Il Tajmahal è il Tejomahalay

Il Tajmahal è il Tejomahalay

Un Tempio Induista

Secondo lo storico indiano, Shri Purushottam Nagesh Oak, il Taj Mahal di Agra, sulle rive del fiume Yamuna, è in realtà un antico tempio induista dedicato a Shiva.

La tesi è dimostrata da numerose prove ed evidenze, esposte nel suo libro Taj Mahal – The true history“, che contestano la diversa origine islamica, peraltro avvolta da misteri e leggende.

Il palazzo, secondo la versione corrente, sarebbe stato fatto edificare da Shah Jhan, quinto imperatore Mogul, nel 1632 circa, in ricordo della sua seconda moglie Arjumand Banu Begum, conosciuta anche con il nome di Mumtaz Mahal, che in persiano significa “luce del palazzo”, morta tragicamente e della quale si narra che l’imperatore fosse immensamente innamorato. I lavori sarebbero terminati nel 1654.

Quando fu deposto dal figlio e rinchiuso nella fortezza di Agra, dove morì dopo pochi anni di prigionia nel 1658, egli poteva scorgere il Taj Mahal, il mausoleo dedicato alla sua amata.

In realtà, secondo gli studi svolti e documentati da Oak, il palazzo era un tempio shivaita, edificato in epoca molto più antica, XII secolo, sconsacrato in seguito alle invasioni musulmane, a partire da Mohammad Ghazni, e successivamente riconvertito.

Si può da subito ricordare che nel 1977 venne effettuata una prova del carbonio 14 dalla quale risultò che l’edificio sarebbe di molto antecedente al XVII secolo. Dall’analisi di un pezzo di legno proveniente da una porta, infatti, il mausoleo risulta essere stato costruito nel 1359 circa.

Secondo Oak, Il Taj Mahal, o più precisamente l’edificio al centro di esso, potrebbe avere un’origine molto antica e diversa da quella tradizionale. Fu costruito come tempio shivaita. Fu probabilmente dissacrato e riconvertito ad ogni conquista musulmana. Tra l’una e l’altra però, tornò a rifiorire come luogo di culto induista, fino alla sua definitiva riconversione sotto Shahjahan. Dove oggi si trova il Taj Mahal, quasi certamente Shahjahan fece costruire una tomba, ma essa si trova dentro l’edificio, non è l’edificio stesso.

Elementi su cui Oak basa la sua ipotesi

Il nome

Lo si fa derivare convenzionalmente dal nome della principessa che vi è sepolta, MumTaz ul-Zamani. Ma è filologicamente difficile dimostrare che da tale nome, modificato derivi “Taj”, per sostituzione della “z” con la “j” e rimozione della prima parte del nome “Mum”.

Quanto al suffisso “Mahal” non risulta essere un termine arabo o musulmano. Anzi, è sanscrito e significa “residenza”. Diversi visitatori dell’epoca di Shahjahan, indicano più precisamente l’edificio con il nome “Taj-e-Mahal”, sanscrito, che ha una sbalorditiva somiglianza con “Tej-o-Mahalay”. Tale è il nome dell’antico tempio di Shiva Agreshwar Mahadev, il signore di Agra.

Il tempio

Secondo il Vishwakarma Vatushastra, antico e famoso trattato di architettura indù, in India esistevano 12 Yjotirlinga, 12 templi sacri a Shiva. Ogni tempio conservava un Linga, simbolo di Shiva. Tra tutti il più importante era il “Tej-linga”, custodito nel tempio presso Agra detto “Nagnateshwar”, dai serpenti Naga che ne decoravano il parapetto.

Questo era il maggiore dei cinque templi esistenti in città (gli altri sono il Balkeshwar, il Prithvinath, il Manakameshwar e il Rajarajeshwar) e di cui ancora la tradizione serba ricordo, ma la sua posizione è andata persa. L’importantza del culto è sottolineata dal nome degli abitanti della regione, “Jats”, il cui appellativo shivaita è “Tejaji”, chiaro riferimento al prezioso “Tej-Linga”.

