica religione che viene praticata dai giusti e incorniciata da Rishi di conoscenza universale e capaci di vedere tutte le cose! O figlia di Drupada, la religione è l’unica zattera per quelli desiderosi di andare in cielo, come una nave di mercanti desiderosi di attraversare l’oceano. O tu impeccabile, se le virtù che praticano i virtuosi non avessero frutti, questo universo allora sarebbe avvolto dalle tenebre d’infamia. Nessuno allora avrebbe perseguito la salvezza, nessuno avrebbe cercato di acquisire conoscenze e neppure la ricchezza, ma gli uomini sarebbe vissuti come bestie.

Se l’ascetismo, le austerità della vita celibe, i sacrifici, lo studio dei Veda, la carità, l’onestà, – tutto questo fosse rimasto infruttuoso, gli uomini non avrebbero praticato la virtù generazione dopo generazione. Se gli atti fossero stati tutti infruttuosi, una confusione terribile ne sarebbe derivata. Per cosa allora i Rishi e Divinità, e Gandharva e Rakshasa, che sono tutti indipendenti dalle condizioni umane, curano la virtù con tanto affetto? Sapendo per certo che Dio è colui che concede i frutti in relazione alla virtù, essi praticano la virtù in questo mondo. Questo, o Krishna, è l’eterna fonte di prosperità. Quando i frutti, tanto del sapere che dell’ascetismo, sono visti, la virtù e il vizio non possono essere infruttuosi. Chiama alla tua mente, o Krishna, le circostanze della tua propria nascita come se ne è narrato, e ricorda anche il modo in cui è nato Dhrishtadyumna dalle grandi abilità! Queste, O tu dal dolce sorriso, sono le prove migliori dei frutti della virtù! Loro che hanno le menti sotto controllo, raccolgono i frutti delle loro azioni e si accontentano di poco. Gli sciocchi ignoranti non sono contenti anche col molto che ottengono qui, perché non hanno una nascita felice nella virtù da acquisire nel mondo futuro. L’infruttuosità degli atti virtuosi prevista nei Veda, come anche di tutte le trasgressioni, l’origine e la distruzione degli atti, sono un mistero persino per gli dei. Ciò non è noto a nessuno. Gli uomini comuni sono ignoranti a tal riguardo. Gli dei mantengono il mistero; a causa dell’illusione, che vela la condotta degli dei, è incomprensibile. Coloro che sono rigenerati e che hanno distrutto tutte le aspirazioni, che hanno costruito tutte le loro speranze su voti e ascetismo, che hanno bruciato tutti i loro peccati e hanno acquisito menti dove ricerca e pace e santità dimorano, capiscono tutto questo. Pertanto, sebbene non si vedano i frutti di virtù, non puoi avere dubbi sulla religione o gli dei. Tu devi compiere i sacrifici con volontà, e praticare la carità senza insolenza. Le azioni di questo mondo hanno i loro frutti, e anche la virtù è eterna. Brahma stesso disse questo ai suoi figli spirituali, come testimonia Kashyapa. Lascia il tuo dubbio, dunque, che sia dissipato come nebbia. Riflettendo su tutto questo, lascia che il tuo scetticismo faccia posto alla fede. Non calunniare Dio, che è il Signore di tutte le creature. Impara come conoscerlo. Inchinati a lui. Lascia che la tua mente non sia tale. E non ignorare mai, che è attraverso la grazia dell’Essere Supremo che l’essere umano mortale, dalla pietà, acquisisce l’immortalità!'”

Draupadi disse: ‘Io non ho mai trascurato o calunniato la religione, o figlio di Pritha! Perché dovrei ignorare Dio, il Signore di tutte le creature? Afflitta da disgrazie, mi conosci, o Bharata, sto ancora una volta indulgendo in lamentele; ascoltami con attenzione, o persecutore di tutti i nemici, ogni creatura consapevole certamente deve agire in questo mondo. E’ solo ciò che è immobile, e non altre creature, che può vivere senza agire. Il vitello, subito dopo la sua nascita, succhia il seno della madre. Alcune persone provano dolore in conseguenza di incantesimi eseguiti con le loro statue. Sembra, inoltre, o Yudhishthira, che le creature derivino il carattere dalla loro vita, dagli atti che hanno compiuto in vite precedenti. Tra le creature mobili l’uomo differisce in questo senso poiché egli aspira, ad influenzare il corso della propria vita in questo e nell’altro mondo, per mezzo dei suoi atti. Spinto dall’ispirazione di una vita precedente, tutte le creature visibilmente raccolgono in questo mondo i frutti delle loro azioni. Infatti, tutte le creature vivono secondo l’ispirazione di una vita precedente, anche il Creatore e l’Ordinatore dell’universo, come una gru che vive in acqua (non istruita da alcuno) Se una creatura non agisce, il corso della suo vita è impossibile. Nel caso di una creatura, quindi, ci deve essere l’azione e non l’inazione. Anche tu dovresti agire, e non incorrere in censura abbandonando l’azione. Avvolgiti, come con una corazza, con l’azione. Può o non può esserci, anche solo uno su mille che conosce veramente l’utilità dell’azione o di un’attività. Si deve agire per proteggere, ma anche per aumentare la propria ricchezza; perché, se senza cercare di guadagnare, si persevera solo a spendere, la ricchezza, anche se fosse un tesoro enorme come Himavat, sarebbe presto esaurita.

