BHAKTIPEDIA

IL BHAGAVATAM

La sua Filosofia, la sua Etica e la sua Teologia

di

Srila Bhaktivinoda Thakura

INTRODUZIONE

Nobile uditorio,

in genere tutti noi amiamo leggere un libro che non abbiamo mai letto prima. Siamo ansiosi di cogliere qualsiasi informazione in esso contenuta, e con tale acquisizione la nostra curiosità è appagata. Questo modo di studiare prevale fra una buona parte di lettori che, a sentir loro, sono da considerare dei grandi uomini, per lo meno in base alle loro valutazioni o a quelle di chi è del loro stesso stampo. Nella maggioranza dei casi i lettori sono, infatti, semplici depositari di fatti e dichiarazioni che provengono da altri. Ma questo non è studio.

Lo studente deve leggere i fatti allo scopo di creare, non con l’obiettivo di una ritenzione infruttuosa. Gli studenti devono riflet­tere, come satelliti, la luce ricevuta dagli autori, e non imprigionare i fatti e i pensieri, come magistrati che imprigionano i condannati in galera.

Pensare vuol dire progredire. Il pensiero dell’autore deve far pro­gredire il lettore sotto forma di correzione o di sviluppo. Allora il lettore diventa il miglior critico, qualcuno in grado di mostrare l’ul­teriore sviluppo di un antico pensiero.

Un semplice denunciante è invece il nemico del progresso e di conseguenza della Natura. “Cominciate da capo”, dice chi critica, “perché la vecchia costruzione non corrisponde più al presente. Che il vecchio autore sia seppellito perché il suo tempo è passato.”  Que­ste sono solo vuote espressioni superficiali.

Il progresso è di certo la legge della Natura, ci devono essere correzioni e sviluppi con l’andar del tempo. Ma progresso significa avanzare, ossia elevarsi. Ora, se seguiamo il nostro sciocco critico, torniamo al primo capolinea e costruiamo una nuova razza, e quan­do saremo a metà, un altro critico del suo stampo griderà: “Comin­ciate da capo, perché è stata presa la strada sbagliata”. In questo modo i nostri stupidi critici non ci permetteranno mai di percorrere l’intera strada per vedere che cosa c’è all’altro capolinea.

II critico superficiale ed il lettore infruttuoso sono perciò i due grandi nemici del progresso. Dobbiamo evitarli.

Il vero critico, d’altra parte, ci consiglia di preservare quello che abbiamo già ottenuto, e di riprendere il cammino dal punto in cui siamo arrivati sulla via del nostro progresso. Non ci consiglierà mai di tornare al punto di partenza, perché sa benissimo che in tal caso ci sarà un’inutile perdita del nostro prezioso tempo e del nostro valido lavoro. Egli dirigerà, piuttosto, l’aggiustamento dell’angolo di mar­cia dal punto in cui siamo.

Questa è anche la caratteristica dello studente pratico. Leggerà un antico autore e scoprirà la sua esatta posizione nel progresso del pensiero. Non proporrà mai di bruciare il libro basandosi sul fatto che contiene pensieri ormai diventati inutili.

Nessun pensiero è inutile. I pensieri sono mezzi attraverso i quali raggiungiamo i nostri obiettivi.

Il lettore che denuncia un cattivo pensiero non sa che una brutta strada ha ancora la capacità di migliorare e di convertirsi in una buona. Un pensiero è una strada che conduce ad un’altra strada.

Il lettore scoprirà così che un pensiero che è l’obiettivo di oggi sarà domani il mezzo di un obiettivo più avanzato. I pensieri conti­nueranno necessariamente ad essere un’interminabile serie di mezzi e di obiettivi nel progresso dell’umanità. I grandi riformatori diran­no sempre di essere apparsi non per distruggere la vecchia legge, ma per adempierla. Valmiki, Vyasa, Plato, Gesù, Maometto, Confucio e Caitanya Mahaprabhu asseriscono ciò sia espressamente, sia con la loro condotta.

II Bhagavatam, come tutte le opere religiose, gli adempimenti filosofici e gli scritti dei grandi uomini, ha risentito dell’imprudente condotta di lettori inutili e di critici stupidi. I primi hanno fatto così tanta ingiuria all’opera che hanno sorpassato i secondi nelle loro conseguenze negative. Molti uomini di brillante pensiero hanno esa­minato l’opera alla ricerca di verità e filosofia, ma il pregiudizio di cui si erano già imbevuti, sorto vedendo gli inutili lettori e la loro conseguente condotta, li ha prevenuti dal condurre una candida in­vestigazione.

Senza bisogno di citarne altri, il grande genio Raya Ram Mohan Roy, fondatore della setta del Brahmoismo, non ritenne neppure che valesse la pena di studiare questo ornamento della biblioteca reli­giosa. Egli attraversò il cancello del Vedanta, eretto dalla costruzio­ne mayavadi di Shankaracarya, e preferì dirigere i suoi passi verso una forma unitaria di fede cristiana convertita in un’apparenza in­diana.

Ram Mohan Roy era un uomo capace. Non poteva essere soddi­sfatto con la teoria dell’illusione contenuta nella filosofia mayavada di Shankara. Il suo cuore era pieno d’amore per la Natura. Egli ve­deva, attraverso l’occhio della mente, che non poteva credere alla sua identità con Dio.

Dalle restrizioni di Shankara passò a quelle del Corano. Anche lì non fu soddisfatto. Allora studiò i meravigliosi precetti di Gesù, preminenti nel loro genere, e la Sua storia, dapprima nelle traduzio­ni inglesi e infine nel greco originale, e prese rifugio sotto le sante bandiere del Riformatore Ebreo.

Ram Mohan Roy, però, era anche un patriota. Voleva emendare il suo paese così come aveva fatto con se stesso. Sapeva pienamente che la verità non appartiene esclusivamente ad un qualsiasi indivi­duo, o a qualche nazione o razza particolare. Appartiene a Dio, e l’uomo, che si trovi ai Poli o all’Equatore, ha pieno diritto di riven­dicarla come proprietà di suo Padre. Su queste basi rivendicò le verità insegnate dal Salvatore occidentale come anche sue e dei suoi compaesani, e stabilì la comunità dei Brahmo, a prescindere da quello che, nel suo stesso paese, poteva trovare nel meraviglioso Bhagavatam.l

I suoi nobili atti gli procureranno certamente un’elevata posizio­ne nella storia dei riformatori. Ad essere sinceri, però, avrebbe allo­ra potuto fare di più se avesse cominciato la sua opera di riforma dal punto in cui l’ultimo riformatore in India l’aveva lasciata. Non è affar nostro proseguir oltre su questo argomento. È sufficiente rife­rire che il Bhagavatam non attirò il genio di Ram Mohan Roy. Il suo pensiero, per quanto potente, sfortunatamente si biforcò, come una linea ferroviaria, dalla sterile stazione di Shankaracarya, senza per altro fare alcun tentativo di spingersi fino alla stazione termini del grande espositore del Bhagavatam di Nadia. Non abbiamo dubbi che il trascorrere del tempo correggerà l’errore, e con un’ulteriore estensione quel ramo di linea si perderà da qualche parte nella linea principale del progresso. Ci aspettiamo tali tentativi in un riforma­tore più capace tra i seguaci di Ram Mohan Roy.

Il Bhagavatam ha sofferto di critiche superficiali tanto da parte degli indiani che degli stranieri. Questo libro è stato maledetto e denunciato da un gran numero di nostri giovani compatrioti, che ne hanno scarsamente letto il contenuto e ancor meno hanno meditato sulla filosofia su cui è fondato. Ciò è più che altro dovuto al fatto che si sono imbevuti di un pregiudizio contrario e infondato quando erano a scuola.

Come materia del corso di studi, il Bhagavatam è stato deriso da quegli insegnanti che sono generalmente di mente ed intelletto inferiore. Non è facile per lo studente liberarsi da questo tipo di pregiudizio quando poi cresce, a meno che non studi candidamente il libro e mediti sulle dottrine del Vaisnavismo.

Ne siamo stati noi stessi testimoni diretti. Quando eravamo al­l’università, leggendo le opere filosofiche dell’occidente, e scam­biando pensieri con i pensatori del momento, avevamo contratto un certo astio verso il Bhagavatam. La grande opera sembrava un de­posito di idee scarsamente adattate al XIX secolo, e odiavamo sen­tire qualsiasi argomento in suo favore. Per noi, allora, un volume di Channing, Parker, Emerson o Newman aveva molto più peso di tut­te le opere Vaisnava. Avidamente ci riversavamo sui vari commenti della Sacra Bibbia e delle opere del Tattwa-Bondhini Sabha, che contengono estratti delle Upanishad e del Vedanta, ma nessuna opera della tradizione Vaisnava ebbe qualche predilezione da parte nostra.

Quando avanzammo nell’età e il nostro sentimento religioso ebbe un’evoluzione, ci trasformammo, per così dire, in Unitariani nel nostro credo, e pregammo come Gesù pregava nel Giardino.

Incidentalmente ci imbattemmo in uno scritto sul grande Caitanya. Leggendolo con un po’ d’attenzione, per stabilire la posizione stori­ca di quel potente genio di Nadia, abbiamo avuto l’opportunità di raccogliere le spiegazioni sul Bhagavatam da Lui date ai seguaci del Vedanta della Scuola di Benares, quelli che sono sempre pronti a discutere.

Lo studio fortuito creò in noi un amore per tutte le opere che si potevamo trovare sul nostro Salvatore orientale. Con difficoltà rac­cogliemmo i famosi kurcha in sanscrito, diari e scritti dei discepoli di Caitanya. Le spiegazioni del Bhagavatam ricevute da queste fonti avevano un carattere così affascinante che ci procurammo una copia del Bhagavatam completo e ne studiammo i versi (naturalmente difficili per coloro che non sono preparati filosoficamente) con l’as­sistenza dei famosi commenti di Sridhara Swami. Da tale studio abbiamo finalmente raccolto le vere dottrine dei Vaisnava.

Oh! Che problema liberarsi dai pregiudizi raccolti in anni d’immaturità!

Per quanto possiamo capire, nessun nemico del Vaisnavismo tro­verà qualche bellezza nel Bhagavatam. II vero critico è un giudice generoso, privo di pregiudizi e di spirito di parte. Chi nel cuore è un seguace di Maometto troverà certamente la dottrina del Nuovo Te­stamento come una falsificazione perpetrata dall’angelo caduto. D’altra parte, un cristiano che crede nella Trinità denuncerà i precet­ti di Maometto come quelli di un ambizioso riformatore.

La ragione è, semplicemente, che il critico dovrebbe avere la stessa disposizione di mente dell’autore i cui meriti gli vien richie­sto di giudicare.

I pensieri hanno differenti vie.

Chi è stato educato nei pensieri della Società Unitaria o del Vedanta della scuola di Benares, troverà a mala pena della religiosità nella fede di un Vaisnava. Un Vaisnava ignorante, da parte sua, la cui sola attività consiste nel mendicare di porta in porta nel nome di Nityananda, non troverà nessuna devozione in un cristiano. E ciò perché il Vaisnava non pensa nel modo in cui pensa il cristiano in merito alla sua stessa religione. Può darsi che tanto il cristiano che il Vaisnava esprimano lo stesso sentimento, ma non smetteranno mai la loro lotta l’un contro l’altro, solo perché sono arrivati alla loro conclusione comune attraverso differenti vie di pensiero. Negli ar­gomenti dei pii cristiani subentra così una buona dose di ingenerosità quando esprimono la loro imperfetta opinione sulla religione dei Vaisnava.

Soggetti di filosofia e teologia sono come i picchi di altissime ed inaccessibili montagne che si ergono al centro del nostro pianeta invitando attenzione ed investigazione. Pensatori e uomini di pro­fonda speculazione traggono le loro osservazioni attraverso gli stru­menti di ragione e conoscenza. Portando avanti la loro opera essi si appoggiano comunque su punti differenti. Si tratta di posizioni se­gnate dalle circostanze della loro vita filosofica e sociale, diverse come esse sono in differenti parti del mondo.

Platone guardò il picco della questione spirituale dall’occidente e Vyasa l’osservò da oriente; Confucio lo fece da ancor più ad oriente, e Schlegel, Spinoza, Kant, e Goethe dall’estremo occidente. Queste osservazioni furono fatte in differenti tempi e con differenti mezzi, ma poiché l’oggetto dell’osservazione era lo stesso, anche la con­clusione risulta la stessa. Tutti erano alla ricerca del Grande Spirito, l’anima incondizionata dell’universo. Essi poterono gettare solo un breve sguardo. Le loro parole ed espressioni sono differenti, ma il significato è lo stesso.

Cercarono di scoprire la religione assoluta e i loro sforzi furono coronati dal successo, perché Dio dà ai suoi figli tutto ciò che ha, se essi lo vogliono avere. Per percepire la bellezza delle loro conclu­sioni si richiede un cuore candido, pio, generoso e santo.

Lo spirito di parte – quel gran nemico della verità – frustrerà sem­pre i tentativi dell’indagatore che cerca di raccogliere la verità dalle opere religiose della sua nazione, e gli farà credere che la verità assoluta non è reperibile in nessun’altra parte all’infuori che nei suoi antichi libri religiosi.

Quale esempio migliore si potrebbe addurre di fatto che persino il più grande filosofo di Benares non troverà nessuna briciola di verità nella fratellanza universale dell’uomo e nella comune paterni­tà di Dio? Pensando col suo modo personale, un tale filosofo non potrà mai vedere la bellezza della fede cristiana. Il modo in cui Cristo pensava a Suo padre era amore assoluto, e fintantoché il filosofo non adotterà quel modo di pensare rimarrà sempre privo della fede assoluta predicata dal Salvatore occidentale. Similmente, il cristiano ha bisogno di adottare il modo di pensare che il seguace del Vedanta persegue prima di poter amare le conclusioni del filosofo.

II critico, perciò, dovrebbe avere un’anima comprensiva, buona, generosa, candida, imparziale e compassionevole.