Shajahan.

Non esistono tracce della leggendaria storia d’amore di Shajahan con la principessa Mumtaz. I resoconti sono quasi inesistenti, incerti, tardi e privi di qualsivoglia fonte. Però sono ben note altre e numerose tresche di Shaahajan con altre donne, tra le quali addirittura una sua figlia Jahanara.

Secondo la tradizione Shahjan avrebbe contribuito alla diffusione delle arti e della letteratura. Le fonti storiche invece lo dipingono impegnato in ben 48 campagne militari durante i 30 anni del suo regno e le cronache a lui contemporanee lo ritraggono come un despota violento e spesso ubriaco.

La leggenda riguardante gli ultimi anni di vita di Shahjahan è una falso clamoroso. Si dice che trascorse gli ultimi 8 anni, imprigionato in una galleria sulla cima del Red Fort di Agra, scrivendo senza sosta il nome dell’amata e confortato solo da uno specchietto – ancora visibile – in cui si rifletteva l’immagine del Taj. In realtà il vecchio Shahjahan fu imprigionato dal figlio Aurangzeb in una cella senza finestre nel basamento del forte. Inoltre, lo specchietto fu posizionato nel 1930 dall’archeologo Insha Allah Khan, con il solo scopo di mostrare come dovevano essere scintillanti un tempo quegli appartamenti rivestiti di piccoli specchi in cui l’immagine del Taj si rifletteva senza difficoltà.

Le cronache della corte di Shahajan, le “Badshahnam” (p.405 vol 1), indicano che il Maharaja, di Jaipur si sarebbe impossessato di un grande edificio sormontato da una cupola per farne il sepolcro per l’amata sposta Mumtaz. Tale costruzione era il palazzo del Raja Mansingh. Ciò contrasta con la tesi corrente secondo cui Shahajan avrebbe invece scelto un punto lungo il fiume per erigervi un grandioso mausoleo, per il quale furono necessari 22 anni di lavoro.

In almeno tre diverse cronache, “Aadaab-e-Alamgiri“, “Yadgarnama” e “Muruqqa-i-Akbarabadi“, viene riportato il testo di una lettera del principe Aurangzeb al padre Shahajan, con cui il figlio comunica al re che i diversi edifici presso i quali è sepolta Mumtaz, sono talmente vecchi e pieni di crepe da necessitare ristrutturazioni immediate.

Il successivo Maharaja di Jaipur conservò tra i suoi documenti personali due diversi ordini con i quali il predecessore Shahajan accampava diritti sul Tej-o-mahalai. L’aveva dunque usurpato?

Ben 14 capitoli del Corano decorano il Taj Mahal, ma non vi è una sola, minima allusione a Shahajan quale suo costruttore. Al contrario, un’iscrizione lasciata dal mastro scalpellino Amanat Khan Shirazi indica che il maharaja non costruì l’edificio ma si limitò a farlo deturpare con lettere scure. Osservando meglio le lettere che compongono le “sure”, in effetti, si riconosce che almeno alcune di esse sono ricavate modificando caratteri precedenti, sanscriti.

Ma non è finita. Anche i viaggiatori europei che raggiunsero l’India in epoche passate, riportarono elementi che contrastano fortemente con la versione ufficiale.

Il viaggiatore francese Tavernier, annotò nei suoi diari, trovandosi al cospetto del Taj Mahal, informazioni secondo cui Shahajan, in 22 anni, avrebbe solo apportato modifiche all’edificio esistente, rimuovendo i simboli di Shiva, erigendo i cenotafi, scolpendo “sure” del Corano sugli archi, murando camere e facendo alzare sei dei sette corsi del muro perimetrale.

