Storia del re Nriga

Re Nriga

Un giorno i familiari di Sri Krishna, Samba, Pradyumna, Carubhanu e Gada, tutti principi della dinastia Yadu, partirono per una lunga gita in una foresta vicino a Dvaraka. Durante l’escursione, sentendo sete si misero a cercare un luogo dove dissetarsi e si avvicinarono a un pozzo, ma invece dell’acqua trovarono un meraviglioso animale. Era un’enorme lucertola. Dopo il primo stupore capirono che l’animale era stato preso in trappola e non sarebbe riuscito a venirne fuori da solo. Mossi a compassione cercarono di farlo uscire dal pozzo, ma senza successo. Quando i principi furono di ritorno al palazzo raccontarono l’accaduto a Sri Krishna. Il Signore, amico di tutti gli esseri, andò personalmente al pozzo e senz’alcuna difficoltà, tenendo semplicemente il braccio sinistro, tirò fuori la grossa lucertola. Ma era appena stato sfiorato dalla mano di Krishna che quell’essere straordinario perse la sua forma animale per trasformarsi in un bellissimo deva, un abitante dei pianeti celesti. La sua carnagione brillava come l’oro fuso; indossava ricchi abiti e preziosi gioielli ornavano il suo collo. Perché il deva era stato costretto a prendere un corpo di lucertola? Questo non era un segreto per Sri Krishna, ma affinché tutti lo sapessero il Signore chiese: “Mio caro deva, o essere fortunato, ora ti vedo risplendere di bellezza. Chi sei? Immaginiamo che tu sia uno dei più grandi deva dei pianeti celesti, ti auguro ogni buona fortuna! La condizione in cui ti sei trovato non Mi sembra davvero adatta a te; certamente è il risultato dei tuoi atti passati. Ma vorrei sentire da te il racconto esatto della tua avventura, e se pensi che questo segreto possa essere svelato, allora, per favore, rivelaci chi sei.” Questa grossa lucertola era il re Nrga, che interrogato dal Signore si prosternò davanti a Lui toccando la terra col suo casco, brillante come il sole. Dopo aver offerto il suo rispettoso omaggio a Sri Krishna, il re prese la parola: “Caro Signore, sono il re Nrga, figlio dl re Iksvaku. Se qualche volta Ti sei interessato agli uomini caritatevoli, sicuramente avrai sentito il mio nome. O Signore, di tutti gli esseri Tu sei il testimone supremo. Tu hai coscienza di ogni minimo atto compiuto dagli esseri nel passato, nel presente e nel futuro. Nulla può rimanere nascosto al Tuo eterno sapere. Tu conosci dunque la mia storia, ma poiché me lo chiedi Ti farò il racconto completo.” E il re Nrga si mise a raccontare la sua degradazione, causata dalle attività compiute nell’ambito del karma-kanda. Di animo caritatevole, il re aveva regalato, secondo il suo calcolo, tante mucche quanti sono i granelli di polvere sulla Terra, le stelle nel cielo e le gocce di pioggia durante l’uragano. Secondo i riti vedici, un uomo caritatevole deve offrire mucche ai brahmana. E il re Nrga sembrava aver seguito questo principio con grande zelo, ma a causa di un piccolo errore fu costretto a rinascere lucertola. Perciò Sri Krishna raccomanda nella Bhagavad-gita a coloro che sono inclini alla carità e desiderosi di ottenere qualche beneficio di offrire i loro doni in modo da soddisfare il Signore. Fare atto di carità significa dar prova di virtù, e gli atti virtuosi conducono ai sistemi planetari superiori. Ma niente garantisce che questa posizione durerà per sempre. L’esempio del re Nrga mostra, al contrario, che gli atti interessati, anche se sotto l’influsso della virtù, non possono assicurarci una vita eterna e piena di felicità. Come insegna la Bhagavad-gita, le conseguenze dell’azione -anche di quella virtuosa- incatenano inevitabilmente l’uomo se quest’azione non è compiuta come yajña, per il piacere di Dio, la Persona Suprema. Il re Nrga precisò che le mucche date in carità non erano mucche ordinarie: tutte giovani, esse avevano partorito solo un vitello e avevano le mammelle gonfie di latte; erano perfettamente sane e avevano un carattere pacifico, inoltre erano state acquistate con denaro guadagnato onestamente. Le loro corna erano coperte d’oro, gli zoccoli decorati d’argento e il corpo ornato di collane e stoffe di seta ricamate di perle. Tutte queste mucche sontuosamente bardate non erano offerte a persone indegne, ma a brahmana di prim’ordine a cui il re regalava anche ornamenti d’oro e ricchi abiti. Questi