“Che roba è il Bhagavatam?”, chiede il gentiluomo europeo appena arrivato in India. Il suo compagno, con un fare sereno, gli dice che il Bhagavatam è un libro, che il suo portatore dell’Orissa legge quotidianamente alla sera ad un certo numero di ascoltatori. Contiene un gergo d’incomprensibile e selvaggia letteratura di que­gli uomini che dipingono i loro nasi con un certo tipo di terra o con la pasta di legno di sandalo e portano collane di palline di legno su tutto il corpo per procurarsi la salvezza personale. Un altro dei suoi compagni, che ha viaggiato per il centro dell’India, lo contraddice immediatamente e dice che il Bhagavatam è un’opera in sanscrito rivendicata da una setta di individui, i Gosvami, che, come i Papi in Italia, danno dei mantra alla gente comune del Bengala e perdonano i peccati su pagamento d’oro sufficiente a rimborsare le loro spese sociali. Un terzo gentiluomo fornisce una terza spiegazione. Da buon giovane del Bengala, incatenato in pensieri ed idee inglesi e com­pletamente all’oscuro della storia pre-musulmana del suo stesso pa­ese, aggiunge un’ulteriore spiegazione, dicendo che il Bhagavatam è un libro che contiene un resoconto della vita di Krsna – un uomo immorale ed ambizioso! – perché questo è tutto quello che poté co­gliere da sua nonna quando ancora non andava a scuola! Così il grande Bhagavatam rimane per sempre sconosciuto agli stranieri, come l’elefante che i sei ciechi cercarono di conoscere toccando ognuno una parte diversa del corpo dell’animale.

La verità, tuttavia, è eterna e non è mai lesa e danneggiata, nem­meno per un momento, dall’ignoranza.

 

‘Questo è raccolto da quanto ha detto Ram Mohan Roy al pubblico nella prefazione delle tre dissertazioni, che scrisse sui precetti di Gesù come da lui compilati dai Vangeli e in risposta al Dr. Marshman, il Missionario di Serampore.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

I

IL SOGGETTO

Che cos’è Veramente il Bhagavatam

Ce lo dice lo stesso Bhagavatam:

nigama-kalpa-taror galitam phalam

 suka-mukhad amrta-drava-samyutam

 pibata bhagavatamam rasam alayam

 muhur aho rasika bhuvi bhavukah

  1. 1.1.3

“È il frutto dell’albero del pensiero (Veda) miscelato con il net­tare dei discorsi di Sukadeva. È il tempio dell’amore spirituale! Oh uomini religiosi! Bevete a fondo questo nettare del Bhagavatam, ripetutamente, fino a liberarvi da questa struttura mortale.”

Il Garuda Purana ed il Bhagavatam dicono ancora:

“Il Bhagavatam è composto di 18.000 versi. Contiene le parti migliori dei Veda e del Vedanta. Chiunque abbia provato il suo dol­ce nettare, non proverà più piacere nel leggere qualsiasi altro libro religioso.”

Qualsiasi lettore accorto ripeterà certamente questa lode. In India il Bhagavatam è preminentemente “Il Libro”. Una volta entra­ti, vi troverete come trapiantati, per così dire, nel mondo spirituale, dove la materia grossolana non esiste. Il vero seguace del Bhagavatam è un uomo spirituale che ha già tagliato il suo legame temporaneo con la natura fenomenica, e si è fatto residente di quella regione in cui Dio esiste ed ama eternamente. Questa possente ope­ra si fonda sull’ispirazione, e la sua composizione si basa sulla ri­flessione. Per il lettore comune non ha fascino ed è piena di difficol­tà. Siamo perciò obbligati a studiarla profondamente attraverso l’as­sistenza di grandi commentatori come Sridhar Swami, e come il Divino Caitanya ed i suoi seguaci contemporanei.

Ecco quello che il Grande Predicatore di Nadia ci dice della Base del Bhagavatam

Il grande Predicatore di Nadia, considerato divino dai suoi qua­lificati seguaci, ci informa che il Bhagavatam si basa su quattro sloka che Vyasa ricevette da Narada, il più erudito degli esseri crea­ti. Ci dice inoltre che Brahma penetrò nell’intero universo materiale per anni ed anni, alla ricerca della causa finale del mondo, ma, quando fallì nello scoprirla, rivolse lo sguardo all’interno verso la costru­zione della sua stessa natura spirituale, e là udì lo Spirito Universale che gli disse le seguenti parole:

jnanam parama-guhyam me yad vijnana-samanvitam sarahasya tad-angam ca grhana gaditam maya

yavan aham yatha-bhavo yad-rupa-guna-karmakah tathaiva tattva-vijnanam astu te mad-anugrahat

aham evasam evagre nanyad yat sad-asat param pascad aham yad etac ca yo’vasisyeta so’smy aham

rte’rtham yat pratiyeta na pratiyeta catmani tad vidyad atman mayam yathabhaso yatha tamah

          S.B. 2.9.31-34

“Prendi, oh Brahma! Ti concedo la conoscenza di Me, che è di per sé di difficile accesso, e delle Mie relazioni e trasformazioni. Tu sei un essere creato, perciò non è facile per te accettare quello che ti do, quindi ti accordo gentilmente il potere di accettare, affinché tu sia libero di capire la Mia essenza e forma, le Mie idee, proprietà e azioni con le loro varie relazioni con la conoscenza imperfetta. Io ero all’inizio, prima che tutte le cose temporali e spirituali fossero create, e dopo averle create Io sono in tutte loro nella forma della loro esistenza e veridicità, e quando se ne saranno andate tutte Io rimarrò completo com’ero e come sono. Tutto ciò che appare come reale senza esserlo e tutto ciò che non è percepito, sebbene sia vero in sé, è soggetto alla mia energia illusoria di creazione, come la luce e il buio nel mondo materiale”.’

Come Spiegare e Comprendere queste Basi del Bhagavatam

È difficile spiegare in breve quanto riportato sopra. Per la sua spiegazione bisogna leggere l’intero Bhagavatam. Quando il gran­de Vyasa ebbe eseguito gli adattamenti dei Veda e delle Upanishad, compilato i Purana con fatti raccolti da tradizioni registrate e non registrate delle varie ere, composto il Vedanta e l’enorme Mahabharata, un poema epico di gran celebrità, cominciò a medi­tare sulle sue stesse teorie e precetti, e scoprì che fino a quel mo­mento, come il Faust di Goethe, non aveva colto nessuna verità rea­le. Assorto di nuovo in sé ricercò la sua stessa natura spirituale, e fu allora che la suddetta verità gli fu comunicata per il suo stesso bene e per il bene di tutto il mondo.

Il saggio percepì subito che le sue prime opere richiedevano una revisione poiché non contenevano la completa verità, anzi non era­no altro che un oscuramento della verità. In questa nuova idea egli ricevette lo sviluppo del suo primo concetto di religione. A seguito di questo cambio cominciò la rivelazione del Bhagavatam. Da que­sto fatto, ci si aspetta che i nostri lettori scoprano la posizione di cui gode il Bhagavatam nella biblioteca delle opere teologiche indù.

‘Seguendo il discorso di Sri Caitanya a Prakasananda Sarasvati riportato nella Caitanya Caritamrta.

 

 

 

II

LE TRE GRANDI VERITÀ DI RELIGIONE ASSOLUTA

Nel suo insieme quest’opera incomparabile ci insegna, secondo il nostro Grande Caitanya, le tre grandi verità che compongono la religione assoluta dell’uomo. Il nostro Predicatore di Nadia le ha così elencate: (A) Sambandha, la relazione tra il Creatore ed il cre­ato, (B) Abhidheya, il dovere dell’uomo verso Dio e (C) Prayojana, cioè i prospetti dell’umanità. In queste tre parole è riassunto l’intero oceano della conoscenza umana finora esplorato, fino a quest’era di progresso umano. Questi sono i tre grandi punti cardinali della reli­gione e, come ci ha insegnato Sri Caitanya, l’intero Bhagavatam ne è una spiegazione sotto forma di precetti e per mezzo d’esempi.

  1. Sambandha

Questo primo punto cardinale tratta dell’instaurazione della co­noscenza della relazione che esiste tra il Creatore e la sua creazione, conoscenza che non è percepita dalle anime condizionate situate sotto la presa di Maya, l’energia avviluppante del Creatore.

Maya è un Principio in Relazione alla Creazione

In tutti i suoi dodici skandha o canti, il Bhagavatam c’insegna che c’è un solo e unico Dio, che era completo in se stesso ed è e rimarrà sempre immutabile.

Tempo e spazio, che stabiliscono delle condizioni per gli oggetti creati, sono ben al di sotto della Sua Suprema Natura Spirituale, che è incondizionata ed assoluta. Gli oggetti creati sono soggetti all’in­fluenza di tempo e spazio, che formano gli ingredienti principali di quel principio che nella creazione passa sotto il nome di Maya.

Maya è una Shakti dell’Onnipotente

Maya è qualcosa che non è facilmente compresa da noi che ne siamo assoggettati, ma Dio spiega questo principio, nella misura in cui noi lo possiamo capire nella nostra condizione attuale attraverso la percezione spirituale.

Il critico frettoloso parte come un cavallo indomito al solo nome di Maya e denuncia il tutto come una teoria identica a quella dell’ar­civescovo Berkley. “Sii paziente nella tua ricerca”, è l’immediata risposta che gli possiamo dare.

Nella mente di Dio ci sono le idee di tutto quello che noi perce­piamo nell’eterna esistenza con Lui, se così non fosse Egli perde­rebbe il titolo di onnisciente così sapientemente applicatoGli. An­che la parte imperfetta della natura, che implica mancanza o non esistenza di sostanza, scaturisce da alcune di queste idee. Che altro se non un principio di Maya, che esiste eternamente in Dio ed è soggetto alla Sua onnipotenza, avrebbe potuto intervenire nella cre­azione del mondo così com’è? Questa è chiamata Maya-shakti dell’onnipresente Dio. Cerca pure tutti i cavilli che vuoi. Questa è una verità concernente l’universo creato.

Maya Interviene tra noi e Dio

Questa Maya interviene tra noi e Dio fino a che non diventiamo spirituali. Solo quando siamo in grado di spezzare i suoi legami, persino in questa struttura mortale, impariamo ad accomunare la nostra natura spirituale con l’Incondizionato e l’Assoluto.

No, Maya non significa solo `una cosa falsa’,  significa anche `occultamento dell’eterna verità’. La creazione non è Maya stessa, ma è soggetta a quel principio. Di certo la teoria è idealistica, ma è stata degradata a livello di sciocchezza dovuto a errate spiegazioni.

Il materialista ride della teoria astratta chiedendo come potrebbe il suo corpo, l’acqua, l’aria e la terra essere semplici idee senza en­tità, e giustamente ironizza prendendo in mano il libro di Shankaracarya come zimbello finale della sua ridicolaggine.’

L’Idealista è anche un Dualista

II vero idealista dev’essere anche un dualista. Deve credere in tutto ciò che percepisce come natura creata da Dio, piena di relazione ed essenza spirituali, ma non deve credere che l’apparenza ester­na sia la verità.

Perché la Natura è anche Vera

II Bhagavatam insegna che tutto quello che in modo salutare noi percepiamo è vero, ma la sua apparenza materiale è transitoria ed illusoria. Lo scandalo della teoria idealistica consiste nella sua tendenza a falsificare la natura, ma la teoria com’è spiegata nel Bhagavatam rende vera la natura, anche se non eternamente come Dio e le Sue idee. Che male ci può essere che l’uomo creda nella natura come spiritualmente vera e che le relazioni fisiche e le fasi della società siano puramente spirituali?

Ma Maya è il Principio che Interviene, Soggioga e Reprime fino a che non si Raggiunge la Liberazione.

No, non è semplicemente un cambiamento di nome, è un muta­mento anche in natura. La natura è eternamente spirituale, ma l’in­tervento di Maya la rende grossolana e materiale.

L’uomo, nel suo progresso nella religione, cerca di scrollarsi di dosso questo concetto grossolano come infantile e sciocco nella sua natura e, soggiogando il principio di Maya che interviene, vive in continua unione con Dio nella sua natura spirituale. Il successo rag­giunto nel liberarsi da questo legame è la salvezza della natura uma­na. L’uomo che ha ottenuto la salvezza dirà liberamente a suo fratel­lo, “Se vuoi vedere Dio, guarda me, e se vuoi essere uno con Dio devi seguirmi”.

Il Bhagavatam ci insegna questa relazione tra l’uomo e Dio e tutti noi dobbiamo acquisire questa conoscenza. Questa sublime verità è il punto in cui il materialista e l’idealista devono incontrarsi come fratelli della stessa scuola, e questo è il punto a cui tende tutta la filosofia. Questo è chiamato sambhandha jnana del Bhagavatam o, in altre parole, la conoscenza della relazione tra il condizionato e l’assoluto.

 

  1. Abhidheya

È il Dovere dell’Uomo verso Dio.

Dobbiamo ora cercare di spiegare il secondo grande principio insegnato dal Bhagavatam: il principio del dovere verso Dio. L’uo­mo deve spiritualmente adorare il suo Dio.

Ci sono tre modi in cui il creatore è adorato dal creato.

vadanti tat tattva vidas tattvam yaj jnanam advayam brahmeti paramatmeti bhagavan iti sabdyate

 S.Bh.1.2.11

“Tutti i teologi sono d’accordo sul fatto che ci sia un solo e unico Dio, ma sono in disaccordo nel dare un nome comune a quel Dio, dovuto ai differenti modi di adorazione che essi adottano secondo la costituzione della loro rispettiva mente. Alcuni lo chiamano con il nome di Brahman, altri con quello di Paramatma e altri con quello di Bhagavan.”

Coloro che adorano Dio come infinitamente grande, nel princi­pio di ammirazione, lo chiamano con il nome di Brahman. Questo sentimento è chiamato jnana o conoscenza.

Coloro che adorano Dio come l’Anima Universale, nel principio di unione spirituale con Lui, gli danno il nome di Paramatma. Que­sto è yoga.

Coloro che adorano Dio come l’onnipotente, con tutto il cuore, il corpo e la forza, lo chiamano Bhagavan. Quest’ultimo principio è bhakti.

Il libro che prescrive la relazione e l’adorazione di Bhagavan, si procura per sé il nome di Bhagavatam e anche l’adoratore è chia­mato con lo stesso nome. 2

Questo è il Bhagavatam che è decisamente il libro per tutte le classi di teisti. Se adoriamo spiritualmente Dio come il Tutto Asso­luto con il cuore, il corpo e la forza, siamo tutti dei Bhagavata e conduciamo una vita di spiritualismo, che né l’adoratore del Brahman, né lo yogi che unisce la sua anima con il Paramatma, l’Anima Universale, può raggiungere.