L’inglese Pete Mundi nel 1632, descrivendo le meraviglie di Agra e il Taj Mahal, riportò che doveva essere stato uno splendido edificio anche in epoche precedenti.

L’olandese De Laet identificò il Palazzo del Raja Mansing, indicato nelle cronache di Shahajan come luogo di sepoltura di Mumtaz, in un edificio distante circa un miglio da Agra.

John Albert Mandeslo si trovava ad Agra proprio negli anni in cui si costruiva il Taj Mahal (1638). Ma stranamente non fa menzione dell’edificio, pur soffermandosi sulle bellezze della città.

L’unica fonte discordante sarebbe il “Tarikh-i-Tajmahal” il documento in possesso dei “guardiani del Taj Mahal“, che proverebbe la storia tradizionale dell’edificio. Ma sono stati più volte sollevati dubbi fondati sulla sua autenticità, in particolare dallo storico H.G. Keene.

Del resto, ci sono in numerevoli incongurenze anche nelle date indicate dalle fonti o ricordate dalla tradizione.

Non è possibile stabilire con esattezza la data di morte né di Mumtaz né di Shahajan. La principessa si ritiene sia deceduta tra il 1629 e il 1932, ma non un solo documento o traccia storica permette di identificare la data con esattezza. Eppure, tra le 5000 concubine dell’harem era la preferita, l’amata di Shajahan. Nonostante ciò, il fatto sembra essere stato davvero di così poca importanza che la data non fu riportata neppure nel Taj stesso.

Le cronache, anzi, indicano che la morte della principessa avvenne a 600 miglia da Agra, a Burhanpur, dove esiste ancora una tomba di Mumtaz intatta. Shahjahan potrebbe dunque aver usato la morte di Mumtaz come un pretesto. Il “Badshahnama” infatti racconta che il corpo della principessa fu esumato e ritumulato nel Taj, ma non indica quando ciò avvenne. Usa una perifrasi (“un anno dopo”) che è insolita per un documento ufficiale e che, di conseguenza, sembra voler nascondere qualcosa.

Quanto al suo realizzatore, Shahjahan, neppure la data della sua morte è nota e documentata.

Non è possibile definire la durata dei lavori di costruzione, che variano, secondo le ipotesi, da 10 a 22 anni.

Non è noto il nome del progettista dell’edificio. L’architetto è variamente identificato con il persiano (o turco) Essa Effendy o Ahm ed Mehendis, con il francese Austin de Bordeaux, l’Italiano Geronimo Veroneo, oppure lo stesso Shahjahan.

Elementi architettonici

Ci sono molti simboli religiosi indù visibili nel Taj Mahal. Sono generalmente spiegati con la tolleranza di Shahjahan per gli altri culti. Eppure le sue cronache di corte, le Badshahnam, riportano un fatto che contrasta fortemente con ciò: “E’ stato portato a conoscenza di Sua Maestà che, durante il ritardo stagionale era stata cominciata la costruzione di molti templi idolatri, ma sono rimasti incompiuti a Benares, la grande roccaforte dell’infedeltà. Gli infedeli erano ora desiderosi di portarli a termine. Sua Maestà, il difensore della fede, ordinò che a Benares e in tutti i suoi domini in ogni luogo, tutti i templi dovevano essere abbattuti. E ‘stato ora riportato dalla provincia di Allahabad che nel distretto di Benares sono stati distrutti 76 templi”.

Diversi autorevoli studiosi occidentali di architettura, quali E.B.Havell, Mrs.Kenoyer e Sir W. W. Hunterhave hanno ripetutamente sostenuto che il Taj Mahal è stranamente costruito nello stile dei templi indù. La planimetria del Chandi Seva di Java è, ad esempio, identica a quella del Taj Mahal.

E. B. Havell racconta: “…l’impianto della copertura del mausoleo consiste di cinque cupole… questo impianto strutturale non è saraceno ma essenzialmente Hindu. Nell’induismo è un’architettura nota come pancharatna, il santuario-dei-cinque-gioielli o del linga-a-cinque-teste di Shiva… un esempio tipico lo si ritrova in uno dei piccoli santuari di Chandi Sewa a Prambanam, sull’isola di Java”.