Tutte le creature del mondo sarebbero state sterminate, se non ci fosse stata alcuna azione. Se gli atti non avessero prodotto frutti, le creature non avrebbero mai potuto moltiplicarsi. Senza azione il corso della vita stessa sarebbe impossibile. Quelle persone nel mondo che credono nel destino, e anche quelle che credono nelle probabilità, sono entrambe le peggiori tra gli esseri viventi. Soltanto quelli che credono nell’efficacia delle azioni sono lodevoli. Chi si adagia, senza svolgere attività, credendo nel solo destino, è presto distrutto come una zolla di terra che si scioglie in acqua. Così anche chi crede nel caso, e siede inattivo sebbene sia capace di agire, non vive molto, perché la sua vita è fatta di debolezza e di impotenza. Se una persona acquisisce accidentalmente ogni ricchezza, si dice che questa deriva dal caso, perché nessuno sforzo ha portato al risultato. Ed ancora, O figlio di Pritha, qualunque buona sorte una persona ottiene in conseguenza di riti religiosi, ciò viene detto provvidenziale. Il frutto, che una persona ottiene agendo egli stesso, e che è il risultato diretto di quegli atti, è considerato come prova di abilità personale. La ricchezza ottenuta spontaneamente e senza motivo, si dice che sia una acquisizione spontanea. Comunque si ottenga tutto ciò, per caso, per dispensa provvidenziale, spontaneamente, come il risultato delle proprie azioni, è, tuttavia, la conseguenza di atti di una vita precedente. E Dio, l’Ordinatore dell’universo, giudicando in base agli atti compiuti nelle vite precedenti, distribuisce tra gli uomini quanto gli spetta in questo mondo. Qualunque azione, buona o cattiva, una persona compia, si sappia che è il risultato della volontà di Dio, arrangiamenti in accordo agli atti di una vita precedente. Questo corpo è solo lo strumento nelle mani di Dio, per compiere gli atti che si compiono. Lo stesso, inerte, fa come Dio chiede di fare. O figlio di Kunti, è il Signore Supremo di tutto che fa fare a tutte le creature quello che fanno.

Le creature in sé sono inerti. O eroe, l’uomo, dopo essersi posto qualche scopo nella sua mente, lo compie, con l’aiuto della sua intelligenza. Noi, pertanto, affermiamo che l’uomo è egli stesso la causa di ciò che fa. Non è possibile enumerare le azioni degli uomini, i palazzi e le città sono il risultato di azioni dell’uomo. Uomini intelligenti sanno, con l’aiuto del loro intelletto, che l’olio può essere estratto dal sesamo, la cagliata dal latte, e che il cibo può essere cucinato accendendo del combustibile. Conoscono anche i mezzi per realizzare tutto questo. E conoscendoli, si sono poi attrezzati, con apparecchi adeguati, per realizzarli. Le creature sostengono le proprie vite, grazie ai risultati ottenuti in queste direzioni dai propri atti. Se un lavoro viene eseguito da un operaio specializzato, viene eseguito bene. Dalle differenti caratteristiche, un altro lavoro può essere detto prodotto da una mano inesperta. Se una persona non fosse, riguardo ai suoi atti, egli stesso la causa di questi, allora i sacrifici non porterebbero per lui alcun frutto, né qualsiasi corpo potrebbe essere un discepolo o un maestro. Un individuo, in quanto causa del risultato del proprio lavoro, è applaudito quando raggiunge il successo. Così come colui che agisce è censurato in caso di fallimento.

Se un uomo non fosse egli stesso la causa dei suoi atti, come potrebbe essere giustificato tutto questo? Alcuni dicono che tutto è frutto di dispensa provvidenziale; altri ancora che non è così, ma che tutto ciò che si suppone essere il risultato del destino o del caso è il risultato di buone o cattive azioni di vite precedenti. Si è visto, qualcosa è ottenuto grazie al caso, come anche dal destino; qualcosa dal destino e qualcosa dal caso, qualcosa si ottiene con l’impegno. Nell’acquisizione dei suoi oggetti, per l’uomo non c’è quarta causa. Così dicono coloro che conoscono la verità e sono esperti nella conoscenza. Se invece Dio stesso non fosse il datore dei buoni e cattivi frutti, allora, tra le creature, non ci sarebbe nessuno che sarebbe infelice. Se l’effetto di precedenti atti fosse un mito, allora tutti gli scopi per i quali l’uomo si impegna nel lavoro dovrebbero portare al successo. Coloro, invece, che ritengono solo le tre precedenti essere come le porte di tutto il successo e il fallimento nel mondo, senza che che rilevino gli atti della vita precedente, sono sordi e inerti come il corpo stesso.

Per quanto sopra esposto, ad ogni modo, una persona dovrebbe agire. Questa è la conclusione della stessa Manu. La persona che non agisce, O Yudhistira, senza ombra di dubbio soccombe. L’uomo d’azione in questo mondo generalmente incontra il successo. L’inattivo, inevitabilmente, non otterrà mai il successo. Se l’esito favorevole diventa impossibile, allora uno cercherà di rimuovere le difficoltà che gli sbarrano la via della vittoria. Inoltre, O re, se una persona si impegna, il suo debito verso la divinità viene cancellato, tanto che ottenga o meno il successo. La persona inattiva e che si adagia viene sommersa dalle avversità; mentre colui che è attivo e sapiente, è altresì sicuro di mietere successi e godere di prosperità. Le persone intelligenti si impegnano confidando in se stesse e rigettando ogni dubbio ed insuccesso. La fiducia e la fede, comunque, sono considerati da loro come un successo. E ora la miseria ci ha sommersi. Se, tuttavia, tu passerai all’azione, questa miseria sarà certamente rimossa. Se incontrerai il fallimento, ciò fornirà a te e Vrikodara e Vivatsu e ai gemelli una prova che non siete in grado di strappare i regno al nemico. Quanto compiuto dagli altri si è visto che è coronato dal successo; è probabile che anche noi