La Superiorità del Bhagavatam

nella Sintesi di Tutti i Tipi di Adorazioni Teiste

La superiorità del Bhagavatam consiste nell’unire tutti i tipi di adorazione teiste in un eccellente principio della natura umana che prende il nome di bhakti. Questa parola non ha equivalenti nelle altre lingue. Religiosità, devozione, rassegnazione e puro amore spirituale con qualsiasi tipo di supplica, eccetto che nel modo di pentimento, compongono il sommo principio della bhakti. Il Bhagavatam ci dice di adorare Dio in quel grande ed inestimabile principio che è infinitamente superiore alla conoscenza umana e al principio dello yoga.

Abhidheya è il  Principio della Bhakti in Cinque Graduali Livelli di Sviluppo

Il nostro breve intervento non ci permetterà una spiegazione del principio della bhakti che sorge meravigliosamente dal suo primo stadio d’applicazione, come adorazione brahminica nella forma di ammirazione, livello denominato santa-rasa, fino al quinto livello, il più elevato, di assoluta unione in amore con Dio, dolcemente chia­mato madhurya-rasa di prema bhakti.

Una spiegazione completa richiederebbe un gran volume che non è qui nostra intenzione comporre. È sufficiente dire che il principio di bhakti passa attraverso cinque distinti livelli nel corso del suo sviluppo nella sua suprema e purissima forma³. E poi, quando raggiunge l’ultima forma, è suscettibile di ulteriore progresso dal livel­lo di prema (amore) a quello di mahabhava, che è in effetti una completa transizione nell’universo spirituale, dove Dio solo è lo sposo delle nostre anime nello stato più puro.

Bhagavatam è l’Illustrazione di Bhakti, l’Effettivo Abhidheya

Il voluminoso Bhagavatam non è niente di più che una comple­ta illustrazione di questo principio di continuo sviluppo e progresso dell’anima, dalla materia grossolana al totalmente perfetto Spirito Universale distintamente caratterizzato come: trascendentale, per­sonale, eterno, assolutamente libero, onnipotente ed infinitamente intelligente. Non c’è niente di grossolano o materiale in questo pro­cesso. Tutto è spirituale.

Per imprimere quest’immagine spirituale nello studente che ten­ta di apprenderla, sono stati presi dei paragoni dal mondo materiale, che non possono far a meno di convincere l’ignorante e il princi­piante o colui che non è pratico in questo processo. Gli esempi ma­teriali sono assolutamente necessari per la spiegazione delle idee spirituali. Il Bhagavatam crede che lo spirito della natura ne sia la verità e l’unica parte pratica di essa.

Il Fenomenico non è Altro che un’Ombra dello Spirituale

L’apparizione fenomenica della natura è veramente teoretica, sebbene abbia avuto il posto di massimo diritto sul nostro credo sin dai giorni della nostra infanzia. L’apparenza esteriore della natura non è altro che un indizio sicuro della sua fase spirituale. I paragoni sono perciò necessari.

La natura, come appare davanti ai nostri occhi, deve spiegare lo spirito, o altrimenti la verità rimarrà sempre celata, e l’uomo non si eleverà mai dalla fanciullezza, sebbene barba e baffi diventino bian­chi come le nevi dell’Himalaya. L’intera filosofia morale ed intel­lettuale è spiegata dalla materia stessa.

Emerson dimostra in modo meraviglioso come tutte le parole presenti nella filosofia morale originariamente provengano da nomi di oggetti materiali. Le parole cuore, testa, spirito, pensiero, corag­gio, audacia erano originariamente nomi comuni di alcuni corrispon­denti oggetti nel mondo materiale.

Le Immagini Materiali ci Imprimono il Concetto Spirituale di Religione

Tutte le idee spirituali sono analogamente immagini tratte dal mondo materiale, perché la materia è il dizionario dello spirito, e le immagini materiali sono solo le ombre delle faccende spirituali che il nostro occhio materiale riporta alla nostra percezione spirituale.

Dio, nella sua infinita bontà e gentilezza, ha stabilito quest’infal­libile connessione tra la verità e l’ombra per imprimere su di noi la verità eterna che ci ha riservato.

L’orologio spiega il tempo, l’alfabeto indica una riserva di cono­scenza acquisita, la meravigliosa tonalità o melodia di un harmonium dà l’idea di eterna armonia nel mondo spirituale, l’oggi, il domani, e il dopodomani instillano in noi il concetto inafferrabile di eternità, e similmente le immagini materiali imprimono sulla nostra natura il vero concetto spirituale di religione.

È su queste ragionevoli basi che Vyasa adottò il modo di spiega­re la nostra adorazione spirituale con alcuni tipi di fenomeni mate­riali, che corrispondono alla verità spirituale. Il nostro obiettivo non è quello di entrare nei dettagli. Non possiamo perciò soffermarci a citare degli esempi nel breve lasso di tempo di questa conferenza.

Coltivazione dei Sentimenti nella Bhakti

Nell’undicesimo canto del Bhagavatam troviamo anche la par­te pratica della questione. Tutti i modi in cui un uomo può adde­strarsi fino a prema bhakti, come spiegato sopra, sono stati ampia­mente descritti.

Ci è stato innanzitutto consigliato di convertirci in più che grati servitori di Dio in riferimento alla nostra relazione con i nostri confratelli.

La nostra natura è stata descritta come portatrice di tre differenti fasi di tutto ciò che ci succede nel mondo. Esse sono chiamate sattva, raja e tama.

Sattva-guna è quella caratteristica nella nostra natura che è pura­mente buona per quanto possa esser pura nella nostra condizione presente. Raja-guna non è né buona né cattiva. Tama è cattiva.

I nostri pravritti, ossia tendenze ed affetti, sono descritti come la sorgente principale di tutte le nostre azioni, ed è nostro scopo nella vita e nel comportamento, come pure nel pensiero, educare questi affetti e tendenze allo standard di sattva-guna come sancito dal prin­cipio morale.

Ma Prima di Tutto Dobbiamo Osservare i Preliminari

Tuttavia questo non è facilmente attuabile. Tutti i semi delle no­stre azioni devono essere attentamente protetti dall’influenza del tama-guna, il principio malefico, adottando dapprima il raja-guna. Quando ciò è avvenuto, si dovrebbe soggiogare il raja-guna attra­verso il naturale sattva-guna che, quando è coltivato, è il più poten­te dei tre.

Lussuria, pigrizia, atti peccaminosi e degradazione della natura umana per mezzo di principi intossicanti, sono descritti come ap­partenenti esclusivamente al tama-guna, l’aspetto malefico della natura. Questi devono essere controllati da (a) matrimonio, (b) ope­re utili, (c-d) astinenza dall’intossicazione e dal causare problemi agli animali inferiori.

Così, quando il raja-guna ha raggiunto la supremazia nel cuore, è nostro dovere convertirlo in sattva-guna che è preminentemente buono.

L’amore coniugale, che è stato dapprima coltivato, viene ora sublimato nell’amore spirituale santo e buono, cioè l’amore tra ani­ma ed anima.

Il lavoro utile sarà ora convertito in un’opera d’amore e non sarà più frutto del disgusto o dell’obbligo.

All’astinenza dalle attività malvagie sarà fatta perdere la sua ap­parenza negativa e sarà convertita in opera buona e positiva.

Dobbiamo allora vedere tutti gli esseri viventi nella stessa luce con cui guardiamo noi stessi, dobbiamo cioè convertire il nostro egoismo in tutte le attività possibili e disinteressate verso tutti colo­ro che ci circondano.

Amore, carità, atti buoni, e devozione a Dio saranno la nostra unica occupazione. Diventeremo così i servitori di Dio obbedendo ai Suoi elevati e santi desideri.

Allora Inizia la Bhakti

Qui iniziamo ad essere bhakta e siamo suscettibili d’ulteriore avanzamento nella nostra natura spirituale, come abbiamo descritto sopra. Tutto questo è compreso nel termine abhidheya, il secondo punto cardinale nella suprema opera religiosa, il Bhagavatam.

Ora abbiamo davanti a noi i primi due punti cardinali nella no­stra religione, spiegati in un modo o nell’altro nei termini e nei pen­sieri espressi dal nostro Salvatore che visse solo quattro secoli fa nel meraviglioso villaggio di Nadia, situato sulle rive del Bhagirathi. Dobbiamo ora procedere verso l’ultimo punto cardinale denomina­to dal grande riformatore come prayojana o aspettativa.

  1. PRAYOJANA

Assicurazione delle Aspettative dell’Umanità

Qual’è l’obiettivo del nostro sviluppo spirituale, della nostra pre­ghiera, devozione e unione con Dio?

Il Bhagavatam ci dice che l’obiettivo non è il godimento o il dispiacere, ma il continuo progresso nel raggiungere perfettamente la santità spirituale e la simmetria o armonia, sia all’interno che tut­t’intorno, nella perfetta beatitudine.

Nei libri comuni della religione indù in cui il raja e tama-guna sono stati descritti come le vie della religione, troviamo la descri­zione di un paradiso ed un inferno locale; il paradiso è bello come qualsiasi cosa sulla terra e l’inferno è orrendo come qualsiasi immagine  del male. Oltre a questo paradiso abbiamo molti altri luoghi dove le anime buone sono mandate sulla via della promozione. Ci sono 84 divisioni dell’inferno stesso, alcune più terribili di quelli che Milton ha descritto nel suo “Paradiso Perduto”. Queste sono certamente poetiche ed erano originariamente create dai governato­ri del paese per frenare gli atti malvagi degli ignoranti, che non sono capaci di comprendere le conclusioni della filosofia.

Il Bhagavatam non Permette Immaginazione Poetica al di Fuori del Fatto Spirituale

La religione del Bhagavatam è libera da tale immaginazione poetica. Infatti in alcuni dei capitoli troviamo descrizioni di questi paradisi ed inferni, e racconti di storie curiose, ma in qualche parte del libro siamo stati avvisati di non accettarli come fatti reali, bensì di trattarli come invenzioni per impaurire i peccaminosi e migliora­re la persona semplice e l’ignorante.

Il Bhagavatam ci racconta certamente di una condizione di ri­compensa e punizione nel futuro in accordo ai nostri atti nella nostra presente situazione. Tutte le invenzioni poetiche, di là di questo fat­to spirituale, sono state descritte come affermazioni prese a prestito da altre opere per mantenere alcune antiche tradizioni in questo li­bro che le sostituisce completamente tutte e mette fine alla necessità del loro immagazzinamento.

Bhagavatam è il Compendio di Tutta la Filosofia e la Cultura Indù

Se tutte le opere teologiche indù che precedevano il Bhagavatam fossero state bruciate come la Biblioteca di Alessandria d’Egitto, e solo il sacro Bhagavatam fosse stato preservato così com’è, non un frammento della filosofia degli indù, eccetto quella parte che ri­guarda le sette atee, sarebbe andato perso. Il Bhagavatam può es­sere perciò denominato sia come opera religiosa sia come un com­pendio di tutta la storia, cultura e filosofia indù.

Il Bhagavatamam non Permette Petizione

Il Bhagavatam non permette ai suoi seguaci di chiedere qualcos’altro a Dio se non amore eterno verso di Lui.’ Il regno del mondo, le bellezze del paradiso e la sovranità sul mondo materiale non sono mai gli obiettivi della preghiera di un vaisnava.

I Vaisnava Pregano per la Bhakti

II Vaisnava con docilità ed umiltà dice: “Padre, Signore, Dio, Amico, e Marito dell’anima! Lodato sia il Tuo nome! Non Ti avvi­cino per chiederTi niente di quello che Tu già mi hai dato. Ho pec­cato contro di Te ed ora mi pento e sollecito il Tuo perdono. Che Tua santità tocchi a livello di anima e mi liberi dalla grossolanità. Che il mio spirito sia in tutta umiltà dedicato completamente al Tuo servizio nel sentimento di amore assoluto verso di Te. Ti ho chiama­to mio Dio, fa’ sì che quest’anima sia ispirata nell’ammirazione del­la Tua grandezza. Mi sono riferito a Te come mio Signore, fa’ sì che quest’anima sia fermamente dedicata al tuo servizio. Ti ho chiamato amico mio, fa’ sì che quest’anima rimanga sopraffatta dall’amore reverenziale verso di Te e non dal timore e dalla paura. Ti ho chia­mato mio marito, fa’ sì che la mia natura spirituale sia in eterna unione con Te, in una relazione di amore eterno, senza mai provare né paura né disgusto. Padre, fammi avere la forza sufficiente per venire a Te in quanto unico consorte di quest’anima, affinché pos­siamo essere uno nell’amore eterno! Sia pace al mondo!”

L’Obiettivo della Ricerca del Vaisnava è l’Amore Divino

Di tale natura è la preghiera del Bhagavatam. Chi può avere il privilegio di leggere il libro troverà la forma suprema di preghiera nell’espressione di Prahlada verso l’Anima Universale ed Onnipresente, con i poteri di convertire tutta la forza profana nella docile sottomissione o nel totale annientamento. Questa preghiera mostrerà brevemente il fine e l’obiettivo della vita del Vaisnava. Egli non ha alcuna ambizione di essere il re di una certa parte del l’universo nella sua vita successiva dopo la morte, né teme un infer­no locale, ardente e turbolento, idea che avrebbe fatto rizzare al gio­vane Amleto i capelli come aghi del porcospino.

L’idea di salvezza del Vaisnava non è un totale annientamento della sua esistenza personale, come pensano i buddisti e le 24 divi­nità dei Jain!

Il Vaisnava è il più docile di tutte le creature ed è completamente libero da ogni ambizione. Dopo la morte vuole servire Dio spiri­tualmente come Lo ha servito in questa vita sia nello spirito sia nella materia. La sua costituzione è un puro spirito ed il suo obiettivo supremo di vita è il raggiungimento del santo e divino amore sia qui che nell’aldilà.

Coesistenza dell’Anima Vaisnava e dell’Anima Universale

Qui può sorgere un dubbio filosofico. Come potrà l’anima che dimora in una forma umana avere un’esistenza distinta, separata dal­l’Anima Universale, quando la parte grossolana della costituzione umana non ci sarà più?