brahmana possedevano tutte le qualità richieste dal varna a cui appartenevano, nessuno di loro aveva ricchezze personali e le loro famiglie mancavano sempre delle necessità vitali. Il vero brahmana non accumula mai ricchezze e non vive nel lusso come fa lo ksatriya o il vaisya; sapendo che il denaro devia la mente e spinge l’uomo verso un’esistenza materialistica, egli si mantiene sempre nella povertà. Questa regola di vita, che è propria del brahmana qualificato, era rispettata da tutti coloro a cui il re Nrga offriva i suoi doni. Eruditi nella scienza vedica, questi brahmana si sottoponevano alle austerità prescritte, si mostravano liberali e benevoli verso tutti, e soprattutto erano giovani e qualificati per agire da autentici brahmana. Oltre alle mucche, ricevettero terre, oro, case, cavalli ed elefanti, mentre coloro che non erano ancora sposati ebbero spose, ancelle, cereali, argento, utensili, vestiti, gioielli, mobili, carri e così via. Questa carità era praticata come sacrificio, secondo i riti vedici. Il re aggiunse che oltre a offrire doni ai brahmana, egli compiva altre opere di beneficenza, come far scavare pozzi o disporre alberi e laghetti lungo le strade. “Nonostante tutti questi atti virtuosi, proseguì il re, accade che per disgrazia una mucca già offerta a un brahmana si mischiasse di nuovo con le mie, e che io la regalassi, senza saperlo, a un altro brahmana. Ma appena questi ne prese possesso, il primo padrone ne rivendicò la proprietà esclamando: ‘Come puoi impadronirti di una mucca che mi è stata offerta in carità e che mi appartiene?’ Così tra i due brahmana si accese una discussione, e alla fine entrambi vennero da me, accusandomi di aver ripreso una mucca già offerta.”
Dare per poi riprendere è considerata una colpa grave, soprattutto se il dono è fatto a un brahmana. Il re fu sbalordito nel sentire i due brahmana che gli muovevano la stessa accusa e molto umilmente offrì a ciascuno di loro centomila mucche in cambio di quella che aveva causato il litigio. Pregandoli di considerarlo il loro servitore, il re riconobbe che c’era stato un errore e li implorò di accettare la sua offerta in riparazione dell’offesa, e di salvarlo con la loro misericordia da una caduta all’inferno.

La proprietà di un brahmana si chiama brahma-sva, e secondo la legge di Manu nessuno può impadronirsene, neppure lo Stato. Ma i due brahmana furono irremovibili: la mucca apparteneva a loro e non poteva essere ripresa a nessuna condizione; né l’uno né l’altro accettò lo scambio e tutt’e due lasciarono il palazzo sdegnati, convinti che il loro diritto forse stato violato.
Il tempo passò, e venne per il re il momento di lasciare il corpo. Fu condotto quindi davanti a Yamaraja, il deva della morte, che gli chiese se preferisse prima godere i frutti delle sue attività pie o espiare le conseguenze dei suoi atti colpevoli. Yamaraja gli lasciò intendere che grazie ai suoi innumerevoli atti virtuosi e caritatevoli, egli avrebbe ottenuto una vita interminabile di godimenti e la sua felicità materiale non avrebbe praticamente avuto limiti. Ma il re, confuso, decise di subire prima le conseguenze dei suoi atti colpevoli e solo in seguito godere dei frutti della sua virtù, e Yamaraja lo trasformò subito in una lucertola. Col suo nuovo corpo, il re Nrga rimase nel pozzo per lunghissimo tempo. “Anche in quella condizione così degradata, disse a Krishna, pensavo a Te, Signore, e la memoria non m’abbandonò mai.” Il racconto del re Nrga ci dimostra che coloro che seguono i princìpi delle attività interessate e cercano di trarne benefici materiali hanno poca intelligenza. Di fronte alla scelta che gli offrì Yamaraja, il deva della morte, il re Nrga avrebbe potuto accettare prima i risultati felici delle sue buone azioni e invece pensò che sarebbe stato meglio subire prima gli effetti dei suoi atti empi per poi godere liberamente dei frutti della sua virtù. Egli non aveva dunque sviluppato la coscienza di Krishna. Nell’uomo cosciente di Krishna germoglia solo l’amore per Dio, Sri Krishna, e non il gusto delle azioni pie o empie, perciò egli non è più soggetto alle conseguenze di queste azioni. Come insegna la Brahma-samhita, il bhakta, per la grazia del Signore, non è più costretto a subire le reazioni delle attività interessate.