avremo successo. Come si può sapere in anticipo quale sarà la conseguenza? Dopo esserti espresso conoscerai il frutto della tua azione. Il contadino solca con l’aratro il terreno e vi sparge sopra i semi. Poi siede in silenzio, perché, dopo tutto, sono le nuvole la causa che aiuterà le sementi a crescere fino a diventare delle piante. Se tuttavia le nubi non lo favoriscono, il contadino è assolto da ogni colpa. Dice a se stesso: “Ciò che fanno gli altri, l’ho fatto. Se, nonostante ciò, vado incontro a un fallimento, nessuna colpa può ricondursi a me”. Così pensando, si contiene e non indulge mai rimproverare se stesso. O Bharata, nessuno dovrebbe disperarsi dicendo: “Oh, sto agendo, eppure non ho successo!” Perché ci sono almeno altre due cause, oltre allo sforzo, che portano ad un esito favorevole. Sia che ci sia successo o fallimento, non dovrebbe esserci disperazione, perché il buon esito dell’azione dipende dall’unione di molte circostanze. Se è mancante un elemento importante, il successo non diventa calcolabile o non viene affatto. Se tuttavia non viene fatto alcuno sforzo, non può esserci successo. Né c’è nulla da applaudire in assenza di ogni sforzo. Le persone intelligenti, aiutate dal loro acume, ed a seconda del vigore esercitato, adotteranno luogo, tempo, mezzi, riti di buon auspicio, per l’ottenimento della prosperità. Se uno si mettesse al lavoro con attenzione e sollecitudine, la sua guida principale sarebbe la sua prodezza. Nell’interazione delle qualità necessarie per il successo nel lavoro, l’abilità sembra essere il capo. Quando l’uomo d’intelligenza vede il suo nemico superiore a lui in molte qualità, dovrebbe cercare il compimento dei suoi scopi mediante i mezzi, le arti della conciliazione e gli strumenti appropriati. Dovrebbe anche desiderare il male per il suo nemico e il suo esilio. Senza parlare dell’uomo mortale, se il suo nemico fosse persino l’oceano o le colline, dovrebbe essere guidato da tali motivi. Una persona con la sua attività di ricerca atta ad eliminare i suoi nemici, assolve il suo debito verso se stesso come anche verso i suoi amici. Nessun uomo dovrebbe mai denigrare se stesso perché l’uomo che ha screditato se stesso non si guadagna elevate prosperità. O Bharata, il successo in questo mondo è raggiungibile a queste condizioni! Infatti, si dice che il successo nel mondo dipenda dall’agire secondo il tempo e le circostanze. Mio padre in passato aveva tenuto presso di lui un dotto Brahmana. O potente della razza Bharata, egli spiegò tutto questo a mio padre. In effetti, queste istruzioni sul dovere, pronunciate da Vrihaspati stesso, furono insegnate prima ai miei fratelli. Fu da loro che in seguito le ascoltai mentre ero a casa di mio padre. E, o Yudhishthira, mentre nei momenti di pausa uscivo dagli appartamenti interni e mi sedevo sulle ginocchia di mio padre, quel colto Brahmana era solito recitarmi queste verità, consolandomi dolcemente! ”

Vaisampayana continuò: -Ascoltando queste parole di Yajnaseni, Bhimasena, sbuffando di collera, si avvicinò al re e lo affrontò dicendo: “Cammina, o monarca, nel solito sentiero calpestato prima di te da uomini buoni, nel rispetto dei regni. Cosa guadagniamo vivendo nel rifugio degli asceti, così privati di ogni virtù, piacere e profitto? Non è per virtù, né per onestà, né per forza, ma a causa dei dadi ingiusti, che il nostro regno ci è stato strappato da Duryodhana. Come un debole sciacallo che mangia la preda sottraendola a potenti leoni, egli ci ha strappato via il nostro regno. Perché, o monarca, in obbedienza al trito merito di attenersi a una promessa, soffri di tale angoscia, abbandonando quella ricchezza che è la fonte sia della virtù sia dei piaceri? E’ stato per tua incuria, o re, che il nostro regno, protetto dal possessore del Gandiva, che neanche Indra stesso era capace di impugnare, ci fu strappato, tuttavia, dalla vista. È stato per te, o monarca, che, con noi viventi, la nostra prosperità è stata strappata via da noi come un frutto da uno incapace di usare le sue braccia, o come un cavallo da uno incapace di usare le sue gambe. Tu sei leale all’acquisizione della virtù. E’ stato per compiacerti, O Bharata, che noi stessi abbiamo sofferto per essere stati sopraffatti da una così terribile calamità. O potente della razza Bharata, è perché eravamo soggetti al tuo controllo che stiamo ancora facendo così a pezzi i cuori dei nostri amici e gratificando i nostri nemici. Il fatto che, per obbedirti, anche allora non abbiamo ucciso i figli di Dhritarashtra, è un atto di follia da parte nostra che mi rattrista dolorosamente. O re, questa tua dimora nei boschi, come quella di qualsiasi animale selvatico, è ciò a cui si sottometterebbe solo un uomo debole. Sicuramente, nessun uomo di potere potrebbe mai condurre una tale vita. Questo corso della tua vita non è approvato né da Krishna, né da Vibhatsu, né da Abhimanyu, né dagli Srinjya, né da me stesso, né dai figli di Madri. Afflitto dai voti, il tuo grido è la ‘religione! religione!’ Sei forse stato privato della tua virilità dalla disperazione? Solo codardi, incapaci di riconquistare la propria prosperità, che si prendono cura della disperazione, che è infruttuosa e distruttiva per i propri scopi. Tu hai capacità e occhi. Tu vedi che il vigore dimora in noi. È perché hai adottato una vita di pace che non provi questa angoscia. Questi Dhritarastra ci considerano da compatire, come veramente inetti. Questo, o re, mi rattrista più della morte in battaglia. Se tutti morissimo in una lotta leale senza voltare le spalle al nemico, anche quello sarebbe meglio di questo esilio, perché allora otterremmo regioni di beatitudine nell’altro mondo. Oppure, se dopo averli uccisi tutti, acquisissimo l’intera terra, ciò sarebbe una prosperità degna dell’impegno. Noi che aderiamo alle usanze del nostro ordine, che desideriamo sempre grandi conquiste, che desideriamo vendicare i torti subiti, abbiamo questo come nostro dovere. Il nostro regno ci è stato strappato, se ci impegniamo in battaglia, le nostre azioni, se conosciute nel mondo, ci procureranno fama e non calunnia. E questa virtù, o re, che tortura il proprio sé e gli amici, non è vera virtù. È piuttosto vizio, produce calamità. Virtù a volte è anche la debolezza degli uomini. E sebbene un qualche uomo possa essere impegnato nella pratica della virtù, tuttavia sia la virtù che il profitto lo abbandonano, come il piacere e il dolore abbandonano una persona che è morta. Colui che pratica la virtù per amore della virtù soffre sempre. Egli può a malapena essere definito un uomo saggio, poiché non conosce gli scopi della virtù, come un cieco che è incapace di percepire la luce solare. Colui che considera la sua ricchezza esistente solo per se stesso, difficilmente comprende gli scopi della ricchezza. È davvero come un servo che guida un cavallo in una foresta. Anche colui che persegue troppo la ricchezza senza perseguire virtù e godimenti, merita di essere censurato ed eliminato da tutti gli uomini. Anche colui che persegue sempre i piaceri senza perseguire virtù e ricchezza, perde i suoi amici e anche la virtù e la ricchezza. Destituito di virtù e di opulenza un tale uomo, indulgendo a volontà nel piacere, alla scadenza del suo periodo di indulgenza, incontra morte certa, come un pesce quando l’acqua in cui vive si è prosciugata. È per queste ragioni che coloro che sono saggi sono sempre attenti sia alla virtù che alla ricchezza, poiché l’unione di virtù e ricchezza è il requisito essenziale del piacere, così come il combustibile è il requisito essenziale del fuoco. Il piacere ha sempre la virtù come sua radice, e la virtù è anche unita al piacere. Sappi, o monarca, che entrambi sono dipendenti l’un dall’altro come l’oceano e le nuvole: l’oceano è causa delle nuvole e le nuvole riempiono l’oceano. La gioia che si prova in conseguenza del contatto con oggetti da toccare o del possesso di ricchezza, è ciò che si chiama piacere. Esso esiste nella mente, non avendo un’esistenza corporea che si possa vedere. Chi desidera ottenere ricchezza, cerca una grande quantità di virtù per coronare il suo desiderio con successo. Chi desidera il piacere, cerca la ricchezza, affinché il suo desiderio possa realizzarsi. Il piacere, tuttavia, non produce nulla a sua volta. Un piacere non può condurre ad un altro, essendo il suo frutto, come si può avere della cenere dal legno, ma niente da quelle ceneri. E, o re, come un cacciatore uccide gli uccelli che vediamo, così il peccato uccide le creature del mondo. Costui, dunque, sviato dal piacere o dalla cupidigia, non vede la natura della virtù, merita di essere ucciso da tutti e diventa infelice sia qui che dopo-qui. È evidente, o re, che tu sai che il piacere può derivare dal possesso di vari oggetti di godimento. Tu conosci bene anche le loro posizioni ordinarie, così come i grandi cambiamenti che subiscono. Alla loro perdita o scomparsa, causata dalla decrepitezza o dalla morte, sorge quella che viene chiamata angoscia. Quell’angoscia, o re, ci ha sopraffatti. La gioia che sorge dai cinque sensi, dall’intelletto e dal cuore, essendo diretta agli oggetti proprii di ciascuno, è chiamata piacere. Quel piacere, o re, è, come penso, uno dei migliori frutti delle nostre azioni. “Dunque, o monarca, uno dovrebbe considerare la virtù, la ricchezza e il piacere uno dopo l’altro. Non deve dedicarsi alla virtù, né considerare la ricchezza come il più alto oggetto dei propri desideri, né il piacere, ma dovrebbe piuttosto perseguire tutti e tre. Le Scritture ordinano che si cerchi la virtù al mattino, la ricchezza a mezzogiorno e il piacere alla sera. Le Scritture ordinano anche che si cerchi il piacere nella prima parte della vita, la ricchezza nella seconda e la virtù nell’ultima. E, tu o più avanzato fra tutti coloro che parlano, coloro che sono saggi e pienamente esperti nella giusta divisione del tempo, li perseguono tutti e tre, la virtù, la ricchezza e il piacere, dividendo il loro tempo debitamente. O figlio della razza Kuru, se l’indipendenza di questi o il loro possesso è la cosa migliore per coloro che desiderano la felicità, dovrebbe essere risolto da te dopo averci attentamente pensato. E tu dovresti allora, o re, agire senza esitazione, o per acquistarli o per abbandonarli tutti. Perché colui che vive oscillando tra i due dubbi, conduce una vita miserabile. È ben noto che il tuo comportamento è sempre regolato dalla virtù. Conoscendo questo i tuoi amici ti consigliano di agire. Dono, sacrificio, rispetto per i saggi, studio dei Veda e onestà, questi, o re, costituiscono la più alta virtù e sono efficaci sia qui che in futuro. Queste virtù, tuttavia, non possono essere raggiunte da uno che non ha ricchezza, anche se, O tigre tra gli uomini, può avere infinite altre realizzazioni. L’intero universo, o re, dipende dalla virtù. Non c’è niente di più elevato della virtù. E la virtù, o re, è raggiungibile da uno che ha abbondanza di ricchezza. La ricchezza non può essere guadagnata conducendo una vita da mendicante, né con una vita di debolezza. La ricchezza, tuttavia, può essere guadagnata dall’intelligenza diretta dalla virtù. Nel tuo caso, o re, l’accattonaggio, che ha successo con i Brahmana, è stato proibito. Perciò, o leone tra gli uomini, cerca l’acquisizione della ricchezza esercitando la tua forza e la tua energia. Né il mendicare, né la vita di un Sudra è ciò che è appropriato per te. Potenza ed energia costituiscono