Il Vaisnava non può rispondere, né qualsiasi uomo sulla terra può farlo in modo soddisfacente. II Vaisnava risponde docilmente, sente la verità, ma non può capirla in modo da spiegarla.

Il Bhagavatam afferma semplicemente che quando si libera dalla materia grossolana l’anima che ha accettato i principi Vaisnava avrà per sempre un’esistenza distinta non in tempo e spazio, bensì spiri­tualmente, nell’eterno regno spirituale di Dio dove l’amore è vita. Speranza, carità e continua crescita dell’estasi senza mutamento sono le sue varie dimostrazioni.

 

Due Errori nel Concepire l’Idea di Dio

Nel comprendere la vera essenza della Divinità due grandi errori ci affrontano e ci spaventano, riportandoci all’ignoranza e alla sua soddisfazione.

Uno di essi è l’idea che Dio sia di là di tutti gli attributi, tanto materiali che spirituali, e di conseguenza sia al di sopra di ogni con-cetto. Questa può essere una nobile ma inutile idea. Se Dio è al di sopra d’ogni concetto e non ha nessuna simpatia per il mondo, come fu dunque possibile questa creazione? E questo universo composto di proprietà fattibili? Come hanno potuto essere evidenziate le di­stinzioni e le fasi d’esistenza? E testimoniate le differenze di valo­re? E uomo, donna, bestia, alberi, magnetismo, elettricità, paesag­gio, acqua e fuoco essere distintamente visti? In tal caso la teoria Mayavadi di Shankaracarya sarebbe stata la filosofia assoluta.

L’altro errore è che Dio sia un insieme di tutti gli attributi, tipo intelligenza, verità, virtù e potere. Anche questa è un’idea ridicola. Proprietà disseminate non possono mai costituire un essere. È anco­ra più impossibile nei casi di compresenza di principi incoerenti, incompatibili, mutuamente opposti o persino belligeranti, come Giu­stizia e Misericordia, Pienezza e Potere creativo e così via. Entram­be le idee sono perciò imperfette.

Armonia del Bhagavatam

La verità, com’è affermata nel Bhagavatam, è che le qualità, sebbene molte di loro siano opposte e belligeranti in natura, sono unite in un Essere spirituale dove hanno pienamente conformità, unità, sintonia e perfetta armonia. Certamente questo va ben oltre la nostra comprensione. Ciò dipende dal fatto che la nostra natura è limitata, mentre la natura di Dio è infinita.

Le nostre idee sono forzate e limitate dall’idea di spazio e tem­po, ma Dio è al di sopra d’ogni sorta di limite o costrizione. Questo è un barlume della Verità e dobbiamo considerarlo come la Verità Stessa.

Spesso, dice Emerson, un barlume di verità è meglio di un siste­ma aggiustato alla meglio, ed è nel giusto.

La Divinità Spirituale del Bhagavatam

II Bhagavatam ha perciò una Divinità supremamente spirituale, trascendentale, personale, onnisciente, attiva, assolutamente libera, santa, buona, onnipotente, onnipresente, giusta, e misericordiosa senza pari, che crea e mantiene tutto quello che c’è nell’universo. L’obiettivo supremo del vaisnava è quello di servire per sempre questo Essere Infinito, spiritualmente, nell’attività di Amore Assoluto.

Vyasa, l’Eminente Compilatore del Bhagavatam

Questi sono i principi fondamentali della filosofia e della reli­gione infusa dall’opera, chiamata Bhagavatam; e Vyasa, nella sua gran saggezza, cercò al suo meglio di spiegare questi principi con l’aiuto d’immagini percepibili nel mondo materiale.

Senza dubbio il critico superficiale rifiuterà sommariamente e con ostinazione questo gran filosofo considerandolo un semplice adoratore dell’uomo. Potrebbe addirittura arrivare a scandalizzarsi di lui considerandolo un maestro di amore materiale e dei principi ingiuriosi dell’ascetismo fine a se stesso.

Il critico dovrebbe dapprima leggere profondamente le pagine del Bhagavatam e affinare la sua mente alla migliore e più elegante filosofia eclettica che il mondo abbia mai ottenuto, e poi, ne siamo certi, loderà quel gran rettore dell’università di teologia di Badarikasram che visse non meno di 4000 anni fa.

La mente superficiale del critico sarà indubbiamente cambiata, se solo saprà riflettere su un unico grande e fondamentale punto: come potrebbe essere possibile che uno spiritualista di un certo gra­do e scuola come Vyasa, mentre insegna i migliori principi del teismo attraverso tutto il Bhagavatam e compone i quattro versi citati al­l’inizio come le fondamenta della sua potente opera, possa aver cre­ato nel sistema di credenze degli uomini l’idea che la connessione sensuale tra un uomo e certe donne sia l’obiettivo supremo d’adora­zione? Questo è puramente impossibile, caro il mio critico!

Vyasa non avrebbe proprio potuto insegnare ad un comune vayragi, un rinuncinate, di stabilire un Akhra, un luogo d’adorazio­ne, con un certo numero di donne al suo seguito! Vyasa, che c’inse­gnò ripetutamente in tutto il Bhagavatam che i piaceri sensuali sono momentanei come i piaceri che scaturiscono dal grattarsi una mano che prude, e che il dovere supremo dell’uomo è avere amore spiri­tuale verso Dio, non avrebbe mai potuto prescrivere un’adorazione, o persino una qualche indulgenza, verso i piaceri sensuali.’

Le sue descrizioni sono indubbiamente completamente spirituali e voi non dovete unire ad esse la materia del mondo grossolano. Seguendo questo consiglio, caro critico, analizza il Bhagavatam e non ho dubbi che in tre mesi tu piangerai e ti pentirai davanti a Dio di aver disprezzato questa grande e nobile rivelazione che emana dal cuore e dal cervello del grande Badarayana.

Il Filosofo ed il Riformatore sono Sempre Fraintesi

Sì, ci dite nobilmente che tali paragoni filosofici hanno prodotto dei danni nell’ignorante e nello spensierato. Sottolineate nobilmen­te gli atti immorali di alcuni pervertiti e comuni vayragi, che senza vergogna hanno l’audacia di chiamarsi “seguaci del Bhagavatam e del grande Caitanya”. Voi ci dite nobilmente che Vyasa, a meno che non sia spiegato puramente, può condurre migliaia di uomini a tro­varsi in futuro di fronte ad un gran rischio e a un gran problema. Ma caro il mio critico! Studiati la storia delle epoche e dei paesi. Dove hai trovato il filosofo ed il riformatore pienamente compresi dalla gente?

La religione popolare è timore di Dio e non è il puro amore spi­rituale che Platone, Vyasa, Gesù e Caitanya hanno insegnato alle loro rispettive genti. Che tu dia l’assoluta religione in raffigurazioni o semplici espressioni, o la insegni con i libri o con discorsi orali, l’ignorante e lo spensierato devono comunque degradarla.

È davvero molto facile dirlo ed è altrettanto dolce da ascoltare che la Verità Assoluta ha una tale affinità con l’anima che si trova nella forma umana che l’Una passa nell’altra in modo intuitivo. E ancor più facile è dire che non è necessario nessuno sforzo per inse­gnare i precetti della vera religione. Questa è un’idea ingannevole.

Può essere vero per l’etica e per il semplice alfabeto della reli­gione, ma non per la forma suprema di fede dove si richiede un’ani­ma elevata per poter capire. Ciò richiede certamente una precedente educazione dell’anima negli elementi della religione, proprio come lo studente delle frazioni deve prima aver imparato i numeri e le cifre elementari d’aritmetica e geometria. Dire che “la verità è buo-na” è una verità elementare, facilmente afferrabile dalla gente co­mune. Ma se dici ad una qualsiasi persona ordinaria e comune, pri­va d’istruzione in materia, che Dio è infinitamente intelligente e po­tente nella sua natura spirituale, sicuramente concepirà un’idea to­talmente diversa da quella che volevi indicare nella tua espressione.

L’Aapprezzamento di una Verità Superiore Richiede una Precedente Istruzione

Tutte le verità superiori, sebbene intuitive, sono realizzabili solo sulla base di una precedente istruzione che inizi dai più semplici ed elementari principi della religione.

La religione più pura è quella che dà l’idea più pura di Dio, e la religione Assoluta richiede da parte dell’uomo una concezione as­soluta della sua stessa natura spirituale.

Com’è possibile allora che l’ignorante sia mai capace di rag­giungere la religione Assoluta fintantoché rimane ignorante di inse­gnamenti e filosofia basilari della religione? È solo quando il pen­siero si risveglia che il pensatore non rimane più ignorante e diventa naturalmente capace di ottenere un’idea assoluta della religione.

Questa è una verità e Dio l’ha resa tale nella Sua infinita virtù, imparzialità e misericordia. Il lavoro ha il suo salario, ma il pigro non deve mai essere ricompensato. Più è elevato il lavoro, più gran­de è la ricompensa: è una massima valida anche per la verità.

Lo sconsiderato deve necessariamente rimanere soddisfatto con la semplice superstizione finché non si sveglia e non apre gli occhi al Dio dell’amore.

Infinita Misericordia del Riformatore Sri Caitanya nel Suo Spiegare il Bhagavatam

I riformatori, dovuto al loro amore universale e alla loro preoc­cupazione di far del bene a tutti, in un modo o nell’altro si sforzano sempre con sincerità per far bere allo sconsiderato la tazza della salvezza; ma quest’ultimo la beve con il vino e cade intorpidito sul pavimento sotto l’influenza dell’intossicazione, perché l’immaginazione ha anche il potere di dar forma a qualcosa che non c’è mai stata. È in questo modo che cominciarono i mali dei conventi e le corruzioni degli akhra. No, non dobbiamo minimizzare e diffamare il Salvatore di Gerusalemme o il Salvatore di Nadia per questi sus­seguenti mali di alcuni seguaci pervertiti. Invece di tali critici a buon mercato, i Luterani sono quelli che vogliamo per la correzione di quei mali, attraverso la vera interpretazione dei precetti originali.

I Principi del Bhagavatam di Libertà e Progresso

Altri due principi caratterizzano il Bhagavatam: la libertà e il continuo progresso dell’anima nell’eternità.

Il Bhagavatam ci insegna che come la diede a Vyasa, Dio dà a tutti noi la Verità quando la cerchiamo con intenso desiderio.

La verità è eterna e inesauribile. L’anima riceve una rivelazione della Verità solo quando la brama veramente.

Le anime dei grandi pensatori di epoche antiche, che ora vivono spiritualmente, spesso avvicinano il nostro spirito inquisitivo e lo assistono nel suo appropriato e graduale sviluppo. Così Vyasa fu assistito da Narada e da Brahma.

Come la Verità Cambia nel Tempo Passando Attraverso Differenti Mani

I nostri innumerevoli sastra, o libri di pensiero, ora non conten­gono tutto quello che potremmo ottenere dal Padre Infinito. Nessun libro è privo d’errori. La rivelazione di Dio è senza dubbio Verità Assoluta, ma è scarsamente ricevuta e preservata nella sua purezza naturale e intatta.

Nel Bhagavatam, canto 11 capitolo 14, ci è stato consigliato di credere che la Verità, quando rivelata, è Assoluta, ma è soggetta ad essere imbevuta con la tintura della natura del ricevente nel corso del tempo ed è così completamente cambiata e convertita in errore attraverso un continuo scambio di mani di era in era. Di conseguen­za, per preservare la verità nella sua originale purezza, sono conti­nuamente necessarie le rivelazioni sincere dalle fonti autentiche.

Di qui la Necessità della Libertà

Con questo siamo avvertiti di star attenti nei nostri studi di anti­chi autori, per quanto saggi essi siano reputati. In questo campo abbiamo la piena libertà di rifiutare qualsiasi idea sbagliata, non sanzionata dalla pace della coscienza.

L’Esperienza Personale di Vyasa a questo Proposito

Vyasa non era soddisfatto di quello che aveva già raccolto nei Veda, adattato nei Purana e composto nel Mahabharata.

La pace della sua coscienza non sanciva le sue passate opere. Dall’interno gli dettò: “No Vyasa! Non puoi rimaner contento con le immagini errate della verità che ti furono necessariamente presentate dai saggi dei giorni passati! Devi bussare tu stesso alla porta dell’inesauribile magazzino della verità da cui i primi saggi attinsero la loro ricchezza d’ispirazione. Vai, elevati alla fonte della verità dove nessun pellegrino trova una qualsiasi delusione.” Vyasa lo fece e ottenne quello che desiderava.

A tutti noi è stato consigliato di fare altrettanto.

La libertà è perciò il principio che dobbiamo apprezzare come il dono più prezioso di Dio.

Non dobbiamo permettere a noi stessi di essere semplicemente condotti da quelli che vissero e pensarono prima di noi. Dobbiamo pensare per noi stessi e cercare di ottenere per noi ulteriori verità che sono ancora da scoprire o non sono adatte, nelle presenti condizioni e circostanze, al proposito della nostra realizza­zione delle medesime.

Nel Bhagavatam 11.21.23 ci è stato consigliato di accettare lo spirito degli sastra e non le semplici parole.

Il Bhagavatam si erge perciò come una religione di libertà, di genuina verità e di amore assoluto.

E anche la Necessità del Principio di Progresso

L’altra caratteristica è il progresso. Certamente la libertà è il pa­dre di tutti i progressi. La santa libertà è la causa del continuo pro­gresso, su su nell’eternità e in interminabili attività d’amore.

La libertà abusata causa la degradazione e il Vaisnava deve sem­pre usare attentamente questo benevolo e bellissimo dono di Dio. Il progresso del Bhagavatam è descritto come il sorgere dell’anima dalla Natura su fino alla Natura di Dio, da Maya, l’Energia Assoluta ed Infinita fino alla trascendentale Persona Assoluta stessa.

Così il Bhagavatam dice di sé:

“È il frutto dell’albero del pensiero, miscelato con il nettare dei discorsi di Sukadeva. È il tempio dell’amore spirituale! Oh uomini di religiosità! Bevete a fondo questo nettare del Bhagavatam, ripetutamente, sino a che non vi sarete liberati di questa struttura mortale!”

Poi con la stessa disposizione il Saragrahi o Vaisnava progressista aggiunge:

“Quel frutto dell’albero del pensiero è una composizione di principi dolci ed opposti. Oh uomini di religiosità, come l’ape prende il miele dal fiore, bevete il principio dolce e rigettate quello che non lo è.”