In un modo o nell’altro, come risultato dei suoi atti virtuosi, il re Nrga aveva desiderato vedere il Signore. “Caro Signore, continuò, desideravo ardentemente vederTi in persona; e credo che proprio la mia tendenza a compiere attività rituali e caritatevoli, insieme all’intenso desiderio di vederTi, mi ha fatto conservare, anche in un corpo di lucertola, il ricordo della mia vita precedente. (¹) O Signore, Tu sei l’Anima Suprema nel cuore di ogni essere. Molti sono i grandi yogi mistici che possono vederTi attraverso i Veda e le Upanisad, e per elevarsi al livello sublime in cui si è uguali in qualità alla Tua Persona, essi meditano continuamente su di Te, che sei presente nel loro cuore. Ma anche se in ogni istante possono contemplarTi nel loro cuore. Ma anche se in ogni istante possono contemplarTi nel loro cuore, questi grandi saggi non possono vederTi a tu per tu. Che sorpresa dunque per me vederTi in persona oggi! Ricordo di essermi impegnato in tante attività, soprattutto a causa delle mie funzioni reali, di essermi immerso nel lusso e nell’opulenza e di essere stato soggetto a tante gioie e sofferenze materiali; eppure oggi ho avuto la grande fortuna di vederTi, quando so bene che solo una volta liberati dall’esistenza materiale è possibile vederTi in persona.”
Quando il re Nrga scelse di subire le conseguenze dei suoi atti empi, cioè l’errore commesso nel compimento delle sue buone azioni, ricevette un corpo di lucertola e non poté direttamente raggiungere l’alto livello d’esistenza di un grande deva. Tuttavia, insieme alle sue attività pie egli aveva conservato il ricordo di Krishna, così poté essere presto liberato dal suo corpo di rettile per ricevere quello di un deva. Coloro che adorano il Signore Supremo desiderando benefici materiali ottengono corpi di potenti deva; a volte questi deva possono vedere Dio, la Persona Suprema, a tu per tu, ma non possono accedere al regno spirituale, ai pianeti Vaikuntha; lo potranno solo se perseverano nel servizio di devozione al Signore. Conservando il ricordo della sua vita passata, il re Nrga, ormai con un corpo di deva, disse: “Caro Signore, Tu sei il Supremo che tutti i deva adorano; Tu non sei uno degli esseri individuali, Tu sei la Persona Suprema, Purusottama. Per tutti gli esseri Tu sei la fonte di ogni felicità, perciò il Tuo nome è anche Govinda. Tu sei il Signore sia di coloro che sono rivestiti di un corpo materiale sia di coloro che non ne sono rivestiti, (²) di tutti Tu sei il Signore. O Signore, Tu sei l’infallibile, il supremo, il più puro di tutti gli esseri. Tu risiedi nel cuore di ciascuno, e di tutti Tu sei il rifugio, Narayana. Vivendo nel cuore di ogni essere Tu dirigi in modo sovrano le attività dei loro sensi, perciò sei chiamato Hrsikesa.

“Caro Sri Krishna, o Essere Supremo, Tu mi hai dato questo corpo di deva che mi porterà presto a raggiungere uno dei pianeti celesti. Ma poiché Tu sei ancora presente di fronte a me, approfitto di questa fortuna per implorare la Tua misericordia e la benedizione di non dimenticare mai i tuoi piedi di loto, qualunque sia la forma di vita e il pianeta in cui sarò trasferito. Tu sei presente dappertutto come causa ed effetto; Tu sei la causa di tutte le cause e la Tua potenza non conosce limiti. Tu sei la Verità Assoluta, Dio, la Persona Sovrana e il Brahman Supremo; Ti offro dunque, senza fine, il mio rispettoso omaggio. Caro Signore, il Tuo corpo trabocca di felicità e conoscenza assoluta, Tu sei eterno. Maestro di tutti i poteri sovrannaturali, Tu sei chiamato Yogesvara. Abbi la bontà di accettarmi come un insignificante granello di polvere ai Tuoi piedi di loto.”