la virtù peculiare dello Kshatriya. Adotta dunque la virtù del tuo ordine e uccidi i nemici. Distruggi la potenza dei figli di Dhritarashtra, o figlio di Pritha, con il mio e l’aiuto di Arjuna. Coloro che sono dotti e saggi dicono che la sovranità è virtù. Acquisisci la sovranità, quindi, perché non ti si conviene vivere in uno stato di inferiorità. Svegliati, o re, e capisci le virtù eterne del varna. Per nascita tu appartieni ad un ordine le cui azioni sono crudeli e fonte di dolore per l’uomo. Abbi cura dei tuoi sudditi e raccogline i frutti. Questo non può mai essere un rimprovero. Anche questo, o re, è la virtù ordinata da Dio stesso per l’ordine a cui tu appartieni! Se sei nella posizione più elevata, ti rendi ridicolo. La deviazione dalle virtù del proprio ordine non è mai applaudita. Perciò, o tu della razza Kuru, rendi il tuo cuore come dovrebbe essere, adeguato all’ordine al quale tu appartieni, e gettando via questo periodo di debolezza, richiama la tua energia e sopporta il tuo peso come chi lo sopporta virilmente. Nessun re, o monarca, potrebbe mai acquisire la sovranità della terra o prosperità o ricchezza mediante la sola virtù. Come un cacciatore che guadagna il suo cibo sotto forma di stormi di selvaggina che si fanno tentare facilmente, offrendo loro del cibo attraente, allo stesso modo colui che è intelligente conquista un regno, corrompendo nemici bassi e avidi. Guarda, o tigre tra i re, gli Asura, sebbene fratelli maggiori in possesso di potere e ricchezza, furono tutti vinti dagli dei tramite uno stratagemma. Così, o re, tutto appartiene a coloro che sono potenti. E, o possente armato, uccidi i tuoi nemici ricorrendo ad un espediente. Non c’è nessuno uguale ad Arjuna nel maneggiare l’arco in battaglia. Né c’è qualcuno che possa essere uguale a me nel maneggiare la mazza. Uomini forti, o monarca, si impegnano in battaglia a seconda della loro forza, e non sulla forza del loro numero né sulle informazione circa i piani del nemico procurati attraverso le spie. Perciò, o figlio di Pandu, esercita la tua forza. Potrebbe essere la radice del benessere. Qualunque altra cosa si dice sia la sua radice, in realtà non è così. Come l’ombra dell’albero in inverno non vale nulla, così senza la forza tutto il resto diventa inutile. La ricchezza dovrebbe essere spesa da colui che desidera aumentare le sue ricchezze, secondo la maniera, o figlio di Kunti, di spargere semi sul terreno. Lascia che non ci siano dubbi nella tua mente. Laddove, tuttavia, non vi è da ottenere alcuna ricchezza che sia superiore o di pari valore, non ci dovrebbe essere alcuna spesa. Infatti gli investimenti di ricchezze sono come grattarsi il sedere, piacevole all’inizio ma doloroso, per i graffi, alla lunga. Così, o re degli uomini, la persona che butta via come semi un po’ della sua virtù per ottenere una misura più grande di virtù, è considerata saggia. Al di là di ogni dubbio, è come dico. Coloro che sono saggi alienano gli amici del nemico che li possiede e, avendolo indebolito facendo in modo che quegli amici così lo abbandonino, lo riducono alla soggezione. Anche coloro che sono forti, si impegnano in battaglia a seconda del loro coraggio. Non sempre si può nemmeno conquistare un regno con sforzi continui non ispirati dal coraggio o con le arti della conciliazione. A volte, o re, gli uomini che sono deboli, unendosi in gran numero, uccidono persino un nemico potente, come le api che uccidono il devastatore del favo con la sola forza dei numeri. Riguardo a te stesso, o re, come il sole che sostiene e uccide le creature con i suoi raggi, adotta le vie del sole. Per custodire il proprio regno e proteggere debitamente il popolo, come fatto dai nostri antenati, o re, come abbiamo ascoltato noi stessi, è una sorta di ascetismo menzionato anche nei Veda. Con l’ascetismo, o re, uno Kshatriya non può acquisire tali regioni di beatitudine come può fare combattendo in modo equo, sia che finisca con la vittoria che con la sconfitta. Vedendo, o re, questa tua angoscia, il mondo è giunto alla conclusione che la luce può abbandonare il Sole e abbellire la Luna. Inoltre, o re, gli uomini buoni, tanto separatamente che riuniti insieme, conversano gli uni con gli altri, applaudendo te e incolpando l’altro. C’è anche questo, o monarca, cioè che sia i Kuru che i Brahmana, riunendosi, parlano volentieri della tua ferma adesione alla verità, in quanto, mosso dall’ignoranza, dalla meschinità, dalla bramosia o dalla paura , non hai mai comunque detto una non verità. Qualunque peccato, o monarca, un re commette nell’acquisire dominio, lo consuma tutto in seguito per mezzo di sacrifici distinti da grandi doni. Come la Luna che emerge dalle nuvole, il re è purificato da tutti i peccati conferendo migliaia di migliaia di villaggi ai Brahmana e alle giovenche. Quasi tutti i cittadini e gli abitanti del paese, giovani o vecchi, o figlio della razza Kuru, ti lodano, O Yudhishthira! Anche questo, O Bharata, le persone dicono tra di loro, cioè, che come latte in un sacchetto di pelle di cane, come i Veda in un Sudra, come la verità in un ladro, come la forza in una donna, così è la sovranità sotto Duryodhana. Anche le donne e i bambini ripetono questo, come se fosse una lezione che cercano di assimilare nella memoria. O repressore dei nemici, sei caduto in questo stato insieme a noi stessi. Ahimè, anche noi siamo perduti con te per questa tua disgrazia. Perciò, salendo sul tuo carro fornito di ogni strumento, e facendo sì che i Brahmana superiori pronuncino delle benedizioni su di te, marcia con rapidità, proprio oggi, verso Hastinapura, in modo che tu possa essere in grado di dare ai Brahmana il bottino della vittoria. Circondato dai tuoi fratelli, che sono