L’Aspetto Esteriore del Bhagavatam viene qui Difeso

Il Bhagavatam è indubbiamente un’opera difficile e, dove non si riferisce a descrizioni pittoresche di vita tradizionale e poetica, la sua letteratura è inflessibile e le sue sezioni sono coperte dal costu­me di una forma non usuale di poesia sanscrita. Le opere di filosofia devono necessariamente essere di questo carattere.

Sono perciò richiesti commenti e note per assisterci nel nostro studio dell’opera. Il miglior commentatore è Sridhar Swami e l’in­terprete più autentico è il nostro grande e nobile Caitanyadeva.

Dio benedice lo spirito delle nostre nobili guide per il nostro bene eterno.

Le nostre Nobili Guide nella Comprensione del Bhagavatam

Queste grandi anime non erano semplici luminari, come comete che appaiono nel firmamento per qualche tempo e scompaiono non appena la loro missione è compiuta.

Essi sono come molti soli che brillano in continuazione per dare luce e calore alle generazioni che si succedono.

Deve trascorrere ancora molto tempo prima che siano sostituiti da altri di calibro, mente sublime e bellezza come loro.

La nostra Preziosa Guida è Vyasa il Grande

I versi di Vyasa risuonano ancora nelle orecchie di tutti i teisti come se qualche gran spirito li stesse ancora cantando da lontano! Badarikasram! Che nome maestoso! Il posto di Vyasa e della sele­zionata religione di pensiero!

Il viaggiatore ci informa che quella terra è fredda! Quanto poten­temente il genio di Vyasa generò il calore della filosofia in una tale regione perpetuamente fredda e nevosa!

Non solo riscaldò quella località, ma mandò il suo sereno raggio verso spiagge lontane!

Come il grande Napoleone nel mondo politico, lui abbatté gli imperi e i regni della passata ed antica filosofia con il potente colpo dei suoi pensieri trascendentali!

Questo è vero potere!

La filosofia atea di Sankhya, di Charbak, dei Jain e dei Buddisti rabbrividiva di paura all’eroico approccio dei sentimenti spirituali e delle creazioni del filosofo del Bhagavatam.

L’esercito degli atei era composto di creature grossolane ed im­potenti, come le legioni che stavano sotto la bandiera del caduto Lucifero; ma i puri, santi e spirituali soldati di Vyasa, mandati dal suo onnipotente padre sono invincibilmente duri verso il nemico e distruttivi di tutto ciò che è empio e infondato.

Le nostre Guide Successive sono gli Acarya

Colui che opera alla luce di Dio vede le più minuscole cose nella creazione, colui che brandisce il potere di Dio è invincibile e gran­de, e colui che compie la sua missione destinata, con la santità di Dio nel cuore, non trova difficoltà nel compimento del suo dovere contro cose e pensieri empi.

Dio opera attraverso i Suoi agenti e questi agenti sono denomi­nati da Vyasa stesso come le incarnazioni del potere di Dio.

Tutte le grandi anime erano incarnazioni di questa classe e ne abbiamo l’autorevole prova nel Bhagavatam stesso:

“Oh Brahmana! Dio è l’anima del principio della virtù! Le incar­nazioni di quel principio sono innumerevoli! Come migliaia di corsi d’acqua sgorgano da un inesauribile fonte, così queste incarnazioni non sono altro che emanazioni di quell’energia infinitamente buona di Dio che è sempre piena.”     ‘

Il Bhagavatam ci permette perciò di chiamare Vyasa e Narada dei shaktyavesha avatara dell’infinita energia di Dio, e lo spirito di questo verso si spinge fino ad onorare tutti i grandi riformatori ed insegnanti che vissero, e che in futuro vivranno, in questo paese o in altri.

II Vaisnava è pronto ad onorare tutti i grandi uomini, senza di­stinzione di colore o di casta, perché sono colmi dell’energia di Dio.

Com’è Universale la Religione del Bhagavatam

Osservate come sia universale la religione del Bhagavatam. Non è destinata solo ad una certa classe di indù, ma è un dono all’umanità, nel suo insieme, qual che sia il paese di nascita, la so­cietà che ci ha allevato e la cultura che si possiede.

In breve, Vaisnavismo è l’Amore Assoluto che lega tutti gli uo­mini insieme nell’infinito, incondizionato e assoluto Dio.

 

Invocazione

Possa la pace regnare suprema in tutto l’universo nello sviluppo continuo della sua purezza attraverso gli sforzi dei futuri eroi, che saranno benedetti, secondo la promessa del Bhagavatam, con po­teri ottenuti dal Padre Onnipotente, il creatore, conservatore e di­struttore di tutte le cose sia in cielo sia in terra.

¹Il Padma Purana mette nella bocca di Siva la seguente espressione, e Caitanya mette ben in risalto questo testo nella sua denuncia al pensiero mayavada di Shankara:

mayavadamasacchastram pracchannavoddhameva ca mayaiva kathitam devi] kalau brahmana rupina Padma Purana, Uttara 25.7

“La filosofia maya è buddismo velato ed io (il deva del tamo-guna) ho dato espressione ad essa prendendo la forma di un brahmino, vale a dire Shankaracarya.”

²Questa spiegazione è presa da ciò che Caitanya disse a Sanatana(C.C. Madhya 20.157)

³I cinque livelli sono chiamati: santa, dasya, sakhya, vatsalya e madhurya.

4 Nel Shagavatam 3.26.13 Kapiladeva dice a Sua madre: “Dio offre ai Suoi servitori tutti i tipi di felici­tà, ma essi non vogliono nient’altro che il Suo santo servizio.”

5 Vyasa stesso temeva queste stupide critiche e, per prevenire la degradazione dei suoi principi spirituali, nel terzo canto diede il seguente avvertimento attraverso la bocca di Kapila: “La compagnia di una donna, o di un uomo che coltiva amicizia con la donna con un cuore immorale, è molto nociva per l’uomo di temperamento religioso.”

 

 

 

 

IL DISCORSO DEL BHAGAVATAM

Tre Sezioni Distinte e Cardinali degli Insegnamenti

L’insegnamento dello Srimad Bhagavatam si articola in tre di­stinte parti, a seconda che si tratti di: (a) sambandha o relazione, (b) abhidheya o la funzione o attività che si riferisce alla relazione e (c) prayojana o oggetto o frutto di tale attività.

L’Esposizione Analitica di Srila Jiva Gosvami

Gli aforismi delle Upanishad, che contengono l’insegnamento supremo della letteratura vedica, sono presentati sotto forma di un sistematico discorso sulla conoscenza poi sintetizzato sotto l’inte­stazione sambandha, abhidheya, e prayojana nella compilazione del Brahmasutra o Vedanta. Nel suo Sat-sandarbha, Srila Jiva Gosvami ha applicato lo stesso metodo di trattamento ai contenuti del Bhagavatam, riconosciuto come unico autentico bhasya, o com­mento meditato, del Vedanta.

Sandarbha di Srila Jiva Gosvamí

II primo dei sei Sandarbha, cioè il Tattva-sandarbha, è dedicato alla delucidazione dell’epistemologia della conoscenza trascenden­tale e, di passaggio, discute lo scopo e la definizione dei principi di classificazione del Vedanta. Fornisce, proprio come se lo fosse, la chiave della conoscenza che è trattata nei dettagli nei suoi susse­guenti cinque Sandarbha. Ha reso possibile lo studio comparativo della religione sull’unica scientifica ed ammissibile base. Le sue conclusioni principali sono perciò riassunte nella parte che segue come preliminari allo studio e all’apprezzamento degli insegnamenti del Bhagavatam.

Epistemologia Trascendentale

Sri Krsna ed i Suoi Poteri

Sri Krsna, la Realtà Ultima, è l’Uno senza pari. Sri Krsna, l’As­soluto completo in sé, è distinto dalla Sua shakti o controparte (fra­zione) con tutte le sue parti frazionarie integrate e suddivisibili nella loro manifestazione sintetica e analitica.

Sri Krsna è l’Assoluto Predominante.

La Sua shakti è l’Assoluto predominato, nelle tre fasi distinte di rappresentazione, nelle posizioni di antaranga, tatastha e bahiranga, rispettivamente.

Antaranga Shakti

Antaranga è quella che si riferisce all’Entità propria della Perso­na Assoluta. Per questa ragione è chiamata anche svarupa shakti. Il significato letterale della parola antaranga è : `ciò che appartiene al corpo interiore’.

Shakti si può tradurre come `potenza’ o `energia’.

Tatastha Shakti

Tatastha letteralmente significa: `ciò che si trova sull’indefinibi­le linea di confine tra terra ed acqua’.

Questa potenza intermedia non appartiene a nessuna ben definibile regione della persona di Sri Krsna. Si manifesta sulla linea di confi­ne tra il corpo interiore ed esteriore dell’Assoluto.

Bahiranga Shakti

Il potere che si manifesta sul corpo esteriore è bahiranga shakti. Poiché non c’è dualità tra il Corpo e l’Entità della Persona Assoluta, la distinzione tra posizioni interne, esterne e marginali del Suo cor­po è solo in termini della realizzazione dell’anima individuale.

L’Entità Soggettiva di Sri Krsna

Sebbene Sri Krsna sia l’Uno senza pari, Egli ha le Sue molteplici forme, che corrispondono al grado e alla varietà delle Sue manife­stazioni soggettive. L’entità soggettiva di Sri Krsna non è soggetta ad alcuna trasformazione.

Le Sue differenti forme sono, perciò, aspetti distinti della stessa unica forma, visti così come si manifestano alle differenti attitudini dei Suoi servitori.

Le Potenze di Sri Krsna Trasformabili Secondo i1 Suo Volere

Ma la potenza di Sri Krsna è tuttavia trasformabile per volere supremo di Sri Krsna stesso.

Queste trasformazioni della potenza, nei casi di antaranga e tatastha shakti, sono dei processi eterni.

Nel caso di bahiranga-shakti le trasformazioni della potenza sono invece manifestazioni temporanee.

Il mondo fenomenico, o per meglio dire l’universo, è il prodotto della potenza esterna di Sri Krsna.

Il reame Assoluto è la trasformazione della potenza interna.

Le anime individuali sono le trasformazioni della potenza mar­ginale.

Il concetto di parinati, o cambio di costituzione, non è applicabile alle trasformazioni della potenza interna e di quella marginale. Tro­va applicazione solo nelle trasformazioni della potenza esterna.

Le eterne trasformazioni della potenza interna sono chiamate tad­rupa-vaibhava o esposizione della connotazione dell’aspetto visi­bile della divinità’.

Le anime individuali, jiva, sono le eterne emanazioni infinitesimali della potenza marginale.

Esse sono capaci di servire con sottomissione la potenza interna, ma sono anche simultaneamente suscettibili di dissociazione dal­l’opera della potenza interna.

La Scuola Visistadvaita di Sri Ramanuja Avallata dagli Insegnamenti di Sri Caitanya

Il concetto di shakti o Assoluto predominato, e le trasformazioni e prodotti dello stesso, è stato sviluppato da Sri Ramanuja con il proposito di opposizione, allo scopo di controbattere le pretese del­la scuola impersonalista di kevaladvaitavad avanzate nei confronti della sanzione Vedica (o più propriamente delle Upanishad) in sup­porto al suo slogan di indifferenziato monismo.

Il sistema di Sri Ramanuja è chiamato Visistadvaita. Egli dimo­stra che l’unità dell’Assoluto non è colpita o ostacolata dall’esisten­za, come entità, della Sua connotazione attributiva e dalle attività di servizio di tale entità derivanti da ciò. L’insegnamento di Sri Caitanya, che è identico a quello del Bhagavatam, integra e sviluppa questo concetto di shakti di Sri Ramanuja nei più importanti aspetti.

Come l’Attitudine di Differenti Metodi giunge alle Anime Individuali

Nel Bhagavatam, 1.2.11, Sri Krsna è definito Advaya jnana, termine che può corrispondere a `Conoscenza Assoluta’. Di conse­guenza la Conoscenza Assoluta non può essere sfidata. Per una reci­proca comprensione da parte delle anime individuali, in altro modo costituzionalmente inadatte persino a tale approccio, la si può avvi­cinare solo attraverso il metodo della completa auto-sottomissione.

L’epistemologia trascendentale è fondamentalmente differenziata dalla teoria della conoscenza empirica per quanto riguarda la rela­zione, la funzione e l’oggetto per la semplice ragione che la prima si riferisce ad entità che sono situate totalmente al di là dell’intera sfe­ra del dogmatico sforzo cognitivo normalmente esercibile dall’illu­sa gente comune del mondo per i propri scopi terreni temporanei.

Dovuto alle peculiari caratteristiche della loro posizione infinitesimale, marginale ed essenzialmente di natura spirituale, tut­te le anime individuali hanno la libertà costituzionale di esercitare l’opzione di scelta tra lo stato di completo abbandono servizievole e l’attiva o passiva ostilità verso Sri Krsna. Queste opposte attitudini conducono le anime individuali ad adottare differenti metodi per la realizzazione dei loro rispettivi fini.

Applicazione e Risultato di tali Metodi

Quei metodi adottati per la pratica dell’attiva ostilità verso l’As­soluto sono chiamati pratyaksha (percezione individuale diretta) e paroksha (associata percezione collettiva da parte di molte persone, passate e presenti).                                                                             .

Il metodo aparoksha (il metodo di liberarsi dalla percezione in­dividuale e collettiva) conduce, invece, alla posizione di neutralità. I metodi pratyaksha e paroksha sono diametralmente opposti ai metodi approvati dal Bhagavatam per la ricerca della Verità.     Anche il metodo aparoksha tende ad un risultato insano e nega­tivo se cerca di ergersi sul semplice rifiuto dei metodi pratyaksha e paraksha senza cercare di progredire verso la trascendenza positiva. Tale politica inattiva potrebbe, in ultima analisi, risolversi in ostilità passiva verso l’Assoluto e come tale è ancor più condannabile del­l’aperta ostilità.

Nessun metodo che sia più o meno mosso dall’intenzione o dal­l’effettiva azione di ignorare, sfidare o opporsi all’assoluta supre­mazia di Sri Krsna può tuttavia essere riconosciuto come adatto allo scopo della ricerca della Verità.