La volta centrale con quattro cupole agli angoli è uno schema tipico dell’architettura indù. I quattro grandi pilastri d’angolo altrettanto (i minareti sono infatti propri solo delle moschee, non certo delle tombe): venivano usati come fari di notte e come torri di guardia di giorno. L’altare per il culto del dio indù Satyanarayan e l’altare nuziale sono sempre sorretti da quattro pilastri.

Si ritiene generalmente che la struttura a bulbo della cupola del Taj, sia stata importata in India da Samarkanda, come conseguenza della dominazione della dinastia Mogul iniziata da Babur nel XVI secolo. Tuttavia ci sono significative differenze tra le cupole arabe, come quelle visibili a Bagdad o in Egitto, quella del Taj Mahal e quelle di Samarkanda. Le cupole del Taj potrebbero dunque rappresentare una fase intermedia.

In effetti, Tamerlano invase l’India nel 1398 d.C. E dopo aver saccheggiato Delhi e le altre città, tornò a Samarkanda con un gran numero di architetti e di altri artigiani fatti schiavi per costruire la sua nuova capitale. Ora, poiché il Taj Mahal viene ufficialmente datato al 1359 mentre Tamerlano giunse più tardi, è possibile che il modello delle cupole a bulbo preesistesse in India e fu importato a Samarkhanda solo grazie agli architetti fatti schiavi da Tamerlano. Il pinnacolo del Taj Mahal, ha un significato e forme tipicamente induiste.

E’ un tridente. Una copia si trova incastonata nel marmo rosso di una delle corti laterali, quella verso oriente, verso il sole che nasce, direzione di massima importanza per l’induismo. La punta centrale è un Kalash (vaso sacro) che sorregge due foglie di mango e una noce di cocco. Non fu aggiunto posteriormente durante la colonizzazione britannica in India, a significare i simboli dell’Islam (la luna e la stella). E’ una meravigliosa opera metallurgica indiana, realizzata in metallo che non arrugginisce. Altri tridenti sono dipinti alla sommità degli archi dei quattro ingressi del complesso. Il tridente sulla sommità della cupola riporta la parola Allah, ma la sua copia nella corte orientale no. Rimarchevole poi il fatto che i “vasi” scolpiti all’interno della cornice superiore del diaframma di marmo e quelli che lo sovrastano, sono in totale 108, numero sacro per gli indù, ma non per i musulmani.

Che dire poi dell’usanza di togliere le scarpe prima di accedere al basamento su cui si erge il Taj Mahal? Risale certamente a Shahjahan. Gli indù tolgono le calzature prima di accedere a un luogo di culto, così come i musulmani. Ma né gli uni né gli altri lo farebbero mai per entrare in un cimitero dove, anzi, le scarpe sono quasi una necessità per non entrare in contatto con i corpi dei defunti.

Al museo Lucknow si conserva la stele detta di “Bateswar” (1155 a.C.), in cui è menzionata l’erezione di un tempio di un bianco così cristallino che Shiva scelse di dimorarvi anziché tornare alla sua residenza abituale (il monte Kailash). Tale stele, non proviene, come fece erroneamente supporre il nome, da un’ipotetica Bateswar, ma si trovava nel giardino del Taj Mahal e fu fatta rimuovere da Shahajan.

L’attuale ingresso, stranamente, ha sempre avuto il nome di “corte degli elefanti”. Così lo indica Thomas Twinning nel 1794. Qui dovevano trovarsi due grandi elefanti di marmo nero le cui zanne formavano un arco proprio davanti all’ingresso.

I due edifici rossi che fiancheggiano il Taj, sono ornamentati da una tripla cupola. La sua forma, inusuale in ambito islamico (è scarsamente se non per nulla rintracciabile fuori dall’India), sembra più un contributo squisitamente indiano all’architettura saracena.