solidi possessori dell’arco, e da eroi esperti in armi e simili a serpenti dal veleno virulento, avviati come l’uccisore Vritra circondato dai Maruta. E, o figlio di Kunti, frantuma con la tua forza i tuoi miserevoli nemici, come Indra che macina gli Asura; e strappa dal figlio di Dhritarashtra la prosperità di cui gode. Non c’è mortale che possa sopportare il tocco delle frecce ricavate dalle piume d’avvoltoio, e che simili a serpenti dal veleno virulento verrebbero scagliate dal Gandiva. E, O Bharata, non c’è un guerriero, né un elefante, né un cavallo, che sia capace di resistere all’impeto della mia mazza quando in battaglia sono pieno d’ira. Perché, o figlio di Kunti, non dovremmo strappare il nostro regno al nemico, combattendo con l’aiuto degli Srinjaya e Kaikeya e il toro della razza Vrishni? Perché, o re, non dovremmo riuscire a strappare la sovranità della terra che è ora nelle mani del nemico, se, sostenuti da una grande forza, noi ci battiamo? “

Vaisampayana disse: -Così affrontato da Bhimasena, il re dalla grande anima Ajatasatru, fermamente dedito alla verità, radunando la sua pazienza, dopo alcuni momenti pronunciò queste parole: “Senza dubbio, O Bharata, tutto questo è vero. Non posso rimproverarti per avermi torturato in tal modo trafiggendomi con le tue parole simili a saette. Solo dalla mia follia questa calamità e potuta venire contro di te. Ho cercato di lanciare i dadi desideroso di strappare al figlio di Dhritarashtra il suo regno con la sovranità. Fu allora che quel furbo giocatore d’azzardo, il figlio di Suvala, giocò contro di me per conto di Suyodhana. Sakuni, nativo del paese collinoso, è straordinariamente abile. Lanciati i dadi in presenza dell’assemblea, ignaro come sono degli artifici di qualsiasi tipo, mi ha sconfitto ad arte. È allora, O Bhimasena, che siamo stati sopraffatti da questa calamità. Vedendo i dadi favorevoli al volere di Sakuni in numeri pari e dispari, avrei dovuto controllare la mia mente. La rabbia, tuttavia, allontana la pazienza di una persona. La mente non può essere tenuta sotto controllo quando è influenzata da alterigia, vanità o orgoglio. Io non ti rimprovero, o Bhimasena, per le parole che tu usi. Considero solo che ciò che ci è accaduto è stato preordinato. Quando il re Duryodhana, figlio di Dhritarashtra, che desiderava il nostro regno ci immerse nella miseria e persino nella schiavitù, allora, O Bhima, fu Draupadi a salvarci. Quando fui chiamato di nuovo nell’assemblea per giocare ancora una volta, tu sai come lo sa anche ad Arjuna ciò che il figlio di Dhritarashtra mi ha detto, alla presenza di tutti i Bharata, riguardo alla posta per la quale dovevamo giocare. Le sue parole furono: “O principe Ajatsatru, se sconfitto, tu dovrai dimorare per dodici anni, con tutti i tuoi fratelli, in una foresta di tua scelta, che sia conosciuta da tutti gli uomini, trascorrendo il tredicesimo anno in un luogo segreto. Se durante l’ultimo periodo, le spie dei Bharata, udendo te, riescono a scoprirti, dovrai vivere ancora nella foresta per lo stesso periodo, passando di nuovo l’ultimo anno in segreto. Rifletti su questo e prendi tale impegno. Per quanto mi riguarda, prometto sinceramente in questa assemblea dei Kuru, che se riesci a passare questo tempo confondendo le mie spie e non ti fai scoprire da loro, allora, O Bharata, questo regno dei cinque fiumi sarà ancora una volta tuo. Anche noi, O Bharata, se vinti da te, tutti noi, abbandonando tutte le nostre ricchezze, passeremo lo stesso vostro periodo, secondo le stesse regole”. Così approcciato dal principe, gli risposi in mezzo a tutti i Kuru: “Così sia!” La miserabile partita è iniziata. Siamo stati sconfitti e siamo stati esiliati. È per questo che stiamo vagando miseramente per diverse regioni boscose che abbondano di disagio. Suyodhana, tuttavia, ancora insoddisfatto, fu preso dalla rabbia, e spinse i Kuru, come anche tutti quelli posti sotto il suo dominio, ad esprimere la loro gioia per la nostra disgrazia. Avendo accettato tale accordo in presenza di tutti gli uomini onesti, chi osa romperlo per amore di un regno sulla terra? Per una persona rispettabile, penso, anche la morte stessa è più leggera dell’acquisizione della sovranità con un atto di trasgressione. Al momento del gioco, avresti voluto bruciarmi le mani. Ne sei stato impedito da Arjuna, e di conseguenza hai solo stretto le tue mani. Se tu avessi potuto fare ciò che avevi desiderato, questa catastrofe ci avrebbe potuto travolgere? Cosciente della tua prodezza, perché non hai detto ciò, o Bhima, prima che entrassimo in un tale accordo? Sopraffatto dalle conseguenze del nostro impegno e dal tempo trascorso, qual è il senso del modo in cui mi hai rivolto queste dure parole? O Bhima, questo è il mio grande dolore, che non potessimo fare niente nemmeno osservando Draupadi perseguitata in quel modo. Il mio cuore brucia come se avessi bevuto del liquido velenoso. Tuttavia, avendo sottoscritto questo impegno in mezzo agli eroi Kuru, non sono in grado di violarlo ora. Aspetta, O Bhima, il ritorno dei nostri giorni migliori, come chi sparge dei semi aspetta il raccolto. Quando qualcuno che è stato ingiuriato per primo, riesce a castigare il suo nemico in un momento in cui la precedente inimicizia di quest’ultimo ha portato frutti e fiori, si ritiene che abbia compiuto una grande impresa con la sua prodezza. Una persona così coraggiosa guadagna fama immortale. Un tale uomo ottiene una grande prosperità. I suoi nemici si inchinano davanti a lui, e i suoi amici si radunano intorno a lui, come gli esseri celestiali che si raggruppano intorno a Indra per proteggersi. Ma sappi, O Bhima, la mia promessa non può mai essere falsa. Considero la virtù come superiore