In altre parole, le anime individuali non possono comprendere la natura soggettiva dell’Assoluto se non con il sincero esercizio della loro più completa subordinazione a Sri Krsna e al Suo potere interno.

La Causa del Fallimento dell’Anima Individuale nella Ricerca della Verità

Il fallimento da parte delle anime individuali di trovare la Verità è causato dalla loro stessa innata perversità. Esse possiedono la per­fetta libertà di scelta fra la completa servitù a Sri Krsna e l’ostilità passiva o attiva verso di Lui. Non c’è altra alternativa per loro. Se scelgono di rifiutare di servire devono manifestare ostilità o indifferenza verso l’Assoluto.

L’anima individuale perversa non è ostacolata nell’esercizio atti­vo di questa sua libertà costituzionale di scelta.

Per mezzo del prodigioso artifizio della potenza illudente di Sri Krsna le è tuttavia permesso di esercitare la funzione d’ostilità e d’indifferenza entro dei considerevoli limiti atti a dissuadere.

L’esercizio continuato e deliberato, da parte dell’anima indivi­duale perversa, di tale ostilità ed indifferenza verso l’Assoluto si dimostra inevitabilmente nel rifiuto suicida di tutte le attività e pos­sibilità spirituali da parte dell’offensore intenzionale.

Metodi Infusi dal Bhagavatam

I metodi che sono adottati per praticare l’attiva e completa subordinazione all’Assoluto sono rispettivamente denominati: adhokshaja (metodo esteriore o reverenziale di servire l’Oggetto trascendentale di adorazione), e aprakrita (metodo interiore o con­fidenziale di servizio all’Assoluto).

Il Bhagavatam insegna e divulga la ricerca dell’Assoluto con questi due metodi.

Condannando i metodi pratyaksha e paroksha, riconosce però un uso appropriato del metodo aparoksha.

I metodi pratyaksha, paroksha e il passivo aparoksha sono nell’insieme chiamati aroha o processo ascendente.

Gli adeguati metodi aparoksha, adhokshaja e aprakrita costitu­iscono avaroha o processo discendente.

Adottando il processo ascendente, l’anima individuale perversa si sforza di causare la sua fine suicida attraverso la perversa mani­polazione negativa e favorevole dell’esperienza mondana ottenuta attraverso la percezione sensoriale diretta e indiretta.

Seguendo il processo discendente, l’anima è invece capacitata di nuovo a sforzarsi per la realizzazione del puro servizio reso all’As­soluto attraverso l’onesto esercizio della sua attitudine ricettiva, senza metter riserve all’Iniziativa dell’Assoluto quando Si compiace di discendere al piano della minuscola cognizione perversa dell’anima.

Risultati Ottenibili dai Differenti Metodi

I frutti realizzabili con i differenti metodi di sforzo individuale corrispondono alla particolare natura dello scopo che si ha in vista. I metodi paroksha e pratyaksha mirano a dharma (virtù), artha (profitto), e kama (gratificazione dei sensi). L’errato metodo aparoksha mira alla pseudo-moksha (annientamento). II giusto me­todo aparoksha mira alla positiva trascendenza. I1 metodo adhokshaja mira alla bhakti o al trascendentale servizio reverenziale verso l’Assoluto. Il metodo aprakrita ha in vista la realizzazione di prema o Amore Divino.

L’Inizio del Puro Metodo Teista

Il puro teismo inizia con la prima apparizione del desiderio posi­tivo per il servizio dell’Assoluto localizzato al di là della sfera della nostra attività sensoria¹. Esso comporta la chiara percezione del fat­to che l’esercizio di tutta l’attività empirica non è nient’altro che la deliberata pratica della perversa ostilità verso la supremazia Assolu­ta di Sri Krsna.

La parola adhokshaja, che nel Bhagavatam è applicata all’og­getto d’adorazione, si riferisce al fatto che Sri Krsna Si è riservato il diritto di non essere esibito ai sensi umani. Solo i metodi teisti di­ventano pertanto idonei all’approccio e alla comprensione della vera Entità dell’Assoluto.

A coloro che si ribellano volontariamente alla supremazia di Sri Krsna, dovuto alla loro adozione di attività sensoria, è impedito ogni accesso alla Sua presenza attraverso la cooperazione della potenza di illusione di Krsna. L’anima individuale è sempre suscettibile ad essere così illusa da Maya, la potenza limitante.

Questi effetti e queste risultanti condizioni, derivanti dalla prati­ca di attività sensorie in questo reame mondano di limitata esisten­za, sono prodotti e forniti da Maya allo scopo di correggere la per­versità suicida delle anime ribelli.

Le Vie Intermedie di Jnana e Karma

È in questo modo che una persona avversa al servizio di Sri Krsna è fatta procedere lungo le vie di karma e jnana con il processo ascen­dente per raccogliere l’amara esperienza di tale pratica di perversa ostilità verso Sri Krsna e il proprio sé.

Questo mondo è abitato da persone che sono deliberatamente dedite a questa linea suicida. Si sono incondizionatamente affidate al processo ascendente per soggiornare in questo reame di ignoranza.

Il metodo è ulteriormente caratterizzato dall’assunzione ipocrita della validità di un’esperienza conseguita attraverso i sensi nel prov­vedere guida progressiva nella loro ricerca di uno stato di perfetta felicità.

Avaroha o Metodo Discendente

Il metodo di ricerca nel quale la Verità Stessa prende l’iniziativa di rivelarSi è chiamato avaroha o processo discendente.

L’anima individuale non può avere alcun accesso all’Assoluto a ragion veduta della sua infinitesimale dissociabile posizione margi­nale e della sua stessa natura come minuscola emanazione di potere.

Essa può, tuttavia, avere la visione della Verità, ma solo quando l’Assoluto Si compiace di manifestare la Sua discesa a questo stesso piano della sua minuscola cognizione.

Così si Viene a Conoscenza della Discesa dell’Assoluto

Il vero teismo non può iniziare fin quando l’anima individuale non è in grado, grazie alla manifestazione della discesa dell’Assolu­to, di avere l’opportunità di dedicarsi al Suo servizio.

L’Assoluto manifesta la sua discesa nella forma del Nama2 sulle labbra dei Suoi puri devoti.

Diksha3 alla acquiescente cognizione ricettiva dell’anima indi­viduale, da parte degli agenti autorizzati dell’Assoluto, è la maniera Vedica di iniziazione nella conoscenza trascendentale.

Il Nama è l’oggetto d’adorazione di tutte le anime pure. Il servi­zio trascendentale del Nama, o bhakti, è l’appropriata funzione di tutte le anime e l’unico modo di ricerca della verità.

La Ricerca di questo Giusto Metodo per la Perfezione

Il perseguimento di questo giusto metodo di ricerca conduce gra­dualmente ad una crescente perfezione della bhakti e alla progressi­va comprensione della natura soggettiva dell’oggetto d’adorazione.

Il Bhagavatam usa la pregnante espressione `cosa veramente vera’ (vastaba vastu4) per denotare l’Entità il cui servizio è realizzabile con e nel giusto metodo di ricerca.

In conseguenza il Bhagavatam distingue tra verità apparente e verità reale, sperimentate rispettivamente da chi segue i metodi di ricerca ascendenti e da chi segue quelli discendenti5.

Ammette l’esistenza di una verità apparente e quella dei seguaci di tale verità apparente, accanto alla vera verità e ai servitori della vera verità6.

Concezione Graduale delle Fasi della Personalità Trascendentale

La vera concezione dell’Assoluto è compresa seguendo il giusto metodo di ricerca. Nei shattvata sastra la Realtà ultima è chiamata Brahman, Paramatma e Bhagavan.

La concezione del Brahman sottolinea la necessità di escludere l’illusoriamente concreta, limitata esperienza dei seguaci della veri­tà apparente.

La concezione di Paramatma cerca di stabilire una connessione tangibile tra questo mondo temporaneo e la realtà ultima. Entrambe queste concezioni presentano una visione dell’Asso­luto non solo imperfetta, ma anche grossolanamente deviante.

La concezione di Bhagavan come Personalità Trascendentale, avvicinabile solo attraverso suddha bhakti o incontaminata devo­zione dell’anima, corrisponde alla completa realizzazione dell’As­soluto che necessariamente accomoda e fa da supplemento anche alle rivali concezioni di Brahman e Paramatma.

La visione comparativa dei tre concetti è chiaramente enunciata in un passaggio del Karcha di Svarupa Damodara citato nel Caitanya­caritamrta 1.2.10-11. È anche affermato da Sri Eva Gosvami nel Tattva-sandarbha 8.

Il Metodo della Bhakti Armonizza Trascendenza e Immanenza

II concetto di Brahman è frainteso dagli esclusivi monisti (della scuola Kevaladvaita di Shankara) che abbastanza fraudolentemente suppon­gono che tale concezione neghi Personalità e Figura trascendentali dell’Assoluto.

La radice dell’errore sta nell’apprensione della scuola impersonalista che questa sorta d’ammissione di concretezza nell’Assoluto risulte­rà poi nell’importazione degli aspetti indesiderabili di verità appa­rente, sperimentata nei metodi di percezione sensoria, nel concetto trascendentale della Realtà Assoluta accreditata dalle scritture.

Il metodo di suddha bhakti, pur riconoscendo pienamente la ne­cessità di ammettere la Natura Trascendentale della Realtà Ultima, non nega affatto la connessione immanente e trascendente dell’As­soluto con l’esistenza mondana manifestata.

Gli yogi cercano di riconoscere, in un modo offensivo e sbaglia­to, questa sorta di connessione anche nel concetto di Paramatma. Il concetto di Bhagavan, tuttavia, compreso attraverso il proces­so di suddha bhakti, armonizza questi rispettivi requisiti come sem­plici aspetti secondari della Vera Personalità Trascendentale dell’As­soluto.

Solo i metodi di ricerca adhokshaja e aprakrita possono tende­re a tale comprensione.

La Natura Soggettiva della Personalità Assoluta è Proporzionata a tale Armonia.

Sambandha, o relazione, implica un riferimento numerico.

La Verità Ultima è Colui che non ha eguali, sebbene gli aspetti dell’Assoluto possano dimostrarsi in modo diverso a differenti occhi. L’unità della Realtà Ultima presenta un’affinità con l’unità della concezione matematica, rivelandosi come l’oggetto di adorazione (Sri Krsna) e manifestando la Sua shakti nei suoi tre aspetti, nelle sue trasformazioni e nei suoi prodotti.

Sotto il termine `relazione’ vengono perciò allegate tutte quelle parti dell’insegnamento del Bhagavatam che rivelano la conoscen­za della natura soggettiva di Sri Krsna, della Sua Shakti o potenza in tutti i suoi tre aspetti, ed anche la natura soggettiva delle attività dei differenti aspetti del potere.

Sotto abhidheya, o funzione, sono incluse tutte quelle parti del­l’insegnamento del Bhagavatam che rivelano la natura dell’adora­zione trascendentale e, negativamente, quelle dell’attività d’avver­sione a Sri Krsna.

Sotto prayojana, o frutto, sono incluse quelle porzioni dell’inse­gnamento del Bhagavatam che trattano di prema o amore spiritua­le e, negativamente, di dharma (virtù), artha (utilità materiale), kama (lussuria), e moksha (assorbimento nell’Assoluto).

Jiva Gosvami è il Portavoce del Bhagavatam

Queste definizioni di relazione, funzione e frutto sono fornite da Srila Jiva Gosvami nel suo Tattva-sandarbha come un preliminare al suo trattamento comparativo del tema del Bhagavatam sotto quei rispettivi titoli.

L’idea di relazione, funzione e frutto differisce nel caso dei se­guaci dei differenti metodi di ricerca della verità.

Sambandha o Relazione

Solo le considerazioni epistemologiche qui sopra dettagliate, se­guendo le linee dello studio di Sri Ava Gosvami, possono metterci in grado di capire, in qualsiasi forma razionale, la genesi delle con­cezioni errate che sono state generate dal pensare empirico sulla natura della Personalità Divina (Puroshottama) che è rivelata nelle Upanishad e, in una forma sprovvista di ambiguità, nel Bhagavatam.

L’Adorazione della Personalità Divina è la Funzione dell’Anima

Il Bhagavatam mira al culmine della personalità (Puroshottama) in Sri Krsna7. L’adorazione di Sri Krsna è l’unica funzione integra, non adulterata di tutte le anime, l’unica adorazione teista completa. Tutte le altre forme di adorazione rappresentano l’infinità di grada­zioni di approccio verso questa adorazione completa. .

La Personalità Divina Reciproca in Accordo alle Attitudini degli Adoratori

Il puro teismo, che coinvolge la relazione attiva reciproca del­l’anima con la Divinità, non ha inizio fin quando non c’è una effet­tiva comprensione della Personalità Trascendentale di Bhagavan Sri Krsna.

Il grado di questa comprensione corrisponde a quello dell’attitu­dine d’amore della Sua adorazione.

L’appropriata forma di Sri Krsna (svayam-rupa) è identica al­l’entità di Sri Krsna, ed è di per sé unica. C’è un’infinità di aspetti della forma divina che emanano dalla forma stessa (svayam-rupa).

Questi molteplici aspetti della forma divina sono della natura di identità, manifestazioni, espansioni, parti plenarie, parti plenarie di parti, divinità discendenti (avatara).

Questi aspetti divini, che sono parti infinitesimali della Divinità nella sua pienezza, sono adorati attraverso la corrispondente attitu­dine d’amore dei loro rispettivi adoratori.

Aspetti della Sua Shakti

Sri Krsna possiede un potere infinito (shakti). Tre aspetti della sua shakti sono distinguibili dall’anima individuale. Essi sono: svarupa-shakti, jiva-shakti e maya-shakti.

 

Relazione tra Personalità e Shakti

Il potere di Sri Krsna si associa a Lui in una relazione inseparabi­le. La personalità di shakti è perciò quella di controparte completa dell’Assoluto nei suoi tre aspetti e nelle loro trasformazioni.

La relazione di servizio sussiste tra Sri Krsna e il suo potere in tutti i suoi aspetti e trasformazioni. Gli aspetti infiniti della Persona­lità Divina stessa, emananti dalla forma in sé (svayam-rupa), sono in relazione a Sri Krsna come Divinità-servitrici che sono in posses­so del potere.