Inoltre, i due edifici sarebbero rispettivamente una moschea (stranamente senza minareto) e una “sala comunitaria”. Come possono essere identici nella cultura islamica due edifici con funzioni così diverse?

A riprova, di fianco a quello indicato come moschea, c’è un padiglione chiamato Nakkar Khana (casa del tamburo). E’ un accostamento inaccettabile per l’Islam ma è perfettamente coerente con un tempio indù.

 Presso l’angolo sud-est del Taj, sono ancora visibili i resti di un antico ricovero per il bestiame reale. Un riparo per bestie è di certo un’incongruenza per una tomba islamica, ma è una necessità per un tempio indù, dove sono sempre presenti vacche sacre.

Il marmo all’esterno della camera che ospita i cenotafi è decorato con conchiglie e con la sillaba sacra “Om”. I diaframmi dell’ottagono che custodisce i cenotafi sono decorati con fiori di loto sulla sommità. Conchiglie, Om e fiori di loto sono simboli tipici della religione induista, non di quella islamica. Perfino la tomba di Humayun, ampiamente ritenuta il prototipo da cui sarebbe stato progettato il Taj, non contiene vasi a forma di loto.

Peter Murray, appena un anno dopo la morte di Mumtaz, vide il suo cenotafio e lo descrisse circondato di ringhiere d’argento inframmezzate da porte d’oro. Ma il Taj avrebbe richiesto, 22 anni di lavoro. Come potevano essere già lì? Sono elementi tipici dei templi indù, ecco perché, si trovavano già in quel posto. Il cenotafio semplicemente andò a sostituire il sacro Linga. I punti in cui la ringhiera era ancorata al pavimento si possono ancora vedere oggi, sigillati da porzioni di mosaico a tessere molto più piccole della pavimentazione circostante. Il recinto doveva essere di forma rettangolare. Nel giardino del Taj Mahal, ci sono per lo più fiori e piante da frutto. Nulla a che vedere con un luogo di sepoltura.

La cupola è espressamente concepita per funzionare come una sorta di amplificatore acustico, essenziale in un tempio indù. Una tomba invece dovrebbe essere un luogo di pace e di quiete.L’ingresso del Taj Mahal si apre verso Sud. Se si trattasse di un edificio islamico l’ingresso dovrebbe trovarsi a ovest.

Le rovine degli annessi del tempio precedente il Taj attuale sono ancora visibili lungo il fiume, dove si riconoscono anche le tracce dei ghats (gradoni rituali per le abluzioni), di piattaforme-crematorio e di un pontile per l’attracco delle imbarcazioni.

Nel 1973, inoltre, circa 6 piedi sotto l’attuale teoria di fontane di fronte al Taj Mahal, fu trovata un’altra serie di fontane. Poiché queste fontane sono precedenti alle altre, fatte edificare secondo la tradizione da Shahjahan e poiché sono comunque allineate al Taj, è ragionevole concludere che l’edificio si trovasse già lì prima che il moghul lo trasformasse in una tomba.

Il Taj possiede alcune camere inaccessibili anche al piano superiore, ma esse sono prive sul pavimento e per buona metà delle pareti di piastrelle marmoree. Non sono incomplete, ci sono tracce evidenti che essere furono spogliate dei rivestimenti.

Gli anelli di ottone, scarsamente notati, che emergono all’esterno del Taj lungo il muro sono inspiegabili per un mausoleo islamico, ma ben presenti in qualunque tempio indù in quanto vengono usati per appendere le onnipresenti lampade ad olio.

Sul soffitto della camera centrale del cenotafio è raffigurato il sole circondato dai cobra. L’astro diurno è una ridondanza per un edificio islamico, è invece un simbolo della casta indù dei guerrieri. I cobra sono animali sacri a Shiva.