alla vita stessa e come uno stato benedetto di esistenza celeste. Regno, figli, fama, ricchezza … tutti questi non valgono nemmeno una sedicesima parte della verità”. Bhima rispose: “O re, inconsistente come schiuma, instabile come un frutto che cade a maturazione, dipendente dal tempo, e mortale, tu hai stipulato un accordo in relazione al tempo che è infinito e incommensurabile, rapido come una lancia o che scorre come un torrente portando ogni cosa con sé come la morte stessa, come puoi considerarlo accettabile per te? Come può aspettare, o figlio di Kunti, colui la cui vita è accorciata ogni momento, anche se come una quantità di collirio che viene ridotta ogni volta che una goccia viene assorbita dall’ago? Solo colui la cui vita è illimitata o che conosce con certezza in quale periodo della sua vita è, e che conosce il futuro come se fosse davanti ai suoi occhi, può davvero aspettare l’arrivo di un atteso momento. Se aspettiamo, o re, per tredici anni, quel periodo, accorciando le nostre vite, ci porterà più vicini alla morte. La morte è sicura per ogni creatura che ha un’esistenza corporea. Pertanto, dovremmo lottare per il possesso del nostro regno prima di morire. Colui che fallisce nel raggiungere la fama, non riuscendo a castigare i suoi nemici, è come una cosa impura. È un peso inutile sulla terra come un toro incapacitato e che perisce ingloriosamente. L’uomo che, privo di forza e di coraggio, non castiga i suoi nemici, vive invano, io considero un tale essere come di bassa nascita. La tua mano può far piovere oro; la tua fama si diffonde su tutta la terra; uccidi, quindi, i tuoi nemici in battaglia, goditi la ricchezza acquisita con la forza delle tue braccia. O repressore di tutti i nemici, o re, se un uomo che uccide il suo assalitore andasse il giorno stesso all’inferno, quell’inferno per lui diventerebbe il paradiso. O re, il dolore che si prova nel dover sopprimere la propria ira è più ardente del fuoco stesso. Anche ora io brucio e non riesco a dormire durante il giorno o la notte. Questo figlio di Pritha, chiamato Vibhatsu, è il migliore nel tendere le corde dell’arco. Sicuramente egli brucia di dispiacere sebbene viva qui come un leone nella sua tana. Questo che desidera uccidere senza aiuto tutti gli arcieri sulla terra, reprime l’ira che sale nel suo petto, come un potente elefante. Nakula, Sahadeva e l’anziana Kunti – quella madre di eroi – sono tutti muti, desiderosi di farti piacere. E tutti i nostri amici insieme a Srinjaya desiderano ugualmente soddisfarti. Io solo, e la madre di Prativindhya, ti parla ardendo di dolore. Di qualunque cosa ti parli è gradita a tutti loro, perché tutti sono pieni di angoscia, desiderano ardentemente la battaglia. Allora, o monarca, quale miserabile sventura ci può sopraffare a tal punto che il nostro regno debba essere strappato a noi da nemici deboli e spregevoli e goduto da loro? O re, dalla debolezza della tua posizione tu provi vergogna a violare il tuo impegno. Ma, uccisore di nemici, nessuno ti applaude per aver sofferto così tanto dolore in conseguenza della gentilezza della tua disposizione. Il tuo intelletto, o re, non vede la verità, come quella di una persona folle e ignorante di alta nascita che ha appreso le parole dei Veda a memoria senza capire il loro senso. Tu sei gentile come un Brahmana. Come sei nato nell’ordine Kshatriya? Coloro che sono nati nell’ordine Kshatriya sono generalmente di cuore duro. Hai sentito recitati i doveri dei re, come promulgati da Manu, irti di imperfezione e ingiustizia e precetti contrari alla tranquillità e alla virtù. Perché dunque tu, o re, perdoni i malvagi figli di Dhritarashtra? Tu hai intelligenza, abilità, conoscenza ed alta nascita. Perché allora tu, o tigre tra gli uomini, agisci rispetto ai tuoi doveri, come un enorme serpente che è privo di movimento? O figlio di Kunti, colui che desidera nasconderci, desidera soltanto nascondere le montagne di Himavat usando una manciata di erba. O figlio di Pritha, conosciuto come sei tu su tutta la terra, non sarai in grado di vivere ignorato, come il sole che non può mai attraversare il cielo nascosto agli uomini. Come un grande albero in una regione ben irrigata con rigogliosi rami, fiori e foglie, o come l’elefante di Indra, come potrebbe vivere Jishnu nascosto? In che modo anche questi ragazzi, i fratelli, Nakula e Sahadeva, pari a una coppia di giovani leoni, vivono entrambi in segreto? In che modo, o figlio di Pritha, Krishna – la figlia di Drupada – una principessa e madre di eroi, di azioni virtuose e conosciuta in tutto il mondo, vive in incognito? Anche io, tutti lo sanno dalla mia fanciullezza. Non vedo come io possa vivere da sconosciuto. Anche le possenti montagne di Meru cercano di rimanere nascoste. Poi, ancora, molti re erano stati spodestati da noi dal loro regno. Questi re e principi seguiranno tutti il cattivo figlio di Dhritarashtra, perché spogliati ed esiliati da noi, non sono per nulla diventati amichevoli. Desiderosi di fare del bene a Dhritarashtra, cercheranno certamente di fare del male a noi. Manderanno sicuramente contro di noi numerose spie sotto mentite spoglie. Se questi ci scoprono e segnalano la loro scoperta, un grande pericolo ci sovrasterà. Abbiamo già vissuto nei boschi per tredici mesi. Considerali, o re, per la loro lunghezza, come tredici anni. I saggi hanno detto che un mese è un sostituto per un anno, come quell’erba che è considerata un sostituto del Soma. Oppure, se spezzi il tuo impegno, o re, puoi liberarti da questo peccato offrendo del buon cibo saporito a un toro tranquillo che trasporta sacri fardelli. Perciò, o re, risolviti ad uccidere i tuoi nemici. Non c’è virtù più alta del combattimento per ogni Kshatriya!”.