Ordine di Classificazione di Estensione della Personalità Divina

Queste persone divine mostrano un ordine di classificazione nel­le categorie di Svayam prakasha (manifestazione in Sé), Tad-ekatma­rupa (forme essenzialmente identiche) e Avesha-rupa (la forma della superimposizione divina).

Di queste, Svayam prakasha è come se fosse la controparte di Svayam-rupa ed è anch’essa di là di ogni paragone. Tad-ekatma­rupa e Avesha-rupa sono molteplici.

Il resoconto della Personalità Divina in tutti i Suoi aspetti è det­tagliato nel Brhad-Bhagavatamamrta di Sri Sanatana Gosvami, condensato nel Caitanya-caritamrta Madhya 20.165-374.

Ognuna di queste Persone Divine possiede il Suo proprio reame assoluto (Vaikuntha) dove è servita da un’infinità di Suoi servitori. Questi pianeti Vaikuntha trascendono gli innumerevoli mondi di limitata esistenza che costituiscono il reame della potenza di illusio­ne (Maya).

Possessione di Eccellenze Divine

Sri Krsna possiede 64 eccellenze divine (aprakrita guna)8. Sri Narayana, il supremo oggetto d’adorazione reverenziale, possiede 60 delle piene perfezioni di Eccellenza Divina. Brahma e Rudra, che governano i delegati poteri di creazione e distruzione mondana. possiedono 55 eccellenze, ma non nella loro piena misura divina. Questi dettagli concreti sono rivelati nei Purana ed elaborati nelle opere dei Gosvami.

L’indicazione dell’eccellenza suprema della Personalità di Sri Krsna è fornita dal principio di rasa che è definito da Sri Rupa come: “quell’estatico principio di concentrata delizia che è assaporata da Sri Krsna e in sequela reciprocata dalla servente anima individuale sul piano che trascende il pensiero mondano”.

Sri Krsna è la Forma stessa di tutta la cerchia del nettareo princi­pio di rasa (Akhila-rasamrita-murti)’°. Essendo il supremo deposi­to di tutti i rasa, la forma di Krsna eccelle tutti gli altri aspetti della Personalità Divina.

La Svarupa Shakti è l’Assoluto Predominante

Il possessore supremo di potere, Sri Krsna è inseparabilmente unito alla sua antaranga-shakti o potere intrinseco nella Sua Stessa Forma.

Il Bhagavatam si riferisce al servizio di una particolare gopi (il cui nome letteralmente significa “colei che è pienamente idonea al servizio di Sri Krsna”), come prediletto da Sri Krsna rispetto a quello di tutte le altre.

In altre parole, la svarupa o antaranga-shakti è una ed unica, ed è infinitamente perfetta. Lei è “l’Assoluto affascinato”, ed ha la Sua propria figura specifica, quella di Sri Radhika.

I due aspetti di svarupa-shakti, ossia tatastha-shakti e maya o bahiranga-shakti, si rivelano nelle regioni intermedie ed esterne della Forma Divina.

Le jiva, le anime individuali, sono emanazioni infinitesimali staccabili della tatastha-shakti che compartono l’essenza del potere spirituale plenario. Le anime individuali appaiono sul confine tra le zone interne e le zone esterne della potenza divina. Non hanno locus standi nella loro condizione nascente o stato tatastha. Sono eterna­mente esposte ai due poli di opposte attrazioni esercitate da svarupa­shakti e maya-shakti.                                                                 :

La loro giusta affinità è con la svarupa-shakti, ma sono suscetti­bili ad essere, a loro scelta, soggiogate da maya-shakti. Se esse scel­gono di essere servitrici di maya-shakti, sono soggette a non essere più consapevoli della loro vera natura divina, il che risulta in con­fermata avversione al servizio di Sri Krsna: In questo modo viene fuori l’ingannata condizione delle anime individuali che soggiorna­no nel reame di Maya.

Le nature delle anime individuali nella loro condizione nascente e il reame di Maya sono rispettivamente paragonabili alle zone este­riori di penombra e di ombra del Sole, mentre la posizione di antaranga-shakti è come la sfera interna di luce che è la dimora appropriata del deva del Sole che in questo caso corrisponde a Sri Krsna.

Le anime individuali sono emanazioni infinitesimali divisibili del potere marginale localizzato sulla linea di confine ed esposto alle opposte spinte di svarupa e maya-shakti. Sono da un lato di­stinte dalle emanazioni plenarie, dalle manifestazioni e dai multipli di svarupa-shakti e dall’altro dai prodotti di maya-shakti.

Nella sua nascente posizione marginale, l’anima individuale è confrontata con l’alternativa di scelta tra la devozione al potere ple­nario da una parte e l’apparente dominazione sul potere ingannevo­le dall’altra.

Quando sceglie la seconda alternativa, dimentica la sua relazio­ne di servizio di devozione con la potenza interna e la sua devozione a Sri Krsna per mezzo di tale servizio.

Non è mai possibile per l’anima condizionata comprendere la natura del servizio di Sri Krsna reso dalla Sua potenza interna. C’è, perciò, una distinzione categorica tra la funzione delle anime indivi­duali e quella della potenza interna persino sul piano del servizio.

Chi legge in modo superficiale il commento di Sridhara Swami sul Bhagavatam è soggetto a non afferrare l’importanza di questa distinzione che non è stata esplicitamente sostenuta dal commenta­tore. Basandosi sulla sinteticità di Sridhara, chiunque sia portato a supporre che la funzione delle anime individuali sia identica a quel­la della potenza interna è soggetto a cadere nell’abbaglio del filantropismo.

Sridhara Swami non dev’essere neanche considerato un apparte­nente alla scuola del monismo esclusivo, com’è opinione di certi eruditi della scuola impersonalista.

Nel suo commento al Bhagavatam Sridhara Swami ha descritto con vero intuito esoterico le funzioni di Ramadevi e delle altre espan­sioni della forma di Sri Radhika, la potenza plenaria interna. Egli è l’autorevole commentatore dell’eterno lila della Personalità Divina nei Suoi differenti aspetti ed avatara” .

Storicamente Sridhara Swami appartiene alla scuola di Visnu Swami, l’espositore della scuola suddhadvaita, e professa la pura devozione a Nrsimha Vsnu.

All’incompletezza di Sridhara Swami supplisce il sistema acintya­bheda-abheda proposto da Mahaprabhu Sri Krsna Caitanya. Negli scritti di Sri Rupa, Sanatana, Eva e Krsnadas Kaviraj, e nei commenti di Sri Visvanatha Cakravarti, il tema del funzionamento della potenza interna e delle anime individuali è stato trattato in tutti i suoi dettagli alla luce della dottrina acintya-bheda-abheda.

Ciò costituisce il contributo più distintivo del Vaisnavismo Gaudiya alla causa del puro teismo.

La traccia per lo studio comparativo dell’attività del potere sul piano trascendentale è fornito dalla narrazione della danza rasa nel Bhagavatam. Nonostante la sua reticenza in questo particolare aspet­to, il sistema suddhadvaita non è incompatibile con il Vaisnavismo Gaudiya. Né Ramanuja né Madhva hanno trattato il soggetto del funzionamento del potere in modo così elaborato.

Quando l’anima individuale sceglie l’alternativa della devozio­ne senza riserve alla potenza interna, ha accesso al servizio dell’inal­terata Personalità dell’Assoluto.

Lo stato di kaivalya menzionato nel Bhagavatam, 1.7.23, è la condizione di pura devozione all’Inalterata Personalità dell’Assolu­to. Ciò è spiegato anche, in quel senso, nel commento di Sridhara Swami. Questo puro servizio, che fu promulgato dalla scuola di Visnu Swami, a cui Sridhara Swami appartiene, forma la base dell’inse­gnamento del Bhagavatam.

I monisti esclusivi immaginano che la figura dell’oggetto di ado­razione esista solo nell’universo mondano e che, anche nella posizione finale, non ci sia nessuna attività di adorazione. In altre parole essi negano la possibilità dei fila o attività eterne e trascendentali di Sri Krsna.

Il Bhagavatam decisamente rifiuta nei termini più espliciti que­sta infondata opinione 12.

Nell’attività trascendentale di suddha-bhakti c’è assenza totale di qualsiasi riferimento mondano. I monisti esclusivi negano la pos­sibilità della totale assenza di tutti i riferimenti mondani nella mani­festazione trascendentale. È assurdo catalogare Sridhara Swami, che è il commentatore standard del fila trascendentale descritto nel Bhagavatam, con i monisti esclusivi che negano la possibilità stes­sa di attività trascendentale. Il termine `attività’ non è sinonimo di lila. Esso corrisponde a kriya o attività mondana. L’attività trascen­dentale non ha né inizio né fine. C’è, naturalmente, relatività nel lila, ma non è la corrotta relatività dell’attività mondana o kriya. La nozione che i fila possono avere una fine è dovuta all’ignorante con­fusione tra i concetti di fila e kriya. Suddha-bhakti appartiene alla categoria dei fila.

A Vrindavana le gopi servono Sri Krsna con un non-convenzio­nale affettuoso amore. Se non si crede per principio, dovuto al pro­prio ignorante giudizio perverso, alla natura assolutamente morige­rata di qualsiasi incontaminata attività svolta sul piano di Vraja, la suprema eccellenza di questo servizio non può essere ammessa.

La funzione delle anime condizionate è di due tipi. La funzione che è fornita dal sistema varnasrama per le anime condizionate non è contrapposta alla suddha-bhakti.

Il Bhagavatam ha trattato il sistema varnasrama dal punto di vista della devozione pura. Ha pertanto fornito un modo intelligente di vedere la situazione delle anime condizionate durante il loro sog­giorno nel mondo materiale.

Il valore spirituale del sistema varnasrama è dovuto al fatto che ammette la possibilità dell’attività delle anime condizionate, in quanto dotate di riflessa qualità spirituale per il fatto di essere dirette verso il puro servizio dell’Assoluto sul piano trascendentale.

È lo scopo delle regole del varnasrama impartire questa direzio­ne all’attività delle anime condizionate. La natura cruciale di questo progetto teista del sistema varnasrama è pienamente trattata nel Bhagavatam, 12.13.18. Non è esplicitamente trattata in nessun’al­tra opera degli sastra.

Mahaprabhu Sri Krsna Caitanya è il grande esponente del puro ruolo spirituale, nel suo supremo livello di sviluppo, di tutte le ani­me. Il Suo insegnamento è identico a quello del Bhagavatam. È in accordo con il principio di kaivalya della scuola suddhadvaita cui Sridhara Swami appartiene. Ma il kaivalya (esclusivismo) del Bhagavatam è completamente differente dalla concezione presen­tata dalla scuola Kevaladvaitavada impersonalista di fondersi nel Brahman.

Abhidheya o Funzione

La natura dell’eterna funzione di tutte le incontaminate anime individuali è stata qui sopra indicata.

Il Bhagavatam 1.2.6. descrive bhakti, o servizio di Adhokshaja (trascendentale) Bhagavan (la Persona Assoluta che possiede tutti gli attributi), come la funzione di tutte le anime individuali nel loro stato spirituale puro.

Il Bhakti-rasamrta-sindhu, pu. vi. 1.6, afferma che la funzione di suddha-bhakti non è contaminata dall’attività mondana intellet­tuale utilitaristica, sia essa di natura etica o non etica. Suddha-bhakti è l’unica funzione confacente a tutte le anime individuali pure, ed è situata sul piano della trascendenza. Ma tutto ciò che è animato è potenzialmente idoneo al trascendentale servizio dell’Assoluto 13.

Il Vsnu Purana 7.8.6 afferma che la condotta, ingiunta dal siste­ma varnasrama, deriva tutto il suo valore dal fatto che il suo unico obiettivo è il servizio spirituale a Visnu.

Il Bhagavatam 11.17 e 18 distingue tra la funzione del paramahansa e le attività delle anime condizionate stabilite dal si­stema varnasrama.

La vita che si conduce nel sistema varnasrama non è la pura vita spirituale che conducono le anime pienamente liberate. È il livello di preparazione per tale vita. Né è su un piano di parità con la vita di pura sensualità condotta dalle persone al di fuori del sistema varnasrama. A1 di fuori del sistema varnasrama ogni forma d’atti­vità delle anime condizionate è ispirata da maliziosa ostilità senza senso nei confronti dell’Assoluto. Tutte quelle attività sono neces­sariamente di carattere ateo.

Questo universo mondano è la sfera congeniale per l’esercizio dell’illusa attività dominante tanto ardentemente desiderata dalle anime condizionate per mettere in pratica l’avversione attiva verso l’Assoluto.

Le condizioni per tali attività sono fornite da Maya, la potenza d’illusione. Esse costituiscono il reame dell’ignoranza, l’ignoranza spirituale o acit. Ma non appena l’attività di cit, o consapevolezza non eclissata, viene ridestata nell’essenza spirituale dell’anima tra­viata, ecco che con la sua apparizione dissipa tale errata dedizione alle ignoranti attività di questo mondo e anche la predisposizione ad essere tentato dalla potenza d’illusione.

Differenti Aspetti degli Speculatori

Non c’è nessuna base comune tra la pura funzione spirituale e l’attività delle anime condizionate nella presa dell’ignoranza. L’uno non si incastra nell’altro.

È per questa ragione che la pura funzione spirituale non può mai essere compresa dalle perizie di archeologi, storici, allegoristi, filo­sofi ecc. di questo mondo. Tali speculatori empirici ostacolano la personalità trascendentale dell’Assoluto. Essi appartengono al reame della nescienza e costituiscono la negazione attiva dell’identità del­l’Assoluto. Indulgendo in tali speculazioni la nostra natura spiritua­le viene spogliata della sua vera funzione.

La condotta disposta dal sistema varnasrama è calcolata per con­trobattere l’inerente tendenza atea di tutte le attività materiali che sono inevitabili nello stato condizionato. La distinzione tra l’attività deliberatamente atea delle anime traviate, l’attività guidata delle persone appartenenti alla società varnasrama e l’incontaminata fun­zione spirituale delle anime pienamente liberate o paramahansa, è accennata in testi come la Mundaka Upanisad 3.1.2, Svetasvara Upanisad 4.6.7 e Bhagavatam 11.11.6.