Prima di partire per i pianeti celesti, il re Nrga girò intorno al Signore in segno di rispetto, e prosternandosi davanti a Lui toccò col casco i Suoi piedi di loto. Poi vide scendere accanto a sé un’aeronave dei pianeti superiori ed ebbe il permesso di salirvi a bordo. Dopo la partenza del re Nrga, Sri Krishna dichiarò di apprezzare la devozione del re verso i brahmana e la sua disposizione per gli atti caritatevoli e i riti vedici. Si raccomanda dunque a chi non può diventare subito devoto del Signore di seguire i princìpi vedici, così si può sperare di vedere un giorno il Signore elevandosi direttamente al regno spirituale, oppure passando prima per i pianeti celesti, dai quali potrà essere poi trasferito nel regno spirituale. Sri Krishna, attorniato dai Suoi parenti, tutti membri dell’ordine degli ksatriya, volle istruirli con l’esempio del re Nrga: “Perfino un re ksatriya che ha la potenza del fuoco non può usurpare la proprietà di un brahmana e usarla per i propri scopi, Perciò come potrebbero farlo questi re ordinari che a torto si credono gli esseri più potenti del mondo? Bere del veleno è meno pericoloso, perché per il veleno c’è un antidoto, ma non c’è rimedio per che prende la proprietà di un brahmana. Guardate il re Nrga. Grande era la sua potenza e la sua virtù, e ben piccolo l’errore che aveva commesso, eppure fu condannato all’abominevole vita di una lucertola. Il veleno materiale è dannoso solo per chi lo beve e un fuoco normale può essere spento semplicemente con dell’acqua, ma il fuoco arani, acceso dal potere spirituale di un brahmana, può ridurre in cenere tutta la famiglia di colui che ha offeso quel brahmana. (³) Semplicemente toccando la proprietà di un brahmana attiriamo su di noi la rovina per tre generazioni; se poi ce ne impossessiamo con la forza, allora la rovina cadrà sulle dieci generazioni che precedono e sulle dieci che seguono l’atto colpevole. Al contrario, diventando un vaisnava, un devoto del Signore, portiamo alla liberazione le dieci generazioni che ci precedono e le dieci che ci seguono.

Sri Krishna continuò: “Quando un re insensato, inorgoglito dalle ricchezze, dal prestigio e dalla potenza vuole usurpare le proprietà di un brahmana, non fa che aprirsi la strada verso l’inferno, e ignora quanto dovrà soffrire per un’azione così sconsiderata. Chi s’impossessa dei beni di un brahmana liberale, da cui dipende una famiglia numerosa, sarà gettato nell’inferno Kumbhipaka, e con lui tuta la famiglia. Chi s’impadronisce di una proprietà offerta a un brahmana oppure offerta da un brahmana sarà condannato a vivere per almeno sessantamila anni una vita miserabile come quella di un insetto negli escrementi. Perciò raccomando a tutti voi, figli Miei e parenti che siete qui, di non prendere mai, neanche per errore, ciò che appartiene a un brahmana, se non volete contaminare tutta la vostra famiglia. Anche solo il fatto di desiderare di usurpare la proprietà di un brahmana accorcia la durata dell’esistenza. Prima si è sconfitti dai nemici, poi privati della dignità regale, e dopo la morte si diventa serpenti, esseri odiati e temuti da tutti. Cari figli e parenti, anche se un brahmana si arrabbia con voi, v’insulta o vi ferisce con parole dure, vi consiglio di non vendicarvi mai; anzi, sorridete, tollerate e offritegli i vostri omaggi. Come ben sapete, anch’Io offro i Miei omaggi ai brahmana con grande rispetto tre volte al giorno. Seguite dunque le Mie istruzioni e il Mio esempio. Chiunque mancherà di farlo non avrà il Mio perdono, ma sarà punito. Imparate dall’esempio de re Nrga: usurpare la proprietà di un brahmana, anche se inconsapevolmente, significa condannarsi a un’esistenza miserabile.” Così Sri Krishna, che cerca sempre di purificare le anime condizionate, istruì non solo i Suoi familiari e gli abitanti di Dvaraka, ma tutti gli uomini. Dopodiché il Signore rientrò nel Suo palazzo.

(Da “Il Libro di Krishna” di Srila Prabhupada)