Vaisampayana proseguì: “Udendo tali parole di Bhima, Yudhishthira, il figlio di Kunti-tigre tra gli uomini e uccisore di tutti i nemici – cominciò a sospirare profondamente ed a riflettere in silenzio; egli pensò tra sé: -Ho sentito recitare i doveri dei re ed anche tutte le verità sui doveri dei diversi ordini. Si dice di osservare sinceramente quei doveri e di tenerli sempre sotto gli occhi, in modo da regolare la propria condotta sia nel presente che nel futuro. Conoscendo come me il reale corso della virtù, che d’altra parte è così difficile da conoscere, come posso frantumare con forza la virtù giù come se frantumassi le montagne di Meru?- Avendo riflettuto così per un momento, e deciso ciò che avrebbe dovuto fare, egli rispose a Bhima come segue, senza permettergli di proferire un’altra parola: “O tu dalle possenti braccia, è proprio come hai detto, ma, o tu tra i più capaci oratori, ascolta ora un’altra parola che dico: qualunque azione peccaminosa, o Bhima, si cerchi di realizzare, che dipenda solo dal proprio coraggio, diventa sempre una fonte di dolore. D’altronde, qualsiasi azione sia iniziata deliberatamente, con prodezza ben diretta, con tutti gli strumenti necessari e con molti pensieri precedenti, è destinata ad avere successo: gli stessi dèi preferiscono tali disegni. Ascolta da me qualcosa su ciò che, orgoglioso della tua potenza, o Bhima, tu pensi che dovrebbe essere immediatamente iniziato, trasportato dalla tua irrequietezza. Bhurisrava, Sala, il potente Jarasandha, Bhishma, Drona, Karna, il potente figlio di Drona, i figli di Dhritarashtra- -Durodhana e gli altri – così difficili da essere sconfitti, sono tutti esperti nelle armi e sempre pronti a combattere contro di noi. Anche quei re e capi della terra che sono stati offesi da noi hanno tutti preso la parte dei Kaurava, e sono legati da vincoli di affetto per loro. O Bharata, essi sono impegnati a cercare il bene di Duryodhana e non il nostro. Con tesori pieni e aiutati da grandi forze, si impegneranno sicuramente al massimo in battaglia. Anche tutti gli ufficiali dell’esercito Kuru insieme ai loro figli e parenti, sono stati onorati da Duryodhana con ricchezze e lussi. Questi eroi sono anche molto considerati da Duryodhana. Questa è la mia indubbia conclusione: che sacrificheranno le loro vite per Duryodhana in battaglia. Sebbene il comportamento di Bhishma, Drona e dell’illustre Kripa, sia lo stesso nei nostri confronti come verso di loro, tuttavia, o tu dalle potenti braccia, la mia sicura convinzione è che per poter ripagare dei favori reali di cui godono, essi getteranno le loro stesse vite le loro stesse vite, di cui non c’è nulla di più caro, in battaglia. Tutti loro sono maestri nelle armi celesti e dediti alla pratica della virtù. Penso che siano incapaci di essere sconfitti anche dagli dei guidati dallo stesso Vasava. C’è tra loro anche quel possente guerriero – Karna – impetuoso, e sempre furioso, padrone di tutte le armi, e invincibile, e racchiuso in una corazza impenetrabile. Senza prima avere sconfitto in battaglia tutti questi tra i più importanti degli uomini, senza aiuto come sei, come puoi pensare di uccidere Duryodhana? O Vrikodara, io non riesco a dormire pensando alla leggerezza della mano di quel figlio di Suta, che, a mio avviso, è il primo fra tutti gli arcieri!”.

“Vaisampayana continuò: “Udendo queste parole di Yudhishthira, l’impetuoso Bhima si allarmò e si astenne dal pronunciare qualsiasi altra parola.

Mentre i figli di Pandu conversavano l’uno con l’altro, a quel punto arrivò il grande asceta Vyasa, il figlio di Satyavati. E mentre si avvicinava, i figli di Pandu gli offrivano debitamente gli omaggi. Allora quel grande saggio, rivolgendosi a Yudhishthira, disse: “O, Yudhishthira, O tu di potenti braccia, conoscendo per intuizione spirituale ciò che sta passando nel tuo cuore, io sono venuto da te, o tigre tra gli uomini! La paura che è nel tuo cuore, derivante da Bhishma, e Drona, e Kripa, e Karna, e dal figlio di Drona, e dal principe Duryodhana, e Dussasana, dissiperò, o uccisore di tutti i nemici, per mezzo di un atto ingiunto da un precetto. Ascoltatelo da me, realizzatelo con pazienza e, dopo averlo realizzato, o re, calmate presto questa vostra febbre”. Quel grande oratore, il figlio di Parasara, portò Yudhishthira in un angolo e cominciò a rivolgergli parole profonde dicendo: “O migliore dei Bharata, è giunto il momento per la tua prosperità, quando, in effetti, Dhananjaya, il figlio di Pritha, ucciderà tutti i tuoi nemici in battaglia. Proferita da me e simile al successo personificato, accetta da me questa conoscenza chiamata Pratismriti, che ti impartisco sapendo che sei capace di riceverla. Ricevendola da te Arjuna sarà in grado di realizzare il suo desiderio. E lascia che Arjuna, figlio di Pandu, vada da Mahendra e Rudra, e Varuna, e Kuvera e Yama, per ricevere delle armi da loro. Egli ha la capacità di vedere gli dei grazie al suo ascetismo e prodezza. Egli è anche un Rishi di grande energia, amico di Narayana; antico, eterno, un dio lui stesso, invincibile, sempre di successo e senza conoscere alcun deterioramento. Di possenti braccia, compirà potenti gesta, ottenendo le armi da Indra e Rudra e dai Lokapala. O figlio di Kunti, pensa anche di passare da questa ad un’altra foresta che possa, o re, essere adatta come tua dimora. Risiedere in un posto per un certo periodo di tempo è scarsamente piacevole. Nel tuo caso, potrebbe anche essere motivo di ansia per gli asceti. Perché sebbene tu mantenga numerosi Brahmana versati nei Veda e nei suoi vari rami, la residenza continua qui potrebbe danneggiare i cervi di questa foresta ed essere distruttiva per i rampicanti e le altre piante”.

Vaisampayana proseguì: “Essendosi così rivolto a lui, questo illustre ed elevato asceta di grande saggezza, acquisita tramite i misteri del mondo, Vyasa, impartì poi al volenteroso Yudhishthira il giusto, che nel frattempo si era purificato, le più importanti tra le scienze. Quindi, congedato il figlio di Kunti, Vyasa scomparve. Il virtuoso e intelligente Yudhishthira, avendo ottenuto e assimilato quella conoscenza la conservò nella sua mente e la recitò sempre in occasioni appropriate. Grato per i consigli datigli da Vyasa, in seguito il figlio di Kunti, lasciato il bosco di Dwaitavana, andò nella foresta di Kamyaka sulle rive del Saraswati e, o re, numerosi Brahmana di merito ascetico ed esperti nella scienza dell’ortoepia e dell’ortografia, lo seguirono come i Rishi che seguono il capo degli esseri celesti. Arrivati a Kamyaka, quei leoni illustri tra i Bharata, vi presero la loro residenza insieme ai loro amici e servitori. E pieni di energia, quegli eroi, o re, vissero lì per qualche tempo, che fu consacrato all’esercizio del tiro con l’arco e all’ascolto, per tutto il tempo, del canto dei Veda. E andavano in giro in quei boschi ogni giorno alla ricerca di cervi, armati di frecce pure. Ed eseguirono debitamente tutti i riti in onore dei Pitri, degli esseri celesti e dei Brahmana”.