Aspetto Distintivo del Servitore

Le attività che sono dettate dal bisogno imperioso di gratifica­zione dei sensi creano la disarmonica diversità di questo mondo. Chi è dipendente dal godimento mondano ha un modo di guar­dare a tutto che è guidato dall’illusione. Quando una simile persona è stabilita nella giusta attività della sua pura natura spirituale verso il suo trascendentale maestro, l’unico ricettacolo di tutto il servizio volontario nel mondo eterno, la vera percezione di tutto si rivela alla sua visione di servitore.

Non ci può essere ignoranza e miseria se il mondo è esaminato nel giusto modo.

La Scuola Gaudiya Vaisruwa

L’ ardente desiderio di godimento dei sensi si esprime nelle isti­tuzioni familiari e sociali delle persone di carattere mondano. Sono trappole dell’energia illudente. Ma queste stesse trappole sono usate dalle anime risvegliate come strumenti di servizio all’Assoluto.

Gli inni del Bhagavatam rivelano sempre, all’anima illuminata, l’eterno servizio dell’Assoluto sul piano supremo, corrispondente alla Personalità di Sri Gaurasundara. In questo contesto possiamo riferirci all’interpretazione del Bhagavatam che è stata sostenuta dai commentatori della scuola Gaudiya Vaisnava.

In quei commenti leggiamo che gli inni del Bhagavatam 11.5.33­34, che sembrano essere composti in lode a Sri Ramacandra in quanto ideale marito magnanimo, sono una lode a Sri Krsna Caitanya.

Questo non è un caso di travisamento del significato del testo per adattarlo al capriccio del commentatore.

Il Bhagavatam rivela il suo vero significato solo all’anima illu­minata.

Quel significato è molto differente da quello che persino i lin­guisti più rinomati, nella loro cieca vanità empirica, possono sup­porre che sia.

L’Aspetto Superiore di Servizio

Il Bhagavatam dà la più elevata posizione al servizio di Sri Krsna reso dalle gopi (pastorelle spirituali di Vrindavana). Nel suo reso­conto della danza rasa (danza amorosa circolare), dà una traccia alla natura distintiva dei servizi di Sri Radhika e delle altre pastorelle14.

Sri Krsna è servito da Sri Radhika stessa e simultaneamente dal­le Sue molteplici forme corporee nella forma dei residenti di Vraja. I servizi delle altre pastorelle, di Nanda e Yasoda, di Shridama e Sudama, di tutti gli associati ed i servitori di Krsna a Vraja, sono parti integranti del servizio di Sri Radhika.

Sri Gurudeva appartiene a questo gruppo interno di servitori. Egli è la Divina Entità manifesta per divulgare le forme e le attività di tutti gli eterni servitori di Sri Krsna. La funzione di Sri Gurudeva è un fatto fondamentale nel fila di Vraja in cui Sri Krsna è servito come il ricettacolo di tutti i rasa.

I servitori di Vraja assistono e vengono incontro in ogni modo alla gratificazione dei sensi di Krsna. Sri Gurudeva è il Divino Agente stimolante dell’attività di servizio di Vraja.

Natura del Lila Trascendentale

La natura del trascendentale Vraj a-lila è soggetta ad essere travi­sata dallo studio empirico del Bhagavatam.

Il limite della deduzione empirica è raggiunto dalle speculazioni del metodo paroksha. Con l’abbandono dell’empirismo, rappresen­tato dal metodo aparoksha, si comprendono i concetti di Brahman e Paramatma. Ma anche questi non sono oggetti di adorazione.

Abbiamo già visto che l’attività di servizio è possibile solo sul piano di adhoksaja, piano che concede la comprensione della mae­stosa personalità dell’Assoluto visto come Sri Narayana. Aprakrita Vraja-lila, il tema centrale del Bhagavatam, è la massima forma di realizzazione di adhokshaja.

Gli amoreggiamenti di Sri Krsna a Vraja ricordano molto da vicino l’amore mondano privo di convenzioni. Sul piano mondano la sessualità, in tutte le sue forme, è una faccenda essenzialmente repulsiva. È perciò impossibile comprendere come la corrisponden­te attività trascendentale possa essere il servizio più squisitamente morale dell’Assoluto.

È tuttavia possibile essere riconciliati, in un certo qual modo, alla verità della narrativa del Bhagavatam se siamo preparati ad ammettere la ragionevolezza della dottrina secondo cui il mondo materiale è il riflesso impuro del regno dell’Assoluto, e che questo mondo appare in una scala di valori che è il rovescio di quello che è nella realtà di cui è l’ombra.

Avvertimento per i Lettori

Nella forma narrativa del Bhagavatam il Vraja-lila trascenden­tale manifesta la sua discesa al piano della nostra visione mondana, nella forma simbolica che ricorda quella dei corrispondenti eventi mondani. Se, per qualche ragione, abbiamo la tendenza a sottovalu­tare il simbolismo trascendentale della narrativa del Bhagavatam, siamo incapaci di evitare sfavorevoli e odiose conclusioni riguar­danti la natura della più perfetta, della più affascinante e suprema forma di servizio amoroso della divinità a cui tutte le altre forme del suo servizio sono come vie di approccio.

La sessualità simbolizza l’attrazione suprema e il culmine della delizia del servizio trascendentale. Negli svolgimenti amorosi di Vraja i segreti della vita eterna sono esibiti nella loro perfezione senza coperture nell’attività dell’amore delle anime pure.

Possiamo di passo notare certe rilevanti differenze tra gli amoreggiamenti di Sri Krsna e l’attività mondana sessuale che do­vrebbero prevenire qualsiasi affrettata conclusione. Nel Vraja-lila Sri Krsna ha meno di 11 anni. Le pastorelle spirituali non concepi­scono mai e non danno dei figli a Sri Krsna15. I figli di Sri Krsna appartengono al lila meno perfetto di Dvaraka. Supporre che sia il prodotto della speculazione antropomorfica è la più gran offesa con­tro il Lila Divino.

II Bhagavatam proclama la comprensione della vera natura del Vraja-lila, seguendo il metodo shrauta, come l’unico rimedio per tutte le anime condizionate afflitte dall’affezione della sessualità mondana.

Le convenzioni della società civilizzata per la regolazione della relazione sessuale raggiungono la perfezione etica nel sistema varnasrama.

Una persona appartenente alla società varnasrama può pronta­mente apprezzare la trasparente purezza morale della vita sul piano di Vaikuntha e Ayodhya, sebbene non ne possa capire la natura esoterica.

In quei regni Dio si atteggia a ideale marito monogamo.

Le restrizioni etiche di relazione sessuale che sono imposte ad Ayodhya dalla forma del matrimonio monogamo sono allentate a Dvaraka dove l’Assoluto manifesta la Sua Personalità più piena ed appare nella forma del marito poligamo.

Le convenzioni del matrimonio sono abrogate a Vrindavana, dove la santità del vincolo matrimoniale diventa secondaria e come un rivestimento per le prodezze amorose di Sri Krsna nella Sua più completa Manifestazione.

La funzione spirituale, nella sua forma pura, ha una reale corri­spondenza con l’attività mondana, con la differenza che l’obiettivo, il criterio di attività e la funzionalità sono di puro spirito.

Questa è l’inconcepibile differenza tra la funzione spirituale e l’attività mondana. Fornisce anche un certo tipo di spiegazione a riguardo del fatto che le attività di Vraja, corrispondenti alle attuazioni della massima moralità, sul piano mondano sono, comparativamen­te parlando, le meno apprezzate quando si parla di Krsna.

L’unico obiettivo di tutte le attività spirituali è la gratificazione dei sensi di Sri Krsna. Quando Sri Krsna è soddisfatto, i Suoi servitori sperimentano una gioia pura.

Questo è l’opposto di ciò che accade in questo mondo.

Sul piano mondano solo l’attività che procura godimento alla persona che vi indulge possiede attrazione. Ma tale piacere egoista non è mai concupito sul piano del servizio spirituale.

Il piano del godimento sensuale mondano è perciò nettamente differenziato da quello del servizio spirituale, per quanto riguarda la qualità e l’orientamento delle loro rispettive attività.

Il desiderio per il godimento mondano è potenzialmente, ma non congenialmente, inerente nell’anima e può, per opzione dell’anima, essere coltivato. La pratica di tale desiderio conduce tuttavia l’anima alla sospensione della sua veramente naturale funzione di servizio.

La civilizzazione moderna non sospetta proprio che nel ricercare esclusivamente il godimento mondano sia insita la sua degradazio­ne. Mente e corpo dell’uomo hanno una naturale attitudine per la gratificazione dei sensi, e tutte le ordinarie attività mondane sono praticate allo scopo di tale realizzazione.

Per questa ragione, solo pochissime persone in questo mondo possono cogliere il senso dell’affermazione del Bhagavatam, e di altre scritture spirituali, che l’essenza incontaminata dell’anima ha una naturale attitudine per il servizio esclusivo dell’Assoluto che è espressamente incompatibile con il vivere mondano sensuale.

Nel servizio trascendentale dell’Assoluto, l’attitudine e la for­ma, così come gli ingredienti, sono realtà viventi assolutamente vir­tuose, senza nulla che le copra. Con questo completo scoperchiare la sua propria natura, attraverso la perfezione della sua funzione di servizio, una persona è messa in grado di comprendere appieno gli interessi permanenti della sua vera entità.

Tale incondizionata attività sottomessa verso l’Assoluto è anche necessariamente identica alla realizzazione della perfetta libertà del­l’anima, che si esprime nelle forme più elevate della sua attività di servizio.

Prayojana o Frutto

Nella posizione di completa realizzazione dell’attività dell’ani­ma senza copertura, una persona diventa idonea alla partecipazione nel passatempo trascendentale o lila di Sri Krsna16.

La comprensione di questo omni-assorbente amore per Sri Krsna è il frutto, o prayojana, delle eterne attività spirituali di tutte le ani­me pure.

Sri Krsna è direttamente servito dalla Sua potenza plenaria inter­na come Sua unica consorte. 1 residenti di Vraja, il piano di questo servizio interiore, sono espansioni della figura della potenza divina plenaria. Essi sono i partecipanti divini nel passatempo divino, poi­ché tutte quelle entità mostrano la natura della piena servitù della divinità.

Non così per le anime che danno vita alle forme umane, che sono tutte suscettibili alle tentazioni offerte dall’aspetto illudente del po­tere plenario allo scopo di prevenire l’accesso di coloro che non risiedono a Vraja all’arena del Passatempo Divino.

Noi, che soggiorniamo in questo piano mondano, siamo stati così tenuti fuori dal piano di Vraja dall’aspetto illudente del potere Divino. Le anime individuali che non sono particelle della potenza inter­na plenaria non hanno un automatico accesso al piano di Vraja. Esse mancano anche d’amore spontaneo per Sri Krsna. Per loro è possi­bile ottenere l’amore di Sri Krsna solo come accettati servitori degli abitanti di Vraja.

L’attitudine amorosa spontanea verso Sri Krsna, alla sua prima apparizione nell’anima individuale, la eleva alla condizione di madhyama-bhagavata (mediocre servitore di Sri Krsna). Condizio­ne ben distinta da quella del maha-bhagavata che possiede amore per Sri Krsna nella misura plenaria, cosa che lo rende idoneo a par­tecipare, come servitore dei servitori di Vraja, alle attività amorose della suprema sfera di servizio.

Nella proporzione in cui l’esitante e reverenziale disposizione di servizio del madhyama-bhagavata è gradualmente sviluppata, con la pratica del puro servizio, in una di subordinazione agli abitanti di Vraja nelle loro non-convenzionali esecuzioni dei supremi servizi d’amore a Sri Krsna, tale esitazione e distanza vengono rimpiazzate da crescente fiducia e prossimità all’oggetto del proprio amore su­premo. A causa di ciò la visione spirituale è perfezionata, in confor­mità alla naturale capacità di un individuo, ed egli è in grado di realizzare la piena funzione del suo specifico sé spirituale.

Goloka Vrindavana è realizzabile, nella Vrindavana simbolica che è aperta alla nostra visione in questo mondo, solo da tutti quelli il cui amore è stato perfezionato dalla misericordia degli abitanti della trascendentale Vraja, e non può essere altrimenti. Se queste considerazioni non sono tenute presenti, un più che grossolano fraintendimento del soggetto del Vraja-lila di Sri Krsna è inevitabile. Tutte le persone, sotto la sinistra influenza del potere illudente della nescienza, sono soggette a tale fraintendimento in una forma o nell’altra. Esse sono destinate a non vedere nient’altro che un mon­dano tratto di paese nella Vrindavana terrestre (Bhauma), e la prati­ca delle più grossolane forme di dissolutezza nei passatempi di Vraja di Sri Krsna.

Ma la vera visione esoterica del maha-bhagavata è molto diffe­rente da una tale comprensione dell’umanità illusa. È descritto nel Bhagavatam 10.35.9 e versi susseguenti, e anche nel Caitanya­caritamrta, Madhya-lila, 17.55.

“Quando Lui (Sri Krsna Caitanya) è in vista di una foresta, que­sta Gli appare nelle sembianze di Vrindavana; quando guarda verso una collina, la scambia per Govardhana.”

“L’oggetto supremo di adorazione è il Signore Supremo Sri Krsna, il figlio del re di Vraja; il Suo estatico regno è Vrindavana; la più alta forma di adorazione è quella mostrata o manifestata dalle gopi di Vraja; lo Srimad Bhagavatam è l’incontestata autorità immacola­ta come prova della Verità Assoluta e del Divino Amore, summum bonum della vita umana; questo culto della bhakti, così come pro­pagato da Sri Caitanya Mahaprabhu, è molto caro a noi e a nessun altro.”

 

1 Bhagavatam 1.2.6

2 Vibrazione divina trascendentale.

3 Comunicazione della conoscenza del Trascendentale nella forma del suono.

4 Bhagavatam 1.1.2

5 Bhagavatam 2.6.33

6 Bhagavatam 10.30.24

7 Bhagavatam 1.3.28

8 Caitanya-caritamrta, Madhya 23.65-80

9 Bhakti-rasamrita-sindhu D.L. 5.76

10 Bhagavatam 10.43.17

11 Vedi Bhagavatam 1.7.10 e il commento di Sridhara sullo stesso.

12 Bhagavatam 1.7.10

13 Bhagavatam 1.2.6, Bhakti-rasamrita-sindhu 1.2.33.

14 Bhagavatam 10.30.24

15 Bhagavatam 10.26

16 Bhagavatam 1.7.10 e commento di Shridhara Swami al testo.